Addio a Titina, addio a Napoli

Titina de Filippo

1953 04 04 Epoca Silvana Pampanini intro

Con la morte di Titina De Filippo si fa più evidente e s’accelera la decadenza di un teatro e di un dialetto, quello partenopeo, ch'ebbero l'ultima miracolosa fioritura trentanni fa, quando - tre volti diversi d'un medesimo attore - Eduardo, Peppino e la sorella recitavano insieme.

Addio a Titina e addio a Napoli che, un poco, muore con lei. Un teatro vecchio di secoli c un dialetto in decadenza ch’ebbero trent’anni fa l’ultima miracolosa fioritura, quando i fratelli De Filippo recitavano insieme, tre volti diversi d’un medesimo attore, Eduardo Pulcinella metafìsico e sofisticato. Peppino l’ultimo palpito di un’antica vena di purissima buffoneria, Titina l’istinto di Peppino e la consapevolezza di Eduardo, una comicità tra amara e malinconica, una drammaticità governata e misurata da un sempre vigile senso dell'umorismo. Non rimasero uniti che sette anni, nel ’39 ciascuno prese la sua strada, sj parlò di rivalità, di reciproca insofferenza, di Conflitto di interessi, in realtà fu il naturale, necessario inizio del processo di dissolvimento non già d’una compagnia, ma del teatro napoletano. Peppino recita ormai in italiano o quasi. Eduardo ha intellettualizzato il suo teatro in dialetto fino a snaturarlo, Titina da molti anni non recitava Più, non soltanto perchè stanca, malata, ma soprattutto per aver avvertito in anticipo sui fratelli quanto Profondamente e irrimediabilmente invecchiato fosse, nel giro di pochi anni, il teatro d’istinto.

Tornata in compagnia con Eduardo, non la trassero in inganno i trionfi ottenuti con « Napoli milionaria », « Questi fantasmi », « Paura numero uno», « Filumena Marturano ». Nell’immediato dopoguerra ebbero un’ultima fiammata gli umori, gli imbrogli. la retorica d’una Napoli che in realtà era stata seppellita dalle bombo. cominciava una vita nuova a livello nazionale, non dialettale. I « bassi », i panni stesi, la miseria esistono ancora, ma sono formidabili problemi economici e sociali, non più motivi di colore con variazioni dal comico al patetico.

Titina avvertì in tempo tutto onesto e si ritirò presto dal teatro per dedicarsi alla poesia, alla pittura e al poco impegnativo ma redditizio lavoro cinematografico. Recentemente, nel ’60. tornò al palcoscenico, ma come autrice, con i tre atti di «Virata di bordo» recitata dalla compagnia di Nino Taranto, una commedia senza grandi pregi ma specchio fedele — nella sovrabbondanza sentimentale tenuta a freno da un vivo senso del comico e del tragico — della sua arte d’attrice, un’arte le cui profonde, misteriose radici si perdevano nei primordi del teatro. Figlia d’arte, Titina, che di Eduardo e Peppino era più anziana di qualche anno, giunse alla Prosa attraverso l’avanspettacolo e la rivista, via via affinandosi fino a diventare accortissima (anche se in apparenza straordinariamente spontanea) dosatrice delle proprie doti. Prima fra le quali una femminilità ai cui immensamente dolci, teneri abbandoni l’aspetto fisico duro e grifagno riusciva prima di ostacolo, ma poi di contrasto che li metteva in efficacissimo, stupendo risalto. Voce aspra, spesso stridula, che improvvisamente si piegava a morbidezza di pianto e di preghiera per poi subito tornare a stridere, nell'invettiva. Lo sguardo intenso, divorante il sempre pallido viso. Le mani ora artigli, ora carezze. In «Filumena Marturano» un sentimento selvaggio, primitivo della maternità. Ma quanto sentiva di convenzionale e di retorico nel testo cui pur riusciva, con l’arte sua prepotente, a dar calore di verità, le dava immensamente fastidio. Finì col sentirsi più vera fuori del teatro, profuse la sua femminilità come moglie, come madre, come autrice di toccanti versi, di pitture composite che avevano sapore di intarsio e di ricamo al tombolo. E’ morta a sessantacinque anni, ma ancora giovane, nuova, piena di entusiasmi e di speranze, e soprattutto felice — questa miracolosa freschezza di non più recitarla, ma viverla.

Mosca, «Corriere della Sera», 27 dicembre 1963


1963 12 27 Il Messaggero Titina morte intro

«Il Messaggero», 27 dicembre 1963


Antonio de Curtis ai funerali di Titina De Filippo (Foto Archivio Istituto Luce)

Roma, 27 dicembre.

Domani mattina, nella chiesa del Sacro Cuore di Maria, in piazza Euclide ai Parioli, rappresentanti di tutto il mondo teatrale romano si raccoglieranno per i funerali di Titina De Filippo, spentasi alle 18,30 di ieri nella sua abitazione romana in via Archimede 149. Quella che sarà per decenni considerata la più grande attrice napoletana era nata il 23 marzo 1898: aveva dunque 65 anni. Il marito Pietro Carloni, che è stato per lunghi anni un attore pieno d’estro quando Titina recitava con i fratelli Eduardo e Peppino, il figlio Augusto, giornalista, gli altri familiari hanno trascorso un tristissimo Santo Stefano nella stanza dell’attrice, che sofferente da tempo di un disturbo circolatorio, si è spenta lentamente in seguito ad una crisi cardiaca, aggravatasi negli ultimi giorni forse a causa del freddo.

Titina ha affrontato il suo supremo momento con coraggio e religiosità. Ha capito che bisognava uscire dalla scena del mondo, come aveva fatto tante volte con quella del teatro; ha rivolto parole piene di trepidazione e di affetto al marito, al figlio, a Eduardo e a Peppino che le stavano accanto: è morta dopo aver ricevuto l’Estrema Unzione ed il Viatico e dopo essersi confessata. Anche negli ultimi attimi ha saputo mostrarsi la donna di alto intelletto e di eccezionali sentimenti quale sempre fu.

Nello stesso appartamento in cui era avvenuto il decesso è stata allestita una piccola camera ardente, dove si sono raccolti i familiari per vegliare la salma, vestita di un abito nero, con un rosario fra le mani strette nel gesto della preghiera. Nè l’altro ieri nè ieri sono usciti giornali; ma anche prima che la radio e la televisione diffondessero la luttuosa notizia, molti attori e molte attrici, che furono per anni legati da vincoli di affetto e di solidarietà con Titina. sono cominciati ad affluire nella casa di via Archimede, dove non sono stati ammessi giornalisti nè fotografi. Fra i primi che hanno apposto la propria firma su di un registro messo all’ ingresso della casa sono stati il principe Antonio De Curtls, in arte Totò e la moglie Franca Faldini.

