Mario Riva è morto ieri sera a Verona

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Il trapasso è avvenuto alle 23,19 per un improvviso collasso cardiaco mentre l'abbassamento della febbre registrato poco prima aveva riacceso qualche speranza - L'attore è spirato senza aver ripreso conoscenza - L'estremo tentativo effettuato con il nuovo antibiotico americano - Il pianto accorato del figlio Antonello non appena ha visto il padre morto - I medici hanno tentato con ogni mezzo di salvare l'infermo - I funerali si svolgeranno a Roma

Verona, 1 settembre

Mario Riva è morto. Non ha avuto agonia e non si è accorto di nulla Aveva trascorso una giornata tranquilla, insperata, dopo le drammatiche ore di ieri. Questa sera alle 23.20, tre ore dopo che i medici avevano firmato un bollettino quasi ottimista. Il popolare presentatore del «Musichiere», è passato dal torpore della febbre alta al freddo della morte. Ci si e accorti che non respirava più perchè la lucida tenda di ossigeno era rimasta ferma.

Mario Riva aveva 47 anni ed era uno dei personaggi più cari del mondo dello spettacolo. Si ferì a morte, cadendo dal palcoscenico dell'Arena di Verona mentre presentava il Festival del Musichiere. Questa sera, nonostante le buone notizie che circolavano in ospedale e che si indovinavano nella sorridente reticenza dei medici. Diana Dei ha avuto il presentimento della fine. Gli altri, Aldo, la madre, tutti si consolavano al pensiero che la febbre era scemata, perchè il nuovo antibiotico andava facendo effetto. Diana, no. Le batteva forte il cuore e provava come un senso di nausea; sentiva nell'aria che c era qualche cosa di terribile molto vicino. Alle 22. dopo essersi chinata per la millesima volta sulla tenda d'ossigeno e dopo aver spiato attraverso la superficie di plastica il volto adorato del suo Mario, ella ha cacciato un gemito soffocato ed è uscita di corsa dalla camera. E' piombata come una furia nella saletta del medico di guardia ed ha detto di chiamare tutti i professori. «Non debbono lasciarmi sola questa sera. Non debbono lasciarmi sola proprio adesso!». ha gridato.

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Poco dopo sono arrivati i dottori Bianchi, Bertone e Tosi Credevano che fosse lei a star male. Pensavano che i suoi nervi, dopo sette giorni di insonnia e di terribile angoscia, avessero ceduto. Ed invece, senza che nessuno se ne accorgesse, Mario Riva stava spirando. Il suo colore cianotico stava diventando sempre più chiaro, ma lentamente, troppo piano perché nella penombra della camera, ci si potesse accorgere del cambiamento. Alle 23.19 un grido. Poi i rumori di gente che si affannava a fare qualche cosa. Don Bruno Durante, il giovane cappellano del l'ospedale, si trovava nel corridoio, proprio davanti alla porta della camera 14, è entrato, si è avvicinato al letto facendosi largo tra i medici e i parenti di Riva. Si è fatto il segno della Croce ed è caduto in ginocchio incominciando a recitare a voce alta le preghiere dei defunti. Mario era morto dormendo. Non c’è stato bisogno di chiudergli gli occhi. La notizia ha attraversato la città con la rapidità di un fulmine, lasciandosi dietro una sensazione di gelo.

Oggi Riva stava meglio. Sembrava a tutti incredibile che fosse morto. Un quarto d’ora dopo il triste accaduto, quando la macchina del prof. Secco ha varcato il cancello dell'ospedale, in piazza c’era la folla. Oltre il muro di cinta i proiettori della Televisione illuminavano a giorno la facciata della casa di cura. Sul viale che conduce alla porta di ingresso, due agenti di P.S. montavano la guardia e non lasciavano avvicinare nessuno. Il tempo incalzava e i giornalisti affollavano la scala insistendo per poter entrare. E* arrivato addirittura il questore per dirigere le operazioni.

Si stavano intanto illuminando le finestre di tutti i padiglioni dell’ospedale e molti malati scendevano in giardino, chi appoggiandosi a un bastone, chi con le stampelle, chi appoggiandosi- ad un altro. Qualcuno senza scarpe, e molti piangevano. Le dieci linee telefoniche dello ospedale erano sovraccariche di chiamate e una delle centraliniste non era in condizione di rispondere perchè i singhiozzi le impedivano di parlare.

