Ora tace la risata di Peppino De Filippo

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Con Eduardo e Titina formò un sodalizio che, nato da ragioni familiari e da una comunanza di linguaggio, non sarebbe durato - Lo scomparso era fatto di una pasta essenzialmente comica e aveva bisogno di uno spazio tutto suo - Le esperienze cinematografiche con Totò e Aldo Fabrizi e il successo televisivo con la macchietta di Pappagone

ROMA — Si è spento ieri in una clinica della capita le l’attore Peppino De Fi lippo. Era nato a Napoli nel 1903. Dopo aver lavora to nella compagnia di E duardo Scarpetta, aveva fatto compagnia con i fratelli Eduardo e Titina, dai quali si staccò nel 1945, mettendosi a capo di una propria compagnia. Peppino fu anche autore molto apprezzato. Per il cinema fu a fianco di Totò c di Aldo Fabrizi in film di scarso impegno artistico ma di grande successo popolare. In televisione, per «Canzonissima», quell'anno chiamata «Scala reale», creò la macchietta di Pappagone.

Peppino De Filippo lo si può ricordare cosi, dentro il bagliore bianco e clamoroso di un’enorme risata. Forse è stato nel nostro teatro, dalla fine degli anni Venti in poi. insieme con Totò, l'attore più ricco di buffoneria istintiva, creata lì per /i e trasmessa con uno sforzo apparentemente minimo. Dei grandi comici aveva la faccia impassibile, al limite dell'inespressività. Aveva, dei grandi comici, lo scatto imprevedibile ma sicuro, l'estro di un'improvvisazione che nasceva subito perfettamente dosata. da parere frutto di calcolo e di minuziosa preparazione. Al centro del volto quei suoi buffetti a spazzola, impercettibilmente vibranti. La sua emotività comica partiva di li. da quel piccolo segno che pareva nascondere una frustrazione, un tremore, una timidezza; e subito, allora, quei suoi buffetti impauriti e come impacciati diventavano, secondo i casi, carogneschi, furbastri, indisponenti, tiraschiaffi, ma senza far mai perdere all'espressione dell'attore un'aria di complicità che ammiccava al pubblico, una tacita e in qualche modo ipocrita richiesta di comprensione. E proprio per questo, per la carica di simpatia esplosiva che metteva in questi suoi doppi e triplici giochi fra il personaggio, i partners che stava imbrogliando sulla scena e il pubblico dal quale voleva solidarietà per la propria scoperta furfanteria. Peppino diventava irresistibile.

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Chi era Peppino, il fratello cattivo di Eduardo, il suo alter ego odiato-amato? E' dai tempi del Kursaal e poi (1931) del Sannazzaro, quando i tre fratelli. Eduardo. Titina e Peppino. costituirono la mitica Compagnia del Teatro Umoristico e si imposero al pubblico napoletano e quindi, attraverso i successi di Torino. Milano e Roma ai pubblici di tutta Italia. che nacque la leggenda della loro inseparabilità; e anche dopo, da quando (1945) Peppino si mise per conto proprio con una sua compagnia, durò a lungo il rammarico di chi (i critici, i fans) avrebbe voluto vederli sempre insieme, i tre. a dar vita a quei loro spettacoli scatenati fra lingua e dialetto, in un repertorio che alternava le commedie di Eduardo a quelle di Peppino e Titina e mescolava, inoltre, in cartelloni bizzarri ma scenicamente vitali. Pirandello a Paola Riccora ad Armando Curdo e a Ernesto Grassi. I racconti di chi vide le prime farse di Eduardo e di Peppino, da Sik Sik l’artefice magico a Don Rafele ’o trumbone: l’entusiasmo di chi ascoltò Peppino. nel Berretto a sonagli di Pirandello. quando dava la sua sicurezza spocchiosa e senùle al personaggio del delegato Spanò, accanto allo straziante e buffissimo Ciompo di Eduardo...