Titina De Filippo soffriva da tempo di una malattia cardiaca e da molte settimane non usciva più da casa. In una saletta del suo appartamento aveva voluto apprestare, quantunque si sentisse molto male, un piccolo albero di Natale, intorno al quale i familiari avevano trascorso la festività natalizia in grande malinconia, quasi intuendo che l’attrice era alle sue ultime ore. Qualcuno stamane ha deposto molti mazzi di fiori, rose, violette e anemoni, dinanzi ad una piccola edicola con una statuetta della Madonna, nel giardinetto della dimora di Titina: una specie di anonimo ed estremo omaggio del popolo che tanto amò l’attrice.

Fatto singolare nella vita teatrale. Titina De Filippo non era stata dimenticata quantunque da cinque anni avesse lasciato il teatro a causa del suo cuore infermo e si fosse dedicata alla pittura e a certi caratteristici collages in cui era divenuta espertissima. Durante una recente mostra di queste sue opere. Titina si mostrò entusiasta della nuova attività che le dava modo di esprimere sotto altra forma le sue innate doti artistiche. « Quasi quasi — disse ad un amico — la pittura ed i collages riescono in certi momenti a farmi dimenticare il teatro ». Adesso il suo ultimo albero di Natale sta lì, nella saletta, dimenticato da tutti, con i suoi lumini colorati ancora accesi.

Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 27 dicembre 1963


ROMA, 26

Titina De Filippo è morta questa sera a Roma. Al momento di spirare, Titina De Filippo si è vista di nuovo intorno i suoi due fratelli un tempo inseparabili. Eduardo e Peppino le erano accanto, come ai vecchi tempi, negli anni lontani e difficili della giovinezza e ancora dopo quando i De Filippo costituivano un trio inscindibile. Allora nelle locandine non appariva il « teatro » di Edoardo o quello di Peppino ma i nomi di tutti e tre insieme, interpreti ineguagliàbili del più valido repertorio napoletano. Cosi, per un attimo questa sera Titina ha vissuto un ultimo, meraviglioso attimo di terrena. Con il marito, l'attore Pietro Cartoni e il figlio, il giornalista Augusto, c'erano Eudardo e Pennino, curvi su di lei, gli occhi umidi di lacrime, lo sguardo attonito, il cuore pervaso da una profonda amarezza. Con Titina se ne andava una parte di essi, con lei si chiudeva per sempre l’appassionante vicenda teatrale dei tre De Filippo, della « dilla più fortunata che abbia calcato le nostre ribalte negli ultimi trenta anni ». Erano le 18,30 quando gli occhi vividi di Titina si sono chiusi per sempre.

Aveva 65 anni essendo nata a Napoli il 23 marzo del 1898, nella casa di via Archimede 149. I familiari erano accorsi paventando il peggio. L'attrice soffriva da tempo di disturbi al cuore, un male che l’aveva costretta a ritirarsi dal teatro quando la sua carica umana e la sua vitalità erano ancora intense ed efficaci. Ma donna Titina non ce la faceva più. Le quinte esercitavano su di lei ancora un richiamo cui era duro e difficile resistere, ma i medici non le avevano lasciato alternativa. S’era dovuta così adattare alla sua nuova vita. Negli ultimi tempi si dedicava esclusivamente alla famiglia ed alla casa. Aveva dovuto abbandonare anche la pittura, alla quale s’era dedicata dipingendo delicate miniature. La sua salute già molto cagionevole ne risentiva e i suoi congiunti avevano dovuto persuaderla a tralasciare anche questa sua ultima. residua passione per l'arte.

L'addio al teatro aveva prodotto in Titina un’amarezza che le si indovinava netto sguardo carico di nostalgia e di una vaga, indefinibile tristezza. Ormai appariva poco in pubblico. Era dimagrita e sciupata, ma il volto che diede vita a Filumena Marturano e alla protagonista di « Napoli milionaria » le era rimasto: gli zigomi sporgenti, il naso orofilato, la pelle stirata. Aveva tre anni più di Eduardo, ma gli somigliava nei gesti, nei modi, nelle espressioni. Per Peppino aveva attenzioni 'masi materne. Quando aualche anno fa, tentò il riavvicinamento dei fratelli, si fece trovare con Eduardo in un grande albergo di Napoli. Poi arrivò Peppino, impacciato e commosso, e Titina lo trasse a sè, invitandolo a sederle vicino. Allora sembrò che il trio si dovesse ricomporre, ma le diverse personalità e i diversi interessi dei due attori, evitarono ancora una volta un'unione che a-vrebbe potuto dare altri buoni frutti al teatro italiano.

Della divisione artistica Titina appariva la più dispiaciuta. Nelle rare occasioni in cui la si vedeva ancora in giro, era per assistere ad una prima di Eduardo o di Peppino. Imparzialmente, con la vocazione della primogenita napoletana a mezzo tra la madre e la sorella maggiore, andava in camerino a fare gli auguri sia all’uno che all’altro, senza mostrare alcuna debolezza. I fratelli ricambiavano il suo affetto con uguale tenerezza. Il loro legame oltre che nei vincoli di sangue affondava le radici negli anni lontani del debutto, quando entrarono nella compagnia di riviste del Teatro Nuovo di Napoli. Eravamo 1929 e per dieci lunghi anni i tre De Filippo recitarono ininterrottamente insieme. Nel 1939, per un breve periodo, Titina fu con Nino Taranto, ma l’anno successivo era ancora con i fratelli e restò con Eduardo anche quando ci fu la divisione da Peppino.

Ad Eduardo che per lei scrisse « Filumena Maturano », doveva però il suo più grande successo. Comunque le sue interpretazioni erano sempre pregevoli ed indimenticabili Fra le moltissime, si ricordano in particolare « Una creatura senza difesa », libero rifacimento dell’« Anniversario » di A. P. Cecov, l’Armida di «Questi fantasmi» e la trepidante protagonista della « Paura n. 1 » dove rinnovò l’emozione che aveva saputo dare con « Filumena Maturano ».

Filumena è un personaggio che, nella forma più compiuta, scompare con lei. E’ un ruolo che interpretò per la ultima volta nel 1S55, quando, con l’amarezza comprensibile in una creatura nata e vissuta sulle scene, fu costretta a dare l’addio al teatro. Da allora era soltanto la signora Titina Cartoni. Ma per le strade, negli autobus, nei negozi, la riconoscevano e la salutavano, dimostrandole come la lontananza dalla ribalta non avesse minimamente nociuto alla sua popolarità.

