Ridono a crepapelle anche le persone intelligenti

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«Lo svitato» di Dario Fo è un giovane che vuol fare il giornalista ad ogni costo. Per questo cerca non di informare la gente ma di mettere la città a soqquadro. Il film sarà girato a Milano.

«Furto alla Scala impossibile, meglio rubare cani». Fu questo telegramma che dette il via per l’ultima fase del loro lavoro intorno al copione, poche settimane fa, a Dario Fo, Fulvio Fo, Augusto Frassineti, Carlo Lizzani, Massimo Mida, Bruno Vailati, i sei che firmano il soggetto e la sceneggiatura del film Lo svitato. Il telegramma lo fece da Milano il produttore Nello Santi, dopo aver constatato l’impossibilità tecnica di far succedere nell’interno del massimo teatro italiano quello che gli autori del film avevano pensato. I sei che ricevettero il telegramma a Roma si gettarono allora sulla seconda soluzione prevista come riserva, il furto dei cani, e la svilupparono in modo così soddisfacente che adesso, neanche se avessero la Scala a disposizione notte e giorno per tre mesi, sarebbero disposti a tornare indietro. Piuttosto, della Scala si servirebbero per un altro film. Dei sei che abbiamo nominato, Dario Fo è anche il protagonista del film, lo «svitato» per eccellenza; Lizzani è il regista, ed ha come aiuti Mida e lo stesso Fo; Vailati è il «producer». Le riprese sono cominciate a Milano, lunedì 10 ottobre.

LIZZANI DIRIGERÀ UN FILM SU NUVOLARI

Lo svitato, a differenza di altri film che pure hanno come titolo un’espressione di gergo popolare, è un film comico, un film di cui, se non ci sbagliamo, non mancheranno motivi per parlare; così come, per fare un esempio, s’è parlato e si continua a parlare degli spettacoli musicali Il dito nell’occhio e Sani da legare. Nessuno s’aspetti, naturalmente, una trasposizione cinematografica della formula di quegli spettacoli, che erano soprattutto un modo classico e al tempo stesso nuovo di far del teatro. La gente che lavora a questo film è troppo preparata per cadere in una simile confusióne: ha, invece, dovuto cercare un modo nuovo e al tempo stesso classico di fare del cinema comico. Inutile sarebbe, inoltre, sospettare in questo film una intonazione politica, un sottinteso di polemica, sia pure culturale; tutti sanno che Lizzani è uomo di sinistra, e che di sinistra sono stati gli spettacoli dai quali viene Fo; ma entrambi, evidentemente, pensano che si può onestamente chiedere al pubblico di giudicare un film per quello che vale, e cioè per il modo in cui l’attore recita e il regista dirige; tanto più che il pubblico, quando è intelligente, non è disposto ad usare altro metro di giudizio. Questa volta, perciò, Lizzani vuol fare soltanto un buon film comico, che sia diverso dagli altri perché migliore, e non viceversa.

Molte cose, tuttavia, sono in questo film diverse dal solito. Già il produttore, Nello Santi, uomo di mondo, d’industria e di buone letture, è molto lontano dalla macchietta tradizionale del produttore ignorante e conformista che nel mondo del cinema, pur non essendo la regola, resta una triste e frequente eccezione. Santi ha scritturato Lizzani per due film: dopo questo comico, «producer» lo stesso Bruno Vailati, Lizzani dirigerà Nuvolari, un film biografico del costo di duecentocinquanta milioni.

MILANO. Nei teatri di posa di via Pestalozza, Franca Rame posa per un provino, prima dell’inizio delle riprese del film Lo svitato.

