Domenico Modugno: «non sono io lo sconfitto ma la canzone italiana»

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Domenico Modugno narra, in questo articolo esclusivo, la sua esperienza al Festival di Sanremo: giudica se stesso e i suoi avversari, fa il punto sulla nostra canzone e anticipa i suoi programmi per il futuro

Sanremo, febbraio

Se prendo la penna per narrare la mia esperienza di sconfitto al Festival di Sanremo, non è per pescare nel torbido, nè per tentare un'autodifesa sulla falsariga delle rivelazioni di corridoio che inevitabilmente seguono ad ogni gara con tanto di votazioni, schede e notaio. Mentre attacco la carta bianca, così poco amica di chi è abituato ad esprimersi sulle corde di una chitarra, il mondo della canzone fa le valigie per tornarsene negli uffici degli editori e nelle sale d’incisione. Sulle scalinate dei grandi alberghi si ripetono le immagini di quel contrastante lungometraggio che è la storia del divismo: i vincitori si attardano nell’operazione autografi, gli idoli in decadenza sciamano alla chetichella. cercano l’appoggio di qualche sguardo amico. Anche io oggi so che nella hall mi attende il gruppo dei dolenti, con l’occhio infiammato dalla sete di giustizia. Mi aspettano rivelazioni a non finire, le cosidette ”voci” che sempre accompagnano un verdetto, quasi a sminuirlo.

1960 02 16 Tempo Domenico Modugno f01Domenico Modugno ha sfogato i suoi umori polemici sino alle sette di domenica mattina, nei locali notturni di Sanremo. Nel tardo pomeriggio, dopo un lungo sonno difeso dal clan dei parenti, ha cercato di apparire distaccato e sereno. Ma non ha saputo contenersi, quando gli hanno raccontato che al passaggio del carro di "Romantica”, nel corteo storico del Festival, un telecronista aveva involontariamente precisato a tutta l'Italia che il carro di Rascel era approntato da più di tre mesi. L'apparente prova di una vittoria già preordinata a tavolino aveva aperto gli occhi al pubblico. «Finché fischiano la canzone vincente - è sbottato allora Modugno - non vedo perchè dovrei ora rammaricarmi del secondo posto conquistato da "Libero”».

Sinché non si spegnerà l’eco del Festival sarò al centro di roboanti polemiche: da una parte si parlerà di decadenza, di usura, di cliché superato; dall’altra di boicottaggio e di pastette. Modugno come esce dal Festival? Le opinioni contrasteranno: chi parlerà di ”ossa rotte” e chi di "rinnovato splendore”.

Ma in ogni processo l’ultima parola è all’imputato. Oggi sta a me giudicare la sconfitta di "Libero”. Non farò l’accusatore, nè mi appiglierò alle "voci”; mi riservo soltanto un angolo per le opinioni personali, come se di questo ideale processo fossi l’imputato e insieme il commentatore. Buttiamo a mare le rivelazioni a cui non voglio dar credito e guardiamo ai fatti con imparzialità, come un critico che conosce la materia e che può distaccarsene.

Un antico detto popolare dice «passata la festa, gabbatu lu santu». E’ facile parafrasarlo e adattarlo alla situazio presente: «passato il Festival gabbata la canzone».

Questa è la più ovvia constatazione che discende dai risultati di Sanremo. Non la mia canzone in particolare, ma tutta una scuola che ha dato ossigeno, in questi ultimi anni, soprattutto per lo sforzo dei giovani, alia nostra tradizione musicale.

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Renato Rascel (foto in alto) ripone in valigia la coppa del Festival. L’attore si è presentato alla ribalta di Sanremo, scortato da una capillare organizzazione editoriale che gli ha probabilmente facilitato la vittoria. "Romantica”, nella versione urlata di Tony Dallara. si è accaparrata il favore dell'ultima generazione, e nell’interpretazione passatista e sussurrata del suo creatore i voti dei tradizionalisti. Quando un giornalista lo ha accusato di aver scritto una canzone reazionaria, reagendo ai tentativi progressisti degli altri, Rascel ha risposto: «Mi si accusa di essere un reazionario, ma io ho fatto Gogol, il "Cappotto" di Gogol scrittore russo». Domenico Modugno (foto in basso) cerca di pigiare in valigia l’enorme insalatiera conquistata con "Libero”. Gli è accanto la moglie. Franca Gandolfi. Mimmo - cosi lo chiamano i fedelissimi - si è portato a Sanremo tutta la famiglia, in tutto dieci persone, più due amministratori, un confidente, il segretario. Poco prima di partire il cantante ha ricevuto una telefonata di Totò che, per voce della figlia, gli ha fatto sapere di essere dei suoi.