Negli ultimi mesi, le sue condizioni erano però diventati sempre più preoccupanti. La sua vita era ormai legata ad un tenue filo, una tremula fiammella spentasi per sempre ieri sera poco dopo il tramonto. La crisi di ieri sera che l'aveva colpita nel tardo pomeriggio era stata. più forte del solito e nel giro di qualche ora il cuore che aveva saputo far palpitare e gioire comunicando alle platee sentimenti vibranti ed intensi, cessava di battere per sempre.

Poco dopo le 20, la notizia della scomparsa di Titina De Filippo si diffondeva in tutta Roma ed in casa Cartoni cominciavano a giungere i primi messaggi di cordoglio da parte di attori, attrici, artisti, autorità, esponenti della cultura, dell’arte, della politica. Legato da un’amicizia di trent’anni, Totò era tra le prime persone a giungere in via Archimede. Titina era già sul letto di morte, in una camera ardente allestita nel suo appartamento al pianterreno. Al piano superiore abitano il figlio Augusto e la moglie di lui, che l’hanno assistita amorevolmente negli ultimi anni.

Dalle finestre di casa Cartoni che danno su via Archi-mede, s’intravede in una saletta un piccolo albero di Natale, attorno al quale Titina aveva trascorso con il marito, il figlio, la nuora e i nipotini il suo ultimo Natale. Nel giardinetto è ancora illuminata una piccola edicola con una statuetta della Madonna, davanti alla quale lo altro ieri Titina aveva voluto deporre dei fiori freschi con le sue mani. I funerali sono previsti per sabato. Titina non ritornerà a Napoli. Sarà tumulata al Verano dove le sue persone care avranno modo di perpetuarne il ricordo. La sua immagine rimarrà per sempre quella esuberante, patetica, drammatica ed umana di Filumena Marturano.

Paolo Borgo, «Gazzetta di Mantova», 27 dicembre 1963


Roma, 26 dicembre.

1963 12 27 La Stampa Titina De Filippo morte f1L'attrice Titina De Filippo è morta questa sera nella sua abitazione romana, ai Parioli. Aveva 65 anni. Le erano accanto il marito, l'attore Pietro Cartoni, il figlio Augusto, giornalista, ed i fratelli Eduardo e Peppino. L'attrice era ammalata da alcuni anni per un disturbo cardiaco, e nelle ultime settimane le sue condizioni si erano andate aggravando. Il fratello Peppino ha appreso la notizia che Titina era in fin di vita mentre si trovava negli studi televisivi di via Teula'da, ed ha interrotto il lavoro per accorrere presso la sorella. La salma della attrice è stata vestita con gli abiti delle Terziarie Domenicane, alle quali apparteneva e benedetta dal parroco del Sacro Cuore di Maria. I funerali avranno luogo sabato mattina, nella chiesa di piazza Euclide.

Dal suo volto, nobilmente popolaresco, si effondeva sempre, anche nei momenti più comici o grotteschi o aggressivi, un accenno di severa malinconia. Era un che di intenso e sofferto, come una consapevolezza acre, dominata, dissimulata, dell'indigenza e del dolore. Volto largo, alta fronte, mascelle forti, grandi tratti, occhi spalancati, ed un sorriso errante e che tosto svaniva: figura di donna ardita e pietosa. Con questa struttura drammatica, con questo piglio doloroso Titina De Filippo affrontò, con 1 fratelli Eduardo e Peppino, un repertorio a carattere farsesco. Apparentemente, si intende; farsesco nella mossa, nelle trovate clamorose, nell'esteriorità colorita fantasiosa cicalante dei personaggi, farsesco nelle pittoresche parate dì tipi e di casi propri del festoso teatro napoletano, ma, come quasi tutte le eccellenti commedie di quell'illustre famiglia scenica, corroso, dentro, da uno struggimento di sofferenze, di nostalgie, di mortificazione che esalava le sue note più languide e mormorate e sospirate nella voce di Eduardo.

Tra la precisione comica e scattante di Peppino e il crepuscolarismo ironico di Eduardo, la sorella era come una sintesi di magnifico equilibrio, palpitante, commovente, generosa e crudele, buffa e straziata, e che in quelle trame variate di risa e di lacrime, trascorreva con perfetta umanità dalla caricatura all'incisione acuta, dalla burla al pianto. Era nata a Napoli nel 1898, era cresciuta in un'atmosfera intelligentissima e straordinariamente istintiva di gente fatta per vivere sul palcoscenico. Il suo talento, la sua appassionatezza lucida, avida di tutti gli aspetti delle cose e del mondo, la avviarono poi anche per altre vie, di pittrice e scrittrice e commediografa Ma il suo regno era là, alla ribalta. Non ch'ella, a fianco dei fratelli, in quel complesso di lucentezze espressive, splendesse d'un fuoco esaltante. No, ella semplicemente conquistava il pubblico per la solidità, la misura netta, signorile, accorta della recitazione, per la concretezza, come altri disse, dell'arte sua. Concreta, attenta alle sfumature, approfondita nei personaggi e in se stessa, rare volte le avvenne di strafare, o di forzare un contorno, o di cercare nel disegno barocco del personaggio o nella fittizia trepidazione, tendenziosi effetti di suggestione. Era calma, ben piantata sulle tavole del teatro, e la sua solida dimensione di attrice subito suscitava simpatia non solo teatrale ma umana.

Le sue donne erano vere donne, le sue interpretazioni erano schiette anche se il personaggio era retorico e un po' enfatico. Come le avvenne con l'interpretazione di Filumena Marturano. Dobbiamo ricordare le molte commedie nelle quali apparve tanto scabra quanto calda di vita? Chi non ricorda Titina in certe commedie di Eduardo, «Napoli milionaria», «Questi fantasmi», «Paura numero uno»?

Pronta a cogliere il tremito di un cuore e ad esprimersi con fraseggio netto e senza esitazioni, appena appena comica sul filo di un dramma segreto, drammatica con sprezzatura tra le cattiverie della sorte e del destino, la sua più ammirevole dote d'artista era quella di darvi in un tempo solo, in un controcanto fermo e pure flessibile, tutto il nodo d'una vita. A volte erano cosette da nulla, o che parevano da nulla. Commediografa, scrisse vari atti unici dai quali traspariva questa sua anima delicata, e l'acutezza dell'osservare e la tenerezza di una sofferente simpatia. Una di queste creature fu appunto Una creatura indifesa, che Titina aveva tratto da Cechov.

