Domenico Modugno: ecco il racconto della mia vita

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1959 02 24 Tempo Domenico Modugno intro

“Tremavo tutto e per la prima volta mi parve impossibile di essere lo stesso Modugno che aveva sofferto miseria e fame”. Con queste parole che si riferiscono al successo dello scorso anno a Sanremo - il cantante pugliese inizia a narrare per “Tempo” la sua storia, dal giorno in cui scappò di casa alle notti trascorse sulle panchine della stazione di Roma

Non si può descrivere ciò che si prova nel preciso momento in cui si ha la sensazione di avere vinto una lunga battaglia. E’ un attimo, uno strano attimo simile a un bagliore che illumina il cervello: «Sei arrivato, si dice a se stessi», e non si sa ancora perchè. Tutto ciò io l’ho provato quando presentai a Sanremo "Nel blu dipinto di blu”. Gli applausi della folla, così intensi, il calore che veniva su dalla platea, mi dettero l’esatta impressione che finalmente avevo raggiunto una meta. Ricordo che tremavo tutto, ero percorso da brividi come avessi la febbre e forse l’avevo sul serio. E per la prima volta mi parve impossibile di essere lo stesso Domenico Modugno che aveva sofferto miseria e fame...

1959 02 24 Tempo Domenico Modugno f1Domenico Modugno è nato in un paese della Puglia, Polignano a Mare, il 9 gennaio 1928. Ha perciò appena compiuto trentun anni. Quando ne aveva sette la famiglia si trasferì a San Pietro Vernotico, a diciotto chilometri da Brindisi. A dieci anni (foto a sinistra) suonava già con disinvoltura la chitarra, pur ignorando anche una sola nota. A quindici (foto al centro) maneggiava anche la fisarmonica, strumento che era riuscito ad acquistare facendo serenate su commissione alle ragazze. Il padre voleva farne un ragioniere ma l’idea non entusiasmava Modugno che a 18 anni (foto a destra) si innamorò di una insegnante.

Mi hanno chiesto di parlare di me, ma non sono un uomo importante, e non sento affatto di esserlo. Forse non riuscirò mai a essere completamente contento. Mi pare di avere tante cose da esprimere, e finché non riuscirò a buttarle fuori, a renderle concrete, sentirò sempre questa inquietudine.

Io sono nato inquieto. Ero un bambino di pochi anni, quando, a Polignano a Mare, dove venni al mondo il 9 'gennaio del 1928, andavo sulla strada a veder passare gli autocarri, e pensavo che un momento o l’altro mi sarei aggrappato al rimorchio per andarmene via, chissà dove, ma mi bastava andare via, lontano, fuori dal villaggio ove mi sembrava già di soffocare. Eppure Polignano a Mare era un bellissimo paese dalle case tutte bianche, come di zucchero, un tipico paese delle Puglie, dove aria e cielo e luce rendevano lieta la giornata dei bambini che si contentavano di giocare al pallone, e non pensavano certo di "evadere”.

Mio padre era molto povero. Era un modesto capoguardia municipale, aveva da mantenere la moglie, quattro maschi — tra i quali io — e una femmina. Non c'era davvero da stare allegri. Però mio padre si faceva passare le malinconie suonando la chitarra. Aveva molto orecchio, e penso che io l’ho ereditato da lui, visto che non ho mai studiato musica nè conosco una nota. Avevo circa sette anni quando la mia famiglia si trasferì a San Pietro Vernotico. Questo era un paese ben diverso dall’altro, mi dava tristezza a viverci. La nostra casa era piccolissima — due locali — arredata miseramente, con letti di ferro e qualche cassapanca. Avevo l'impressione di essere chiuso in una botte. Fuori — ma dove? — c’era il vasto mondo che io non conoscevo, ma sentivo che non mi sarei fermato li, come tanti, come i vecchi che morivano nelle loro case senza aver veduto altro che il mercato di Brindisi. Ah, no, me ne dovevo andare, un giorno. Non sapevo cosa avrei fatto, come avrei indirizzato la mia vita. Avevo ancora aspirazioni confuse. Certo non pensavo a farmi un avvenire con le canzoni, tutti i miei impegni musicali consistevano nel suonare la fisarmonica e nel fare le serenate su commissione alle ragazze, come usava da noi: mi pagavano perchè andassi a strimpellare sotto la finestra di qualche bella, ed io lo facevo ben volentieri.

1959 02 24 Tempo Domenico Modugno f2Il cantante con la moglie Franca Gandolfi e il figlio Marco. Sono nel cortile del loro appartamento romano al quartiere Flaminio.

Questo era uno dei mezzi con cui potevo procurarmi un po’ di soldarelli. Guadagnavo qualcosa anche andando a pesare l’uva, passavo intere giornate a pesare grappoli, ed alla fine venivo via con poche lire che per me erano un piccolo patrimonio. A furia di economie potei così realizzare un mio sogno. Mi comperai una fisarmonica. una bella fisarmonica rosso-fiamma. I miei compagni me la invidiavano ed io ne ero fierissimo. Ma intanto mio padre coltivava per me delle ambizioni. Cosa gli facciamo fare a questo giovincello? Ebbene, lo facciamo diventare ragioniere! Pensate, io, un ragioniere e cioè un uomo d’ordine, mentre di ordine non ne avevo neanche un po’ nella mia testa stravagante. Ma obbedii a mio padre che era disposto a fare così gravi sacrifici per me, e mi iscrissi ad una scuola di Brindisi.

Capii subito che tra me e i libri c’era una cordiale antipatia. Mi annoiavo tremendamente a sentir parlare di partita doppia, di bilanci, di dare e avere, e quando dovevo svolgere un problema, invece della soluzione saltava fuori un motivo musicale. Non progredivo troppo negli studi, naturalmente, ed ebbi bisogno di ripetizioni. E qui successe un altro guaio. Mi innamorai perdutamente di una insegnante. Io avevo 18 anni, lei era un po’ più vecchia di me, ma presi una di quelle cotte... Fu il mio primo amore, vulcanico, incendiario. Sognavo di sposarla, mi vedevo già padre di almeno cinque bambini, poi, quando capivo che sarebbe stato impossibile realizzare una simile aspirazione, decidevo che era meglio morire, perchè non valeva la pena di vivere una vita che non dà nulla e toglie tutto. Poi a un certo punto mi resi conto che non era il caso di morire, ma se dovevo proprio vivere, bisognava che vivessi veramente. La mia perpetua irrequietezza mi urgeva dentro. Gli studi di ragioneria, il paese ove vivevo, la miseria delle due stanzette ove abitavo, la infelicità del mio amore, tutto mi indiceva a fuggire, a cambiare. Ma come? Denaro non ne avevo. Ma ne avrei trovato a qualunque costo. Andai da uno zio di Brindisi e gli dissi che mio padre aveva urgente bisogno di diecimila lire. li buon uomo ci credette, e si affrettò a darmele. Ed io scappai di casa.

Qual è l’America dei meridionali poveri? Il Nord. E in quei tempi la grande America era Torino, con le sue fabbriche, i suoi vasti complessi industriali. Non sapevo assoluta-mente cosa avrei fatto lassù. L’operaio, il lavapiatti, non mi importava nulla, purché fossi fuori dal paese, purché mi si aprisse un orizzonte nuovo e diverso. Arrivai a Torino malvestito, stanco, con la barba lunga. Mi diressi subito a una povera trattoria nei pressi del Valentino, tenuta da un nostro paesano. «Sono qui», dissi, «aiutatemi». «Benedetto ragazzo», esclamò il brav’uomo, «che cosa posso fare per te? Per un po’ di tempo posso anche tenerti, ma dopo ti dovrai arrangiare, che vuoi, nemmeno io navigo nell’abbondanza!».