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Due anni fa mi presentai a Sanremo nei panni dell’antitradizionalista. Avevo alle spalle una lunga esperienza come compositore isolato, che faceva zona a sè nel panorama della nostra musica leggera, e che. per farlo, doveva saltare i pasti. Le mie canzoni dialettali, quelle che traggono ispirazione dalla voce secolare della mia terra, se non facevano cassetta, mi avevano dato una grossa misura di mestiere e di riflesso, per le sollecitazioni della fame, una certa furbizia. Avrei così potuto imbastire, per la ribalta di quel mio primo Festival vittorioso, un motivo tradizionale e decadente, una canzone in linea con il gusto dei sovracuti e del latte e miele. Ma volli giocare una carta più azzardata e lo feci pur di rimanere fedele alla direzione artistica che sempre mi sono prefisso. Mi andò bene, anzi fu una passeggiata trionfale. Da quel giorno la canzone italiana subì una decisa sterzata, verso una parziale metamorfosi che la modernizzò e che la accostò al gusto attuale. Non me ne voglio attribuire la paternità, ma è certo che "Nel blu dipinto di blu" fece intravvedere agli autori dell’ultima generazione la possibilità di rompere i limiti della canzone che vellica i sentimenti e di rinnovarne in qualche modo il quadro, senza essere condannati all’ostracismo. La canzone italiana si mise così al passo con le esperienze francesi ed americane. Era finita la lunga dittatura dei motivi napoletani, ma andava prendendo piede, in America, la nostra canzone in lingua. In quell’annata ”Nel blu dipinto di blu” risultò in testa alla classifica dei best-seller.

La ribalta di Sanremo aveva fatto da trampolino di lancio ad un nuovo genere. Oggi da quello stesso palcoscenico pare si voglia incitare a ribattere il vecchio sentiero, anche se ormai è troppo adusato ed asfittico. S’è tornati indietro di dieci anni, con l’equivoco di una canzone passatista che si appoggia ad un cantante, come Dallara, che non è solo un urlatore. ma che è ultramoderno come impostazione e resa. Perchè — bisogna pur dirlo — senza voler fare della bassa polemica, "Romantica” prende ossigeno solo dalla voce di Tony Dallara e mostra invece la corda, quando il suo motivo si dipana nell’interpretazione liscia e mormorata di Rascel.

Una strada nuova

Sanremo ha così finito per condannare un genere che aveva esaltato. Ed è naturale il pianto di Bindi, l'autore di "Arrivederci” e di "E' vero”, che parte in singhiozzi, non per il bruciore della sconfitta, ma per il disinganno di veder trionfare una canzone in netta antitesi con gli obiettivi della scuola moderna. Una canzone con versi ancor più modesti e decadenti di quelli patriottardi del "Vecchio scarpone”. Ma
non credo che il nuovo indirizzo abbia trovato nel giudizio del Festival le sue forche caudine. Il tempo ripara a errori ben più gravi e ridimensiona questi miti dei "grandi ritorni”. Da parte mia tenevo soltanto ad uscire dalla battaglia con la coscienza di non aver tradito la mia dignità di compositore. I Festival non rappresentano per me una accademia ideale o il podio per il lauro dell’immortalità: sono la zona adatta per studiare sino a qual punto è possibile tentare l’avanguardia e la realizzazione di certe esigenze dell’artista, nell’ambito del professionismo. Ho fatto per tanti anni il "compositore maledetto”, poi ho dovuto cercare di esprimermi il meglio possibile, ma sempre entro quei binari pratici che assicurano una certa diffusione e un buon utile finanziario. Per questo da qualche anno sono puntuale all’appuntamento di queste strane gare, che non sempre selezionano i prodotti migliori e che non sempre indicano, per accorte manovre editoriali, le canzoni meritorie di un qualche successo. Ma non ho mai anteposto il mio rigore musicale. il mio tentativo di rovesciare i canoni fissi delle rime "amore, cuore, languore", alla idea della vittoria. Per dirla in termini più semplici, non ho mai tirato al primo premio con fiuto commerciale o con l’astuzia dei temi retorici e popolareschi.

1960 02 16 Tempo Domenico Modugno f04Gino Latilla appartiene alla vecchia guardia, quella che è uscita dal Festival parzialmente sconfitta dalla ”nouvelie vague” degli urlatori, soprattutto per l’infelice abbinamento con canzoni poco più che mediocri o troppo passatiste. Latilla non è riuscito a piazzarsi per la finale e si è lamentato di aver dovuto assistere alla serata al televisore, perchè non gli era stato riservato neppure un posto di galleria. Modugno ha avuto in lui uno dei più polemici consolatori.