Sotto le finestre del corridoio, nel quale si trova la camera numero 14, si udiva il pianto di Antonello che ha visto il suo papà morto. Il suo papà caro, il suo papà buono, il suo papà adorato. Antonello ha otto anni e pure il suo dolore è immenso, struggente, amarissimo. Sembrava che questo bambino non riuscisse a rendersi conto della disgrazia che gli stava arrivando ed ora che purtroppo, gli è arrivata, povero figliolo, bisogna vederlo come è ridotto.

L'ultimo bollettino medico era stato a suo modo la conferma dell’ottimismo che si era diffuso fin da stamattina in clinica: «Le condizioni sono pressoché stazionarie — diceva — polso 108, tensione 130/70. respiro 39, febbre 38.8, diuresi discreta, sensorio obnubilato. Firmato: Secco, Marcer, Fiorini».

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La prima fialetta di Polimyxin B aveva stroncato la febbre che da sabato sera contro ogni rimedio, stava bruciando le ore di Mario Riva. Era il primo antibiotico che funzionasse. I medici li avevano tentati tutti senza ottenere alcun risultato. Mancava solo il Polimyxin B, cioè l’ultimo ritrovato americano contro le affezioni broncopolmonari. Il farmaco non è ancora in commercio; per procurarselo i medici avevano dovuto richiederlo a Firenze, dove il prof. Cesare Cocchi lo sta sperimentando da qualche mese nella sua clinica pediatrica. I primi 35 milligrammi di Polimyxin erano stati iniettati a Mario Riva ieri sera alle 23. All’una Riva aveva 40.2 di febbre. Alle sei aveva 37.9. Da sabato sera il povero Mario non aveva mai avuto meno di 39.5.

La caduta della febbre non rappresentava tuttavia un miglioramento delle sue condizioni. Eravamo noi, i suoi amici, che ci ostinavamo a prendere per segni di miglioramento le pause purtroppo brevi e sempre meno frequenti del suo progressivo peggioramento. I medici si erano chiusi in uno stretto riserbo. Si capiva benissimo che erano sconcertati dalla eccezionale capacità di resistenza del malato. Avevano incominciato col dire che Mario aveva il cuore in disordine, invece il cuore di Mario resisteva come se fosse di bronzo, avevano lasciato capire che non sarebbe durato a lungo e invece Mario era arrivato al quinto giorno della terribile malattia, aggiuntasi sabato al trauma delle fratture. Martedì sera, quando la fine sembrava già arrivata, un medico disse che Mario Riva avrebbe potuto salvarsi solo se avesse resistito fino al quinto giorno di malattia. Ebbene, oggi. la situazione era decisamente peggiore di quella di martedì, ma oggi era anche il quinto giorno. Perciò si continuava a sperare.

Stamattina sono arrivati a Verona il professor Cavese. primario di patologia chirurgica della Università di Padova, e. da Cortina d'Ampezzo, il professor Campanacci, primario di cardiologia dell’Università di Bologna. Assieme ai professori Secco, Fiorini e Marcer, al radiologo dottar Nicolis, e a un imprecisato numero di sostituti, sono entrati e usciti due volte, dalla camera del moribondo. A guardarli in faccia, c’era da credere che avessero vinta la loro battaglia e che dovessero solo riunirsi in camera di consulto per concertare il bollettino della vittoria. S'era chiusa la porta della sala di consulti, quando hanno convocato i parenti del malato: il fratello Aldo e la sua compagna Diana Dei. Chi stava fuori non poteva non immaginare che si trattasse di buone notizie e perciò, quando Aldo Bonavolontà è venuto verso la sala di consigilo, tutti gli hanno sorriso. Aldo si è fermato un momento per pregare i fotografi di andarsene, altrimenti Diana non sarebbe uscita dalla camera. I fotografi hanno promesso che non avrebbero scattato fotografie, ma quando Diana Dei si è fatta avanti, uno di essi ha tradito, perchè non si fidava dei suoi colleghi.