Ma a me bastava essere a Torino, mi sentivo disposto a fare qualunque sacrifìcio. Così mi misi a servire in tavola gli operai e i camionisti che costituivano la clientela della trattoria. Portavo le pastasciutte fumanti e i mezzi litri di barbera, e loro mi guardavano sorpresi: «Ma chiel, chi l’è?». Ero un certo Modugno Domenico, venuto dalle Puglie a cercar fortuna. Per il momento la mia sola fortuna consisteva nell’avere un tetto e i pasti. Naturalmente, non potevo nè volevo andare avanti così. Riuscii a trovare un posto di apprendista in una fabbrica di gomme, e mi pareva già un bel passo avanti. Lavoravo di notte, e di giorno dormivo in una baracca per la quale pagavo tre mila lire al mese. Fare il gommista non era il mio ideale, ma lo sapevo, io, cosa volevo?

Comunque, tiravo avanti. Però pativo orribilmente per il freddo. La mia squallida baracca non era riscaldata, ed io non ero abituato ai rigidi inverni del Nord. Mi avvoltolavo nelle poche coperte sdruscite e battevo i denti per ore. Cielo, quanto freddo ho sofferto! Mi è rimasto nel sangue, adesso lo odio e lo sfuggo, mi copro di maglioni e di giacche pesanti, e in casa mia voglio almeno 22 gradi. Quando mi capita di sentir freddo, penso di colpo a quella baracca torinese, dove ero solo come un topo, scarsamente nutrito, poveramente vestito... Un giorno mi accadde un fatto inatteso. Camminavo tranquillo per la strada quando fui assalito da violentissimi dolori al fianco destro. Quasi mi piegavo in due per la sofferenza. «Ho l’appendicite», pensai, a forse è già perforata».

Saltai sul primo tram di passaggio — non avevo certo i denari per un taxi — e mi diressi all’ ospedale delle Molinette. Era domenica, e là mi dissero che di domenica non si operava. «Ma io sto morendo», gridai, «bisogna operarmi subito!». Non ne volevano sapere, dopo tutto non era che un attacco di appendicite, mi avrebbero operato il giorno dopo. Ma io non volli intendere ragioni.
Era tale il mio terrore della peritonite, che smaniai, urlai, fin quando, impressionati dalle mie scene, chiamarono d’urgenza un medico, che mi operò subito. Ero salvo!

All’ospedale rimasi quattro giorni. Finalmente non soffrivo il freddo, mi bastava questo. Mi davano poco da mangiare, date le mie condizioni, ma io avevo un appetito formidabile. Non c’era nessuno che venisse a trovarmi, nessuno che mi portasse un frutto o un biscotto. Accanto a me, nella corsia, c’era un vecchietto deboluccio che mangiava come un uccellino, «Senta, buon uomo», gli dissi, «la roba che non mangia, le dispiace passarla a me?». Il vecchietto non ebbe nulla in contrario, e così io potei saziarmi. Quei quattro giorni volarono. Fuori, m’aspettava di nuovo il gelo, la baracca, il lavoro notturno. Mi sentivo avvilito e triste, come mai mi ero sentito dal giorno della mia fuga. Che vita! Erano questi i miei sogni? Era questa la mia "evasione”?

1959 02 24 Tempo Domenico Modugno f3In primo piano, al centro, è Domenico Modugno a cinque anni, con i fratelli Gianni e Tonino, in piedi accanto ai genitori, Cosimo Modugno e la signora Pasqua. Il padre è attualmente capo dei vigili urbani di S. Pietro Vernotico.

1959 02 24 Tempo Domenico Modugno f4Sotto le armi, Domenico Modugno prestò servizio in fanteria. La foto lo ritrae al "campo” durante le manovre. Benché non fosse del tutto sconosciuto come cantante, non era ancora il personaggio popolare che è oggi.

Tornato al lavoro, resistetti tre giorni. Mi sentivo debolissimo, ero privo di ogni assistenza, il freddo continuava a mordere senza pietà. Ebbi una notte travagliata e compieta-mente insonne, durante la qua-
le combattei una dura battaglia con me stesso. Tornare sconfitto, far vedere a tutti che non ero stato capace di combinare niente, che ero un illuso e un fallito come tanti? L’umiliazione sarebbe stata cocentissima, senza dubbio. Ma non ce la facevo più. Anche lo spirito era fiaccato dalla fiacchezza del corpo. Sentivo che mi stavo trascinando, materialmente e moralmente. Avevo scelto una strada sbagliata. Era dunque meglio tornare e cambiare direzione. Misi in una valigetta di cartone le pochissime cose che possedevo, e detti un addio a Torino.

Mia madre pianse di gioia nel rivedermi. Faceva di tutto per rendermi bella e accogliente la vita di famiglia, in modo che fossi indotto a restare. Io mi adattai, perchè per il momento non sapevo cosa fare. Ripresi i miei concertini pagati sotto le finestre delle ragazze. Strimpellai la chitarra, ma mi sentivo terribilmente stupido è inutile. Provavo orrore al solo pensiero che la mia vita andasse avanti cosi per un pezzo. Allora mi riprendevano le crisi di depressione e di rabbia, che a me vengono a periodi. Avrei voluto spaccar tutto, oppure me ne stavo immobile seduto su une sedia a pensare, a pensare, in una confusione di idee, a volte addirittura disperato di non trovare una soluzione. Ero giovane, robusto e sano, ed ero ancora un senza mestiere.

Oppure ero un incapace? Ma no, io ero "sicuro” che un giorno sarei riuscito, Non era presunzione, era una certezza intima, una forza misteriosa che mi spronava ad avere fede nell’avvenire, comunque si presentasse. "Sentivo” che un giorno avrei camminato a grandi passi. E non mi importava di patire freddo e fame per riuscire. Non mi importava nemmeno delle umiliazioni... Però mi facevano soffrire, queste, più del freddo, più della fame. Ricordo che i miei compagni del corso di ragioneria, fra i quali c’erano molti figli di gente benestante, davano delle feste, e non invitavano me perchè ero troppo povero. Ero soltanto il figlio di un capoguardia municipale. Me lo dicevano chiaro, e me lo facevano capire. Erano schiaffi sulla faccia. Ed io stringevo i denti e i pugni, e giuravo a me stesso, per la millesima volta, che sarei andato in alto, che avrei dato io delle feste, e non avrei invitato loro perchè erano "soltanto” gentucola. Propositi inutili, naturalmente. Io non so covare i rancori, e le feste non mi piacciono, mi annoiano. Ma ero un ragazzo di vent’anni.

1959 02 24 Tempo Domenico Modugno f5Nel 1951 Ingrid Bergman si recò a visitare li Centro sperimentale di Cinematografia di Roma, al quale si era iscritto Domenico Modugno. In quell’occasione il cantante e aspirante attore, per festeggiarla, si esibì, come si vede, con la fisarmonica, accompagnato da Renato Caino e Giulia Lazzarini. Il suo temperamento esuberante e impulsivo non gli facilitava la carriera.

Dopo due mesi di vita casalinga non resistetti più. Basta con la chitarra e la fisarmonica. Io volevo fare l’attore. Mi sentivo pieno di slanci, avevo in cuore mille fermenti che avrei potuto manifestare attraverso la recitazione. Era sempre stato il mio sogno segreto, un sogno che avevo relegato in un angolino di me stesso, perchè non mi sentivo maturo, o almeno non avevo ancora l’esatta nozione delle mie più autentiche aspirazioni. A scuola avevo studiato il celebre sonetto di Cecco Angiolieri: ”S’i’ fossi foco arderei lo mondo”. Mi preparavo ad ardere il mondo, poiché già io ardevo in esso. Ma che fare? Quale nuova strada intraprendere? Non mi interessavano più le città industriali, ove avrei potuto fare di nuovo il gommista o l’idraulico. C’era una meta: Roma. Era la capitale del cinema, un posticino per lavorarci, forse, l’avrei trovato anch’io. Comunque, ero deciso a tentare.