La canzone di Rascel, così furba per certi appigli sentimentali e decadenti, non mi ha colto di sorpresa. Quando presentai alla giuria di selezione "Libero”, ne ero già al corrente e intuivo anche che "Romantica” avrebbe potuto disporre di un grosso apparato editoriale, con tutto quel che segue. In quell’epoca, vi parlo di alcuni mesi fa, avevo appena terminato di rifinire musica e parole di "Nel bene e nel male", un motivo adattissimo a controbattere con uguali mezzi quello di Rascel. Avrei potuto cioè mandare a Sanremo una canzone più facile, di sicura presa sul pubblico. Ho preferito invece portare al giudizio del Festival un lavoro che andasse "più in là” anche di "Volare”: una canzone che non racconta, ma che esprime uno stato d’animo e che lo è essa stessa. Dovevo al Festival che mi ha lanciato, questa prova di fedeltà. Mi ripugnava di giocare con i mezzucci di chi conosce molto bene le esigenze di una tale competizione. Ho perso. Ma vi assicuro che una battaglia in cui si ha fede non lascia la bocca amara, anche se finisce con la sconfitta.

Le canzoni sono un fatto misterioso. debbono incontrare in uno stesso istante una particolare propensione dell’animo che sia pressoché universale. "Libero" l’ha incontrata a mezzo o non gliela hanno fatta incontrare. Ed ora, prima di chiudere questa deposizione, vorrei confutare — il linguaggio è intonato alle esigenze verbali di un processo — alcune accuse che mi sono state portate prima e dopo l’esito del Festival.

1960 02 16 Tempo Domenico Modugno f05Sei persone sono impegnate a caricare i bagagli sulla macchina di Johnny Dorelli. Al momento di partire Dorelli ha lasciato a terra Betty Curtis e la sorella che insistevano per fare il viaggio di ritorno con lui. Il cantante, che vinse due Festival come spalla di Modugno, non ha trovato quest’anno, come del resti Arturo Testa, un motivo adatto ai suoi mezzi vocali. Anche Nilla Pizzi ha segnato il passo: un solo fotoreporter le ha dedicato qualche riguardoso flash

Mi hanno rimproverato di sfruttare da troppo tempo un unico filone, di procedere sul filo dei miei più grossi successi. Io direi meglio che continuo ad esprimere la mia vocazione di compositore, quale che sia. con i mezzi tecnici che le sono più funzionali. Nel mio lavoro procedo per tappe successive. E lo farò sino a che il ciclo sarà completo e del tutto maturato. Solo allora tenterò, e bisognerà vedere se ne sarò capace, una strada nuova, senza però commettere l’imprudenza di rimestare nel pentolone così caro a tanti compositori di casa nostra.

"Libero” non riecheggia nessun’altra mia canzone. E’ stato scritto che in alcuni punti il suo motivo richiama "Milioni di scintille”. E’ chiaro però che fra "Nel blu dipinto di blu", "Piove”. "Milioni di scintille”
e quest’ultima canzone vi è un tramite di continuità.

1960 02 16 Tempo Domenico Modugno f06Miranda Martino ha condiviso la sfortuna di Gino Latilla. Anch’essa è stata coinvolta negli infelici abbinamenti, pur essendo, a giudizio degli intenditori la miglior voce femminile.

Può darsi che, cosi come è nata e dalla successiva orchestrazione, il motivo non sia smagliante e segni un arretramento rispetto ai miei lavori precedenti. Questo lo dico, con beneficio di inventario. Ma è escluso che nel suo tessuto si possano beccare dei richiami o dei plagi involontari.

1960 02 16 Tempo Domenico Modugno f07Umberto Bindi viene quasi protetto dalla madre e da Mina che lo tiene premurosamente per mano, nel triste ritorno all’albergo dopo la dura sconfitta di ”E’ vero”. Il compositore genovese, che era quotato per un ottimo piazzamento, se n’è andato da Sanremo piangendo per il disinganno. Anche Mina ha brillato a metà, ma nei "juke-box” la sua interpretazione di ”E’ vero" risulta già come una delle più "gettonate” insieme a quella di Sentieri in "Quando vien la sera".

L’esperienza del Festival 1960 si è così chiusa con il bagaglio di una piccola delusione e con il senso di un certo oscurantismo e di un voluto ritorno al passato. In ciò, mi creda il lettore. sta il mio più grosso accoramento. perchè in assoluto l’esito di Sanremo è un po’ ripudiare il lavoro che, con me. molti altri hanno condotto. Ma c’è tutto un anno davanti a noi e le classifiche finali delle vendite discografiche saranno, lo spero, il miglior controfestival. Io tornerò a dare battaglia perchè considero questa sconfitta solo come una apparente pausa: la canzone italiana, quella autentica intendo, dovrà invece faticare parecchio per riprendere la posizione che si era conquistata.

Domenico Modugno, «Tempo», anno XXII, n.7, 16 febbraio 1960


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Domenico Modugno, «Tempo», anno XXII, n.7, 16 febbraio 1960

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