La morte di Mario Riva: abbiamo perduto un amico

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Lacrime per l’uomo che ci faceva sorridere. Il pianto disperato di Diana Dei, l’attonito smarrimento del piccolo Antonello, e intorno i volti anonimi di una folla enorme: gente che ha interrotto il lavoro, che è venuta di lontano, che ha atteso paziente ore ed ore sotto il sole, per dare un ultimo fugace saluto a Mario Riva. La sua morte ci ha detto che era l’uomo più popolare d'Italia: non aveva condotto eserciti vittoriosi, non aveva battuto primati sportivi, non aveva compiuto nulla di eccelso nelle arti o nelle scienze. Aveva soltanto donato a tutti quei “quattro soldi di felicità” di cui così spesso cantava. Aveva fatto, insomma, più di tanti “eroi” del nostro tempo.

La testimonianza di Riccardo Billi:

Quando presi parte ad un festival delle canzoni romanesche che si tenne al teatro Galleria me lo ritrovai davanti, negli uffici dell’amministrazione. Io andavo a prendere la paga, lui mi faceva firmare le ricevute, poi chiacchieravamo un poco. Non mi, confidò mai che voleva fare l’attore. Il terzo nostro incontro avvenne poco prima della guerra. Mario era entrato alla Radio come presentatore e io partecipavo a uno dei suoi spettacoli. Disse poche parole su di me, ma fu cortese e affettuoso, quasi sentendo che a distanza di una decina d'anni ci saremmo ritrovati e intesi come credo sia raramente accaduto a due attori di teatro.

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Di tanto in tanto ci capitava di trovarci assieme ma poi ognuno andava per la sua strada. Accadde così anche dopo la guerra, quando debuttammo insieme in un piccolo teatro di Monza. Era la vigilia di Natale, faceva un freddo terribile e l’impresario Ivaldi pensò di unire eccezionalmente i nostri due complessi. A me disse di andare a rinforzare la compagnia di Riva, a Riva di venire a rinforzare la mia. La compagnia di Riva era composta di Mario, Diana Dei e un ballerino; la mia di mia moglie Liana, Cantalamessa e di me stesso. Ci intendemmo facilmente, studiammo insieme qualche «numero» e facemmo il nostro spettacolo. Per tornare a Milano prendemmo l’ultimo tram, ma era la vigilia di Natale e trovammo tutti i ristoranti ormai chiusi, la città deserta sotto una coltre di gelo. Ci guardammo in faccia con aria desolata, ci augurammo buon Natale sulla porta dell’albergo e andammo a dormire senza cena.

Tornammo a incontrarci qualche anno dopo in condizioni economiche e atmosferiche indubbiamente più vantaggiose. Ci scritturarono al Colle Oppio di Roma per presentare all’aperto una rivista in dialetto romano intitolata I sette colli. Per i mezzi e le possibilità che avevamo, riuscimmo a gettare le basi di uno spettacolo di grande successo. Quello che è più bello è che ci rendemmo conto di quanto stessimo bene insieme, di come andassimo d’accordo, di come riuscissimo a capirci a volo, quale affiatamento riuscissimo a raggiungere. Capimmo subito che da una collaborazione di lavoro era nata anzitutto una amicizia fraterna e che insieme avremmo fatto grandi cose. Ce lo dicemmo e ce lo promettemmo, ma non sfruttammo subito l’idea, perché, finite le rappresentazioni estive, Mario entrò in compagnia con Totò e io iniziai alla Radio le trasmissioni della Bisarca.

L’estate seguente ci vide ancora insieme al Colle Oppio dove cominciammo una serie di sketches a due che dovevano diventare il nostro cavallo di battaglia e dare lo spunto ad altri attori per i loro spettacoli teatrali e televisivi. Cominciammo con l’episodio della Magnani e Rossellini: io impersonavo l’attrice e Mario il regista, ma riuscimmo a dare al duetto un tono divertente senza offendere i personaggi che prendevamo amabilmente in giro. Il successo fu quasi superiore alla nostra aspettativa, e continuammo quindi a sfruttare quel filone. Concluso il contratto con il Colle Oppio, passammo al Bernini, per otto mesi consecutivi, cambiando ogni settimana il nostro spettàcolo. Un lavoro improbo, ma che servì ad unirci affettuosamente anche al di fuori del lavoro.

Dopo il successo, Garinei e Giovannini decisero di portare in teatro La bisarca affidandone le sorti al nostro binomio e facendoci debuttare al Sistina. Che sia stata una navigazione felice lo testimonia il fatto che subito Remigio Paone volle scritturarci per le stagioni seguenti. Alta tensione, I fanatici, Caccia al tesoro, La duchessa e i camerieri, Siamo tutti dottori, Gli italiani sono fatti così rappresentano le tappe più belle della nostra collaborazione e della nostra amicizia. Dopo tanti anni di lavoro in comune, potevamo ormai azzardarci ad improvvisare qualsiasi sketch, sicuri di avere successo, di riuscire divertenti, di guadagnarci la nostra parte di applausi. Bastava che qualcuno ci desse un tema perché in pochi minuti riuscissimo a svilupparlo creando situazioni sempre più comiche e paradossali, improvvisando battute e situazioni come se facessero già parte di un copione. In questa specialità Mario era un vero campione. A volte mi diceva : «Devo stare attento, perché ho la lingua più veloce del cervello e qualche volta rischio di dire cose terribili soltanto per il gusto della battuta». In realtà ci divertivamo prima noi che il pubblico e non era raro il caso che scoppiassimo a ridere per le situazioni che eravamo riusciti a creare.

