Gianna Maria Canale, dalla tunica al visone

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Gianna Maria Canale è fiera della sua interpretazione nel “Boom” di De Sica in cui ha finalmente lasciato i costumi romani o assiro-babilonesi dei suoi film precedenti per indossare la classica stola di visone di una moglie da miracolo economico

Roma, agosto

Gianna Maria Canale, l’imperatrice romana, la cortigiana babilonese, la bella regina orientale, l’eroina di oltre quaranta polpettoni storico-mitologici, si farebbe monaca ma già una volta è fuggita dal convento, non ama la vita mondana ma vola fino a Montecarlo per partecipare al gala dello Sporting tra i miliardari e le principesse, non crede, infine, nei ruoli che le assegnano ma continua ad accettarne. I paludamenti romani, assiro-babilonesi ed egizi, le ricche tuniche ed i vistosi mantelli, l’infastidiscono, tuttavia sono più di dieci anni che li indossa con una regalità ineguagliabile. Quando De Sica le ha finalmente chiesto di apparire sul set in tailleur e visone, Gianna Maria si è meravigliata che qualcuno si fosse ricordato di lei per un film che non aveva nulla di storico o di cappa e spada. Prima di iniziare il "Boom” con Alberto Sordi, il regista aveva passato in rassegna almeno centoventi attrici italiane, europee ed americane, dalle vamp notissime alle stelline alle prime esperienze. Occorreva scegliere una moglie per Sordi, una moglie del miracolo economico, una donna di classe, bellissima, elegante, per la quale un marito può perdere la testa e rovinarsi solo per assicurarle il lusso ed una vita brillante. La scelta si restrinse infine a venti provini e di questi il più convincente risultò quello di Gianna Maria. Era perfetta; rappresentava il tipo ideale della giovane signora avvenente ed affascinante che domina nel giro dei "miracolati", nel mondo dei miliardi, delle ville sontuose, dei panfili.

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Gianna Maria usciva cosi dai paludamenti di broccato e dei monili dorati per entrare nel ruolo di una donna vera, moderna, inserita nell’ ambiente dei quartieri alti, in una città come Roma o Milano. La "regina Teodora" ha risentito del brusco passaggio dall’ antichità ai nostri giorni? Forse, ma non lo confessa. Ha atteso troppi anni — almeno dieci — il momento di apparire sullo schermo com’è e non come una vestale affiorata improvvisamente tra le colonne di un tempio dorico, per dire che la metamorfosi si sia compiuta senza scuoterla, «La cosa in sè», ammette francamente, c non mi ha turbato. E’ servita però a dimostrare a me stessa ed agli altri che non sono fatta solo per avanzare lentamente tra le alte mura di una reggia o per cadere con aria fatale tra le braccia di un eroe mitologico».

Un formidabile rilancio

Per Gianna Maria il "Boom” di De Sica rappresenta in realtà un formidabile rilancio, una sorta di "ritorno” tra i suoi contemporanei. Essa si rende conto di aver partecipato ad un film veramente importante, ma ciò non la smuove. E lo rivela francamente, senza reticenza: «Devo ammettere che a me della carriera importa pochissimo, quel tanto che basta a non farmi sentire una fallita». A sentirla parlare si direbbe che sia stata costretta a fare del cinema da circostanze indipendenti dalla sua volontà.

«Siamo una famiglia puritana», racconta Gianna Maria ricordando la battaglia che sostenne con i suoi per poter lasciare la Calabria e venire a Roma. Dovette promettere che avrebbe seguito le sue aspirazioni con serietà ed un comportamento irreprensibile. Occorre darle atto di aver rispettato raccordo. Il suo nome non è mai stato al centro di uno scandalo o coinvolto in tumultuose vicende nelle quali spesso si trovano le sue colleghe. Porta però il segno di quel suo colpo di testa: una cicatrice ancora visibile sull’esile polso sinistro. «Morire per il cinema!» osserva quasi tra sè, sorridendo come di un errore giovanile, di una pazzia che non ripeterebbe mai più. «Se dovessi cominciare tutto daccapo, sceglierei una carriera scientifica», aggiunge, e le si può credere. Gianna Maria è sempre profondamente sincera. Le sue parole, ed i suoi pensieri sono il risultato di un severo esame di se stessa che compie con estrema obiettività.

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DOPO IL "BOOM”, in cui interpreta la parte della moglie di Alberto Sordi, Gianna Maria Canale ha dovuto girare un altro film in costume: "Il leone di San Marco”, ritornando così in quel mondo di cartapesta che l’ha tenuta prigioniera per oltre dieci anni e da cui solo De Sica l’ha liberata per breve tempo. La Canale abita a Roma in via del Babuino in una casa arredata con ottimo gusto.