Povere scene, poveri casi, e accenti fuggevoli ma penetranti, e fini e tenaci nell'addentare e mordere, nell'ironia e nella pietà. Una vecchia pensionata rimasta sola, senza più il nipote che l'aveva assistita! per molti anni va a ritirare la pensione; e si sbaglia, e anziché a una tesoreria dello Stato, sì reca in una banca privata. Gli impiegati, un po' in fretta, cercano di farle comprendere l'errore, ma lei, diffidente, sì ostina. Crede che vogliano approfittare della sua condizione di «creatura senza difesi.» e reclama i denari e strilla. Come può accadere, gli altri, anziché spiegare ed appianare H caso, lo rendono involontariamente sempre più ingarbugliato: e la donna! offesa ma aggressiva, triste ma ardita, minaccia uno scandalo. Per sbarazzarsene, povero relitto umano, fanno una colletta e le danno i soldi di quel suo misero mese di pensione. E allora la povera vecchia vuole firmare la ricevuta, secondo le regole, perché non immagina neppure che le abbiano fatta una carità

Tutto qui, ma in quelle scene, che ella rappresentava con verità e commozione sorprendenti, c'era lei intera; c'era, soprattutto, i, momento centrale, essenziale, della sua umanità scenica: un punto, nel quale si rifrangeva e balenava con bruno fulgore, la sua più intima realtà di attrice. Aria di famiglia, arte che anche spiritualmente la collocava al centro del repertorio e del teatro del Buoi fratelli, dove ella fu come un accordo lungo e profondo: misura e sincerità. Cosi Titina rimane nel nostro ricordo: originale artista vera, e gemma dì quel teatro dei De Filippo che nella storia delle nostre scene segna un tempo dì sottilissima armonia e coralità, di simpatia incomparabile.

f. b. «La Stampa», 27 dicembre 1963


Roma, 26

1963 12 27 Il Piccolo Titina De Filippo morte f1L’attrice Titina De Filippo è morta oggi alle 18.30 circa. Le erano vicino il figlio Augusto Carloni, giornalista, e il marito. Successivamente sono giunti i fratelli. Nella sua abitazione di via Archimede 149. ai Parioli, nell’appartamento che Titina De Filippo occupava al pianterreno dello stabile, è stata allestita una piccola camera ardente. Sono presenti i fratelli, Eduardo e Peppino, il figlio, altri parenti, e Antonio De Curtis (Totò), giunto in via Archimede dal suo appartamento romano in viale Parioli, alle 21.30 circa, dopo avere appreso la notizia della morte dell’attrice.

La nota attrice è stata assistita, in questi ultimi giorni, dai parenti e soprattutto dal figlio e dalla nuora che abitano in un appartamento al piano superiore dello stesso edificio. Dalle finestre, prospicienti via Archimede, si può intravvedere in una saletta, un piccolo albero di Natale, attorno al quale i De Filippo hanno celebrato la recente festa. Nel giardinetto che dà sulla strada è ancora illuminata una piccola edicola con ima statuetta della Madonna, davanti alla quale sono stati posti dei fiori freschi.

Di tanto in tanto entrano nel-appartamento per rendere omaggio alla salma, parenti e amici. Non sono stati però ammessi nè giornalisti ne fotografi. Numerosi telegrammi arrivano in continuazione da parte di personalità del mondo artistico e teatrale.

I funerali di Titina De Filippo si svolgeranno dopodomani nella parrocchia del Sacro Cuore di Maria, in piazza Euclide, ai Parioli. Dopo le 23, Antonio De Curtis (Totò) ha lasciato l’abitazione dell'attrice in via Archimede; sono rimasti a vegliare la salma i fratelli Eduardo e Peppino De Filippo, il figlio ed alcuni parenti e amici.

A quanto’ è stato possibile apprendere dai parenti, Titina De Filippo, che da cinque anni aveva lasciato il teatro per una malattia di cuore, dedicandosi alla pittura e ai «collages», negli ultimi mesi aveva dovuto abbandonare anche queste attività che costituivano per lei ormai più che altro uno svago. La sua mataiia si era notevolmente aggravata nei primi giorni di questa settimana, tanto da far ritenere prossima la fine. I parenti hanno quindi trascorso il Natale, accanto a Titina che si spegneva lentamente. Titina De Filippo era molto religiosa ed è morta dopo avere ricevuto gli ultimi Sacramenti.

Titina era nata a Napoli il 4 agosto 1898. Il suo nome era il diminutivo dì Annunziata. Insieme a Eduardo e a Peppino è stata una dei maggiori interpreti e autori del teatro. dialettale napoletano. Fu insieme, attrice, pittrice e commediografa. Di lei, come interprete teatrale, l’«Encielopedia dello spettacolo» scrive: «L’arte di Titina sembra distinguersi per una sua immediata concretezza. Interprete sottilissima, spesso tagliente, non di rado animata . da un tal quale acredine, la comicità di Titina sembrò fin dagli esordi essere sul punto di rasentare il dramma. Già nella commedia "Quaranta ma non li dimostra” scritta in collaborazione con Peppino, questa ambiguità tanto più stupefacente, quanto più la recitazione dalla quale traeva origine appariva nitida ed esplicita, si rivelava sufficientemente matura».

«Filumena Marturano» (rappresentata per la prima volta al Politeama di Napoli nel ’46), segnò il culmine della carriera artistica di Titina. Essa interpretò, il personaggio della «Marturano» anche nel cinema, dandone un’interpretazione di raro vigore. «Filumena Morturano», il più famoso lavoro di Eduardo De Filippo, riscosse un successo senza precedenti. Esso fu rappresentato in quasi tutti i teatri del mondo, anche In Vaticano alla presenza di Pio XII.

Debutto nel cinema, nel 1937, Fra le altre interpretazioni cinematografiche ricordiamo quella di «Assunta Spina» (1947), «Napoli milionaria» (1950) e le ultime (del ’56) quelle dì «Motivo in maschera», «I pappagalli», «La banda degli onesti», «Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo», «Cortile». Nella parte dì sè stessa, è apparsa nel documentarlo «Il museo delle voci» di G. C. Castello, mentre sono suoi i dialoghi del film «Due soldi di speranza» di Castellani.

Diego Fabbri, appresa la notizia della morte dell’illustre attrice ha dichiarato: «La scomparsa di Titina De Filippo lascia un vuoto che non si colmerà: era attrice che univa alla spontaneità e alla veemenza napoletana una sottigliezza ai indagine e di sensibilità che la facevano attrice moderna quante altre mai. Oltre che una artista vera, era una grande anima e un grande cuore. Scompare con lei anche una donna straordinaria. Mi sento profondamente addolorato». L’attrice Anna Proclemer, ha detto «Ammiravo non solo Titina come attrice, ma ero legata a lei da una antica amicizia che risale ai tempi della mia adolescenza. E’ stata la prima persona alla quale io abbia confidato di voler diventare a mia volta attrice».