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Cinquemila persone erano nella Chiesa del Sacro Cuore di Maria in piazza Euclide, quarantamila si stipavano nella piazza antistante il Tempio e sulle pendici del parco della rimembranza, altre duecentomila hanno fatto ala al corteo funebre fino al Verano, il cimitero di Roma dove Riva è stato sepolto. Qualcuno ha detto che bisognava andare indietro nel tempo, fino ai funerali di Rodolfo Valentino, per trovare altrettanto concorso di folla, simili scene di dolore collettivo per la morte di un attore. Ma non era un paragone esatto: per Rodolfo Valentino c'è stata l'irragionevole disperazione

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dei «fans» per un idolo che scompariva; per Mario Riva l'autentico dolore della gente che perdeva un amico, un uomo semplice e bonario, che tutti consideravano un po' di famiglia. A Mario Riva, tutti volevano bene: non c'è altra frase che possa esprimere i sentimenti che la gente provava per lui. Già a Verona, allorché la salma era stata composta nella camera ardente, erano accadute scene impensabili: da Padova, da Brescia, da Vicenza, da Mantova e da altre città vicine e lontane arrivava di continuo gente a bordo di camion e pullman: soltanto per poter dire «addio, Mario».

Quando dovevamo replicare lo spettacolo per troppo tempo, cercavamo di rendere meno monotona la nostra routine serale inventando scherzi e sorprese. Ricordo che una volta, ciascuno a insaputa dell’altro, ci combinammo due curiosissime truccature e poiché la scena si svolgeva dai due lati di uno sportello (l’ufficio dell’anagrafe) non potemmo vederci finché non fummo in scena. Aperto lo sportello la sorpresa fu tale che non riuscimmo a trattenere una risata cui partecipò anche il pubblico, abituato a vederci recitare a soggetto.

Quando lo conobbi, Mario Riva era un ragazzino timido, sommesso. La timidezza gli è rimasta ma ha cercato di vincerla e di affermarsi grazie ad una sua bonaria aggressività. Gli piaceva fare il duro, il burbero anche se nascondeva un cuore d’oro e si inteneriva davanti al primo bambino che incontrava per la strada. Quando eravamo in compagnia strillava e si arrabbiava se qualcuno non faceva il suo dovere. «Multa», mi gridava, «mettigli una multa.» Poi alla fine della rappresentazione, mi passava vicino per dirmi : «Lascia stare, va, non mettere nessuna multa».

1960 09 11 Epoca Mario Riva morte f07Nella tragedia della morte di Mario Riva, un dramma, che ha per protagoniste due donne, Diana Dei e Dema Massoli. Diana Dei (nella foto strìnge a sé il figlio Antonello) è stata per dodici anni la compagna fedele e affettuosa di Riva. Per lui ha abbandonato le scene teatrali. Nove anni fa gli ha dato un figlio. Erano una coppia felice, ma al capezzale di Riva la donna aveva promesso a un sacerdote che non avrebbe vissuto più con Mario, se lui si fosse salvato. Non potevano, infatti, sposarsi.

1960 09 11 Epoca Mario Riva morte f08Mario Bonavolonià (Riva era il nome d'arie) era già sposato con Derna Massoli. Era siaio uno dei molti matrimoni purtroppo infelici, anche se agli inizi non pareva tale, tanto che Riva aveva voluto riconoscere per suo il figlio che già aveva la Massoli. Si separarono nel 1943, pur rimanendo in buoni rapporti, anche se negli ultimi tempi ragioni economiche avevano aperto qualche screzio. Subito dopo la morte di Riva, Dema Massoli (nella foto qui sopra) si è comportata con dignità e riservatezza.

Era più giovane e in fondo più inesperto di me, ma vicino a lui io mi sentivo tranquillo, sicuro, protetto. Mi affascinava il suo modo di affrontare la vita, la sua abilità nel trattare gli affari, la sua sicurezza nel futuro, il suo amore per il prossimo. Sicché anche quando la televisione ci divise e portò lui alle fortune del Musichiere, continuammo a vederci, a frequentarci, a consigliarci a vicenda. Se dovevo firmare un contratto avevo bisogno per decidermi della spinta di Mario. «E fallo» mi diceva allegro, «ma ricordati che dobbiamo tornare insieme.» Dopo tre anni di separazione artistica doveva essere questo l’anno della nostra rentrée. Mi aveva telefonato a Capri una settimana prima di partire per Verona. «Questa volta ci siamo» mi disse «fatti i bagni in santa pace ma non prendere impegni con nessuno. So che i “Grossi” (chiamava così Garinei e Giovannini) ti hanno offerto di andare in compagnia con Chiari ma io ho organizzato una bella cosa per noi due in televisione, uno spettacolo tutto nostro, come ai vecchi tempi.» Era allegro, ottimista, come sempre. «Vado a Verona e torno», mi disse, «poi ci vediamo e mettiamo su il più grande spettacolo del mondo. Sei contento Riccardì?»

«Epoca», anno XI, n.519, 11 settembre 1960


Epoca
«Epoca», anno XI, n.519, 11 settembre 1960