Storia del Varietà, romanzo inesauribile d'arte e di avventure

Varieta


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Sui minuscoli palcoscenici dei “cafè-chantant” napoletani all'alba del secolo si affermarono i primi “quattro grandi" del varietà italiano: Nicola Maldacea, Elvira Donnarumma, Gennaro Pasquariello e Leopoldo Fregoli. Accanto ad essi trionfavano le bellissime “sciantose” le donne dai “ denti di brillanti " divoratrici dei cuori più illustri della società napoletana. Poeti celebri come Salvatore Di Giacomo e Trilussa mettevano il loro genio al servizio del varietà che appena nato già toccava i vertici del successo provocando scene di fanatismo.

Nella penombra di un palco di proscenio, il giovane colonnello Vittorio Emanuele di Savoia faceva evidenti sforzi per non partecipare all’ilarità che, con straordinaria frequenza, esplodeva fragorosa nella signorile sala del «Sannazzaro». Fu una sorta di duello tra la comicità e l’etichetta. Vinse la comicità, e il Principe di Napoli fu costretto a nascondere il volto dietro ai guanti per non far vedere ai napoletani che il futuro re d’Italia rideva veramente di gusto. Sul palcoscenico del famoso teatro di via Chiaia, in quella sera d’aprile del 1891, si produceva nelle sue prime divertenti «macchiette» un comico quasi sconosciuto, poco più che ventenne: Nicola Maldacea, lo stupefacente giovanotto che coi suoi lazzi e le sue personali interpretazioni aveva fatto ridere, nientemeno, Eduardo Scarpetta e Gennaro Pantalena, due ben dotati ed esperti campioni della comicità.

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«Un attore di prosa, per illustre e sommo che sia, interpreta un tipo o un carattere ogni sera; Maldacea ogni sera interpreta e fa palpitare dieci tipi differenti»; queste parole di Ferdinando Russo, inserite più tardi alla prefazione alle «Memorie di Maldacea», curate da Federico Petriccione, ci autorizzano a collocare il grande comico napoletano in una posizione di preminenza, oltre che di precedenza, nella storia del varietà italiano. Sul certificato di nascita del nostro varietà si legge, infatti, una data che è molto vicina a quella del debutto di Nicola Maldacea.

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Figlio di un maestro elementare, il creatore della macchietta satirica nacque a Napoli nell'ottobre del 1870, e a tredici anni frequentò una scuola di recitazione rivelando presto il suo talento e un’istintiva comicità, che lo spingeva irresistibilmente a cogliere i suoi tipi dalla vita vera, dalla strada. Ma purtroppo le sue singolari creazioni sembravano destinate a non uscire dai limitati orizzonti dei periodici ricevimenti patrizi che, nella Napoli di cinquanta o sessantanni or sono, tenevano ad assicurarsi l’intervento di un comico dilettante il quale, per pochi centesimi, si assumeva l’impegnativo incarico di allietare i convenuti.

A quei tempi gl’impresari non avrebbero concesso ai piedi plebei di un macchiettista dialettale il privilegio di calcare le scene di un teatro di varietà, magari di media importanza. Era ammessa solo qualche rara cantante napoletana, nel repertorio di quelle melodie che già cominciavano il loro trionfale cammino per le vie del mondo, ma i numeri di attrazione dovevano essere stranieri. Dive, divette, eccentriche, «sciantose», ecc.. dovevano essere, come minimo, francesi. Non esisteva la dicitrice, ma la «diseuse»; non si accettavano le stelle, c’era posto solo per le «étoiles». Rivolgersi al direttore di un locale, magari del più napoletano teatro di varietà, e chiamarlo, appunto, direttore, era press'a poco come dargli del ladro o del mascalzone: bisognava chiamarlo «directeur».

Così stando le cose, il nascente astro della comicità. Maldacea, rischiava di continuare a languire nei ricevimenti periodici, nutrendosi di molte illusioni e di poco pane, poiché lavorava saltuariamente e non sapeva come arrivare al «directeur» di un signorile «cafèchantant» per imporgli le sue macchiette napoletane e ottenere, così, un «engagement». E invece, un coraggioso impresario, Marino, che da poco aveva trasformato il "Salone Margherita” da sala per concerti in caffè concerto, gli offrì inaspettatamente un mese di contratto a dieci lire per sera. Primo pensiero di Nicola Maldacea. fu quello di precipitarsi dal più illustre fra gli autori delle sue prime macchiette, Salvatore Di Giacomo, per annunziargli in uno stato di straordinaria eccitazione:

«Don Salvatò, ’na grande notizia!»
«Che è successo, Nicò?»
«Finalmente pure io potrò mangià tutt’ ’e juome!»