Nino Taranto ha appreso la notizia mentre al teatro «Medi-terraneo» di Napoli era impegnato in una recita, assieme a Macario, della commedia «Masaniello». L’attore, che nel 1939 ebbe per qualche anno Titina De Filippo nella sua compagnia di riviste, in un breve intervallo ha ricordato con commosse parale l’attrice scomparsa. Il Sindaco di Napoli, avv. Clemente, ha inviato un messaggio di cordoglio al marito ed al figlio di Titina De Filippo, affermando che la sua morte non è «un lutto soltanto per il teatro napoletano ma per tutto il teatro italiano».

«Il Piccolo di Trieste», 27 dicembre 1963


Roma, 27 mattino

La salma di Titina De Filippo è stata visitata anche stamane da numerosi amici ed estimatori della scomparsa, da attori, personalità del mondo dello spettacolo e della cultura, e da pittori che avevano conosciuto Fattrice per la sua attività di pittrice. La salma è vegliata dai familiari, tra i quali i fratelli Edoardo e Poppino. I funerali si svolgeranno domani, sabato 28 dicembre, alle 12 nella chiesa del Sacro Cuore di Maria, in piazza Euclide.

Titina soffriva da tempo di una grave forma di asma che negli ultimi mesi si era notevolmente aggravata, tanto che da molte settimane non era più uscita di casa; l’attrice è stata assistita, in questi ultimi giorni dai parenti e soprattutto dal figlio e dalla moglie di lui, che abitano in un appartamento al piano superiore dello stesso stabile. Negli ultimi giorni le condizioni di salute della nota attrice si erano ulteriormente aggravate, comunque nessuna cosa faceva prevedere la fine. Dalle finestre, prospicienti via Archimede, si può intravedere in una saletta, un piccolo albero di Natale, attorno al quale i De Filippo hanno celebrato la recente festa,

Titina, che era nata a Napoli 65 anni fa, fu insieme attrice, pittrice e commediografa. Fra le sue interpretazioni teatrali si ricordano quella di «Una creatura senza difesa», libero rifacimento dell’«Anniversario» di Ceeov e quelle, nell’immediato dopoguerra, della Amalia di «Napoli milionaria», della Armida di «Questi fantasmi», della trepidante protagonista della «Paura n. 1», dove fu in diversa misura interprete istintiva e sorvegliatissima del sentimento materno, sulla scia della più celebre interpretazione di «Filumena Marturano», un personaggi che rimarrà indissolubilmente legato al suo nome.

Accanto a questa attività teatrale, svolta contemporaneamente come autrice (anche se i suoi lavori teatrali non hanno mai superato la misura dell’atto unico) come interprete e come scenografa, Titina ha svolto un’intensa attività cinematografica portando fra l’altro sullo schermo, con la regìa del fratello maggiore, il personaggio eduardiano di «Filumena Marturano». Fra le altre interpretazioni cinematografiche ricordiamo quella di «Assunta Spina» (1947), i «Napoli milionaria» (1950) e le ultime (del ’56) quelle di «Motivo in maschera», «I pappagalli», «La banda degli onesti», «Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo», «Cortile». Nella parte di sè stessa, è apparsa nel documentario «Il museo, delle voci» dì G. C. Castello, mentre sono stati suoi i dialoghi del film «Due soldi di speranza» di Castellani.

In questi ultimi anni, ritiratasi dal teatro e dal cinema, anche per il suo stato di salute, Titina si è soprattutto dedicata alla pittura.

«Il Piccolo di Trieste», 27 dicembre 1963


«Il Messaggero», 29 dicembre 1963


Con i familiari erano presenti al rito funebre, fra gli attori, De Sica Sofia Loren e Viarisio. La salma riposa accanto a quella della madre

Roma, 28

C’era una grande folla commossa, questa mattina, in piazza Euclide, a far ala al passaggio del silenzioso, mesto corteo funebre mossosi dalla non lontana via Archimede per scortare la bara di Titina De Filippo. E folla sui marciapiedi, lungo la strada. Sconosciuti ammiratori della grande attrice scomparsa, gente che l’aveva vista soltanto in televisione, o ne aveva udito soltanto parlare. Parecchi avevano preso apposta uno dei primi treni del mattino, da Napoli, per non mancare a questa estrema testimonianza di simpatia e di affetto per Titina. Tra la folla, qualcuno aveva gli occhi lucidi, ricordava di averla conosciuta in questa o in quella occasione. Uno mormorava «San Gennaro bello, quanta gente» e un altro che gli stava vicino «...Uno spettacolo, pare un grande spettacolo in un grande teatro, e la protagonista è ancora lei, povera Titina...»,

Il corteo avanzava lentamente. Subito dietro il feretro, i fratelli Eduardo e Peppino, il marito Pietro Carloni, il figlio Augusto con la moglie e i figli e altri parenti. Poi una piccola folla di amici e di attori tra quelli che più erano stati vicini alla grande attrice scomparsa. E le corone. Decine e decine di corone che chiudevano come un impenetrabile fondale il corteo.

Quando la bara è stata portata in chiesa e deposta sul catafalco il tempio era già affollato. Sul feretro un fascio di garofani bianchi dei nipotini e un fascio di rose rosse intrecciato con nastro sul quale era scritto il nome dei fratelli.

Alcune anziane signore si sono avvicinate al feretro. Hanno deposto sulla bara delle rosse stelle di Natale. Altre sconosciute donne del popolo hanno imitato il gesto lasciando cadere sopra e tutto intorno fiori, tanti fiori. Celebrava il parroco don Pietro Logar il quale era stato molto vicino all’attrice specie negli ultimi tempi.

1963 12 29 Piccolo di Trieste Titina De Filippo morte L

Davanti all’altare erano raccolti in preghiera alcuni Padri | domenicani di Santa Maria Sopra Minerva, sede del Terzo Ordine Domenicano del quale la attrice faceva parte.

I familiari avevano preso posto subito dietro i sacerdoti in preghiera. E tra i familiari molti attori. Totò, mestissimo in volto, s’era seduto accanto ad Eduardo. Sofia Loren, la quale era venuta insieme con Vittorio De Sica, era vicina a Peppino. E ancora si notavano Enrico Viarisio, Dante Maggio, Tino Carraro, Arnoldo Foà, Enzo Turco, Franca Faldini, Regina Bianchi, Caprioli e la Valeri, Riccardo Billi e tanti altri.

