May Britt e Sammy Davis: la loro casa è in bianco e nero

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May Britt e Sammy Davis appaiono una coppia felice, anche se l’attrice svedese si è vista costretta dalle circostanze a trasformare il suo amore anticonformista in qualche cosa di polemico e di aggressivo

Hollywood, gennaio

«Se le donne sapessero come sono felice con Sammy anziché denigrarmi mi invidierebbero» dice May Britt a coloro che la vanno a trovare. Lo afferma prima ancora che qualcuno le domandi se sia felice o meno: è un modo di mettere le mani avanti dopo le polemiche e i dispetti dei razzisti americani che, tutt'ora, considerano il suo matrimonio con il negro Sammy Davis jr. una offesa al prestigio ed al decoro nazionali.

Anche May Britt, la ”più bianca” delle attrici hollywoodiane, sembra essere diventata una ”negra”, perlomeno nello spirito e negli atteggiamenti.

Il suo amore, coraggioso e anticonformista, si sta trasformando lentamente in qualcosa di polemico, di aggressivo. Quando sono andata a trovarla nella sua ricca casa a due piani nel centro di Hollywood, la prima cosa che ha voluto che le garantissi fu quella che non le chiedessi di fotografare la figliai «Se vedono le fotografie della nostra piccola — disse — ricominciano ad attaccarci. Meno facciamo parlare della nostra vita privata sul giornali, più possibilità abbiamo di continuare a lavorare». Perchè il problema numero uno della famiglia di Sammy è quello di riuscire a mantenersi a galla nel mondo dei bianchi e di trasformare questo "handicap” di essere negri in un motivo di popolarità e successo.

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«Nel mondo dello spettacolo americano, come si sa, il fatto di essere di colore non è affatto un danno ma anzi, spesso, un vantaggio. Tuttavia, per Sammy Davis e May Britt, esiste il problema di aver rotto certe regole puritane e conforniste che volevano, sul piano familiare e sentimentale, una netta separazione tra le due razze.

«I negri ci divertono e noi li applaudiamo ma quando hanno finito di divertirci debbono tornare in cucina» questa è l’opinione corrente del pubblico americano. E Sammy Davis, invece di andare in cucina, è addirittura andato nella camera da letto della "signora bianca”.

In ogni caso è stato facile per Sammy farsi perdonare: il suo talento di fantasista, il suo estro sono come la tromba di Armstrong o la voce di Ella Fitzgerald: non si discutono, si accettano. Ma .per May Britt, attrice di non eccelse qualità, com’è disposto l’animo dell’uomo qualunque?

«Male, molto male — dicono i maligni hollywoodiani — anche Sinatra non li ama più».

E questo, in un certo ambiente, vuol dire perdere improvvisamente alleanze e simpatie. Il clan Sinatra, al quale Davis è molto legato ed al quale deve buona parte del suo successo mondano, avrebbe infatti incominciato a "sganciarlo” o, perlomeno, desidererebbe farlo, irritato dall’inconsulta presunzione di Sammy di farsi sempre compatire perchè è brutto, gli manca un occhio, ed è ebreo. «Questo negro mi ha scocciato — avrebbe detto Frank Sinatra con la brutalità che lo distingue: — gli ho permesso di sposare una donna bianca, lo impongo nei miei film, lo faccio cantare a Las Vegas: insomma che cosa vuole ancora? Il mio successo e il mio denaro? Ma, perbacco, io sono sempre un puro americano». E con questa battuta avrebbe chiuso il discorso con chi cercava di farsi dare garanzie sui molti debiti che Sammy ha contratto negli ultimi tempi.

May Britt, intanto, si è tinta i capelli che, in origine, non erano neppure biondi ma di un tenue castano. Ora sono diventati quasi color platino e, nell’insieme del viso, il loro chiarore risalta ancora di più sottolineando certe caratteristiche nordiche che in lei erano state sempre molto accentuate. Accanto a Davis il contrasto è diventato così netto che sembrano insieme la cioccolata e la crema. E May pare il simbolo della donna bianca. Forse per questo Sammy ha voluto che la sua casa fosse tutto un trionfo di bianco e nero.

Bianchi e neri sono i pavimenti e i divani, persino i mobili della cucina. Vedendo May muoversi nella sua casa, a piccoli lenti passi, mi sembrava di assistere ad una partita a scacchi con la Regina che, abilmente, si dispone nell’angolo giusto per dare, all’improvviso, scacco matto ai suoi avversari.

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«Io sono felice, molto felice — ripeteva May con un tono dimesso ma franco indicandomi tutte le combinazioni di bianco e di nero che si trovano nelle stanze della sua casa: — vorrei soltanto qualcosa di giallo: i cuscini sul divano, per esempio, la coperta del letto. Insomma qualcosa che spezzi questa monotonia ma Sammy non vuole. E quello che Sammy desidera, naturalmente, lo desidero anch’io» concludeva con amorevole tenerezza.

Eppure quando avevo conosciuta May Britt a Roma era tutt’altro che arrendevole. Mario Soldati l’aveva scoperta in un piccolo paese svedese e l’aveva voluta protagonista di uno dei suoi primi film. Non aveva avuto molto successo. Ma questa ragazza scandinava, dai lineamenti un po’ duri e maschili, dagli occhi chiarissimi e splendidi, poteva sembrare una nuova Bergman. Romantica ma precisa, impetuosa e gelida al tempo stesso: l’ideale per certe situazioni latine sempre troppo morbide e di compromesso.

