Cocteau rivela il segreto di Mistinguett

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È un segreto assolutamente francese, anzi assolutamente parigino.

Sullo sfondo leggermente scialbo del teatro d’oggi spiccano due personaggi. Uno è un fantasma, l’altro un personaggio in carne ed ossa; uno scolorito, l’altro variopinto. Dell’uno sono celebri i baffi, dell’altra le gambe. Sapete già chi sono: Charlie Chaplin e Mistinguett.

Charlie Chaplin, Charles Chaplin o Charlot o Karlo Chap secondo i paesi e le classi, merita un lungo studio a parte e un giorno lo scriverò. Attore comico e tragico, mimo, acrobata, è di scena contemporaneamente dappertutto. Ed è inglese, è americano, o spagnolo, francese, russo? I popoli litigano per strapparselo.

Ma Mistinguett è nostra: francese, parigina di vera razza. Uno deve essere di Parigi per capire quella sua faccia da ragazzina modellata a forza di sberle, e quella voce strascicata: è vero che canta stonato, Mistinguett? Io non trovo. Ma so che, esiliato dal mio paese, mi farebbe male ricordarmi di quella voce. È la voce degli ambulanti nelle strade di Parigi.

La scena delle crinoline al Casino de Paris l’avete mai vista? Mistinguett viene fuori dal popolo. In quel numero ci propone il modello dell’eleganza, della misura. Vi fa venire in mente quei giocattoli da tre soldi, creazione dei venditori girovaghi; o una frase che fu pronunciata al fronte e Jean Le Roy la raccolse: «"Titine" è proprio il tizio cacciato in prima linea, il povero diavolo che sta in trincea: con niente ti combina di tutto. Lui come faceva a Minaucourt per cuocersi le pagnotte? Portava via al Genio le lastre di lamiera ondulata e si fabbricava dei tubi da stufa».

Idillio 1868: al ritornello di una marcia militare inglese, ripetuto senza sosta, Mistinguett passeggia. Quella che mi urta è la messa in scena. Bastava un sipario. La scenografia era un di più, Mistinguett le sue scene se le porta dietro. È lei lo scenario, pensa lei a cambiarlo col mutare dell’aspetto di quella sua crinolina rossa di fuori, bianca di sotto, che di colpo ve la fa apparire seduta in un cassone da biancheria.

Immaginatevi Mistinguett che agita l’ombrellino dell’imperatrice, ha i capelli tirati, una veletta verde sopra la mantellina, gli orecchini di jais. Veste un «sauté en barque» nero e bianco su un abito ciliegia che occupa metà della scena, un abito che da solo è una festa da ballo, è l’orchestra, le barcacce, le poltrone, il buffet, il lampadario. Ma l’artista è precisa, delicata, al limite della caricatura si ferma. Quell’abito per conto suo potrebbe evocare il cane sapiente e la bertuccia sull’organetto. Ma Mistinguett lo porta, lo manovra, sicché non è più qualcosa che la moda le mette addosso, diventa la Moda, la Moda che è così commovente perché non c’è moda superficiale che non dia la risposta a una moda profonda.

Assistendo a questo spettacolo, mi torna in mente un episodio patetico. Certi miei amici nel 1913 a una ripresa della Bella Elena si accorsero che nel palco accanto al loro una vecchia signora piangeva. La riconobbero, era Cosima Wagner. Sigfrido, l’Oro del Reno, i Maestri cantori: opere che continuano un uomo, gli impediscono di morire. Ma Offenbach significava la moda; la gioventù, il ricordo di Triebschen, delle ore di gioia, e Nietzsche che scriveva a Rèe: «Poi andremo a Parigi a veder ballare il cancan».

Cosima Wagner poteva anche sentire il Crepuscolo degli dei senza una lacrima. La «Marcia dei re» invece la faceva piangere.

Improvvisamente, la sera di quello spettacolo dato per divertire i soldati americani e che mi stringeva il cuore, mi accorsi che un lembo di quell’abito immenso ondeggiava ancora sulla scena quando Mistinguett era già scomparsa dietro le quinte.

Quando ero in collegio, la domenica andavo all’Eldorado coi miei compagni. Mettevamo in comune tutti i nostri risparmi per occupare il proscenio e buttare dei mazzi di fiori a Mistinguett. Mistinguett cantava «Je suis la femme torpille, pille, pille». Scuoteva i suoi riccioli, faceva ondeggiare le pieghe della gonna da «gommeuse». Poi si andava ad aspettarla all'uscita degli artisti nella Rue Saint-Martin.

Una certa sera tralasciai di andarla a trovare. Desideravo, e anche temevo, che lei non si rendesse conto del capolavoro che aveva appena creato: né più né meno, come il rosaio non capisce le sue rose. Ho ritrovato l’appunto che scrissi nel 1919, e non esito un momento ad avallarlo: «Era di quella razza animale che non deve niente all'intellettualismo». Proprio cosi l’amavo e così l’amo ancora.

Al Casino de Paris, a un intervallo, una sera portai nel camerino di Mistinguett una donna giovane, una delle più belle di quest’epoca. Concluse le presentazioni, appena la giovane signora fu seduta, successe questo fenomeno: la bellezza, la giovinezza, furono eclissate di colpo dalla presenza di quell’altra donna. Che un momento dopo sarebbe riapparsa su uno sfondo bianco come la neve, e la sua lunga veste color di fuoco avrebbe ipnotizzato tutti i giovanissimi «gigolos» venuti ad ascoltarla.

«Via, lei mi parla di Mistinguett come della Duse», dice una lettrice. «C’è una parte per Mistinguett? Un drammaturgo che lei sappia rivelare? Quali sono le sue eroine?». Non lo so. Mistinguett incarna se stessa. Mi accarezza, dentro, un patriottismo di cui non ho vergogna. Poi io rispetto quel certo accanimento a brillare, la capacità di impadronirsi e di servirsi subito di quella luce che mette tanto tempo per giungere agli uomini, la luce delle stelle.

Mistinguett era la vita, era una forza d’istinto più luminosa dell’intelligenza e del sapere. Era la voce del popolo di Parigi, strascicata e che ti prende il cuore. Insomma esprimeva una poesia involontaria. È nella buona regola che Mistinguett crolli come tutte le altre cariatidi della grande epoca meravigliosa che è stata la nostra.


Jean Cocteau dell'Accademia di Francia, «Epoca», anno XII, n.3, 15 gennaio 1956


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Jean Cocteau dell'Accademia di Francia, «Epoca», anno XII, n.3, 15 gennaio 1956