1959 02 24 Tempo Domenico Modugno f6Per il film "Mogli pericolose” - che sta attualmente ottenendo grande successo - Domenico Modugno compose la canzone che nella foto è intento a far ascoltare al regista Luigi Comencini (primo a sinistra). Dimostrano il loro entusiasmo, fra gli interpreti del film, Dorian Gray, Sylva Koscina, Mario Carotenuto e Nino Taranto. Modugno ha lavorato in una ventina di film.

Ne parlai a un mio amico che faceva il pittore, e che, a sua volta, si sentiva scontento della propria esistenza. «Tentiamo — lui disse — qui la pasta in bocca non ci viene di sicuro...». Mettemmo insieme il denaro per il viaggio. Mia madre scuoteva la testa, avvilita, sconcertata da questo figlio errante che non riusciva a trovare pace. Quando fummo a Roma, passammo la prima notte in stazione, sulle panchine della terza classe. Nè io nè il mio amico avevamo la minima idea di come saremmo campati il giorno dopo. Ma non ci sgomentammo per questo. Dopo lungo parlamentare decidemmo di chiedere ospitalità al convento dei frati Camaldolesi, al Celio. I buoni frati ci accolsero. «Per qualche giorno possiamo tenervi — dissero — ma poi dovrete arrangiarvi».

E che, non lo sapevo che era così? Intanto avevamo un tetto. E domani? Non ci pensavo. Ero ormai abituato a non sapere come avrei mangiato domani.

Domenico Modugno, «Tempo», anno XXI, n.8, 24 febbraio 1959


1959 03 03 Tempo Domenico Modugno intro

Nel continuare il racconto della sua vita, Domenico Modugno ricorda tutti i vani sforzi compiuti per diventare attore. Intanto lascia il convento dei frati Camaldolesi per la sua prima camera ammobiliata

I frati ci misero a dormire in un grande stanzone pieno di letti, squallido e triste. Eravamo noi due soli, e la sera, dopo coricati ci scambiavamo qualche parola di speranza: «Vedrai, troveremo un lavoro. Bisogna avere coraggio...». Poi il mio amico si addormentava, ma io no. Stavo con gli occhi aperti, nel buio, inseguivo i miei sogni impossibili, la fantasia correva, scavalcava il tempo. Ma il giorno dopo arrivava la delusione. Giravo per Roma dalla mattina alla sera, cercando qualcosa da fare, ma tutte le porte si chiudevano sulla nostra faccia. Tornavamo al convento avviliti e abbattuti. Ma io, malgrado tutto, avevo fame, la robusta fame dei miei vent’anni, e allora andavo a far la corte al frate cuoco, un bravo uomo col quale divenni amico, e così riuscii a ottenere qualcosa in più della mia modesta razione.

Dopo cinque giorni d’inutili ricerche e di inutili speranze, il mio amico ne ebbe abbastanza. «Io qui non ci sto più — disse — non resisto. Non troveremo mai nulla. Torno a casa».

1959 03 03 Tempo Domenico Modugno f1Paul Anka, il giovane cantante americano che nella sua tournée europea sta raccogliendo deliranti successi, non poteva non incontrarsi a Roma con Domenico Modugno. Benché cantino e suonino in mpdi assolutamente diversi (Paul Anka, 17 anni, è un "rock’n roller”) hanno in codine la stessa straordinaria capacità di comunicare con il pubblico. E sono diventati amici.

Io no, questa volta non volevo tornare a casa. Ero disposto a qualunque rinuncia, ma sarei rimasto a tentare, a cercare, a bussare a tutti gli usci, e non importava se mille volte m’avrebbero respinto. Stavo bene di salute, mi sentivo più forte di spirito. Avevo il presentimento che mi sarebbe capitato un briciolo di fortuna. Intanto dormivo tutto solo nel tetro stanzone. Mi sentivo un poco a disagio, mi sembrava che i tettucci vuoti scricchiolassero all’improvviso sotto forme invisibili. Per vincere quel senso di solitudine opprimente, toglievo da tutti i letti le coperte e me le buttavo addosso. Quasi ci soffocavo sotto, ma mi sembrava almeno di essere tutto chiuso e come protetto. Al mattino i frati mi domandavano cosa diavolo avevo fatto. Non confessavo la mia debolezza — come avrei potuto descriverla? — dicevo che avevo sentito un gran freddo.

Poi ricominciavo i miei giri per la città. I giorni passavano, io non avevo denaro, i frati continuavano a mantenermi gratis. Ma a un certo punto, ovviamente, mi dissero che non potevano andare avanti così, bisognava che provvedessi in qualche modo, anche loro non erano ricchi... Mi sentii stringere il cuore dalla paura. Dove sarei andato a finire, se mi mandavano via? Dove avrei dormito? Come avrei mangiato? Ero assolutamente misero, pieno solo di fame e di povertà. Là supplicai di avere pazienza e di tollerarmi ancora per un po’ di tempo, nel nome di Nostro Signore. Poveri e buoni frati: sono andato a trovarli di recente. Si ricordavano di me, e mi hanno accolto lieti della mia fortuna, alla quale, in fondo, hanno contribuito un poco anche loro, in quell’epoca che mi sembra già tanto lontana. E’ strana la sensazione che ho avuto nel rivedere quei luoghi che mi ricordavano le mie dure lotte: so di avere molto sofferto, eppure sento che rifarei la stessa strada, dal primo all’ultimo passo, con lo stesso coraggio.

La mia meta giornaliera era Cinecittà. Qualcuno si sarebbe accorto di me, ero sempre li a chiedere e ad attendere, conscio che senza una tenace resistenza non avrei ottenuto nulla. E infatti arrivò finalmente, qualcosa di buono. Ebbi una minuscola parte di comparsa nel film ”I pompieri di Viggiù”. Se questa pellicola è ancora proiettata in qualche posto, guardate il tizio che scende da una automobile per entrare nel ridotto di un teatro: sono io. E’ stato il mio primo contatto con la macchina da presa. Per animare la scena, per far qualcosa di più di quello che dovevo fare, ho alzato un braccio e l’ho agitato in un largo gesto. Tutto qui, ma a me sembrò moltissimo. Ero entrato nel cinema, toccava a me fare l’impossibile per rimanerci.

1959 03 03 Tempo Domenico Modugno f2Per Domenico Modugno tutte le occasioni sono buone per cantare. Eccolo tra gli scugnizzi napoletani, nell’estate del 1956, Allora era già noto, ma non immaginava certo il successo che presto avrebbe ottenuto. Nei giorni scorsi, recatosi a San Pietro Vernotico, presso Brindisi, dove ha vissuto gli anni dell’infanzia, è stato accolto dalla popolazione con tanto calore che ha sentito il bisogno di esibirsi ripetutamente, all’aperto: i carabinieri lo hanno sottratto alle effusioni della numerosa folla.

Quando "I pompieri di Viggiù” fu proiettato al mio paese, io divenni una specie di eroe. Il fatto di vedermi sullo schermo entusiasmò i miei compaesani. «Dunque — dicevano — è riuscito, è diventato qualcuno, ha fatto carriera!». Figurarsi se quella rapidissima comparsa poteva definirsi "il successo”, eppure al mio paese non suscitai più, dopo, gli stessi entusiasmi, anche se ebbi parti più consistenti.

