Giorgia Moll, volevano tenerla in America

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Giorgia Moll è tornata a Roma, dopo un anno trascorso a Nuova York. Lee Strasberg, il direttore dell'“Actor's Studio”l'ha cambiata: non è più la ragazza inquieta d'un tempo, ma un'attrice consapevole delle sue qualità

Roma, marzo

«Quando sono tornata a Roma — mi dice Giorgia Moll (con quella precisione di linguaggio, gli aggettivi appropriati e le immagini esatte, che sono il riflesso della sua chiarezza interiore) — mi è sembrato di entrare in un vestito troppo stretto...»: e la sua metafora, che è riferita all'immensità dell’America, al senso di libertà che vi si gode, vale anche per l’abbigliamento, dato che per lei — mezza tedesca d’origine, moderna e americana d’elezione — "larghi” sono i pantaloni e i pullover che fino a poco tempo fa indossava tutti i giorni a Nuova York («mi rivestivo soltanto la sera, per andare a teatro...»), e "strette” le gonne, le camicette, le scarpe coi tacchi alti, che ora si è dovuta rimettere e nelle quali si sente un po’ a disagio, non fosse altro che per tutti quegli sguardi della gente che si posano su di lei, mentre là «puoi anche metterti a fare le boccacce in mezzo alla strada, tanto nessuno ti dà retta, nessuno si accorge di te...».

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Non che Giorgia ami l’indifferenza del prossimo, anzi è sempre stata un tipo socievole per eccellenza, cordiale, altrui-• sta; ma aveva tanto bisogno (dopo le sue delusioni sentimentali, tutte le chiacchiere di Roma intorno al suo nome, le chiassate di John Barry-more jr., e tutto il resto) di respirare aria nuova, di non sentirsi più l’occhio del vicino addosso, di distrarsi applicandosi a qualcosa di serio; e l’America da un lato, dove è così facile scomparire nell’anonimato, e i corsi di Lee Strasberg e l’Actor’s Studio dall’altro (dove con religiosa serietà si lavora a fabbricare attori) erano proprio la medicina che le ci voleva. Partita da Roma ai primi di febbraio del 1962, Giorgia è stata lontana da casa sua un anno esatto; ora è tornata, anche per girare un film: Dark pur-pose, diretto da George Marshall, il regista di Gazebo, e fra il passato spiacevole e il presente e il futuro ci sono di mezzo, ormai, tutti i ricordi dell’America.

Giovine e curiosa

Tanti e così vari, divertenti, coloriti, vivi ricordi quali possono essere quelli di una ragazza giovane e curiosa, economicamente e spiritualmente indipendente, che in dodici mesi ha preso l’aereo 25 volte, è stata in Argentina per un festival, in Grecia per un film, in Messico per diporto, e che negli Stati Uniti ha vissuto più intensamente d’un americano. «A Nuova York — racconta — ho cambiato casa otto volte...: gliela prestavano certi amici che, due mesi dopo, la rivolevano. I week-end li passava a Long Island (tennis, nuoto, equitazione). A Hollywood è stata ospite di Nino Novarese, e questa volta l’ex-mecca del cinema le è sembrata abbastanza piacevole, «Per passarci tre settimane, è senz’altro piacevole...». Di colpo un giorno si svegliava e diceva: «Oggi voglio andare a New. Orleans...», e: «Sei matta — le dicevano i suoi amici — andare fino a New Orleans da sola?».

1963 03 23 Tempo Giorgia Moll f2A ROMA Giorgia Moll è venuta per girare un film sotto la direzione di George Marshall, il regista di "Gazebo". Lee Strasberg salutandola a Nuova York le ha detto: «Hai molte qualità, però devi lavorare molto». Giorgia ha preso sul serio le parole del maestro.

Ma lei scrollava le spalle, prendeva l’aereo e 3 ore dopo era nella "città del jazz”, in mezzo al profondo, profondo Sud, e con la sua aria tanto per bene eccola là a ficcare il naso dappertutto, attenta, se un suono sincopato usciva da qualche vecchio locale, a riconoscere l’eco della tromba di Al Hirt e del clarino di fratello Pierce. L’unico spettacolo che l’ha delusa è stato quello delle cascate del Niagara. «Ma per forza; — dice — quando uno ha visto a 15 anni il film della Monroe, non può non restarne deluso...». Quello che l’ha più entusiasmata è stato l’autunno a Nuova York, tutti quei colori così accesi, quei gialli e quei rossi straordinari, avvampanti come le fiamme d’un incendio...; rincontro più singolare l’ha fatto per le vie di Broadway. «Me ne andavo tranquilla per i fatti miei — racconta — quando un uomo, dopo avermi seguita per un po’, si è avvicinato».

Era un signore alto, distinto, con i capelli brizzolati, nulla che denunciasse il tipo del seccatore, però tanto sicuro di sè che rischiava di diventarlo. «Lei signorina fa la modella, non è vero?». «E io — dice Giorgia — per togliermelo più alla svelta dai piedi: "Sì, sì, è vero”, gli risposi, "faccio proprio la modella». Sorriso compiaciuto di lui, leggero inchino, presentazione. «Sono Hartford Huntinton, della rivista Show, venga a trovarmi domani nella mia redazione; ecco, questo è il mio biglietto». Tornata a casa, «Sapete

— racconta Giorgia ai suoi amici — ho conosciuto un certo Huntinton, l’avete mai sentito nominare?...». «Huntinton, hai detto Huntinton?...», urlarono i suoi amici. Altro che sentito nominare, era il famoso miliardario, quello della rivista Show e di venti altre riviste, un uomo favoloso. «Naturalmente — conclude Giorgia — mi sono ben guardata di andare a trovare quest’uomo favoloso...»; e così dicendo si abbandona ad una gioiosa, squillante risata.