Erano venuti Gioacchino Forzano e Leonida Repaci, Patroni Griffi e Alfredo De Laurentis, il regista Giorgio Bianchi e Michele Galdieri. Presenti alle esequie anche il Sottosegretario agli Interni on. Mazza, il dott. De Biase in rappresentanza del Ministero per lo Spettacolo, il presidente dell’ANICA aw. Monaco, il direttore della SIAE avv. Ciampi. Tra le corone, numerose quelle degli assenti, come Carlo Dapporto e Nino Taranto. Un teatro della capitale aveva inviato un’enorme corona tutta di sterlizie.

Il rito funebre è terminato poco prima delle 13 e lentamente la folla di qualche centinaio di persone che era nel tempio è uscita seguendo la bara. Poi la salma, seguita soltanto dagli intimi, è stata, accompagnata al cimitero del Verano dove è stata tumulata nella tomba di famiglia accanto a quella della madre Luisa. A casa De Filippo intanto continuano a giungere messaggi di condoglianza. Ne sono giunti da ministri e da uomini politici, da esponenti del mondo teatrale e del mondo della cultura. Anche il Capo dello Stato ha fatto pervenire alla famiglia dell’attrice scomparsa un suo messaggio di condoglianza: «Con la scomparsa di Titina De Filippo — vi si legge — il Teatro di prosa italiano perde una delle sue più grandi interpreti. Nel parteciparle il mio profondo cordoglio invio a lei e alla famiglia sentite condoglianze».

«Il Piccolo di Trieste», 29 dicembre 1963


Durante la guerra fu accanto a Taranto in una super-rivista sul palcoscenico del Politeama - Nel 1948 la trionfale interpretazione di «Filumena Marturano» per il nostro pubblico

1963 12 30 Piccolo di Trieste Titina De Filippo morte f1Titina De Filippo, l’indimenticabile attrice scomparsa, ha dato numerose testimonianze della sua arte anche al pubblico triestino, che più volte ha avuto modo di applaudirla sia al Verdi sia al Politeama. I De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, diedero vita ad una compagnie nel 1931 e la
collaborazione dei tre fratelli durò una decina di anni circa, durante i quali essi calcarono tutti i palcoscenici di Italia con un repertorio molto vasto, formato in gran parte da lavori dei quali erano essi stessi gli autori.

La prima venuta a Trieste della «Compagnia napoletana» di Eduardo, Peppino e Titina risale al marzo del 1937. Al Verdi presentarono quindici lavoii, tra i quali «Natale in casa Cupiello» di Eduardo che a quel tempo era il loro cavallo di battaglia. Nel dicembre dell’anno seguente la compagnia napoletana è nuovamente al Comunale con quattordici commedie, tra le quali ricorderemo «Quaranta ma non li dimostra» che si deve alla penna di Titina in collaborazione con Peppino. Fu quello uno dei sette lavori che l'attrice scrisse, dimostrandosi commediografa sensibile e sagace.

La terza venuta dei De Filippo nella nostra città si ha nel novembre del 1939 e alle rappresentazioni dei nove lavori il pubblico accorse nummo come gli anni precedenti. Infatti ogni volta che gli attori napoletani arrivavano in città, al teatro si era costretti a prendere delle misure di emergenza per quanto riguarda la vendita dei biglietti, tanto lunghe erano le «code» di coloro che desideravano assistere alle rappresentazioni.

Nel 1940 Titina De Filippo accetta la proposta di Nino Taranto e fa compagnia con lui. Nel dicembre dello stesso anno il palcoscenico del Rossetti ospita la «Compagnia di super-rivista» che ottiene uno strepitoso successo per quindici sera con i due spettacoli «Sempre più difficile» e «Finalmente un imbecille». Nel gennaio del 1941 la compagnia

ancora a Trieste e continua le recite al Politeama per altre cinque sere con «Come ti voglio». Applausi scroscianti salutarono Taranto e Titina, la quale fu brillantissima dando una chiara dimostrazione del suo eclettico temperamento di artista, primeggiando anche in quel genere di spettacolo. Nel mese di marzo dello stesso anno è ancora con i due fratelli, ed eccoli in Compagnia al Verdi con altre otto commedie, tra le quali «A che servono questi quattrini» di Curdo, che suscitò ampi consensi nella critica nazionale.

Poi venne la guerra e anche i De Filippo dovettero sciogliere la loro compagnia. Bisogna attendere l’ottobre del 1948 per rivedere sul palcoscenico del Verdi ancora Titina De Filippo, questa volta assieme a Eduardo e Luciano Cervi, chè Peppino aveva fatto compagnia a parte con Rita Live si, Lidia Martora, Cesare Bettarini e Vittorio Donati.

Vengono presentati cinque lavori tutti di Eduardo, fra cui «Napoli milionaria» e «Filumena Marturano», la commedia nella quale Titina profuse tutte le sue migliori energie e che rimarrà indissolubilmente legata al suo nome. A quel personaggio offerse tutto il suo cuore, la sua passione, dando l’esatta misura della sua arte e delle sue capacità interpretative e sceniche.

E tutti quegli sforzi furono pienamente ripagati, chè le soddisfazioni colte con «Filumena» furono veramente tante. Il ricordo di quei trionfi riuscì a convincere l’attrice circa un anno fa, quando ormai dal 1955 si era ritirata dalle scene a causa di una malattia, a interpretare ancora quella parte. Assieme a Eduardo recitò nuovamente la commedia per una incisione discografica; benché ammalata, Titina recitò con ineguagliabile impegno e quella registrazione è oggi una preziosa eredità.

Dopo le recite triestine del 1948 i medici consigliarono a Titina un lungo periodo di riposo, che l’artista trascorse in Riviera. Fu in quei mesi che ella nacque all’arte figurativa. Per caso, una sera, si mise a tagliuzzare una rivista illustrala americana, ma quando ebbe innanzi tutti quei pezzetti dì carta colorata, le venne l’idea dei «collage». Prese quei piccoli ritagli, li accostò, li attaccò ora su tela ora su legno, e diede vita a dei quadri. E non furono opere trascurabili: nel 1950 ne espose un certo numero in una galleria milanese. Poi nel 1951 venne la «personale» alla galleria «Blu di Prussia», sempre a Milano; fu una mostra originale che non lasciò però indifferente, la critica sia per la genialità dell’artista sta per gli effetti cromatici che ella riusciva a ottenere con quegli accostamenti di carte colorate. Più tardi si dedicò anche alla pittura ad olio ed ebbe successo esponendo in varie città italiane e anche all’estero e vendendo moltissimo.