Intanto maturava l’età per il richiamo militare. La cartolina precetto arrivò puntualmente. Mi misero in Fanteria, e, dopo il CA.R., mi spedirono a Bologna. Devo dire la verità, sono stato benissimo sotto la naja. Prima di tutto mangiavo regolarmente — e lo sa il cielo quanto questo fosse importante per uno che troppe volte aveva patito la fame — e poi non mi disturbava affatto la vita militare. C’era un Circolo Artistico per i soldati, e io ci andavo a suonare la fisarmonica e a cantare. Il mio maresciallo ebbe simpatia per me. Per fargli cosa grata mi misi a dipingergli dei quadri.

Mi è sempre piaciuto disegnare, ma non ho mai preso un'ora di lezione, non sono che un dilettante. Al maresciallo piacevano tanto le marine, con le onde crestate di bianco, i tramonti rossi all’orizzonte, le vele gonfie di vento. Allora io comperavo un mucchio di cartoline con vedute di mare e di scogli, le copiavo, e offrivo i quadri al maresciallo. Gli ho riempito la casa delle mie marine. Il periodo della divisa passò, tranquillamente. Tomai borghese. Avevo in tasca un po’ di soldi, e mi sentivo ricco quando tomai a Roma. Non avevo affatto abbandonato la speranza di fare l'attore. Dovevo ricominciare tutto da capo, ma non me ne preoccupavo.

1959 03 03 Tempo Domenico Modugno f3Tre fotografie di Domenico Modugno che sono indicative di tre differenti periodi della sua vita. Nella prima, a sinistra, ha diciassette anni: è un ragazzo inqnieto che studia ragioneria con la convinzione di seguire una strada sbagliata. Nella foto al centro ha venticinque anni, i primi abiti fatti su misura e i baffi curati: il suo sogno principale è sempre quello di fare del cinema. A destra, ecco Modugno finalmente attore: impersona un moschettiere nel film "Il Cavaliere delia Regina”

Andai ad abitare nella casa di un ex-giocatore di calcio della squadra di S. Pietro Vernotico. Gli pagavo cinquemila lire al mese per una branda nell’ingresso. Io venivo a casa tardissimo, perchè andavo a cercar lavoro nei locali notturni, perciò dovevo dormire la mattina. I primi tempi era un disastro. La gente entrava e usciva, e io ero li sulla mia branda che tentavo di dormire, ma con quel baccano non ci riuscivo. Mi tiravo le coperte sulla testa, cominciavo ad appisolarmi, poi il suono del campanello, lo sbatacchiare della porta, le voci della gente, mi ridestavano di soprassalto. Mi venivano i nervi a fior di pelle.

A parte il fatto che io sono un tipo cui piace dormire, in quelle circostanze il sonno mi mancava addirittura, e mi sentivo spossato. Ma a tutto si fa l’abitudine. Finii per essere cullato dai rumori che prima mi avevano esasperato, al punto che una mattina fui svegliato ”dal silenzio”. Nessuno era entrato nè uscito dal mio ingresso, e ciò ruppe il mio sonno!

Malgrado le ricerche sempre più affannose, lavoro non ne trovavo. Ho calpestato i selciati di tutta Roma. Ho varcato le porte di tutti i locali ove presumevo di poter fare qualcosa. Ma tornavo sulla mia branda sfinito di stanchezza e di amarezza. Sarei mai riuscito?... Eppure c'era sempre in me la certezza di vincere, anche se le delusioni mi sbattevano da tutte le parti.

1959 03 03 Tempo Domenico Modugno f4Domenico Modugno nella sua abitazione romana, accanto alla madre. La signora Pasqua ha avuto cinque figli.

I miei momenti peggiori li avevo sempre prima di addormentarmi. Riflettevo, pensavo, almanaccavo, e talvolta l’angoscia era così intensa, da soffocarmi. Mi dicevo che non era il caso di penare così, era meglio che cambiassi tutto nella mia vita. Ma poi, quando mi svegliavo, quando sentivo tornare in me gli impulsi che mi avevano animato, riprendevo a combattere. Volevo essere più forte delle avversità. Non potevo lasciarmi bruciare, restando inerte, dal fuoco che avevo dentro.

Nel mondo del cinema io avevo un idolo: Vittorio De Sica. Lo ammiravo come attore e come uomo. A un certo punto pensai di rivolgermi a lui, perchè mi desse una parte nel film che 6tava girando, "Ladri di biciclette”. Dovetti raccogliere tutto il mio coraggio per recarmi a casa sua. Ricordo ancora come mi tremavano le gambe, come mi tremava la mano che tendevo per suonare il campanello della sua porta. Stetti davanti a quella porta chiusa non so quanto tempo prima di decidermi. Poi respirai profondamente, e suonai.

Venne ad aprire un compito maggiordomo.

«Vorrei parlare col signore» dissi. «Per che cosa?». «Gli devo parlare». «Bisogna che mi dica il motivo, non posso farla passare così».

Mi girava la testa. Ero qui, dovevo entrare a tutti i costi, dovevo vedere De Sica. Adesso sono in grado di capire le ragioni degli sbarramenti che vengono messi fra chi, per un motivo qualunque, occupa una posizione in vista, e gli altri. Anche alla mia porta sono venute e vengono decine e decine di persone a chiedere, a proporre, a offrire.

E’ materialmente impossibile ascoltare tutti, non basterebbero le ventiquattro ore del giorno. Adesso capisco l’opposizione di quel maggiordomo, che allora mi parve esagerata e scortese.

«A lei non posso dire niente — esclamai — vada a riferire al signore che è una questione di vita o di morte». Non so come mi venne in mente una frase di questo genere. Forse ero disperato. Il domestico mi guardò un po’ di traverso, sospettoso. Ma obbedì. «Entri» disse poi. Restavo immobile, pallido come un morto, sopraffatto dalla emozione. Vittorio De Sica usci dal bagno, si stava facendo la barba, aveva la faccia insaponata. «Cosa vuole?» chiese, piuttosto gentilmente.

Ero venuto per chiedergli di lavorare con lui. Ma la mia bocca si rifiutò di pronunciare le parole giuste. Balbettai qualcosa, senza sapere nemmeno io quello che dicevo. Forse De Sica notò il mio abito dimesso, il mio pallore. E’ sempre stato un uomo buono e un vero signore. Andò a prendere due mila lire, le mise in una busta e me la consegnò.

«Buona fortuna», disse. «Buona fortuna». Oggi De Sica e io siamo molto amici. Mi sembra tanto strano rammentare che davanti a lui fui come paralizzato... ma anche questo ricordo mi aiuta a capire, a godere la gioia di avere raggiunto una meta. Avevo proprio bisogno di quelle due mila lire. Potevo andare a passare il Natale a casa mia. Avrei riveduto il mio caro paese e la mia famiglia, e per qualche giorno — o qualche ora? — mi sarei sentito un essere umano fra esseri umani che avevano dell’affetto per me.

Naturalmente, non resistetti a lungo a S. Pietro Vernotico. Di nuovo mi misi in viaggio, di nuovo fui a Roma. Mi iscrissi al Centro sperimentale di cinematografia, e riuscii a vincere gli esami di ammissione. La mia felicità andava alle stelle. Questa vittoria significava ottenere 50 mila lire al mese e il pasto del mezzogiorno gratis. Mi sentivo trasformato, mi pareva di cominciare a veder chiaro nel mio avvenire, e studiavo accanitamente, davo tutto me stesso nel nuovo impegno. Finalmente riuscii a vestirmi con un po’ di decoro, quantunque io non sia affatto portato a fare l'elegantone. Ma avevo le camicie in ordine e le scarpe nuove. Cercavo in ogni modo di arrotondare i miei guadagni, non mi sembrava giusto limitarmi ad attendere il mensile che mi passava il Centro.