I REGISTI COMICI HANNO L’ARIA TRISTE

Lizzani ha una cosa in comune con i migliori registi di film comici del mondo: ha l’aria triste. Alto, magro, serio nel passo e nel gesto, con uno sguardo indecifrabile dietro gli occhiali, Lizzani aspettava da anni l’occasione di dirigere un buon film comico. Sa che la comicità è meccanismo, sa che la sua freddezza è necessaria. Impassibile, misura la giacca di Dario Fo, gli prova un basco, glielo toglie, lo spettina capello per capello; e Fo con eguale serietà obbedisce e discute, perché nemmeno lui crede alle improvvisazioni.

Il personaggio di uno svitato com’è il protagonista di questo film, sospettiamo che Fo lo avesse in mente da anni; ora che è stato confezionato, deve indossarlo in modo che non gli faccia una grinza.

Fo è un giovanotto di vario talento, ma è soprattutto un testardo; o, se si preferisce, un tenace. Non c’è modo di indurlo a scegliere la soluzione più comoda, quando lui si è convinto che la strada più conveniente da seguire è un’altra. Lo consideravano quasi un pazzo quando rifiutò, anni fa, di continuare per la radio alcune macchiette nelle quali aveva ottenuto un bel successo; ma Fo non voleva legarsi a un tipo, sapeva che quel legame sarebbe stato una condanna per lui quando il pubblico, inevitabilmente, si sarebbe stancato; e nessuno lo considerò più un pazzo quando, qualche anno dopo, ebbe il successo che si ricorda come uno dei tre autori-interpreti del Dito nell’occhio, con Franco Parenti e Giustino Durano. L’anno dopo, i Sani da legare rivelarono l’aristocratica ambizione di compiere ancora un passo avanti, di non fermarsi a sfruttare il successo raggiunto. Finiti i Sani, Fo si trovò a Roma ed ebbe offerte di ogni genere, per il teatro, per il cinema, per la televisione; ma le vagliò, ostinata-mente, senza lasciarsi commuovere né dalla convenienza economica né dall’ambizione di far tutto da solo (non vuol mai fare il passo troppo lungo, benché le gambe non le abbia certo corte); alla fine la sua dolce testardaggine ha vinto, si direbbe che questo Svitato sia proprio il traguardo che Fo s’era prefisso, per ora, di raggiungere.

Lo svitato, protagonista del film, è un certo Achille, personaggio creato ispirandosi liberamente ad almeno una dozzina di tipi che ogni giornalista milanese ben conosce: si tratta di quei giovanotti che bazzicano, o meglio bazzicavano gli anni scorsi, per le redazioni di certi quotidiani del pomeriggio, attirati dal fascino vistoso di quel mestiere, servizievoli e senza stipendio, pronti a far da galoppino ad ogni cronista nel sogno del «pezzo», del «colpo», della «firma», e avendone in cambio solo la soddisfazione di farsi credere «giornalisti» dai conoscenti occasionali (soddisfazione che ai giornalisti professionisti, per la verità, può sembrare una bella prova di «svitamento».

«Svitato» ha, se non erriamo, un senso che non è quello di «balordo». Lo svitato è uno strampalato di buona volontà, fondamentalmente un buono e un ingenuo. «Balordo», ovvero disonesto, si rivela invece l’amico e compare dì Achille, un certo Gigi, che cercherà di servirsi della ingenua passione giornalistica di Achille per organizzare un colpo truffaldino, di paradossale concezione. (Per la parte di questo truffatore, è stato scelto un non professionista: un rispettabile giovanotto, piccolo, tarchiato e ricciuto, Leo Wechter, nella vita d’ogni giorno segretario della Lega per la lotta contro i tumori).

La protagonista femminile, quella che alla fine sposerà lo svitato, è Franca Rame, la moglie di Dario Fo. Ha un personaggio che sembra creato su misura per lei: una ragazza di una bellezza vistosa, improbabile, prepotente, arredatissima, che rivela alla fine un animo semplice; una subrettina di avanspettacolo, una «vamp» rionale che fa voltare gli uomini per strada e il cui vero divertimento, invece, è il calciobalilla.