In realtà era un sodalizio che, nato da ragioni familiari e anche, certo, da una comunanza di linguaggio, non sarebbe comunque durato. Tutti e tre. i fratelli, venivano dal sangue di Eduardo Scarpetta, che fu il famoso Felice Scio-sciammocca, quelito di Miseria e nobiltà, quello delle pochades parigine tradotte e rimaneggiate in napoletano; sangue anche istrionico, voglio dire. Ma se Titina era in fondo più vicina a Eduardo, con la «sùbita versatilità» (Palmieri) della sua recitazione e infatti con Eduardo, pur fra litigi e separazioni continui, tornò sempre, Peppino era fatto, come attore, d’una pasta essenzialmente comica e aveva bisogno d'uno spazio — commedie e personaggi — tutto suo. Certo, era, allora, l'alter ego di Eduardo, il fratello-partner dispettoso e fragoroso, il «mamo» tardo, goffamente ingenuo e a una sola dimensione accanto all'ambiguità interpretativa. tra il comico e il tragico, di un attore che sembrava tanto più complesso di lui.

In realtà si integravano a vicenda e quando recitavano insieme si diceva che tutti e due formavano un solo, straordinario, irripetibile, persino vagamente mostruoso, animale da palcoscenico. Quanto, fin da allora, la comicità di Peppino appariva schietta, corposa e veloce, tanto quella di Eduardo era, fin da allora friabile, lenta, corrosa dalla malinconia. Forse Peppino era la memoria inconscia di Eduardo, esplosa fuori di lui sulle tavole del palcoscenico, il richiamo d'un passato di lazzi, fame e risate, la Commedia dell'Arte, il San Carlino.

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Ma tutte queste non sono che ipotesi fantastico-critiche e andranno controllate quando si faranno gli studi, che tutt'ora mancano, sull'arte istrionica di questi due grandi. Ciò che conta, ora, è ricordare Peppino e la forza dirompente, simile a un terremoto, della sua comicità. Chi non l’ha visto nelle mimesi fantoccesche (diventava persino un neonato, mostruoso, coi baffi e la cuffietta) delle Metamorfosi di un suonatore ambulante, un canovaccio di quattro secoli fa da lui recuperato e riadattato, non sa cosa sia il riso a teatro, il riso puro, disinteressato. persino un po' beota o. meglio, di un'infantile ebetudine. che scarica e libera. Chi non l'ha visto nelle tre farse di Don Felice affamato tra un invito a pranzo, un amico scultore e due poveri in campagna ignora il sussulto che danno certe immagini della comicità arcaica che pare vengano su da una sofferenza e da un'allegria perdute, di plebi scomparse ma il cui segno dura, nero e umile, nella storia, nel paesaggio. persino nel sapore del cibi. Peppino che ruba una manata di spaghetti fumanti e la nasconde nel cappello, e poi coi fili di pastasciutta che gli pendono lungo le gote sta ad ascoltare con una faccia contrita, da briccone impunito, i rimbrotti e le minacce dell'oste, chi se lo può dimenticare? E dietro c'era la scena di carta. una folta campagna meridionale. dalla quale pareva venisse, nonostante la convenzione scoperta, l'odore di mosto delle antiche atellane.

E' singolare come Peppino si sia, assai più di Eduardo, come autore (e quindi come attore), allontanato dal dialetto. Tra copioni e copioncini, tra rifacimenti e adattamenti, ha scritto una cinquantina di testi. La sua ambizione era di creare un teatro di parlato italiano medio, con inflessioni dialettali ma non soltanto napoletane).

Certo, il suo, non è il teatro di Eduardo. Ma qualche commedia significativa, che s’alza sopra il puro livello artigianale. sempre rigoroso, l'ha scritta; come, tanto per citare qualche titolo, Non è vero ma ci credo (1942), Quelle giornate (1946) in collaborazione con Maria Scarpetta, forse la migliore, Quel piccolo campo (1948/; a non volere risalire alle prime. Tutti uniti canteremo. il citato Don Rafele ’o trumbone; e a Quaranta ma non li dimostra (1932) scritta con Titina. pure notevole.