La sera, andavo qualche volta a suonare al Circolo Artistico di via Margutta. Mi davano mille lire. Poi andai in una trattoria vicino a piazza Cavour, anche qui mi davano mille lire, e la cena. Mi sedevo a suonare la fisarmonica, mentre i clienti mangiavano. E come sempre la mia mente si svagava dietro la mia stessa musica, pensavo, sognavo. Oppure, quando cantavo, mettevo nel canto tutta la mia anima, avrei voluto scuotere quel pubblico che qualche volta mi ascoltava distratto, fargli capire che volevo "esprimere” qualcosa...

1959 03 03 Tempo Domenico Modugno f5Vittorio De Sica e Domenico Modugno a Cinecittà durante la registrazione del film "Nel blu dipinto di blu". Il cantante vide De Sica, per la prima volta, all’epoca di "Ladri di biciclette". Era andato a bussare a casa sua per ottenere una particina nel film; ma quando gli fu di fronte non riuscì a spiccicare una parola e l’attore mise duemila lire in una busta e gliele diede.

Intanto avevó affittato la mia prima camera ammobiliata. Una vera camera, indipendente. Quando ci andavo, la sera, e chiudevo la porta, mi sentivo già un signore. Speravo ardentemente di aver finito per sempre di mendicare un letto e i pasti qua e là.

Al secondo anno di Centro presi in affìtto un’altra stanza, in comune con un amico, il che mi consentiva di ridurre le spese. Continuavo a studiare recitazione, ma componevo anche delle canzoni, quantunque non pensassi affatto a far carriera come compositore o cantante. Scrissi in quell’epoca "Ninnananna” e "La sveglietta”. Alla fine del corso partecipai a "Trampolino", una trasmissione della R.A.I. per i dilettanti. Nella giuria che doveva scegliere i concorrenti c’era il maestro Barzizza. Io cominciai a suonare. Cantai appunto "Ninna-nanna" e "La sveglietta". Mi guardavano, notavo che mi ascoltavano con interesse. Il cuore mi batteva forte. «Ma come? — pensavo. — Io spendo il sangue mio per fare l’attore, e loro si divertono alle mie canzoni?». Ma andavo avanti, dopo tutto avevo sempre suonato e cantato dai tempi dell’adolescenza.

Ebbene, debuttai pubblicamente, attraverso la radio, proprio con le canzoni. Per la prima volta apparve la mia fotografia su un giornale. Rammento l’emozione quando presi in mano quel foglio... Ero proprio io, Domenico Modugno, coi miei baffi e i miei capelli sempre un po’ scomposti... Mi vennero le lacrime agli occhi. Non era certo per vanità soddisfatta. Con quelle lacrime cominciavo a lavare un poco i ricordi del freddo, della fame e della miseria.

Domenico Modugno, «Tempo», anno XXI, n.9, 3 marzo 1959


1959 03 10 Tempo Domenico Modugno intro

Con la consueta spregiudicata sincerità Domenico Modugno narra un altro capitolo della sua vita; come conobbe Franca Gandolfi, la sposò, la lasciò e come infine, pentito, fece ritorno a lei

Fu al Centro Sperimentale che conobbi Franca Gandolfl, la ragazza che doveva diventare mia moglie. Anche lei studiava recitazione. Sinceramente, non ci fu nessun colpo di fulmine, nè da parte mia, nè da parte di lei. La vedevo fra le tante altre, era molto graziosa, mi erano piaciuti soprattutto i suoi occhi scuri e dolci. Mi affezionai a lei conoscendola.

Franca mi disse più tardi che s’innamorò di me sentendomi recitare. Si vede che le vie dell’amore, come quelle del Signore, sono infinite. Comunque, per me ci voleva una donna che sopportasse il mio carattere instabile, soggetto a improvvisi malumori. Franca fu sempre molto comprensiva. Si interessava al mio lavoro, e qualche volta, con femminile intuizione, mi dava consigli. Avevo bisogno del suo affetto. Da troppi anni, ormai, in giro qua e là, sempre solo, non conoscevo la tenerezza della famiglia. Dicono che l’uomo è scapolo per istinto, e in fondo anch’io ero un nomade. Ma a un certo momento si sente il bisogno di un porto tranquillo ove rifugiarsi, si ha bisogno di sapere che qualcuno ci aspetta a casa, nella "nostra” casa. Franca seppe darmi il desiderio di creare un punto fermo nella mia vita.

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Intanto continuavo a lavorare nel cinema. Ebbi una parte in "Filumena Marturano", poi in "Anni facili”, e poi in "Carica eroica”, un film trasmesso anche dalla televisione, dove io canto la ninna-nanna a una bambina russa. A proposito della mia "ninna-nanna”, c’è un episodio che ricordo volentieri. In quel periodo venne in Italia Frank Sinatra. Ebbe occasione di ascoltare questa canzone, gli piacque tanto che volle registrarla su nastro, e se la portò in America. Poi non accadde niente, ma fui molto lusingato che il celebre cantante americano si fosse interessato al mio lavoro. Il mio sogno, ovviamente, era l’America, dove i successi, quando si riesce a raggiungerli, sono esplosivi e di larga eco. Ma allora tutto si limitò al nastro che Sinatra aveva portato con sé.

La ruota della cosiddetta fortuna. che da anni spingevo con tutte le mie forze, cominciava lentamente a girare. Il direttore del secondo programma della Radio, Palmieri, mi offrì di interpretare una rubrica tutta per me. Mi fece firmare un contratto per quattro trasmissioni. Dovetti fare tutto da solo, scrivere il soggetto, recitare, cantare, suonare. ”Il pesce spada” nacque in quell’epoca. Avevo letto sui giornali la storia di un pesce spada che si era buttato sulla spiaggia a morire accanto alla sua compagna, catturata dai pescatori. Una storia che mi aveva singolarmente colpito. Traggo spesso il soggetto delle mie canzoni da fatti veri, che abbiano un contenuto di umanità e di commozione.

1959 03 10 Tempo Domenico Modugno f2Estate del 1955 a Riccione, nel corso di una festa. Seduta di fronte a Modugno è Sandra Mondaini. Fu l’anno in cui il giovane pugliese compose la sua prima canzone in italiano, "Musetto”, che ottenne molto successo benché al Festival di Sanremo non fosse nemmeno entrata in finale.

1959 03 10 Tempo Domenico Modugno f3I coniugi Modugno al battesimo del figlio Marco, nato il 16 agosto dello scorso anno, mentre il padre si trovava negli Stati Uniti. L’arrivo del bimbo ha contribuito notevolmente ad attenuare l’irrequietezza di Modugno e a fargli apprezzare - come egli dice - la gioia di non essere solo.

La rubrica radiofonica ebbe molto successo. Ricevetti le mie prime lettere, le quali aumentarono al punto che Palmieri decise di prolungare il contratto. Le trasmissioni, invece di quattro, divennero sedici. Il pubblico cominciava a conoscermi, c’era chi mi scriveva elogi, critiche, commenti, io leggevo tutte le lettere, felice anche delle critiche, era sempre un modo di starmi vicino. Per la prima volta ero contento dei miei guadagni, avevo perfino qualche risparmio. Che cosa meravigliosa, la certezza di poter mangiare tutti i giorni e di potersi pagare un vero letto! I miei pensieri, prima di addormentarmi, non erano più cqsì amari. Ma sentivo che ero solo all’inizio, c’era ben altro da fare, da concludere.