MILANO. Dario Fo, col basco e la giacca che indossa nel film, prova un carrello cinematografico come mezzo di locomozione. Fo ha trent’anni.

IL MOSTRO VENDE IL SUO MEMORIALE

Questo personaggio è una rivincita per Franca Rame che per alcuni anni si trovò catalogata tra le «vamps» dalle copertine dei giornali, mentre in fondo è una ragazza timida che ha una gran paura di rivelare la sua timidezza. La sua ambizione è soltanto di essere una buona attrice, come mostrò di poter essere quando recitò nel Dito nell’occhio. Per informazione delle giovani signore, annotiamo che in questi giorni Franca Rame è più snella del solito, nessuno vedendola sospetterebbe che Jacopo Fo ha solo sei mesi.

Il film è soprattutto un intreccio di trovate, molte delle quali sono così visive che è impossibile riferirle in un articolo. Achille, innamorato di una maestra di ginnastica (per questa parte sono state interpellate una annunciatrice della televisione e la vincitrice di un recente concorso di bellezza), si accontenterebbe di pubblicare qualche modesto «pezzullo» sul giornale dove è di casa. Ma gli capita, invece, di fare un colpo sensazionale, assicurandosi il memoriale del «mostro della via Emilia». L’amico truffatore lo convince a cercare un grande successo inventando un clamoroso fatto di cronaca; si tenta di simulare l’aggressione da parte di un bruto ai danni della maestra di ginnastica, ma il supposto bruto si spaventa e scappa; allora si organizza il furto dei cani di razza esposti alla Mostra canina, truccando da cani di razza altrettanti bastardi, col risultato che Achille si trova inseguito a turno per le vie di Milano da due mute, quella dei cani veri e quella dei cani falsi. Alla fine, mentre la maestra, rivelatasi interessata e venale, si allea col truffatore, tocca alla subrettina consolare Achille, sconfitto nella sua ambizione di glande giornalista.

MILANO. Il regista Carlo Lizzani spiega a Dario Fo e a Franca Rame una scena dello Svitato, provata per comodità nel deposito riflettori del teatro di posa. Lo svitato sarà girato interamente a Milano, interni ed esterni, in nove settimane.

LA TORTURA DEL FUMETTO PER LE CAMERIERE

IL giornale che è al centro dell’azione non è un giornale vero, è più che altro una proiezione dell’entusiasmo di Achille: è un giornale di colpi sensazionali, di cronaca nera, di scandali; con un capocronista che cambia continuamente travestimenti per compiere le inchieste; con la tortura del fumetto, che consiste nel dare a una cameriera un fotoromanzo da leggere e toglierglielo prima che abbia veduto come va a finire, se non si decide a rivelare i particolari dell’abito da sposa della sua padroncina; con un direttore in giacca nera e colletto inamidato il quale spiega che Omero era un grande giornalista perché «impostò tutto su uno scandalo, su un adulterio», e ha come intercalare: «Mi fa ridere il Corriere della Sera!». Un giornale, come si vede, tutto di fantasia.

Le riprese, tutte a Milano, dureranno nove settimane, e la sceneggiatura è tanto zeppa di «gags» che, prevedibilmente, si tratterà per tutta la «troupe» di nove settimane particolarmente faticose. Si è cominciato, da questo punto di vista, lunedì, con la scena dell’Arena: lo svitato, mandato a fare fotografie a una gara di corsa piana, entra in pista con la macchina fotografica e, come niente fosse, insegue i corridori, li sorpassa, si volta a fotografarli, li rincorre e li sorpassa di nuovo. Le lunghe gambe di Dario Fo ebbero bisogno, a metà ripresa, di un massaggiatore specializzato.

Giuseppe Trevisani, «L'Europeo», anno XI, n.42, 16 ottobre 1955


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Giuseppe Trevisani, «L'Europeo», anno XI, n.42, 16 ottobre 1955