Billi e Riva sono fatti così

1956-Billi-Riva-Urgentissimo

1956-12-30-Tempo-Billi-Riva

I due popolari comici romani hanno portato sui palcoscenici della Capitale una nuova rivista, nella quale vengono amabilmente presi in giro i difetti degli italiani, attraverso le molteplici esperienze di una coppia inglese in viaggio nella nostra penisola.

Roma, dicembre

Appena si alza il sipario, apprendiamo con piacere che il ritmo di questo nuovo spettacolo di Billi e Riva è quello di un treno espresso: travolgente, festoso, incalzante, «Urgentissimo n. 1» è, infatti, l’appropriato sottotitolo di questa nuova rivista che Metz, Marchesi e Verde hanno semplicemente intitolato «Gli italiani son fatti così», anche se poi, a spettacolo finito, molti stranieri presenti in sala rimangono con le idee confuse sul nostro conto. Ma un dialogo frizzante, una satira ben dosata, uno «spreco» di battute a ritmo pirotecnico, una ben articolata serie di gustosi sketches e di altrettanto indovinati balletti soddisfano lo spettatore il quale, dopotutto, non ha pagato il biglietto per avere un trattato sugli italiani, ma per passare una serata allegra.

1956 12 30 Tempo Billi Riva f3
Billi e Riva insieme con la dinamica Diana Dei interpretano il quadro d’attualità I selvoggi dello strada.

Prendendo lo spunto dal fortunato romanzo di Piérre Dawinos sul maggiore Thompson, gli autori della rivista hanno incaricato una coppia di Inglesi, il signore e la signora Johnson (Alba Arnova e Jerome Johnson), di girare l’Italia e scoprire come sono fatti questi benedetti italiani. Rispettivamente combattuti tra il self-control e la gioia di vivere, il signore e la signora Johnson passano da un ufficio ministeriale ad un centro statistico, dal linguaggio dei gesti alle avventure ancillari, da un viaggio in Sardegna ad una serie di esperienze romane.

1956 12 30 Tempo Billi Riva f1
Jerome Johnson e Paolo Ferrari rievocano il romantico amore dei duchi di Windsor nel quadro Nel 1936. Sotto, Marlene Dietrich e Vittorio De Sica, che appaiono attualmente in un film, rifatti da Diano Dei e Franco Pucci.
1956 12 30 Tempo Billi Riva f2

A proprie spese apprendono quale sia il comportamento sessuale dell'uomo medio italiano, quali prospettive abbia la donna professionista in Italia, e, soprattutto, quali siano i difetti più importanti degli italiani (visto che le virtù sono elencate da secoli nei libri di storia): e cioè la mania della critica, la passione per tutto ciò che è straniero, la gelosia, il terrorismo scooteristico e i concorsi a premi. Per restare tuttavia in carattere, lo spettacolo si conclude all’Italiana, vale a dire con una «pizza per tutti», pubblico compreso, il quale, tra una passerella e un ritornello di canzone, riceve dagli interpreti, nel gran finale, un’indovinata distribuzione di pizzette ancor calde.

1956 12 30 Tempo Billi Riva f4
Alba Arnova e Jerome Johnson sostengono in Gli italiani sono fatti così il ruolo della coppia inglese.

Allo spettacolo, in complesso abbastanza divertente, gioverebbe forse qualche sapiente taglio: intendiamo il quadro delle passeggiatrici intenerite dalla bimbetta sperduta, quello del cittadino vittima della burocrazia, il fattaccio di cronaca raccontato con un balletto. Ma dobbiamo anche dar atto a Bill! e Riva e ai loro validi compagni di una straordinaria comunicativa, e di un eccezionale impegno.

E poiché in ogni spettacolo vivo c’è sempre anche una piccola, piacevole sorpresa, vorremmo ricordare questa volta il giovane Nino Manfredi che, nelle vesti di Lionel Hampton o di Petrolini, dell’annunciatore TV o dello psicanalizzato, si è confermato una vera rivelazione del nostro teatro comico.


LA STATUA DELLA LIBERTÀ

— Ho sentito che in Italia c’è la statua della libertà.
— Macché statua della libertà: di', piuttosto, che c’è la libertà della statua.
— Come sarebbe...
— Si possono muovere le statue?
— No.
— Be’, questa è la libertà in Italia.

I CHIODI DEI FACHIRI

— Ahò, Roma sta diventando la terra dei fachiri: ne ho visti a decine, immobili, assenti, incrollabili, immarcescibili. Stanno seduti tutto il giorno, non sentono nessuno, tendono solo ai beni immobili.
— Ma chi sono?!
— I direttori generali dell'edilizia..
— Macché,ti sbagli. I fachiri son quelli che campano sui chiodi...
— Sono proprio quelli.

IL RAGAZZINO DEFICIENTE

Un americano miliardario ha due gemelli, uno sano, vivace, bello, l'altro altrettanto pieno di vita ma penosamente muto. Poiché il denaro non gli manca, l’americano tenta tutti i dottori e tutte le cure per farlo guarire, ma senza successo. La moglie, tuttavia, ha un’altra tesi: il miracolo. «Portalo a Roma», gli dice, «e vedrai che la città santa ce lo guarirà: lo sento.» L’americano, che non è molto convinto, storce la bocca, ma si decide a compiere il viaggio. Sbarca in Inghilterra, visita la Francia, la Svizzera, un po’ di Germania, poi scende in Italia e si stabilisce a Roma. Come ogni pellegrino d'oltre Atlantico, comincia la sua visita alla città dalle chiese, poi passa ai monumenti e così via. Il ragazzino lo segue sempre senza aprir bocca. Poi un giorno, attraversando una via di Trastevere, l’americano si ferma a guardare dei bambini che giocano a palla. Il figlio sorride e, con gli occhi, gli chiede di partecipare al gioco: commosso, il padre annuisce. Ma ben presto lo scherzo diventa pesante, il gioco si scalda, le incitazioni divengono insulti. Il figlio dell'americano salta per prendere la palla senza riuscirci; il più battagliero dei ragazzini romani lo assale a male parole: «Deficiente», gli grida, «non ne prendi una». Il piccolo americano si volta inviperito: «Deficiente sarai tu», risponde. Poi prende il padre sottobraccio e si allontana dignitosamente offeso. Il miliardario non sta più nella pelle, balbetta parole confuse, grida al miracolo, è l’uomo più felice del mondo. Appena giunto in albergo telegrafa alla moglie: «Avevi ragione. Miracolo avvenuto. Bambino parlato. Detto deficiente suo coetaneo». Tre ore dopo gli arriva la risposta: «Qui se c'è un deficiente sei tu: hai portato via ragazzino che parlava».

G.S., «Epoca», anno VII, n.326, 30 dicembre 1956


Epoca
G.S., «Epoca», anno VII, n.326, 30 dicembre 1956