Abbiamo parlato di Titina De Filippo attrice di teatro, pittrice, commediografa; ci resta ora di accennare alla sua attività cinematografica, perchè nel mondo della celluloide ella riuscita imporsi come in teatro, e sono proprio quelle pellicole, oggi che non è più tra noi, a ricordarcela Viva per sempre. La prima apparizione sugli schermi risale al 1937 con «Sono stato io», ma dopo vennero altri dieci e più film, nei quali Titina non si accontentò mai di vivere di rendita, di far valere cioè la già molta esperienza teatrale, perchè cercò sempre di adattare e perfezionare la sua arte al nuovo mezzo, curando i gesti, la mimica, il tono delle battute.

Ricciotti Giollo, «Il Piccolo di Trieste», 30 dicembre 1963 


«Radiocorriere TV», 11 gennaio 1964


E' morta a Roma, il 26 dicembre 1963, Titina (Annunziala) De Filippo, sorella di Eduardo e di Peppino, Era nata a Napoli il 4 agosto 1898, due anni prima di Eduardo e cinque di Peppino. Era moglie detrattore Pietro Carloni e madre di Augusto, che non ha seguito la carriera dei genitori, dedicandosi invece al giornalismo. Figli d'arte, i tre fratelli De Filippo crebbero in palcoscenico, come si dice, prima nella Compagnia di Eduardo Scarpetta e poi in quella di Vincenzino Scarpetta suo figlio. In quest'ultima compagnia, rispettivamente, nel 1916, Titina era prima attrice giovane ed Eduardo secondo brillante. I loro primi esperimenti di iniziative personali furono le piccole riviste ed i teatri popolari. Titina De Filippo, aveva abbandonato le scene nel 1953, costretta da una grave forma cardiaca, per la quale ha vissuto in continuo tremore, per sé ed i suoi cari, dieci anni.

Dal suo volto, nobilmente popolaresco, si effondeva sempre, anche nei momenti più comici o grotteschi o aggressivi, un accenno di severa malinconia. Era un che di intenso e sofferto, come una consapevolezza acre, dominata, dissimulata, dell'indigenza e del dolore. Volto largo, alta fronte, mascelle forti, grandi tratti, occhi spalancati, ed un sorriso errante e che tosto svaniva: figura di donna ardita e pietosa. Con questa struttura drammatica, con questo piglio doloroso Titina De Filippo affrontò, con i fratelli Eduardo e Peppino, un repertorio a carattere farsesco. Apparentemente, si intende; farsesco nella mossa, nelle trovate clamorose, nell’esteriorità colorita fantasiosa cicalante dei personaggi, farsesco nelle pittoresche parate di tipi e di casi propri del festoso teatro napoletano, ma, come quasi tutte le eccellenti commedie di quell'illustre famiglia scenica, corroso, dentro, da uno struggimento di sofferenze, di nostalgie, di mortificazione che esalava le sue note più languide e mormorale e sospirate nella voce di Eduardo. Tra la precisione comica e scattante eli Peppino c il crepuscolarismo ironico «li Eduardo, la sorella era come una sintesi di magnifico equilibrio, palpitante, commovente, generosa e crudele, buffa e straziata, e che in quelle trame variate di risa e di lacrime, trascorreva con perfetta umanità dalla caricatura all'incisione acuta, dalla burla al pianto.

Era nata a Napoli nel 1898, era cresciuta in un'atmosfera intelligentissima e straordinariamente istintiva di gente fatta per vivere sul palcoscenico. Il suo talento, la sua appassionatezza lucida, avida di tutti gli aspetti delle cose e del mondo, la avviarono poi anche per altre vie, di pittrice e scrittrice e commediografa. Ma il suo regno era là, alla ribalta. Non ch'ella, a fianco dei fratelli, in quel complesso di lucentezze espressive, splendesse d’un fuoco esaltante. No, ella semplicemente conquistava il pubblico per la solidità, la misura netta, signorile, accorta della recitazione, per la concretezza, come altri disse, dell'arte sua. Concreta, attenta alle sfumature, approfondita nei personaggi e in se stessa, rare volte le avvenne di strafare, o di forzare un contorno, o di cercare nel disegno barocco del personaggio o nella fittizia trepidazione, tendenziosi effetti di suggestione. Era calma, ben piantata sulle tavole del teatro, e la sua solida dimensione di attrice subito suscitava simpatia non solo teatrale ma umana.

Le sue donne erano vere donne, le sue interpretazioni erano schiette anche se il personaggio era retorico e un po' enfatico. Come le avvenne con l’interpretazione di Filumena Marturano. Dobbiamo ricordare le molte commedie nelle quali apparve tanto scabra quanto calda di vita? Chi non ricorda Titina in certe commedie di Eduardo, Napoli milionaria, Questi fantasmi, Paura numero uno?

Pronta a cogliere il tremito di un cuore e ad esprimersi con fraseggio netto e senza esitazioni, appena appena comica sul filo di un dramma segreto, drammatica con sprezzatura tra le cattiverie della sorte e del destino, la sua più ammirevole dote d’artista era quella di darvi in un tempo solo, in un controcanto fermo e pure flessibile, tutto il nodo d’una vita. A volte erano cosette da nulla, o che parevano da nulla. Commediografa, scrisse vari atti unici dai quali traspariva questa sua anima delicata, e l’acutezza dell’osservare e la tenerezza di una sofferente simpatia. Una di queste creature fu appunto Una creatura indifesa, che Titina aveva tratto da Cechov. Povere scene, poveri casi, e accenti fuggevoli ma penetranti, e fini e tenaci nell'addentare e mordere, nell’ironia e nella pietà. Una vecchia pensionata rimasta sola, senza più il nipote che l’aveva assistita per molti anni, va a ritirare la pensione; e si sbaglia, e anziché a una tesoreria dello Stato, si reca in una banca privata. Gli impiegati, un po’ in fretta, cercano di farle comprendere l’orrore, una lei, diffidente, si ostina. Crede che vogliano approfittare della sua condizione di « creatura senza difesa » e reclama i denari e strilla. Come può accadere, gli altri, anziché spiegare ed appianare il caso, lo rendono involontariamente sempre più ingarbugliato: e la donna, offesa ma aggressiva, triste ma ardita, minaccia imo scandalo. Per sbarazzarsene, povero relitto umano, fanno una colletta e le danno i soldi di quel suo misero mese di pensione. E allora la povera vecchia vuole firmare la ricevuta, secondo le regole, perché non immagina neppure che le abbiano fatta una carità...

Tutto qui, ma in quelle scene, che ella rappresentava con verità e commozione sorprendenti, c’era lei intera; c’era, soprattutto, il momento centrale, essenziale, della sua umanità scenica: un punto, nel quale si rifrangeva e balenava con bruno fulgore, la sua più intima realtà di attrice. Aria di famiglia, arte che anche spiritualmente la collocava al centro del repertorio c del teatro dei suoi fratelli, dove ella fu come un accordo lungo e profondo: misura e sincerità. Così Titina rimane nel nostro ricordo: originale artista vera, e gemma di quel teatro dei De Filippo che nella storia delle nostre scene segna un tempo di sottilissima armonia e coralità, di simpatia incomparabile.