Di questa donna che a trentasei anni è ancora una delle attrici più belle del mondo, colpisce soprattutto il suo disinteresse per la carriera. Non una mancanza di mordente e di serietà (qualità per le quali è molto apprezzata dai registi e dai compagni di lavoro), ma una sorta di diffusa apatia. Si compiace della sua "pigrizia araba" ma, a conoscerla bene, si scopre che il suo distacco nasce dalle profonde delusioni avute dal cinema e dall’amore. Nè le serve di consolazione il fatto che dai film interpretati è riuscita a ricavare la ricchezza, una casa al Babuino arredata con mobili favolosi e una vita apparentemente splendida e brillante. La delusione è rimasta. Si muove tra le sue cose preferite con la grazia e la disinvoltura di chi li ha sempre possedute, tuttavia s’intuisce che non darebbe uno dei suoi pensieri per quel mobile originale di Maria Antonietta, quella poltrona Luigi XIII o per quei piatti appartenuti alla Pompadour che si staccano dalla parete di fondo del suo soggiorno. Pare anzi che osservandoli lei si ricordi sempre che l’angoliera con il quadro di Watteau o le "appliques” autentiche del Settecento, rappresentino ciascuna la rinuncia ad un’ambizione, ad un sogno, ad un progetto irrealizzato.

Gianna Maria era venuta a Roma per fare l’attrice vera, per interpretare ruoli di creature autentiche, vive, come è toccato ad altre sue colleghe. Ed aveva tutto per entrare nella rosa delle più brave: la bellezza, il fascino, l’intelligenza, la sensibilità. Ora, cerca di fugare anche le nubi dei ricordi, concludendo: «Tanto, non sarei diventata nè una Duse nè una Greta Garbo. Al più una Liz Taylor povera donna, è un’irrequieta infelice!—».

Ma quando varcò la prima volta la soglia di Cinecittà, non era così rinunciataria. Aveva delle ambizioni e delle mete precise, e se non si sono realizzate un po’ si deve anche alla sua passionalità calabrese. S’innamorò del suo primo regista, Riccardo Freda, con il quale girò il primo polpettone storico-mitologico. All’inizio, il fasto delle corti antiche dovette forse anche colpirla ed affascinarla. Non immaginava però che il cinema l’avrebbe relegata a quei ruoli ed a quei personaggi per la durata di un decennio. Aveva appena fatto in tempo a prendere ima certa dimestichezza con i teatri di posa e i parchi lampade, che fu chiamata ad Hollywood. Partì con la scorta d’onore, salutata da previsioni entusiasti-che. «Con gli occhi che ha», commentarono gli esperti, «diventerà una stella di prima grandezza». Ma Gianna Maria ritornò presto. Dopo cinque mesi riapparve a Roma dicendo che «i grattacieli l’opprimevano. E poi — aggiungeva — .l’America è un paese senza amore».

In realtà era lei che aveva lasciato il suo amore in Italia. La nostalgia incise quindi anche sulla sua carriera. Riprese così ad indossare costumi, ad avanzare con il suo incedere da regina tra colonne e saloni imponenti. Allora la sua voce non aveva il tono amaro dell’autocritica. L’uomo della sua vita, che era anche il suo regista, l’aveva convinta a recitare il ruolo di vamp e Gianna Maria vi si era adattata. Così anche in privato aveva una reggia, una grande villa sulla Cassia con parco e piscina, i cui saloni arredati con sfarzo si aprivano per riunioni che facevano epoca.

Delusione d'amore

«Quando stavo per diventare del tutto cinica ho capito che non ero adatta alla parte ed ho detto basta». Ormai sono già molti anni che ha tagliato i ponti con la "stella” dei polpettoni. Ma, più che il cinema, è stato l’amore a deluderla. All’improvviso scoprì che aveva sbagliato anche sentimentalmente e si rifugiò nella sua solitudine, «Mi ci è voluto un po’ di tempo prima di decidere che era meglio farla finita» commenta, ricordando il momento più drammatico della sua vita.

1963 08 31 Tempo Gianna Maria Canale f3«IL LAVORO MI PIACE - dice la Canale - non mi piacciono tanto i film che ho fatto», e allude alla "Tigre dei sette mari", "La venere dei pirati”, "La Gerusalemme liberata”, "L’assedio di Corinto" e diverse altre opere mediocri, che le hanno dato la ricchezza ma non la fama.

«E i film?».

«Ho continuato a fame, ma li dimentico presto».

«Qual è l’ultimo?».

«”Il Leone di San Marco”», risponde con una punta di ironia. «Un film in costume na-turalngmnte! Dicono che sono alta, che porto bene gli abiti sfarzosi ed i mantelli...».

Prima del "Leone”, c’è il "Boom”, ma, volutamente, sorvola sulla prima .occasione offertale dopo tanti anni di interpretare un personaggio che non evochi miti lontani, battaglie, complicati amori.

Ma il "Leone di San Marco” le servirà probabilmente a comprare un altro secretaire intarsiato Luigi XV o un quadro d'autore, Gianna Maria è costantemente alla ricerca di pezzi rari. Forse la passione per le cose antiche, le deriva dal bisogno di mutare il frutto di un lavoro di cui è insoddisfatta, in oggetti che abbiano resistito al tempo moltiplicando negli anni il loro primitivo splendore. Non è spinta comunque dalla preoccupazione di accumulare ricchezza. Tutt'altro. «Ora che sono arrivata ad avere tutto, mi accorgo di non avere nulla, e questo perchè sono sola». Parla con la sua voce dolce, velata di tristezza, ma senza rimpianto e senza lamentarsi. Accenna alla sua solitudine, al suo desiderio di avere un marito e dei figli, ma poi manda per aria il suo castello.

Giuseppe Marrazzo, «Tempo», anno XXV, n.35, 31 agosto 1963


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Giuseppe Marrazzo, «Tempo», anno XXV, n.35, 31 agosto 1963