Diana indossava uno chemisier di seta leggera, color verde acqua, e un palo di sandaletti senza tacco. L'abito era sgualcito e i suoi capelli in disordine. Colpiva, soprattutto, il lucido pallore e il viso senzatrucco; gli occhi gonfi e le rughe profonde agli angoli della bocca. Le unghie mangiucchiate della mano, con la quale tentava di’ ripararsi dal pericolo di una scarica di flashes. Povera Diana, sembrava una vecchia coi capelli tinti.

Poi, alle 14, i medici sono usciti dalla sala di consulto e il prof. Secco si è lasciato circondare dai giornalisti per comunicare loro le ultime notizie. Ci illudevamo di sentirlo dire che Mario Riva stesse meglio, invece ha detto che stava peggio. «Il prof. Campanacci, ha detto il prof. Secco, ha riscontrato un ulteriore aggravamento rispetto alle condizioni di domenica scorsa, quando egli visitò il degente per la prima volta. La broncopolmonite, che prima riguardava solo il polmone destro, ora si è estesa anche al sinistro. La situazione è aggravata dall'iperazotemia, il cui tasso ha ormai raggiunto il 2.40 contro lo 0.50 della normalità. Il coma è aumentato e, cioè, Mario Riva si trova in uno stato di costante torpore. La temperatura e ridotta: questo vuol dire che il nuovo antibiotico funziona. Il prof. Cavese, che abbiamo voluto interpellare in merito al disturbo addominale, ci ha detto, che la paresi dell'apparato digerente è provocata dalla disfunzione di tutto l'organismo».

Al prof. Secco gli amici di Mario Riva preferivano il dottor Morgante, che non è primario, ma che ha il prezioso dono dell'ottimismo. Alle allarmanti e purtroppo sempre esatte parole del primo corrispondevano regolarmente le consolanti parole dei secondo. Fino a stasera la fede incrollabile della madre di Riva, la calma di Aldo, la forza di Diana Dei sono state senz'altro alimentate e sorrette dall'intelligente e purtroppo inutile assistenza del dottor Morgante, che è l'unico ad aver sempre sottolineato i pochi dati positivi della diagnosi della malattia, prima ancora di parlare del molti negativi.

«Ieri si diceva che la vita di Mario Riva fosse appesa ad un filo ebbene oggi questo filo è un tantino più robusto — questo diceva stamattina il dott. Morgante — per fare un paragone, bisogna pensare a una lenza da pesca: ieri era una lenza che avrebbe potuto sostenere un pesce di tre etti, oggi è una lenza per pesci da un chilo. Naturalmente il peso è ancora sproporzionato alla robustezza del filo, ma che il filo sia più forte è un fatto. La febbre è calata, il polso sta a 100 e perciò è ottimo: non dimentichiamoci di come stava ieri il malato. Il professor Campanacci lo ha trovato più grave? Per forza: non lo vedeva da domenica, e domenica Mario Riva aveva la broncopolmonite, ma non era moribondo.

I guai sono venuti dopo: lunedì, martedì, ieri. Certo l’iperazotemia non ci voleva, ma teniamo presente che è il minimo che potessimo aspettarci, dato che Riva, a parte le sue condizioni attuali, ha sempre sofferto con i reni. L'aumento del tasso di azoto nel sangue è il primo segno dell’affaticamento dell’organismo. In misura ridotta si riscontra perfino agli atleti dopo le gare sportive. Non voglio dire che le condizioni di Mario Riva siano buone, ma non è il caso di vedere tutto nero, dato che finché c'è vita c'è speranza Male che vada fino all'ultimo momento possiamo confidare nelle infinite risorse del paziente da una parte e della medicina dall'altra Qualche volta anche la medicina ha i suoi miracoli». Purtroppo il miracolo non c’è stato.