Poteva mangiare tutti i giorni, finalmente! Già. Perchè, tanto per la verità, colui che doveva diventare il più applaudito macchiettista di tutti i tempi, aveva già dovuto brillantemente affermarsi, suo malgrado, come un digiunatore capace di battere Succi e molti fra i più famosi fachiri specialisti in prolungati digiuni. Il guaio era che il buon Maldacea, la parte dell’imbattibile digiunatore aveva dovuto sostenerla a lungo nella realtà della vita, e non nella finzione scenica.

L’indomani, 28 maggio 1891. Maldacea si presentava dunque a quella che, allora, era reputata la più esigente platea d’Italia nel campo del caffèconcerto. Ma quando egli apparì nella sua buffa e inattesa truccatura, io accolse un silenzio gelido e ostile. Alle prime battute della sua macchietta, il barone Compagna, gentiluomo di Corte della regina Margherita, riuscendo a stento a reprimere un moto di disgusto, si rivolse al suo vicino:

«Principe! Ma voi sentite che roba? Questo comicastro non sa cantare in francese!»
«E’ "absolument” inaudito! — si associò, ”de tout son coeur”, il principe di Linguaglossa, profondamente nauseato. — E’ un ignoto "comique” che sa "chanter” in volgare ”napolitain”! Ma dove siamo?»

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Erano semplicemente in una barcaccia del "Salone Margherita”, nella Galleria Umberto I: vale a dire, nel cuore di Napoli.

Ma Nicola Maldacea stravinse la sua battaglia. Per dirla in gergo teatrale. «piantò il chiodo»: entusiasticamente applaudito anche da quelli che. al suo apparire, avevano arricciato il naso, fu costretto a concedere parecchi bis. Dopo lo spettacolo, la florida eccentrica tedesca, Mirz KirsChner, ammise che nella sua carriera artistica non aveva mai dovuto registrare quella specie di fanatismo; il ventriloquo Paul Carn», anche lui tedesco, seguito a Maldacea. fece quella sera il suo numero tra la generale indifferenza: e si che a Napoli non si era mai visto un ventriloquo prima di quelle sere.

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Dal mezzo naufragio si salvò invece la bella parigina Lucy Vraim, beniamina degli elegantoni, specializzata nell'invitare il pubblico a ripetere in coro il ritornello di una canzonetta francese in voga. Ma il successo di Maldacea fu veramente trionfale; clowns, ginnasti, eccentrici, "chanteuses", "étoiles”, "danseuses”, equilibristi, tutti rimasero a bocca aperta per l’inatteso successo del loro ignoto compagno d’arte. I cantanti comici ammessi aironore di calcare le scene dei varietà di allora, non avrebbero mai osato presentarsi ai pubblico come Maldacea, che caratterizzava ogni tipo con la più scrupolosa precisione, si che un vigile municipale era effettivamente un vigile municipale, un prete era un autentico prete, una servotta era proprio una servotta, ecc.

Il prototipo dei comici di allora era raffigurato da Berardo Cantalamessa, raffinato, elegante alla maniera del famoso Paulus francese: in scena indossava il frac rosso, coi pantaloni corti di seta nera. Cantalamessa merita un posto notevole nella gerarchia del varietà italiano, forse coetaneo di Maldacea, lo aveva preceduto nel crearsi una certa fama. ma fu poi oscurato dall’irresistibile macchiettista, e. con pronto intuito del pericolo, preferì emigrare in cerca di nuove fortune. Al nome di Cantalamessa resta legata una canzoncina che fece letteralmente sbellicare le platee italiane: «’A risa». ovvero la risata, una macchietta ingenua, che in virtù della sua tecnica, contagiava il pubblico trascinandolo in una irrefrenabile ilarità:

Io tengo ’a che so' nato
’nu vizio gruosso assai
nun l’aggio perso mai va trova lu pecchè...
M’è sempe piaciuto de stare in allegria,
io la malincunia
nun saccio che robb’è!
De tutto rido, e che ce posso fa'?
Ah, ah, ah, ah! (ride)
Nun me ne m’porta si stongo fa sbaglià!
Ah, ah, ah, ah! (ride).

