Pazza Delia Scala per il ballo

Delia-Scala

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A sette anni Delia Scala era considerata una bambina prodigio. Aveva l’istinto del ballo. Vorrebbe poter fare dei film come attrice e come ballerina.

Delia Scala invidia Moira Shearer e la fortuna che l’ha portata a essere insieme attrice e ballerina in «Scarpette rosse». L’invidierà ancora di più quando l’avrà vista ballare ne «I racconti di Hoffmann», e con lei invidierà Ludmilla Tcherina. «Ma perché in Italia» sospira «non si fanno mai film del genere?» La sua è un’invidia buona, perché è una brava ragazza; esprime solo il rammarico che produttori e registi l’abbiano per lo più vista come una ragazzetta dal corpo svelto e ben modellato, dalle belle gambe, adatta a sedurre il pubblico col fascino delle forme. «Sarà mai possibile che qualcuno si ricordi che ho studiato danza per otto anni?» sospira ancora. Il ballo è la sua passione, la sua grande passione, il desiderato sfogo di una personalità ignota e segreta.

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Una mattina Delia Scala ed Erno Crisa si sono recati sulla Via Appia e, tra ruderi e pini, hanno improvvisato una danza ispirata al «Mattino» di Grieg. Delia Scala è stata per otto anni allieva di Nives Poli a Milano e Crisa ha eseguito a Parigi i corsi di danza diretti dalla Preobteienska.
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Delia Scala ha vent’anni e ha già un passato di donna. Si sposò a sedici anni, nell’immediato dopoguerra; ora è divorziata. Questo matrimonio è il suo peggior ricordo. Ne parla come se raccontasse la favola di Cappuccetto Rosso alle prese col lupo cattivo. È un ricordo in termini teatrali; ella vi si riveda come quando, a otto anni, allieva di Nives Poli alla Scala di Milano, fu appunto Cappuccetto Rosso nelle rappresentazioni de «La bella addormentata nel bosco».

Alla scuola di danze di Nives Poli era stata ammessa con altre 15 bambine su duecento concorrenti. Aveva già ballato, improvvisando, senza tecnica, senza niente altro che l’innata capacità a volteggiare- e a muoversi a passo di danza secondo che suggeriva la musica. Si era fatta notare a sei anni, a sette girava la Lombardia con una «Compagnia dei piccoli artisti lirici» che era reclamizzata da un volantino pubblicitario su cui faceva spicco un quadratino blu. «Soffiate su questo quadrato, - si leggeva sul volantino. - Se esso diventa rosso ricorrete immediatamente al medico ; se rimane blu andate a vedere la "Compagnia dei piccoli artisti lirici”, diretta dal maestro Luigi Vasleri, con la partecipazione della piccola bimba prodigio Odette Bedogni di anni sette.»

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« Ebbra la primavera corre nel sangue... »

Odette Bedogni è il vero nome dell’attrice, si chiamava ancora così quando esordì col regista Zampa in «Anni difficili». Poi volle darsi un nome d’arte.

Era sicura di sé, invadente, sfrontata, ma l’avevano tutti in simpatia. Sul palcoscenico non si perdeva d’animo, non soffriva il capogiro se doveva fare l’angioletto che scende volando dal cielo, non aveva timore di trovarsi da sola vicino ai cantanti che scatenavano uragani d’applausi. Nel 1940, dopo «Zazà» di Leoncavallo, dove lei era la piccola Toto, Beniamino Gigli le dedicò una fotografia firmandosi «il suo babbo spirituale e artistico».

Questa fotografia è in bella mastra nella casa che Delia Scala abita a Roma con la madre, vedova di un colonnello di aviazione, e col fratello. Gli altri ricordi di allora - i piccoli tutù, le scarpine - sono rinchiusi in una cassa, con i costumi che ha indossato nelle rare occasioni di danzare che le si sono offerte nel dopoguerra.

Una mattina, giorni fa, Emo Crisa andò a trovarla per regalarle una riproduzione delle «Ballerine in riposo» di Degas e portarle i saluti di Nives Poli. Anche Crisa oltre che attore è ballerino, tornava appunto da Reggio Calabria dove aveva danzato accanto a Nives Poli al Teatro Comunale «Francesco Cilea». La vista delle ballerine di Degas dette a Delia Scala un improvviso desiderio di ballare. «Prendiamo i costumi e andiamo da qualche parte», propose a Crisa. La madre cercò di trattenerla : aveva appena finito, al Teatro dei Satiri, la serie delle recite di «Apocalisse a Capri», stava già provando un nuovo lavoro. Aveva bisogno di riposo, diceva la madre. Ma la figlia non le dava retta. Era invasa dall’eccitazione, doveva andare.

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Rincorse, intrecci, passi a due si sono susseguiti sui prati fioriti di margherite, in una rappresentazione che meriterebbe di essere ripetuta su un palcoscenico. Tra cinema e teatro, attualmente Delia Scala è molto impegnata, ma ha giurato a se stessa di riprendere, appena possibile, gli esercizi alla sbarra. In teatro ha esordito solo recentemente, con un’apprezzata interpretazione, nella serie di recite di «Apocalisse a Capri» al piccolo Teatro dei Satiri di Roma.Erno Crisa ha trent'anni. Nato a Biserta da genitori siciliani, fu a Parigi nel 1938 che cominciò a farsi notare come ballerino in numerosi spettacoli di rivista. Frequentò il Conservatorio di Arte Drammatica, esordendo in teatro e successivamente in cinema. Negli anni 1948 e '49 lo troviamo ballerino al Teatro Comunale di Firenze, prima e poi con Wanda Osiris. La sua prima interpretazione cinematografica in Italia è quella di «Cuori senza frontiere» 

Il cielo era limpido, l’aria profumata di primavera. «Dove andiamo?» chiese Emo Crisa interdetto. «Sulla Via Appia, sui prati», rispose Delia. «Vi prenderanno per matti», insisteva la madre. «Ebbra la primavera corre nel sangue...»: Delia declamava una poesia di Cardarelli, e intanto preparava il grammofono, sceglieva tra i dischi. «Questo?» chiese a Crisa. «Va bene», egli rispose. Era «Il mattino» di Grieg, l’inizio della prima delle due suites per il «Peer Gynt».

Così fu che quella mattina, fra i pini e i ruderi romani, sui prati bianchi di margherite, chi passava per la Via Appia potè scorgere due esseri gioire della pura ebbrezza della danza. Nell’ampia distesa, la musica era appena percettibile, era appena un suggerimento, o forse essi non la udivano nemmeno. Come non si accorsero subito che un fotografo era sopraggiunto e li stava fotografando.

Era la prima volta, dopo tanto tempo, che Delia Scala si erigeva sulle punte, saltava, volteggiava, piroettava. Quando smisero si sentiva stanca. Ma era una lieta stanchezza. «Vorrei provarla molto più spesso», disse.

Domenico Meccoli, «Epoca», anno XIII, 19 maggio 1951


Epoca
Domenico Meccoli, «Epoca», anno XIII, 19 maggio 1951