Domenico Modugno: A Sanremo non voglio più tornare

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La seconda clamorosa vittoria di Domenico Modugno al Festival della Canzone sarà anche l’ultima: l’autore di "Piove" non vuole affrontare ancora la tensione e i rischi del torneo canoro. Tutti i protagonisti di Sanremo sono ritornati a casa con i nervi a pezzi: la posta in gioco è diventata troppo importante.

Sanremo, febbraio

Il Festival era finito da un'ora. Con pochi amici, Modugno aveva trovato rifugio e un po' di riparo dalla sarabanda dei fotografi in un piccolo ristorante sul Lungomare. Fu qui che sua moglie. Franca Gandolfi, finalmente potè mettersi a piangere: lacrime silenziose da brava ragazza che non vuol dare troppo fastidio. Per tre sere, seduta in mezzo alla sala del Teatro del Casinò, sera sentita addosso gli occhi di tutti che spiavano le sue reazioni c, chiamando a raccolta tutte le finzioni di quando faceva l'attrice, aveva sorriso, ostentando una sicurezza che lei meno di tutti aveva. Adesso aveva tirato fuori dalla piccola trousse da sera il libriccino con le parole delle canzoni del Festival e lo aveva aperto alla pagina dove era stampata Piove. Sul ritratti del marito e di Dino Verde, l'autore delle parole, aveva incollato una foto di Marco, il bimbo natole da pochi mesi e ci aveva scritto sopra, con calligrafia infantile: «Al mio paparino, perché vinca ancora. Marco». Mentre i lacrimoni venivano giù fitti, tese il libriccino a Modugno. «Ti ha portato fortuna Marco» disse «dagli un bacio.» Domenico avvicinò il libretto al testone leonino e se lo premette sulle labbra; poi sospirò: «Marco, Marco mio, sa' che ti dice papà? Che a Sanremo ci tornerà soltanto per prendere il sole. Io al Festival non ci vengo più, mai più. Si soffre troppo, troppo...».

1959 02 08 Epoca Domenico Modugno f1Domenico Modugno bacia la moglie, l'ex attrice Franca Gandolfi, subito dopo l'annuncio della vittoria della sua canzone al Festival di Sanremo. Gran parte del successo di «Piove» è dovuto alla sua interpretazione irruenta e suggestiva (Foto sotto)

Qualche ora prima, al momento di uscire sul palcoscenico per presentare il suo motivo in Eurovisione, Modugno tremava come se avesse la febbre alta. Venne in scena e gesticolò anche più del previsto, per mascherare in qualche modo l'agitazione. Del resto, il panico aveva preso tutti come una malattia epidemica: mai come quest'anno, i cantanti sono apparsi emozionati, attanagliati dalla paura, anche i «vecchi» che hanno molti lustri di esperienza sulle spalle. Forse perché, morto Cajafa, la navicella del Festival era rimasta senza un nocchiero capace di tenerne in pugno saldamente il timone, così che comandavano tutti e non riusciva a farsi ubbidire nessuno; forse perché la posta in palio era più impegnativa del solito, per tutta la polemica che s’era fatta la vigilia sulle canzoni finaliste e per il confronto tra «vecchia guardia» e «giovani leoni».

Dietro le quinte, i cantanti mandavano giù senza criterio bicchieri di whisky puro, tranquillanti e pastiglie di simpamina, col risultato che nei loro stomachi si formavano incredibili miscele esplosive. Alla fine della prima serata, Teddy Reno era «partito» compieta-mente: doveva rieseguire con l’orchestra Ferrio Conoscerti, la canzone che si era qualificata per la finale col più alto punteggio, ma nessuno lo trovava più. In palcoscenico ci furono attimi di smarrimento. Enzo Tortora stava già spingendo in scena Achille Togliani ed il maestro Galassini perché rieseguissero la canzone, quando, improvvisamente, Teddy si arrampicò sul palco dalla platea. Aveva lo sguardo imbambolato e stringeva in pugno un garofano come un cero acceso. Per fortuna il collegamento televisivo era terminato e solo le mille persone in sala furono testimoni dell’incredibile scena. Barcollando, Teddy arrivò al microfono e cominciò a dire alcune frasi smozzicate: fu bruscamente interrotto da Ferrio che attaccò la canzone. A questo punto scattò la molla del mestiere, e Reno cantò bene. Mezz’ora più tardi, la sua bellissima moglie s’aggirava agitatissima per le sale del Casinò: Teddy era scomparso di nuovo. Nessuno lo aveva visto, nessuno sapeva dove fosse. Volevano già telefonare alla polizia, quando finalmente lo trovarono. Era in camera sua, in albergo, disteso sul letto con vestito e cappotto, che dormiva come un ghiro.