Ritrovo (in questa risata, in questo tono scanzonato) l’eco della Giorgia Moli di una volta. Della ragazzina così fiduciosa del prossimo da capitare spesso in situazioni orribili, paradossali. Ritrovo il gioioso contrappunto. della sua meraviglia di fronte alla vita. Ma è solo un attimo; la risata si spegne subito, il viso acquista una immobile compostezza. Davvero Giorgia è molto cambiata in quest’anno d’assenza da Roma. I suoi amici dicono che Lee Strasberg l’ha peggiorata. «Sai — sorride — dicono che sono diventata dura, aggressiva». Seduta di fronte a me su un grande cuscino posato per terra, Giorgia china gli occhi sulla tazza di tè appena versato dalla ”fraulein’’ (è un tè verdognolo, profumato: «Ti piace? E’ buono, vero? L’ho portato io da Nuova York»), resta un po’ silenziosa, concentrata in se stessa, con un modo che è tutto Actor’s Studio, e poi: «Non è vero — dice — anzi credo che mi abbia fatto molto bene. Mi ha maturata, dato più coraggio».

L’insegnamento di Strasberg

— spiega — non è infatti solo di carattere tecnico; ha un lato filosofico, basato su un moderno "Conosci te stesso”. Aiuta le persone a capirsi, ad essere più sinceri, a dire la verità. E siccome: «Be', proprio tu non ne avevi bisogno», cerco di obiettarle. «Oh, sì — esclama tutta, convinta — anch’io ne avevo molto bisogno»; ed è ovviamente inutile cercare di contraddirla perchè (si capisce) questo è un punto-base delle sue nuove convinzioni, della sua nuova "religione” americana. Con Strasberg, la Moli ha lavorato molto. Ha frequentato per alcuni mesi i suoi corsi privati e contemporaneamente si recava all’Actor’s Studio come "osservatrice”. Sveglia alle 7, un tuffo nella sotterranea, una sgambata fino alla scuola: questo il suo quotidiano itinerario, la mattina e la sera. Una vita da studente. Poi le riunioni nelle, case dei colleghi per "fare i compiti", e cioè per provare insieme la scena prescelta come saggio di recitazione.

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Lei: Cecov, Ugo Betti, Pirandello; gli altri: Anouilh, Shakespeare, Tennessee Williams. Fino a quando il tempo l’ha permesso, le lezioni del suo corso si svolgevano all’aperto, al Central Park; era era molto bello sedersi sui sassi (in mezzo a quel grande parco cinto di grattacieli), mentre i colleghi si avvicendavano sull’erboso palcoscenico a dar prova della loro abilità. Poi essi spiegavano perchè avevano fatto così e così; ognuno poteva dire la sua; e alla fine Strasberg riassumeva, faceva le sue critiche, elargiva i suoi preziosi consigli. All’Actor’s Studio, lo spettacolo era ancora più avvincente, perchè quasi ogni giorno c’era una celebrità. Oggi Paul Newman, domani la Bancroft, dopodomani Ben Gazzara. Un giorno venne anche Marilyn Monroe, a fare un saggio di canto. «Era molto emozionata — dice Giorgia — e molto bella: di quella bellezza un po’ sfiorita che ha un’enorme dolcezza. Ma colpiva la sua timidezza. Si capiva che era una donna sola e insicura...».

La morte di Marilyn, la crisi di Cuba: nei suoi appartamenti in prestito al Greenwich Village e jal 15° piano della 119a strada, nel quartiere snob del Central Park o in quello chic dell’East Side, Giorgia Moli ha vissuto (come un americano) tutti i grossi avvenimenti che hanno scosso la coscienza e la opinione pubblica degli Stati Uniti nell’ultimo anno. E di proposito (lasciando alla cinepresa il compito di fissare le sue emozioni turistiche, affatto particolari del resto, perchè i filmetti che ha portato a casa sono pieni di fiori, di scoiattoli e di bambini) si è tuffata nella vita americana, nel suo ritmo agitato ed elettrizzante; di proposito non si è persa un week-end, nè una "prima" a teatro, nè una corsa in macchina sulle autostrade, nè il Natale che è così struggente a Nuova York, nè il Capodanno con 25 gradi sotto zero nel Vermont, con le luci che a mezzanotte si spengono e tutti a cantare la canzoncina che fa "ta-ri-rara-ra-ri...”.

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Nessuna nostalgia

Di proposito, come se dovesse dimenticare qualcosa; e infatti quando le chiedo: «‘Non hai mai provato nostalgia dell’Italia?», Giorgia (di nuovo con quella espressione seria e concentrata, tutta Actor’s Studio) : «Non c’era — mi risponde — assolutamente tempo per provare nostalgia», e non c’è dubbio che ciò è vero ma sarebbe più giusto che dicesse: «Sono andata in America appunto per non provare nostalgia e poi per diventare più grande». Lee Strasberg ha capito tutto ciò? «E’ un uomo — dice Giorgia — che non parla mai ma che ci conosce meglio di noi stessi». E se ha capito, ha inteso anche tenderle una mano quando, salutandola, le ha detto: «Hai molte qualità, però devi lavorare molto».

M. S., «Tempo», anno XXV, n.12, 23 marzo 1963 - Fotografie di Pierluigi


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M. S., «Tempo», anno XXV, n.12, 23 marzo 1963 - Fotografie di Pierluigi