Francesco Bernardelli, «Il Dramma», gennaio 1964


A dare il segno della misura umana di Titina De Filippo basterebbe un episodio, che molti conoscevano, ma che i giornali hanno ricordato solo dopo la morte della grande attrice napoletana. Quando, or è qualche anno, Eduardo si risolse a portare di nuovo sulle scene quella Filumena Marturano che sembrava indissolubilmente legata alla figura e all’arte di lei (sebbene poi la commedia avesse viaggiato per mezzo mondo, dall’America latina all'Unione Sovietica, dalla Francia alla Romania, con interpreti diversissime), e meditò di affidare quella parte alla pur brava Regina Bianchi, costei arretrò, quasi terrorizzata. Eduardo stesso ci narrava d’aver fatto trovare alla «prima donna» della Compagnia il copione in camerino, con astuzia tipicamente teatrale, per saggiare le sue reazioni dal vivo: e poco mancò che Regina svenisse, sconvolta dalla proposta inattesa.

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Poi resistette a lungo, incerta delle proprie capacità e temendo l’inevitabile confronto. Ma Titina, che già da un buon lustro aveva abbandonato le scene, scrisse a Regina una lettera : «Se Eduardo vi ha scelta e ha fiducia in voi — le diceva — perchè dovete essere proprio voi a dubitare di voi stessa?». Il gesto affettuoso e generoso spinse la Bianchi al cimento ; e l’esito fu un trionfo : tra gli omaggi che consacrarono quella sera, al Quirino di Roma, la nuova Filumena, c’era un mazzo di rose, dono solidale di Titina.

Forse, a motivare quell’atto così fraterno (non troppo frequente, diciamolo pure, negli ambienti dello spettacolo), fu, insieme con la naturale cordialità e bontà di Titina, la coscienza ch’ella aveva di esser stata direttamente partecipe della creazione di Filumena Marturano : l'opera avrebbe viaggiato ancora sulle ribalte italiane, come su quelle degli altri Paesi, avrebbe assunto, ancora, volti e toni e timbri assai differenti. Tuttavia sempre, quale altissimo termine di paragone, sarebbe rimasta la prima Filumena, quella che, nel 1946, confermò clamorosamente il talento drammatico di Eduardo, già rivelatosi con Napoli milionaria (oltre che con le commedie dell’anteguerra e del periodo bellico, via via riscoperte negli ultimi anni ) : quella Filumena che Eduardo aveva amorosamente modellato sulla immagine di sua sorella. Ma anche le altre creature femminili di Eduardo, dalla Concetta di Natale in casa Cupiello alla Amalia di Napoli milionaria, alla dolente protagonista della Paura numero uno, recano sempre il suggello che impresse loro Titina. E un filo sottile, tenace lega l’uno all’altro tutti questi personaggi, tutte queste madri.

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La maternità è il loro carattere distintivo, infatti : maternità smarrita e sprovveduta, come nel Natale, con una forte carica di pietosa comicità (e Titina fu insuperabile anche nella farsa: è sufficiente ricordare la sua presenza nelle prime edizioni di Non ti pago ! ) ; maternità amareggiata e ribelle in Napoli milionaria ; maternità spinta al parossismo grot tesco e straziante nella Paura numero uno, dove Luisa, per sottrarre il giovane figlio all’orrore della guerra non dichiarata, lo mura nel luogo più remoto della casa, ed è come se lo rinchiudesse, ancora una volta, assurdamente, nel calore del proprio seno. Sono, sempre, donne incolte, forti solo del proprio istinto, il quale tuttavia giunge a sublimarsi in una elevata consapevolezza. L’esempio più lampante di questo straordinario processo morale è appunto in Filumena Marturano, la commedia in cui Titina ha commosso platee gremite di tutta Italia

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Filumena è ignorante, analfabeta : «Nun saccio leggere», dice a uno dei figli, l'«intellettuale», che vuol cavarsi dall’impaccio dei sentimenti scrivendole una lettera. E, con quella secca battuta, è come se, al tempo stesso, gridasse una denuncia, proclamasse una dignità. Filumena non sa leggere perchè, ancora fanciulla, il bisogno l’ha spinta sulla via della prostituzione, e perchè l’uomo che l'ha tenuta con sè per tanti anni, sposandola solo quando lei ha finto di essere in agonia, ha continuato a trattarla come un cieco e sordo strumento di piacere. Ma Filumena vede, sente, pensa. La sua difesa dei tre figli, allevati nascostamente così a lungo, trae origine da una caparbietà quasi animalesca. Ma ecco innestarsi, su questa, una lucida rivendicazione: ormai anziana, Filumena vuol essere una moglie e una madre «regolare», vuole che i suoi figli (tutti, anche quelli di padre ignoto ) abbiano il nome di colui che più degli altri l’ha umiliata e offesa. Se ciò è tutto quello che una società corrotta e distorta può offrire alle sue vittime come riparazione, ebbene, lo scotto venga pagato sino in fondo.

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Filumena, cosi, diventava nell’interpretazione di Titina De Filippo la vendicatrice dell’antica sudditanza della femmina al maschio. Nella sua beffa a Domenico, e nello sprezzante dialogo che ne seguiva durante tutto il primo atto, poi nella obliqua tortura cui da lei veniva sottoposto il declinante orgoglio virile dell'antagonista, il tardo e amaro sussulto paterno dell'animo di lui, c’erano dolore e crudeltà, uniti in un nodo inscindibile. Col suo corpo già appesantito, ma in fondo minuto, col suo viso scavato e tagliente, Titina dominava la scena, fosca statua del contrappasso, avvolta nello scialle di popolana partenopea. Ma quando narrava la propria infanzia nei «bassi», il cupo inizio della sua degradazione, la fame e le sofferenze patite, una lacerante dolcezza s’introduceva in quel nero veleno. Raramente, forse, la condizione femminile ha avuto, come nel personaggio di Filumena e nell’interpretazione di Titina, una testimonianza cosi adulta e profonda. A conservarcene l’impareggiabile sapore, ora che l’attrice è scomparsa, non resta solo il ricordo. In questo mondo nel quale, pure, tante Filumena non sanno ancora leggere, la tecnica soccorre gli uomini : film e dischi ci consentiranno ancora di vedere l’immagine di Titina, di ascoltare la sua voce, di evocare l’ombra di lei viva.

Aggeo Savioli, «Noi donne», gennaio 1964 


Varie testate, dicembre 1963