La signora dalle piume di struzzo

Rivista

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La rivista entra nella storia dello spettacolo rivendicando, con Aristofane, le sue radici classiche.

Dunque, dietro i lustrini e le «paillettes», dietro le piume di struzzo i «puntini» e gli strascichi c’è una storia con tanto di polvere sul giallo avorio di vecchie pagine; c'è una storia dietro i nasi di cartone e i ceroni violenti dei comici, dietro le loro giacche a quadrettoni, dietro le loro palandrane, i loro cilindri, bombette, cappelli a caciottella, dietro le loro scarpe scalcagnate o di impeccabile vernice; c’è una storia dietro le scale dalle quali discendono le soubrettes, una storia dietro i copioni

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Titina Cocchi, colonna delle formazioni dell’impresario torinese Fiandra. Tra le dive più acclamate, Isa Bluette. Si era alle origini, ma già il successo del nuovo genere si profilava netto. 

segnati a matita rossa e turchina dai direttori di scena, dai coreografi, dai suggeritori e dai maestri dell’orchestra, una storia dietro i siparietti rosa, gialli, turchini eccetera eccetera che separano un quadro da un altro quadro come un tagliacarte stacca una dall’altra le pagine di un libro, una storia dietro i macchinari che muovono lune, stelle, navi, fiori giganti e cosi via sui fondali, una storia dietro la parrucca del caratterista e il canestro di rose della subrettina, una storia dietro l’occhio arcigno del censore e la sua matita avida e aguzza come il becco di un corvo; c’è una storia dietro tutto ciò, una storia che risale addirittura a cinquecento anni avanti Cristo, quando la rivista nacque, sotto il sole della civiltà greca, tenuta a battesimo da quei commediografi di qualche ingegno che furono Aristofane e Cratino.

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 Ben presto la rivista sottrasse le più belle «soubrette»» all'operetta. Tra le prime convertite fu Nanda Primavera.Anche Ines Lidelba, grosso nome dell'operetta, passò con successo al nuovo genere che ormai si era imposto. 

La rivista è un genere di spettacolo e dunque un’espressione del costume, nacque quando si scopri che era possibile stabilire un divertente parallelismo satirico e paradossale, fra alcune immagini della vita e una certa forma di spettacolo; se ne può dunque fare la storia, come di un qualsiasi genere letterario. In un divertente libro, da poco uscito, Dino Falconi e Angelo Frattini, che nel mondo della rivista - e del teatro - ci hanno vissuto per trent'anni - e ancora ci vivono e lavorano e sfornano idee e copioni - questa storia l'hanno raccontata, alla buona, in chiave aneddotica e spiritosa, senza darsi arie d’eruditi ma scoprendo, dov'era il caso, nutrite batterie di documentazione e di dottrina, le loro brave ricerche in biblioteca le hanno fatte e in più hanno tutti e due una di quelle memorie e a molte delle cose che raccontano si sono trovati in mezzo, le hanno viste e vissute di persona.

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Lydia Johnson proveniva dalle file del vecchio varietà. Sua figlia Lucy d’Albert ha rinnovato i successi materni.  Anna Fougez, il cui nome è rimasto legato, come simbolo di un'epoca, all’interpretazione della canzone «Vipera».

Dunque, la storia della rivista comincia con Aristofane e Cratino («Le nuvole», «Gli uccelli», «Le vespe», «Le rane», «La pace» il primo, «La bottiglia» e «I satiri» il secondo). Queste naturalmente sono le origini remote e dotte, il genere satirico e parodistico non si distingue, al suo nascere, dal grande teatro comico. Poi scompare, ché a Roma Plauto e Terenzio sono assai più autori comici che satirici, anche perché, quanto a libertà di parola, di frizzo o di sberleffo Roma non reggeva certo il confronto con la democratica Atene. Dove sono andati allora, i due compilatori di questa storia del teatro minore, a cercare i germi di quella che sarebbe stata poi la rivista dei tempi moderni?