E qui la risata diventava ritmica, prolungata, convulsa, si propagava a tutta la platea e diventava coro.

L’ultimo decennio del secolo scorso vide anche i primi successi di Leopoldo Fregoli, il trasformista che nessuno al mondo è mai riuscito a uguagliare. Nato a Roma da buona famiglia senese, Fregoli fu costretto assai presto a guadagnarsi la vita coi mestieri pili strani: da cameriere di trattoria a orologiaio e meccanico
delle ferrovie.

Da militare fu mandato a Massaua per punizione, e laggiù, in un teatrino improvvisato, si fece promotore di spettacoli per la truppa. Fu così che ebbe modo di specializzarsi nelle sue sbalorditive trasformazioni e di perfezionarsi come ventriloquo. Dopo il congedo cominciò la serie dei suoi trionfi: anche lui, come Maldacea, entusiasmò le platee del "Romano” prima, e poi del "Maffei” di Torino, del "San Martino” e ”del Trianon” di Milano, del "Salone Margherita” e della "Sala Umberto” di Roma, del "Ridotto” di Venezia, del “Kursaal” di Palermo, del ”S. Giorgio” di Catania, del "Politeama” di Livorno, dell’ "Apollo” di Firenze, dell’ "Ideal” di Messina, nonché di tutti i migliori varietà d’Italia e dell’Estero.

Come si è detto, gli artisti italiani erano una esigua minoranza. e sui programmi dei varietà di fine secolo figuravano in gran parte nomi esotici. Yvette Guilbert mieteva successi clamorosi come "diseuse” di grazia, mentre la bella Otéro, la cui figura leggendaria è stata presa a prestito da molti autori di riviste come esemplare della "sciantosa" rubacuori, si faceva applaudire freneticamente in certe sue singolari interpretazioni. Ma nell'affollata scala delle rubacuori un posto di rilievo spetta alla bionda napoletana Amelia Faraone, figlia di un agente di cambio che si era rovinato in una infelice operazione di Borsa. Strano che la napoletanissima Amelia Faraone, per essere presa in seria considerazione a Napoli, abbia dovuto prima lottare e vincere a Milano. La bellissima Pina Ciotti, figlia d’arte, passava con disinvoltura dalle ambite scene dell’operetta a quelle del varietà.

Lina Cavalieri, romana, figlia di un giornalaio, infiammò un certo numero di cuori in alcuni teatri di varietà italiani, dopodiché preferì trasferirsi a Parigi e darsi alla lirica. Ma forse l’affascinante bellezza le fece raggiungere vette che difficilmente avrebbe raggiunto in virtù esclusiva del suo talento artistico. Ma se Lina Cavalieri era partita alla conquista di Parigi, la capitale francese ci mandò una seducente parigina, Eugénie Fougére, che in poche sere ebbe ai suoi piedi i più raffinati «habitués» del ” Salone Margherita ” di Napoli. Cantava in tre o quattro lingue, e portava gioielli di tale valore, che un agente in borghese doveva farle costantemente da guardia del corpo, almeno quando il medesimo non era impegnato in amorosi duetti.

Erano i tempi in cui gli studenti andavano al «caféchantant» di sotterfugio, come a un peccaminoso convegno, mentre i «viveurs» vi si recavano con una cert’aria scettica e un sorriso lievemente amaro, da stanchi della vita. Erano i tempi in cui i figli di papà si rovinavano per le «sciantose». o impugnavano le spade da terreno e duellavano (naturalmente in una livida alba) per contendersi le grazie di una ingioiellata «diseuse». Nei varietà. allora, non si vedeva mai una signorina di buona famiglia. Erano locali per uomini «avidi di piacere». Raramente vi si vedeva qualche signora accompagnata dal marito. E se vi entrava una donna sola, gli uomini si davano di gomito e. strizzando l’occhio, si dicevano sottovoce: «E’ una di quelle». Gli appassionati attendevano le maliarde all’uscita e non di rado, ammaliati, le seguivano in codazzi.