Varcai le porte del teatro di rivista con Walter Chiari, che avevo conosciuto mentre giravo un film a Cefalù. Debuttai in "Controcorrente” ai Satiri di Roma. Cantavo ”Il pesce spada”, ”Il minatore” e ”La
donna riccia”. Quest’ultima canzone, però, doveva sfondare solo due anni dopo, col complesso Carosone. e fu il mio primo successo commerciale. ”Il pesce spada” rimase, diciamo così, nel mio repertorio sentimentale, come "Il minatore” e ”Lo sceccareddu ’mbriacu”, (l’asinelio ubriaco) scritti in stretto dialetto pugliese, non a tutti comprensibile.

1959 03 10 Tempo Domenico Modugno f4Tre anni fa sulla spiaggia di Ostia. Due mesi dopo le nozze la coppia andò in Francia. Poi, proprio mentre Modugno debuttava a Parigi, la moglie fu costretta a rientrare in Italia.

Agli inizi del 1955 mi venne in mente di andare in Francia. Avrei voluto, nelle mie ambizioni giovanili, conquistare Parigi. Possedevo una grossa automobile, l’avevo pagata pochissimo, e mi sembrava di avere fatto un affare d’oro. Solo più tardi capii il perchè del basso prezzo: beveva benzina a non finire. Ma intanto mi pavoneggiavo come un vero signore, erano le prime ebbrezze del successo, e anch’io, come tutti, mi sentivo un po’ colpito in testa. Aggiungo che queste velleità, mi passarono subito. Non sono capace di grandeggiare, mi stanco e mi annoio, mi piace la semplicità. e adesso vado in giro con una macchina di serie. Nella vita privata, nella ”mia” vita, sono un uomo di abitudini modeste.

Imbarcai sulla grossa macchina un amico, e partimmo. A metà viaggio si ruppe un pistone. L’amico, che era Pazza-glia. il mio paroliere, si offerse di tornare col treno in Italia a prenderne un altro, perchè il pezzo non si trovava assolutamente in Francia. Poi mi raggiunse di nuovo, e fummo a Parigi. La mia conquista della capitale francese si ridusse a due apparizioni alla televisione. Pazzaglia aveva avuto una strana idea, mi presentò ai dirigenti come una "scoperta” originalissima, io dovevo essere insomma una specie di cantastorie italiano, genuino e perciò oltremodo interessante. Ma la cosa non andò più in là. Mi stancai presto, e decisi che era meglio tornare in patria. Ripresi la via del ritorno con una esperienza in più e qualche illusione di meno, ma tutt’altro che rassegnato.

Il mio sogno di andare a cantare in America si avverò in quello stesso anno. Fui scritturato da Landi, un italo-americano. Ma dovevo cantare solo davanti a platee di immigrati italiani. Per quanto ciò mi piacesse e mi commovesse, sentivo che non rappresentava ancora la mia carriera. Era un limitare, un circoscrivere la mia attività di cantante quasi a un uditorio specializzato, mentre io desideravo prendere contatto col pubblico in un senso più vasto, anche se, forse, più popolaresco. Credo che sia ambizione di ogni autore che le proprie canzoni vengano fischiettate per strada. Era appunto questo che io desideravo. Ma intanto cominciava l’emozione degli ingaggi e dei grandi spostamenti. L’orizzonte si era aperto. Il tempo delle suonatine in trattoria o nei circoli era finito. Mi sembrava già di intravedere, sopra di me, uno spazio azzurro dove avrei potuto ”volare’’...

1959 03 10 Tempo Domenico Modugno f5Il terrazzo di casa Modugno a Roma, nel quartiere Flaminio. Nell'appartamento si fondono il moderno e l'antico.

Quando tomai in Italia mi decisi a diventare un marito. Franca lavorava con Dapporto in "Giove in doppiopetto". Le dissi che ci saremmo sposati al più presto, e senza cerimonie, perchè a me le cerimonie non piacciono. Ci sposammo in luglio, e non facemmo neanche il viaggio di nozze, o luna di miele che dir si voglia, non erano cose per me. Franca ed io ci capivamo così, e bastava. Avevo già abbastanza denaro per arredare un paio di locali di mio gusto. Mettemmo insieme le nostre risorse, e ci comprammo qualche bel mobile antico e qualche ninnolo di valore. La mia prima "vera” casa! Quante volte, durante le mie insonnie, rividi nel ricordo la baracca torinese, il lettuccio nel convento, la branda nell’anticamera. Qualche cosa avevo raggiunto, dunque, un po’ di strada l’avevo fatta dal giorno che, con diecimila lire non mie, ero fuggito da S. Pietro Vernotico.

Poi tra me e Franca ci fu una burrasca. I giornali ne parlarono, dissero che lei mi aveva piantato. Ma non era vero assolutamente. La colpa fu tutta mia. Abituato a una totale libertà, gli impegni della famiglia mi pesarono, sul principio. Ero irrequieto, mi sembrava di avere fatto un grosso errore a legarmi così presto, mentre dovevo ancora costruirmi un vero avvenire. Scalpitavo come un cavallo, e un certo giorno dissi a mia moglie che era meglio che ciascuno andasse per la propria strada. «Ti lascio la casa e tutto ciò che contiene — dissi — io me ne vado». E me ne andai sul serio, a Milano. Ma dopo un po’ compresi che stavo sbagliando. Mi sentii più che mai solo. Avevo cominciato a capire che nella vita non si può restare soli. E con lo stesso impulso che mi aveva spinto a lasciare mia moglie, tomai da lei. Oggi c’è Marco, il mio bambino, che ci unisce profondamente.

Ero sposato da due mesi quando pensai di tornare in Francia. Portai anche Franca con me, questa volta partimmo in aereo. Non avevo un programma preciso, non sono certo l’uomo dei programmi precisi. Decisi di presentarmi di nuovo alla televisione. Franca ed io ci sedemmo nell’anticamera. Attendemmo. Mezz’ora, un’ora. Nessuno si faceva vivo, nessuno mi chiamava. Dopo due ore ne ebbi abbastanza, presi mia moglie per un braccio e ce ne andammo di corsa. In strada, vidi un manifesto col nome di Henry Salvador. Andai a trovarlo al "Bobino", dove lavorava. Gli feci ascoltare "Il minatore”', che gli piacque molto. Il suo agente Bemheim, al quale mi presentò, mi fece tradurre in francese alcune canzoni, fra cui "L’uomo in frac”, che fu una traduzione veramente bella, che non svisava il testo italiano come accadde invece per altre mie canzoni. Poi Franca tornò in Italia per debuttare con Totò, mentre io feci il mio esordio all’Olympia, il più grande "music-hall” di Parigi. Potevo dirmi soddisfatto? No. non ero soddisfatto. In quei cinque mesi di permanenza in Francia avevo accumulato una immensa nostalgia per Roma. Anche mia moglie, che nel frattempo era tornata a raggiungermi, era stufa quanto me. Così facemmo le valigie, e tornammo in Italia.

1959 03 10 Tempo Domenico Modugno f6Ogni giocattolo che si vede nella stanza del piccolo Marco è un regalo del padre al ritorno da un viaggio, cioè da un successo. « Non avrei mai creduto che Domenico - dice la signora Modugno - fosse un padre cosi affettuoso e sempre così preoccupato per la salute del figlio».

Alla televisione italiana comparvi in una trasmissione dal titolo "Invito a bordo". Il contatto con gli ascoltatori era questa volta ben più diretto, mi vedevano e mi sentivano, e capii che la rubrica piaceva perchè ricevevo uh mucchio di lettere. Intanto continuavo a-comporre canzoni su canzoni. La mia prima canzone in italiano fu "Musetto”, che mandai al Festival di Sanremo nel ’55, ma non entrò in finale. Fra le canzoni napoletane, "Io, mammete e tu” fu fatta conoscere soprattutto da Nino Taranto. "Lazzarella” si classificò seconda nel Festival di Napoli del ’57, cantata da Aurelio Fierro.