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Poveri e romantici gli inizi; la prova di una rivista di trent'anni fa: nello stesso stanzone le ballerine, i costumisti e gli scenografi.

Nientemeno che nelle Sacre Rappresentazioni medioevali, nei motti e nei lazzi di quei personaggi vivi, plebei e per niente infernali che erano i «diavoli» i quali, come è noto, intervenivano nelle edificanti vicende e fra la Vergine e Nostro Signore, fra le Pie Donne e gli Apostoli mettevano salti acrobatici, fumi e tiritere pagliaccesche, buttandosi spesso sull’attualità, tanto che non di rado i loro lazzi si riferivano all'ultimo avvenimento del giorno.

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 Petrolini nella macchietta di Gastone. La rivista come satira era il genere a lui più adatto.Milly e Camillo Pilotto in «Broadway», di Dunning e Abbott, commedia musicale americana che fu presentata da Za-Bum. 

Poi, un gran salto e si arriva ai celebri «Vaux de Vire». Celebri, dicono Falconi e Frattini strizzandosi l’occhio, perché da «Vaux de Vire» deriva il popolarissimo termine francese «Vudevile». Ma chi aveva il menomo sospetto di questa singolare etimologia? Si sappia, dunque, d’ora innanzi che l’espressione «Vaudeville», con la quale si intende una commedia a intrigo farsesco «melée de couplets» cioè frammista a strofette cantate, non è che la contaminazione delle parole «Vaux de Vire», il nome di una località, le valli di Vire, nelle quali si tenevano sagre annuali cantate - sul tipo, per esempio, della nostra Piedigrotta. Ora avvenne che un certo Oliviero Basselin, nel XV secolo, inaugurava in quelle sagre un tipo di canzone arguta e maligna che pare avesse qualche punto di contatto con quelli cne, nel nostro tempo, si chiamano, in gergo di rivista, «couplets d'attualità».

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Il primo manifesto di «Turlupineide», la rivista di Renato Simoni che venne rappresentata nel 1908 con enorme successo. Ecco Rascel nella divisa di corazziere con il cimiero e la sciabola: una macchietta famosa. 

Dalle valli di Vire le canzonette satiriche si trasferivano poi a Parigi ed entravano addirittura nei teatri. Il gioco era fatto. La rivista era nata una seconda volta. D’altronde. Molière e Lulli avevano già creato la commedia-balletto e la famosa compagnia dei Comici Italiani che agiva, nella seconda metà del Seicento, all’Hòtel de Bourgogne, introduceva, nelle «pièces» che rappresento a, arguti «couplets» su motivi popolari che il pubblico riprendeva in coro. Né valsero le proibizioni, imposte dai potenti che le maligne strofette stuzzicavano, o dai rivali dell'Opéra dell’Académie de Musique» e della «Comédie Frangaise»; vietati per disposizione superiore i dialoghi cantati, i comici del sobborgo periferico di Saint Denis, succeduti agli italiani dell’Hótel de Bourgogne, riducevano i dialoghi a monologhi mentre un interlocutore fintomuto rispondeva a gesti e mostrava agli spettatori una serie di cartelli sui luali a caratteri molto vistosi erano fritti i «couplets»; il pubblico intonava in coro e il dialogo veniva così ristabilito; con la partecipazione diretta degli spettatori e dunque un effetto satirico addirittura travolgente.

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 Dapporto quando fa «il libraio Piemontese». Prima d’arrivare al teatro egli è stato garzone, barman, cantante di tabarin.Totò in passerella. Trent’anni fa si presentava sui manifesti come «imitatore di De Marco». 

E le satire sceneggiate, un secolo dopo, di Teophile Gautier? La rivista sollecita i più raffinati ingegni letterari, ve l'immaginate l’autore di «Smalti e Cammei» e di «Capitan Fracassa» alle prese con una parodia folcloristica della Spagna, il paese che era allora di moda? Eppure «Le voyage en Espagne» di Teophile Gautier fu una classica rivista scritta per ritorsione a una «zarzuela» che furoreggiava a Madrid. «El Viaje a Paris». E le riviste di Scribe? «Le combat des montagnes», «Le café des Variétés», «Tous les vaudevilles ? Ci si avviava a gran passi verso l’operetta, di cui sarebbe inutile rievocare qui i fastigi, quantunque nel libro di Falconi e Frattini un lungo capitolo, che è anche uno dei più gustosi, vi sia dedicato per intero.