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L'ultimo giorno del Festival, l’incidente a Claudio Villa portò il nervosismo al diapason. Già durante le prove, Natalino Otto era caduto malamente, facendosi molto male ad un fianco: cominciò a circolare la voce che c’era un malefico sortilegio nell’aria. Padre Tognazzi da Novara, il cappellano degli artisti, un frate troppo buono e troppo candido per destreggiarsi in un ambiente così elettrico, pensò di porvi rimedio celebrando una messa pomeridiana per i cantanti, e fu un disastro. Legioni di fans e schiere di fotografi presero d’assalto la chiesa, quasi si trattasse di una roccaforte da conquistare. I canti liturgici di Claudio Villa e Gino Istilla venivano sottolineati da fragorosi applausi come ad un concerto; Spartaco d’Itri, il «Musichiere», serviva la Messa, reggendo con una mano l'ampollina e firmando con l'altra autografi ad una turba di ragazzini che avevano invaso l'altar maggiore. Preso anche lui dal panico. Padre Tognazzi cercava intanto di spiegare dal pulpito, con infelice similitudine, che Cristo è stato il microfono di Dio. Smarriti, in un angolo, alcuni frati tenevano gli occhi fissi al Santissimo, quasi ad invocare perdono. Ma anch'essi, ad un tratto, mandarono un urlo di terrore. Avevano visto spuntare da dietro il tabernacolo la testa ed il flash d'un fotografo che s’era arrampicato fin lassù per riprendere l’incredibile scena.

Il vero trionfo è toccato a un giovane editore

All'uscita, Villa fu letteralmente risucchiato da una turba di femmine urlanti (erano, purtroppo, in massima parte donne anziane). Quando i poliziotti ed i carabinieri, colti di sorpresa, riuscirono a raggiungerlo, aveva gli abiti a brandelli ed una spalla slogata. Riuscirono ad infilarlo in un camioncino adibito al trasporto della verdura, mentre alcuni energumeni intorno continuavano ad urlare: «Cantaci qualcosa, Claudio, canta qualcosa». Non vedevano neppure che urlava per il dolore.

1959 02 08 Epoca Domenico Modugno f3Anche Spartaco d'Itri, il « Musichiere » era a Sanremo. Ha voluto servire Messa in una funzione, dedicata ai cantanti, in cui si sono avuti clamorosi incidenti: la folla ha travolto Claudio Villa che si è infortunato. Nella foto sotto: Arturo Testa, la rivelazione del Festival, con la moglie.

La sera, «divi» e matricole sussultavano per un nonnulla. Poi si udirono gli strilli di Betty Curtis e più di uno, chiaramente, manifestò l’intenzione di piantare tutto e scappare via. La Curtis urlava che qualche sadico era entrato nel suo camerino e le aveva fatto a pezzi gli abiti di scena. Fu l’unica occasione, in tutto il Festival, che ebbe Betty, definita dai suoi ammiratori «la cantante che urla», di lanciare qualche strillo. Infatti, nonostante tutte le previsioni della vigilia, le canzoni, per quanto di taglio moderno, erano state prudentemente orchestrate in modo tranquillo. Niente stile Platters, nessuna possibilità di interpretazioni alla Tony Dallara: i responsabili del Festival, dopo i risultati di Canzonissima, avevano pensato che non era il caso di spingersi in esperimenti d'avanguardia. Così la Curtis si è trovata nei guai, non ha potuto tirar fuori la voce com'è sua abitudine, ed ha avuto poco successo.

In realtà, gli abiti non erano stati tagliati: semplicemente qualcuno si era seduto sullo scatolone che li conteneva e lo aveva sfasciato. Gli abiti erano soltanto gualciti. Intervenne la signora I.ainati, la sarta milanese che lia confezionato le toilettes delle cantanti e, con qualche colpo di ferro, tutto andò a posto.

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Il nervosismo ormai era al colmo: gli altri raddoppiarono le razioni di whisky. Il risultato fu che cantarono tutti al disotto delle loro possibilità, meno Arturo Testa, il giovane esordiente, l'autentica rivelazione di questo Festival. L'unico a mantenersi tranquillo, sorridente, imperturbabile era un atletico giovane signore biondo, Pippo Gramitto-Ricci, l'uomo che avendo sposato la figlia del defunto editore Curci, è ora alla .testa della Casa editrice che con le canzoni Piove, Io sono il vento e Conoscerti, classificatesi ai primi tre posti, ha sbaragliato tutti gli avversari. Il vero vincitore del Festival di Sanremo è lui. Lo ha vinto prima ancora che il Festival cominciasse, manovrando con astuzia da diplomatico e acume da giocatore di borsa. Ha costretto alla resa incondizionata anche Sugar, il più forte editore italiano di canzoni. Il Festival che doveva segnare la vittoria dei giovani cantanti è stato invece il trionfo di un giovane editore.

Giorgio Berti, «Epoca», anno X, 8 febbraio 1959 - Fotografe di Angelo Cozzi e Olympia 


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Giorgio Berti, «Epoca», anno X, 8 febbraio 1959