Scrissi anche canzoni che non ebbero fortuna. "Nisciuno po’ sapè”, per esempio, e "Mese ’e settembre”. I testi di Pazzaglia erano molto belli, ma, chissà perchè, il pubblico non fece sue queste canzoni. Cè sempre qualcosa di misterioso che determina il successo o l’insuccesso, qualcosa che non si può assolutamente prevedere, eppure ci si mette la stessa passione e lo stesso entusiasmo!

Anche "Sole, sole, sole" è un’altra mia canzone che non divenne popolare. E* la preferita di De Sica, spesso mi prega di cantargliela. "L’uomo in frac”, che al suo apparire passò quasi inosservata, piacque quattro anni più tardi. Perchè? E' inutile che me lo domandi, io sono il primo a non saper rispondere. Del resto, chi avrebbe potuto supporre che proprio "Nel blu dipinto di blu", fra tante mie canzoni, m’avrebbe fatto davvero "volare”?...

Domenico Modugno, «Tempo», anno XXI, n.10, 10 marzo 1959


1959 03 17 Tempo Domenico Modugno intro

Dopo aver descritto le avventure americane, Domenico Modugno conclude il racconto della sua vita parlando degli ultimi successi, del pubblico, di Claudio Villa, di guadagni e spese

Alcuni mi hanno chiesto come ho fatto a partecipare al Festival di Sanremo. Ma è semplice! Ho mandato la mia canzone, come gli altri. "Nel blu dipinto di blu” ebbe il novantanove per cento dei voti della giuria, per la prima volta io ero autore e anche cantante in una manifestazione di importanza nazionale. Non dico che fossi sicuro del successo, è assurdo, ma la bella votazione ricevuta ni sede di eliminatorie mi dava molte speranze. Ero estremamente agitato. Quando mi presentai sul palco, davanti al pubblico. davanti alle telecamere, sentii che stavo giocando la partita più importante ella mia esistenza. La canzone l’avevo composta di getto, nel "volare” del ritornello era scritto così dalla mia testa, non avevo cambiato una nota. Quali reazioni avrebbero avuto gli ascolta tori? Il cuore mi pulsava da spezzarsi. Ma cercai di cantare con la maggiore disinvoltura possibile, buttai le braccia al cielo, mossi la gamba in ritmo con la musica...

A proposito di questo agitarsi della gamba, mi hanno accusato di essere un po’ teatrale, di caricare, insomma, la scena. Ma è un gesto assolutamente istintivo, non posso farne a meno, è più forte di me.

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In qualche modo io devo seguire il ritmo, e lo faccio come posso. Al secondo Festival, quando cantai "Ciao, ciao bambina”, mi sforzai di restare il più fermo possibile. Ma mi sentivo innaturale, e mia moglie, che mi conosce, fu la prima a consigliarmi di muovermi come volevo, con la massima spontaneità. E infatti penso che questo sia sempre il sistema migliore per chi agisce sulla scena. Quando le ultime battute di "Nel blu’’ si spensero, io capii, come ho già scritto all’inizio di questi miei ricordi, che avevo raggiunto una meta. Gli applausi furono scroscianti, così convinti, che ne ebbi una vertigine. La gente urlava, canticchiava già il mio ritornello, c’era nell'aria veramente una sensazione di trionfo, e mi sia permesso di dirlo con soddisfazione. perchè nulla — e adesso anche i lettori che mi hanno seguito lo sanno — mi era stato facile nella vita. Perciò non ero sbalordito come da un dono improvviso, ma ero commosso e sconvolto. Ero "entrato nella folla”, come avevo sempre desiderato.

E qui la fortuna, che fino a quel momento mi aveva trattato un po’ dall’alto in basso, mi sorrise. Fra il pubblico del Festival c’erano due americani, proprietari, a Los Angeles, di una stazione radio. Comperarono il disco della mia canzone e tornarono al loro Paese. Cominciarono a trasmettere "Nel blu dipinto di blu” così come era, cantato da me. Cinque minuti dopo la stazione fu tempestata di telefonate di persone che volevano risentire la canzone. Arrivarono lettere da ogni parte. In breve le richieste divennero enormi, la canzone si fece conoscere, veniva suonata di continuo, tanto che i due americani pensarono di scritturarmi per una "tournée” in America.

Quando mi arrivò la proposta, quasi non credevo alla realtà. Avevo tanto desiderato questo ingaggio! Fui scritturato dalia M.C.A., una importantissima agenzia americana, per apparire nella "Ed Sullivan Show”, una trasmissione più importante della "Perry Como Show", che anche gli italiani conoscono. Il mio viaggio in America fu straordinario. Mi conoscevano, volevano vedermi, volevano sentirmi personalmente. Ebbi accoglienze entusiastiche, tipicamente americane. E’ incredibile come sa scaldarsi quel pubblico per l’idolo del momento: ragazzette che stringono da presso, che afferrano i vestiti, giovani che urlano. Ero stordito. I giornali americani scrissero che "Nel blu dipinto di blu” costituì va il più grande successo mondiale dopo "O sole mio". Ho firmato autografi fino ad avere il crampo nella mano. Ho dovuto sorridere fino ad avere il crampo nella faccia.

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Un pubblico internazionale ha applaudito entusiasticamente l’altra settimana, allo Sporting Club di Montecarlo, Domenico Modugno. Il "gran gala”, intitolato "Ballo di Primavera”, è stato dato in suo onore. Mancavano soltanto, tra gli spettatori, Grace e Ranieri di Monaco. Nella foto qui sopra il cantante pugliese viene complimentato, durante un intervallo, da due danzatrici partecipanti allo spettacolo. Sotto: uno dei caratteristici atteggiamenti di Modugno consiste nel voltare ogni tanto, mentre canta, le spalle agli ascoltatori. Il palcoscenico, come si vede, è cosparso di rose lanciate dal pubblico che le toglieva dai tavolini.

A Washington mi offersero le chiavi della città, in una cerimonia allegra e a suo modo grandiosa. Ma in quel momento io avrei voluto essere a casa mia accanto a mia moglie. Mi stava accadendo qualcosa di più importante che i premi e i festeggiamenti: ero diventato padre. Marco, il mio bambino, aveva avuto fretta di venire al mondo, nacque con un mese di anticipo. Ma non potei raggiungere Franca, le penalità da pagare sarebbero state enormi. Del resto, i guadagni in America sono tassati terribilmente. Dollari ne arrivano tanti, ma una gran parte ritorna al Fisco, e ciò che resta in mano è relativamente poco.

Quando potei sganciarmi dagli impegni più importanti, nessuno fu capace di trattenermi. Tomai in Italia, ci rimasi una settimana, accanto a mia moglie e al mio bambino. Ero veramente felice, stavo vivendo esperienze eccezionali, e le vivevo intensamente, perchè sapevo quanto mi erano costate.

Al mio secondo viaggio in America, decisi di non badare a spese, tanto mi tassavano ugualmente. Portai con me Migliacci, il paroliere di "Nel blu”, come premio per la sua collaborazione. Facemmo una vita da nababbi, grandi alberghi. pasti succulenti, automobili che sembravano portaerei. Ad Atlantic City venni nominato sceriffo onorario. A Buffalo entrai con la scorta della polizia in motocicletta, le sirene ululanti. Mi passava rapido nel cervello il ricordo di quando, scalcagnato ed affamato, andavo a cercar lavoro nei locali notturni di Roma... e mi mandavano via. Si apprezza veramente solo ciò che ci è costato fatica e dolore. Per questo mi rincresce che mio figlio Marco trovi tutto ben servito su un piatto d’argento: si priverà dell’immensa gioia della conquista, che rafforza il carattere, e. in definitiva, fa vivere più intensamente.