Nel pomeriggio, Mario Riva era uscito dal suo profondo torpore e aveva chiesto del prete e del notaio. La temperatura si manteneva intorno ai 38 gradi e il polso segnava 104 pulsazioni al minuto. Non prendeva da ventiquattro ore alcun alimento per via orale, ma il suo organismo sembrava abbastanza in forze poiché aveva assorbito per fleboclisi circa sei litri d'acqua con sali e glucosio. Riusciva spontaneamente a liberarsi del muco delle vie respiratorie, non accusava alcun dolore, ma solo una infinita spossatezza. Era rimasto in stato di lucidità mentale per circa una decina di minuti e aveva trovato la forza di sorridere alla moglie e di farle una smorfia come per dirle: ma guarda un po' che mi tocca sopportare. Quando don Signorato e il notaio sono arrivati all’ospedale, l’artista era piombato di nuovo nel sonno dal quale non doveva più svegliarsi.

La camera numero 14, dove Mario Riva ha vissuto gli ultimi tristi giorni della sua vita è l'ultima in fondo al corridoio che attraversa il lato destro della clinica. Misura cinque metri per sei e la alla finestra affaccia su una angusta fetta di giardino, delimitata dal rossiccio muro di cinta del complesso ospedaliero. Quando si arrampicavano sul muro. i fotografi si trovavano a meno di due metri dalla serranda della finestra e a cinque dal letto di Riva. La serranda però restava sempre abbassata sicché era inutile arrampicarsi sul muro, perchè tutto quello che si poteva fotografare erano le stecche verdi della serranda. L’unica fotografia fatta a Mario Riva moribondo è costata al fotografo tre giorni di appostamento.

Nella camera c'era un tavolinetto a rotelle con due piani di cristallo, che serviva per tenere a portata di mano le siringhe, i termometri e tutto il resto, e c’erano due letti: uno con la tenda a ossigeno sul quale si trovava Mario Riva e l’altro con una sopracoperta di stoffa celeste. Su questo letto Diana Del si buttava qualche ora nella notte quando il suo Mario riposava. Non è stato mai necessario preparare il letto con le lenzuola, perchè Diana non ne ha avuto bisogno: ella ci si sdraiava sopra come su un divano e non dormiva. Restava con gli occhi sbarrati ad ascoltare il ritmo del respiro del marito. Suo figlio Antonello e la madre di Riva dormivano nella camera dirimpetto, che si trova accanto alla cappella della Vergine. Aldo dormiva invece in una stanza che si trova in un altro corridoio dello casa di cura.

Nella camera n. 14 c'erano anche due sgabelli smaltati, una sedia ed una poltrona con uno schienale alto. Fra i due letti c’era un comodino di ferro, verniciato di bianco con sopra il telefono, pure bianco. Erano ormai tre giorni che le signorine del centralino avevano la consegna di non passare le chiamate a quell’apparecchio per nessun motivo. Per Mario Riva e per Diana Dei, rispondeva Aldo Bonavolontà e rispondeva dalla cabina che è attigua alla sala d'aspetto. Il letto di Mario Riva era uno di quelli con telaio snodabile. Sarebbe servito per far cambiare posizione al malato, senza toccarlo e cioè spostandolo con tutto il letto.

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Purtroppo, l'artista aveva la sesta vertebra fratturata e perciò non era possibile muoverlo neanche così. Per aiutarlo a respirare, i medici avevano potuto soltanto inclinare un po’ la parte anteriore del telaio, di modo che Riva era disteso come su di una bassa sedia a sdraio. Accanto al letto c’era una bombola ad ossigeno che veniva continuamente sostituita; una bombola di riserva era appoggiata al muro in un angolo della camera: poteva servire in caso di emergenza. Dalla bombola che stava vicino al letto partiva un tubicino di gomma che andava a finire nella tenda ad ossigeno. Un manometro segnava la posizione della bombola e la quantità d’ossigeno che questa erogava nella tenda.

Sulla superficie trasparente della tenda, più su della testa di Riva, c’è un cappuccio da frate. E’ un cappuccio di Padre Pio da Pietrelcina, una reliquia che il segretario del maestro Bixio aveva portato a Verona con la speranza che potesse essere miracolosa. Una cartolina col ritratto di Padre Pio, Mario Riva l’ha tenuta sempre sul petto. Ad una spallina della canottiera qualcuno gli aveva attaccato una spilla da balia con appesa una medaglietta di Santa Rita da Cascia. Un’altra immagine della Santa dell’impossibile. Grande e a colori stava sul comodino, dietro al telefono bianco. Sotto il guanciale del malato c’era un santino della Madonna della Guardia che era stata spedita a Mario Riva da due bambini di Genova con una lettera nella quale dicevano che stavano pregando per lui. Fra le altre reliquie che si trovavano nella camera numero 14 c’erano una bottiglia di plastica con l’acqua di Lourdes ed una zolletta di zucchero benedetta da Padre Pio.