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Ma la rivista moderna nasce in Italia nel 1881, quando un compositori brasiliano che si chiama Carlos Gomez mette in scena a Milano, al teatro Fossati il vecchio teatro Fossati di corso Garibaldi, ora divenuto un cinema rionale - uno spettacolo dal titolo in dialetto milanese: «Se sa minga...». Successo frenetico. Il Gomez sforna subito un’altra rivista: «Nella luna fantasia burlesca con immediati richiami d’attualità, che ripete e moltiplica il successo della prima. Gomez, che poi dovrà essere anche l’autore di un'opera, «Il Guarany», accolta alla Scala da entusiastici applausi, si scrive da sé le parole e la musica, le scenette comiche e le parodie. Bei tempi. Quando Carlo Bertolazzi e Francesco e Giovanni Pozzi - il primo direttore e fondatore del «Guerin Meschino», il secondo critico teatrale del «Corriere della Sera» affidavano alla compagnia di Davide Carnaghi, che agiva allora al teatro Carcano - quella loro rivista, «El sogn del Milan» nella quale il Camaghi creava un personaggio indimenticabile il famoso «Togasso» e che veniva replicata per mesi e mesi.

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La Osiris in un'inconsueta immagine di qualche anno fa e perciò più preziosa. Ma era già la Wandissima.Le tre Nava, che qualcuno ha definito «le sorelle Marx» della rivista. Da sinistra: Lisetta, Pinuccia e Diana. Sono figlie di un notissimo comico romano, Brugnoletto. Hanno portato nel cosiddetto teatro minore un’ilare scarica elettrica.

Ma una pietra miliare, nella storia della rivista italiana, è segnata da «Turlupineide» di Renato Simoni, andata in scena nel 1908. Presentatore d’eccezione: Ferravilla nei panni buffoneschi di Tecoppa. C'erano tutti, nella rivista di Simoni, parodiati e messi in burletta con un garbo inarrivabile: D'Annunzio e Giolitti, Luigi Luzzati e Enrico Ferri, Sidney Sonnino e Mascagni, Leoncavallo e Toscanini. Franchetti e Boito, Caruso e Turati, Eusapia Paladino e Giuseppe Marcora, Marco Praga e Giannino Antona Traversi. Dante Alighieri faceva da maggiordomo a Gabriele d'Annunzio, che fra l’altro intonava, con una delle sue più famose protagoniste, Basiliola, un duetto di questo genere, sull’aria del popolarissimo «E levate 'a cammesella»: «Facciamoci un piccolo incesto...» «Un incesto 'gnor no, 'gnor no...». E in un altro quadro Filippo Turati cantava, sull’aria dell'inno dei Lavoratori: «Nel bel mezzo del salotto - splende il sol dell’avvenir!...».

Allora, del resto, anche i commediografi non sdegnavano di scrivere riviste. Ne scrivevano così Silvio Zambaldi, Alberto Colantuoni, Gioacchino Forzano. Enrico Serretta, Carlo Veneziani, Arnaldo Fraccaroli. La rievocazione di quei tempi, col nuovo genere di spettacolo che, approfittando della decadenza dell'operetta, dilagava, riporta in primo piano sullo schermo della memoria - memoria di anziani, naturalmente, ma anche di giovani ai quali bastano quelle vecchie foto sbiadite per eccitare la fantasia - la Milano notturna de «La Taverna rossa» del vecchio teatro San Martino e del Trianon, dell'Olimpia appena ormata in sala di spettacolo da velodromo che era; quando Badodi, conn quel suo studio vagamente Liberty in via Brera era il fotografo ufficiale delle celebrità della prosa, della rivista, dell'operetta e della scena lìrica, il Savini era ancora un ritrovo d’artisti e di giornalisti e Da Verona passeggiava su e giù per via Manzoni, coi suoi levrieri e la sua ardente canizie.