Cantai anche alla "Camegie Hall”. Ricordo che mentre percorrevo la lunghissima Quinta Strada, le note della mia canzone mi inseguivano fino all'ossessione. Ogni negozio di dischi la trasmetteva, io stesso non ne potevo più. In una grande vetrina c’era esposto un enorme disco di cartone dorato col titolo della mia canzone. Avevo l’impressione che tutti gli americani, grandi e piccoli, uomini e donne, la fischiettassero. o si sforzassero di cantarla in italiano. In quel periodo l’America sembrò dipinta di blu. Ero sopraffatto di emozione e di gioia.

Poi. in Italia, fui scritturato per il film con lo stesso titolo della mia canzone, che verrà programmato fra breve. Intanto mi preparavo al Festival del ’59. Avevo composto una canzone su un fatto vero, che fu descritto altre volte: alla stazione di Pittsburg, avevo veduto una coppietta che si scambiava un commovente addio. Piangevano entrambi, e la pioggia che cadeva sul loro viso si mescolava alle lacrime. Tutto ciò mi aveva colpito, e la canzone nacque, prese una forma definitiva. La mandai a Sanremo.

Sono state scritte e dette contro di me montagne di cose cattive e sbagliate. Ho provato dell’amarezza, ma mi rendo conto che nessuno può raggiungere il successo senza essere attaccato spesso crudelmente. Io non avrei mai immaginato di vincere anche il Festival del ’59. Avevo scritto "Piove” con la stessa sincerità e la stessa passione delle altre, ma non ero. se posso dirlo. così sciocco e presuntuoso da avere la certezza che riuscissi a vincere.

Chi può prevedere le reazioni del pubblico, che spesso sono assolutamente stupefacenti? Ma non c’era alcuna ragione perchè non concorressi. Faccio il compositore e il cantante di professione, non faccio che svolgere la mia attività. come tutti, affronto le incognite e i rischi come tutti. Sono stato bersaglio di infinite malignità. Ma io non impedisco a nessuno di farsi avanti, nè di conservare la posizione che ha. Cammino anch’io fra gli altri come gli altri. Nessuno può farmi una colpa se sono arrivato primo. Potevo anche arrivare ultimo, no? Perchè. ad esempio. "Musetto” non entrò nemmeno in finale nel Festival del ’55? Perchè non è piaciuta. Non è evidente? E non era anche quella una canzone di Modugno?

Hanno detto che mi davo delle arie e facevo lo smargiasso in occasione delle prove di "Piove”. Dissero che feci chiudere le porte perchè nessuno ascoltasse. La verità è ben diversa, e. come sempre succede, molto semplice. La mia canzone non era ancora stata provata dall’orchestra, ed eravamo alla vigilia del Festival. Invano avevo chiesto e pregato che la provassero. Finalmente, trovammo uno scampolo di tempo proprio mentre gli addobbatori dovevano collocare i garofani intorno al palco. Sono stati loro a chiudere le porte, per poter lavorare in pace.

1959 03 17 Tempo Domenico Modugno f4Domenico Modugno a Nuova York, lo scorso anno. Fu appunto durante la sua prima tournée negli Stati Uniti che al cantante giunse la notizia che in Italia gli era nato un maschietto, con un anticipo di quasi un mese sul previsto. Gli impegni gli impedirono di "salire sul primo aereo per tornare a casa" come avrebbe voluto. A Nuova York ovunque andasse si cantarellavano, per fargli piacere, "Nel blu dipinto di blu”, per le strade, nei negozi. «Io stesso - narra Modugno - non ne potevo più».

1959 03 17 Tempo Domenico Modugno f5I genitori di Domenico Modugno nella loro casa a S. Pietro Vernotico, presso Brindisi. Il signor Cosimo (che è capo dei vigili urbani della cittadina) e la signora Pasqua hanno ricevuto una visita del celebre figlio pochi giorni dopo il suo clamoroso successo all’ultimo Festival di Sanremo. La madre si reca più spesso che può a Roma per vedere il nipotino, Marco.

Tutto qui. Poi hanno detto che ho litigato con Claudio Villa, e a momenti ci pestavamo. Ma perchè avrei dovuto litigare con Claudio Villa? Con me è sempre stato educatissimo, non abbiamo avuto la benché minima ragione di battibecco, e non saprei perchè dovrei averne. Lui fa il suo mestiere e io faccio il mio, e così tutti gli altri. Chissà perchè ogni tanto salta fuori una cattiveria, o una calunnia. Chissà perchè nessuno mi calunniava quando ero morto di fame...

Anche all’ultimo Festival io ho avuto la stessa paura, lo stesso tremito nervoso. Ho sempre paura di affrontare il pubblico, perchè lo rispetto, e perchè è il mio giudice. Mi dà più soddisfazione il ragazzo che riconoscendomi quando passo in macchina per Roma, mi grida "bravo", che le chiavi d’oro e le stelle di sceriffo. So con certezza una cosa, perchè mi conosco: non diventerò mai superbo.

Adesso la mia attività e i miei impegni sono intensissimi. In maggio lavorerò in un film di De Laurentiis, dal titolo "Una testa piena di stoffa”. Poi "I due eroi", con Gassman e Sordi. Prima però andrò al Cairo a inaugurare l’albergo Hilton. insieme a Caterina Valente. Parteciperò con "Piove” al Festival internazionale di Cannes. Poi andrò a Caracas, e infine a Nuova York, fino ai primi di aprile.

Ho ormai poco tempo per la famiglia e per me stesso. Sono, come si dice, sulla cresta dell’onda. Tutti mi fanno i conti in tasca, mi attribuiscono dei redditi da re del petrolio, ma se sapessero quanto è lontana la realtà dalle loro fantasie! E' molto facile parlare di milioni, è assai meno facile averli fra le mani. Ho un mucchio di spese, e comunque i diritti d'autore e i compensi sono molto più modesti di quanto creda la gente.

Certo, posso avere dei forti guadagni. Ma esiste la sicurezza dell’avvenire? Un’attività che è sostenuta solo dai favori del pubblico, è molto precaria... e io lo so benissimo. Non mi sono montato la testa.

Voglio solo lavorare, ho ancora tanta ricchezza in me, mille e mille canzoni che aspettano di nascere. Ho trentun anni, e penso di poter contare ancora su me stesso. Perchè è solo su me stesso che devo contare, è chiaro. Sono io la mia azienda. Perciò è facile immaginare lo sforzo, la fatica per non deludere, per essere sempre come il pubblico mi vuole, per dare, con la mia sola persona, ciò che ci si aspetta da me.

Tutto ciò è logorante, credetemi. Ma io sono nato così, con la musica in testa e nel cuore, obbedisco al mio istinto. Ho obbedito al mio istinto anche quando il mondo intero sembrava contro di me, anche quando mi sentivo affranto di delusione, anche quando la stessa necessità di vivere mi spingeva a cambiare mestiere. Devo solo a me stesso di essere diventato Domenico Modugno, per poco che valga questo nome. Può essere un consiglio e un incitamento ai giovani che hanno qualcosa da esprimere: contate su voi stessi, non aspettatevi niente dagli altri. Poi, forse, imparerete anche voi quello che ho imparato io: è diffìcile raggiungere il successo... ma è ancora più difficile farselo perdonare.

Domenico Modugno, «Tempo», anno XXI, n.11, 17 marzo 1959


Epoca
Domenico Modugno, «Tempo», anno XXI, n.8 del 24 febbraio 1959, n.9 del 3 marzo 1959, n.10 del 10 marzo 1959 e n.11 del 17 marzo 1959