Se i medici dell’ospedale non avessero preso in tempo drastici provvedimenti, la camera di Mario Riva si sarebbe riempita anche di medicinali. L’Italia ha rovesciato a Verona una incredibile valanga di pillole, fiale, ampolle con filtri, elisir ed altri toccasana, parte di produzione domestica, parte artigiana e parte industriale. Ogni giorno, oltre i pacchi postali che arrivavano fin dai più sperduti paesetti dello Stivale, giungevano in clinica i rappresentanti ed i propagandisti di una quantità di piccole case farmaceutiche, recando scatolette, bollettini, opuscoli illustrativi i di oggettini pubblicitari. Tutti speravano di poter piazzare il loro specifico contro il male di Mario Riva, chè se questi fosse guarito, il prodotto non avrebbe più avuto bisogno di pubblicità.

Stanotte, invece, sono arrivati i primi fiori. Poco dopo il decesso di Riva l’ingresso della casa di cura è stato chiuso, mentre nella stanza numero 14 i congiunti si sono affrettati alla pietosa bisogna della composizione della salma. Più tardi è uscito dall’ospedale un medico, il dottor Campi, che ha letto ai giornalisti il bollettino ufficiale sul decesso: «Alle 23.19 Mario Riva, dopo un rapido ulteriore aggravamento è deceduto per collasso cardiocircolatorio. A nulla sono valsi gli interventi terapeutici attuati. Al momento del decesso erano presenti, ad assistere il paziente, oltre al familiari, il prof. Secco e i dottori Bianchi, Bertoni e Tosi. E poco prima era entrato nella stanza il cappellano don Bruno Durante».

Il prof. Secco ha dichiarato piu tardi che un primo segno della crisi destinata a precipitare era stato avvertito già verso le 20. Erano state predisposte tutte le cure necessarie ma il cuore, ormai all'estremo, non ne ha minimamente risentito e il cedimento è staro progressivo e inevitabile. Il fratello di Mario Riva, signor Aldo, appena avvenuto il decesso è corso al telefono chiamando urgentemente Roma. Voleva avvisare tutti i suoi familiari e congiunti affinchè la ferale notizia non li raggiungesse prima a mezzo del giornali o della radio

La salma di Mario Riva sarà trasferita domattina alle 5 in una cella mortuaria dell’ospedale. Quindi alle 7 verrà celebrata uno Messa in suffragio. Secondo la liturgia cattolica, il Santissimo Sacramento sarà quindi tolto dalla Cappella di San Camillo dall’ospedale civile di Verona e nella stessa cappella sarà allestita la camera ardente.

Le spoglie di Mario Riva saranno chiuse in una cassa di mogano con un cofano di plexigas in modo che gli amici e gli innumerevoli estimatori del presentatore della televisione possano vederlo ancora una volta in viso. Mario Riva è vestito con l’abito grigio che usava nella trasmissione del «Musichiere», ha una cravatta scura ed ora gli è stato posto un rosario tra le mani. In un tavolo accanto al letto dove è composta la salma è stato posto un mazzo di dalie. I funerali di Mario Riva si svolgeranno a Roma. I parenti volevano provvedere ancora domattina al trasporto della salma nella Capitale, ma sono stati dissuasi.

Giancarlo Del Re, «Il Messaggero», 2 settembre 1960


1960 09 02 Il Messaggero Mario Riva morte intro3«Il Messaggero», 2 settembre 1960

1960 09 02 Il Messaggero Mario Riva morte intro4Guido Granata, «Il Messaggero», 2 settembre 1960

1960 09 02 Il Messaggero Mario Riva morte intro2Nino Longobardi, «Il Messaggero», 2 settembre 1960


Il Messaggero
Giancarlo Del Re, Nino Longobardi, Guido Granata, «Il Messaggero», 2 settembre 1960