«In Italia si giuoca sempre. Tutti parlano della luna e pensano alla tasca. Io voglio essere tutta d’un pezzo — diceva May Britt — o amata o disprezzata. Le mezze misure non mi piacciono».

Così aveva lasciato in sospeso alcuni inutili amori e alcuni facili film in costume ed era partita, senza molte speranze, per l’America dove l’alternativa tra il denaro e i sogni è molto più limitata.

«Ai miei sogni italiani — dice May — preferisco questo mondo a due colori: bianco e nero. E’ più semplice, è più facile vivere» e mi abbraccia affettuosamente come per dirmi che in fondo, anche se l’Italia l’ha delusa, tuttavia non serba rancore per i giorni, forse inutili, passati tra noi e il nostro pettegolo andirivieni di speranze e delusioni.

Comunque nella sua casa di Hollywood non ci saranno nè tappeti nè cuscini nè coperte gialle come May desidera. «I bianchi servono per lavorare, i negri per vivere» dice Sammy e l’ha circondata di un esercito di maggiordomi, camerieri e governanti di colore. Quasi ogni giorno arrivano da May gli innumerevoli parenti di Sammy, che come nelle rumorose famiglie napoletane, sono patetici, affettuosi, solidali. La bambina mulatta è l’orgoglio della famiglia che vede nella figlia di May il simbolo del loro riscatto sociale.

«Questo piccolo fatto sentimentale dell’amore tra la Britt e Davis — mi dice Karl Sirten, una "testa d’uovo” locale — ha invece una grande importanza per noi. In fondo ci serve per portare alla ribalta, con un argomento di facile presa sulla grande massa del pubblico, un problema che è alla base di certe crisi sociali e politiche americane. Voi europei non potete capirlo o, se lo capite, non ne avvertite la gravità. I negri sono alla porta di casa. Bussano perchè vogliono entrare e noi fingiamo di non sentire oppure chiamiamo la polizia perchè non disturbino. Ma essi crescono con più intensità di noi, prolificano con maggiore assiduità. Ignorare il problema, rimandarlo o reprimerlo non serve a risolverlo. E allora? E allora anche l’amore può essere una soluzione».

«La verità è — mi disse un puritano senza retropensieri — la verità è che May Britt è una viziosa. Il suo amore per Davis non è altro che una degenerazione mentale, un eccesso di fantasia».

Che cosa sia il loro amore non so. Certo che, ad uno sguardo veloce nell'intimità della loro casa, May Britt e Sammy danno l’impressione di due innamorati sinceri e di una famiglia unita e solidale.

Del resto, anche in pubblico, non si lasciano mai. E poiché in questo periodo Davis ha maggiori impegni di lavoro, May lo segue dovunque. Soprattutto a Las Vegas dove Sammy fa uno spettacolo che incomincia alle due di notte. Dopo il recital i ricchi presenti, nell’euforia dell'alcool e nell’atmosfera sempre un po’ tesa delle case da giuoco, invitano i Davis ai loro tavoli per brindare e giuocare con loro e May sembra davvero, nell’aria tiepida e fumosa di questi locali, l’apparizione di un "angelo azzurro”.

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Così migliorano gli affari dei nights club nei quali Davis è interessato insieme a Sinatra ed al suo clan, e May si sente liberata dai residui complessi: «Sono la moglie di un negro più desiderata dai bianchi» dice con una punta di orgoglio e si diverte alla megalomania di Sammy che, per riportarla a casa, fa venire da Hollywood la sua Rolls Royce che è, naturalmente, bianca e nera.

Le serate a Las Vegas, «la più peccaminosa città d'America», si trascinano sino all’alba. Ma a mezzogiorno sia Sammy che May sono di nuovo in piedi come se le notti in bianco fossero state un modo, un po’ assurdo, di riposare.

May è una solida ragazza svedese ma Sammy, così esile e sofferente, come farà a resistere? Probabilmente la cosa che li tiene in piedi è la voglia di vivere, di godere, di rimanere sulla cresta dell’onda. «La volontà è la mia unica medicina» afferma Frank Sinatra, capo del clan, ed anche lui, così piccolo e apparentemente debole, in realtà è sempre nel cerchio di un furibondo attivismo. Quando chiesi a May di posare, farsi fotografare cercò di rifiutarsi non tanto per pigrizia (era appena scoccato mezzogiorno) quanto perchè le sembrava una perdita di tempo passare delie ore a cambiarsi d’abito.

«Se vuole — disse — mi fotografi mentre lavoro» e tirò fuori un bel pezzo di creta che incominciò a modellare per ricavarne una statuina soprammobile. Ma era passata sì e no una mezz’ora quando, apparve tutto trafelato Sammy Davis, con la camicia fuori dai pantaloni, un paio di blue jeans scoloriti: «Presto, presto — gridò passando velocemente attraverso il salone — che ci aspettano a Las Vegas. Alle due c’è uno spettacolo per i figli dei croupiers e dei camerieri».

«Ci vediamo domani» disse May Britt abbandonando subito la sua piccola scultura e correndo dietro a Sammy. Riapparvero di lì a poco, in abito da sera, con aria candida e felice, per incominciare a vivere la "lunga notte" di Las Vegas che, anche per loro, dura quasi ventiquattro ore. Dopo lo spettacolo straordinario per i "poveri figli dei camerieri” Sammy continuerà a cantare e May a sorridere e cosi la "negra bianca” avrà portato un’altra piccola pietra alla casa del "povero negro” Sammy Davis.

Chiara Samugheo, «Tempo», anno XXIV, n.6, 10 febbraio 1962


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Chiara Samugheo, «Tempo», anno XXIV, n.6, 10 febbraio 1962