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A sinistra: Elena Giusti è figlia d’arte. I suoi genitori erano con Petrolini. E' la «soubrette» della comicità
signorile. Sopra: Walter Chiari, il più giovane dei comici di rivista. Ha una comicità un po' goliardica ma
moderna e intelligente. Sotto: Taranto ha sfatato la leggenda del comico eternamente tonto:
come pochi, è pure mobilissimo e duttile attore. 

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Poi venne il fascismo e la vita, per la rivista, diventò più difficile. Ma questa è storia di ieri. Ecco le riviste di Galdieri, di Ramo, di Falconi e Biancoli, di Fintini, la scintillante parentesi dei fratelli Schwarz, che col «Cavallino Bianco» rispolverarono i fulgori della vecchia operetta, di Mosca, di Guareschi e di Carlo Manzoni, di Achille Campanile, di Nizza e Morbelli, di Marcello Marchesi, Nelli e Mangini, Cutolo e Poiacci, Puntone e Verde, Amendola e Maccari e della coppia d'assi che risponde ai nomi di Garinei e Giovannini. E' impossibile, materialmente, elencarli tutti, gli autori, diciamo così, del tempo nostro. Ma Falconi e Frattini, con la loro buona grazia, il loro scrupolo, la loro infinita pazienza e la loro formidabile memoria, si può ben dire che li abbiano elencati tutti, senza lasciarne uno solo nella penna. E del mondo attuale della rivista hanno fatto un ritratto vivo e brillante, pieno d’aneddoti. di episodi, di figurette tracciate con bonaria ironia. Un capitolo, ini titolato «Il giro del mondo in ottanta riviste» dà un panorama completo di ciò che è, allo stato attuale, rivista all'estero, soprattutto i n Francia, che è, della rivista moderna. la culla, e in America. E vi spiegano così qual è la differenza fra la cosiddetta «grande revue» a base di alunghe di piume e di epidermidi femminili in libertà - gli spettacoli, per intenderci, delle «Folies Bergere» e del Casino, e la tipica «revuette» parigina, scritta o creata lì per lì dai parigini e dedicata esclusivamente ai parigini, sprizzante di intelligenza, d'allusioni e di sottintesi; e vi spiegano come la «show» americana è prima di tutto musica e poi canto e danza; e poi sfoggio di complicate scenografie architettoniche e di fastosissimi costumi.

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Mario Riva e Riccardo Billi in un quadro della rivista «I fanatici» con Maurence e Boble. Riva viene dalla falange dei «presentatori», Billi dalla paziente «gavetta» dell'avanspettacolo. Il loro incontro ha segnato l'inizio del loro successo.

E vi parlano di Burlesque o, passando alla Spagna, della Zarzuela o, tornando in America, della Crazy Show o rivista pazza, alla Hellzapoppin. Insomma, vi informano su tutti i modi e i generi possibili della rivista nel mondo. Poi tornano in Italia e, nella seconda parte del libro, si divertono a disegnare una serie di «ritratti in passerella» in cui comici e dive della rivista italiana sono minuziosamente raccontati, interpretati. Qui i cronisti bonari digitano critici acuti, educati e divertenti. La galleria dei comici e delle soubrettes diventa una cosa viva, quei personaggi caratteristici par di vederli, appunto correre sulla passerella durante i vertiginosi finali, i comici dinoccolati e mordenti. o placidi e apparentemente tonti, le belle donne, con le toilettes scintillanti, insomma tutti coloro che prendono parte al fastoso girotondo cosiddetto teatro minore; che tra altro - dare un'occhiata agli ultimi capitoli del libro, quelli che parlano di cifre - non si capisce perché debba continuare a chiamarsi cosi.

Roberto De Monticelli, «Epoca», anno IV, n.148, 2 agosto 1953


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Roberto De Monticelli, «Epoca», anno IV, n.148, 2 agosto 1953