Un’altra bella francese, Lucy Nanon. venne a cercare successi di varia natura in Italia, e a Napoli ella trovò un ricco e geloso protettore che una volta, avendola vista nell’atto di baciare Maldacea senz’alcun fine sentimentale, durante la prova di un duettino comico, estrasse la rivoltella e la puntò contro il simpatico macchiettista: una mano provvidenziale deviò il colpo e ci conservò il grande Maldacea.

Un’altra napoletana, Emilia Persico, di eccellente famiglia, doveva trionfare sulle scene del varietà prima che sorgesse il nuovo secolo. Salvatore Di Giacomo s’innamorò pazzamente di lei e le dedicò versi densi di passione napoletana. Ma i due astri più fulgidi della vecchia e sempre viva canzone napoletana si facevano faticosamente strada fra le mille difficoltà degl'inizi che sembravano tenacemente contrastati da quel maligno destino che ha reso a volte persino eroica la fede e la passione di tanti illustri artisti: Elvira Donnarumma e Gennaro Pasquariello. i due cantanti che per decenni hanno riempito della loro personalità tutti i teatri, grandi e piccoli, del varietà. Pasquariello, oggi settantasettenne. era figlio di un sarto e sarto egli stesso. Ma abbandonò l’ago per la canzone napoletana, e fu una grande fortuna per tutti: la sorte tolse dalla circolazione un pessimo sarto e ci regalò un grande artista. Pasquariello. uomo dai due volti e dalle due anime, è stato il solo cantante che sia riuscito con uguale efficacia, a commuovere con la canzone drammatica e a divertire con quella comica. Lo stesso si può dire di Elvira Donnarumma, cbe tanta strada fece dal lontano giorno in cui debutto nella squallida Birreria dell’Incoronata. Da bambina, in una sera di maggio del 1891. colse il primo insperato successo al «Petrella» di Napoli, dove una compagnia di guitti doveva cimentarsi in un drammone: «Le due orfanelle».

Mancavano pochi minuti all'inizio dello spettacolo. D buttafuori aveva già gridato in quinta il sacramentale «chi è di scena!». Ma furono di scena. del tutto inattesi, due agenti dì questura: venivano ad arrestare il portaceste, padre di una delle due orfanelle. per un certo furtarello. La figliola dell’arrestato, dolorosamente colpita, non fu in grado di sostenere il suo ruolo. Tra le quinte, solitamente piene di miseria e di malinconia, si diffuse un senso di penoso abbattimento: tutto, insomma, lasciava prevedere un mezzo disastro. La piccola Donnarumma, che frequentava la compagnia solo per la sua segreta passione per le scene, salvò la situazione. «Beh, — ella gridò — che artisti siete se vi perdete di coraggio per così poco? Forza! Non è successo niente! Il pubblico reclama! Su il sipario! In scena! E nessuna paura! La parte deU'orfanella la faccio io!». E fu il primo clamoroso successo della Donnarumma. che solo più tardi doveva dedicarsi alla canzone.

La vivissima simpatia di Pasquariello per il denaro ha offerto spesso lo spunto per punzecchiare bonariamente l’artista. Una sera, trentanni fa, al "Politeama” di Napoli, in un palco di giornalisti, c’era anche Edoardo Scarfoglio. amico e ammiratore di Pasquariello. Questi, al suo turno, venne alla ribalta e annunziò il titolo di una canzone:

«Canto p’ ’a luna!».
«Bugiardo!» gridò scherzosamente Scarfoglio. «Tu canti p’ e’ llire!». 

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Ma agl’innocui motteggi della platea, Pasquariello sapeva sempre ridere, come sapeva far ridere.

Il sipario si chiudeva cosi sul «gran finale» del secolo diciannovesimo, mentre sulla scena trionfavano nelle loro mai raggiunte interpretazioni Nicola Maldacea, Leopoldo Fregoli, Elvira Donnarumma e Gennaro Pasquariello: i primi quattro «grandi» della storia del varietà italiano.

Vincenzo Rovi, «Tempo», anno XIII, n.6, 10-17 febbraio 1951


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Vincenzo Rovi, «Tempo», anno XIII, n.6, 10-17 febbraio 1951