In queste commedie, in cui ebbe accanto come interprete la sua seconda moglie. Lidia Martora, e poi anche il figlio Luigi, ciò che contava era, ovviamente (anche se gli si dava un dispiacere, a dirlo) il suo gioco d'attore. Egli questo lo sapeva cosi bene, anche se a livello di puro istinto, che faceva coincidere il carattere dei personaggi inventati con le sue naturali predilezioni istrioniche. E allora, quando poteva .metterci dentro quei suoi tipi un po' loschi, i grandi scrocconi, i lenoni, i cinici un po’ paurosi, i furbastri ghiotti e tempisti, anche il livello drammaturgico del testi si alzava. Non era un candido, Peppino. Il candore del mamo finiva ai lazzi, alle gag, ai «tormentoni». iterati e ritmici, della farsa sancarlinesca. Oltre cominciava una zona, che frequentò più di trent'anni, di personaggi indispettiti, frustrati, tempestati di tic, un po' maniacali, leggermente ipocriti. Non per nulla Federico Fellini lo scelse, una volta (nel primo episodio di Boccaccio 70) per un personaggio tartufesco. E una delle sue interpretazioni più notevoli fu (nella prima edizione, dopo l'aveva cinicamente degradata e semplificata, per far ridere) Arpagone nell'Avaro di Molière, cui dava una specie di occhiuta malignità.

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Il cinema (più di cinquanta film), la televisione. Come si può ricordare Peppino in tutte le sue apparizioni sullo schermo accanto a Fabrizi, a Totò, a Sordi, a Chiari ? Ma ci metteva sempre qualcosa di suo. anche nelle interpretazioni più ovvie e di routine, anche nei film meno impegnati e più scopertamente commerciali; qualcosa, un guizzo, un fremito di quei suoi baffetti stizziti, uno scatto spiritato degli occhi; quando non delineava a tutto tondo un personaggio, come il capocomico guitto di Luci del varietà, quel remoto film di Lattuada, con la Carla Del Poggio, sul mondo dell'avanspettacolo. Poi ci fu sul video, lo scoppio di Pappagone ( 1966, in una trasmissione televisiva che si intitolava «Scala reale»), Pappagone («Ecche qua!») fu la riscoperta del mamo, al suo livello più elementare, ingigantita dal mass-media Era l'idiozia pura, tonda, sopracciglia arcuate, occhi a palla, i buffetti stirati fra le parentesi delle rughe, un ciuffetto di capelli che si impennava a far da gancio al sommo del parrucchino, sulla nuca. Peppino aveva riempito questa sua macchietta di camomilla ma non tantoché, nel dilagare d'una popolarità impressionante (quanta gente parlava come lui), non venisse da quell'immagine, per chi sapeva intendere, come un segnale roco, segretamente dispettoso, un ammiccamento di beffa.

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Come ci mancherà, ormai. In chi ritroveremo un fratello «cattivo» e in fondo patetico e indifeso come lui? Chi ci farà mai più ridere con la stessa purezza d'intenti, con la stessa semplicità e perfezione d'arte? Non si può sostituire, o continuare un Peppino, attore e uomo; il Peppino che ha avuto il coraggio di scrivere, attraverso un libro-pamphlet, la storia, magari faziosa e rancorosa, ma affascinante della più illustre famiglia teatrale italiana di questo secolo. Bisogna stringersi intorno a Eduardo: l'unico che ci resta della grande triade.

Roberto De Monticelli, «Corriere della Sera», 27 gennaio 1980


Corriere della Sera
Roberto De Monticelli, «Corriere della Sera», 27 gennaio 1980