Mina seconda

1961 Mina Mazzini gh6

1961 11 15 Epoca Mina intro

Tornata clamorosamente alla ribatta del successo dopo mesi di silenzio e di amarezze la prima urlatrice d’Italia amministra con insospettata saggezza la sua nuova popolarità.

Roma, novembre.

Arriva allo studio che sono le tre e mezza passate, dice «ciao tesoro, ciao stellino» al portiere, al ragazzo del bar, ai macchinisti, distribuisce carezze e buffetti sulle guance di tutti con l’aria svampita di una vecchia zia un po’ folle afflitta da impensabili stranezze e da montagne di milioni. Poi, quando vede Don Lurio con i gomiti appoggiati al bancone del bar che la guarda con quei suoi occhi rotondi e malinconici, gli butta le braccia al collo e lo bacia delicatamente sulla punta dei capelli. «Non fare quella faccia se no non ti sposo più.»

A me, che sono li ad attenderla da oltre due ore e che le ricordo l'appuntamento che mi aveva fissato sua madre, dice: «Mia madre??!! Ah! ma allora ci sei cascato anche tu. Quella fa, briga, disfa, mi fissa gli incontri, accetta gli inviti a cena, dice sempre di sì a tutti come San Gennaro. E poi, naturalmente, chi si è visto si è visto. Guarda, adesso io devo provare. È vero, Doniti, che adesso devo provare?», dice rivolta al ballerino che non ha ancora aperto bocca e che continua a fissarla con una espressione tra l’ebete e il rassegnato. «Ma se mi aspetti, tra un po’ ritorno e parliamo. «Va bene, signorina», dico io. E prendo posto a un tavolo dove siede già un giovanotto dall’aria mortificata che indossa una camiciola azzurra e ha intorno al collo un foulard di un giallo rivoltante. «Non si impressioni», mi conforta il giovanotto, «è tutta una scena. Quella lì ha i nervi a pezzi, si tiene su a forza di tranquillanti. È capace tra qualche giorno di mettersi a urlare come una invasata e di piantare in asso tutti. L’ha già fatto altre volte. Qui in televisione tutti stravedono per lei, le concedono tutto. Per consentirle di mostrare le gambe hanno perfino stabilito che non è “sexy". Non le direbbero di no neppure se chiedesse di leggere il telegiornale o di prendere il posto di Granzotto. Sa cosa le danno per trasmissione? Più di mezzo milione. In più le pagano a parte le lezioni di dizione e di danza. È una vergogna. Sa cosa danno a Claudio Villa? Cinquantamila lire. E poi non faccio il caso mio..» Il giovanotto, è lui che me lo ricorda, ha avuto una fugace e non proprio scintillante stagione come cantante qualche anno fa e adesso trascorre le sue giornate qui al bar di via Teu-lada e si fa il sangue cattivo nelle anticamere delle case discografiche.

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Mina ritorna più presto di quanto mi aspettassi. È accaldata, esausta nella calzamaglia nera che inguaina la sua bellezza nervosa, le sue forme insolenti. «Che disastro», dice, «sono tutta rotta, ho le giunture che mi saltano. Ah, ma se Don Lurio crede di continuare così io pianto qui tutto. E tu, di’ un po’, hai bevuto? Bevi sai, che qui paga mia madre, così impara a fissare gli appuntamenti...»

La palma sotto il mento a sostegno della testa della quale colpiscono con uguale immediatezza un casco arruffato di capelli castani con striature grige e il pallore esangue sofferto del volto, Mina mi pianta addosso i suoi terribili occhi marrone, dilatati senza motivo, e comincia : «Non dirmi anche tu che non ti piace la mia pettinatura. Me lo dicono tutti. Qualcuno si è anche preso la briga di scrivermelo. Ma a me non importa, piace a me e basta». Veramente la sua professione di disinteresse per le opinioni del prossimo è un tantino più incisiva e più pittoresca. Se la signora Mazzini, che trascorre le sue giornate in albergo a fissare gli appuntamenti e ad accettare a nome della figlia gli inviti a cena, fosse qui, certamente avrebbe un sussulto.

“L’esaurimento non si tocca!”

«Ah, ma allora», dico, «non è cambiato niente. La favola di Mina diventata improvvisamente adulta con il suo bagaglio di esperienze, di arricchimenti spirituali, la crisi degli anni venti, la nuova dimensione umana è tutto una banale invenzione dei press-agent?

«Tanto valeva», insisto, incoraggiato dalla sua espressione che tradisce via via noia, stupore, risentimento, «rimanere prigionieri del vecchio cliché della ragazza un po’ discola che dà del tu a tutti, che legge Topolino, che non conosce il nome del Presidente della Repubblica, che dà in smanie per Fidel Castro. Non che la trovata fosse eccezionale, ma il personaggio così congegnato aveva un suo mordente, una sua forza e, in fondo, le era per molti versi congeniale. Che senso ha avuto l’andar vestita in questi ultimi mesi lugubremente di nero, offrire alle platee sgomente un volto sapientemente struccato, i capelli sconvolti, i lineamenti tirati in un innervosito sussiego? Faceva venire in mente l’immagine di Greta Garbo ai tempi del suo inquieto amore con Stokovski. E la storia dell’esaurimento nervoso, sventolata come una bandiera?»

«Un momento», mi interrompe la ragazza con una punta di ira nella voce, «l’esaurimento non si tocca. Scrivete quello che volete, attribuitemi i fidanzati che volete, dipingetemi come una provinciale scioc-china e capricciosa, ma non dite che quel malanno l’ho inventato io. Chieda a mia madre, che si è rovinata ad accendere candele in chiesa, cosa è stata la pena di quei mesi con le notti di insonnia, gli scoppi improvvisi di riso e di pianto alternati senza regola, ma immancabilmente immotivati. Ma la volete capire una volta per tutte che io non ho bisogno di ricorrere a questi trucchi per impressionare il pubblico? E non perché il pubblico io lo tenga in pugno o riesca a conquistarlo in altro modo, ma solo perché a me il pubblico non interessa. Io canto perché mi piace cantare, così come adesso ballo perché ballare mi diverte...»

Sono frasi che Mina va ripetendo da anni e nelle quali ha finito per credere. Fanno parte del suo repertorio e della sua logica.

«Canto per denaro io?», mi chiede con il tono perentorio di chi attende una risposta. «Ho migliorato il mio tenore di vita, ho conosciuto altri agi da quando canto? Mi pare che sia tutto così semplice», aggiunge con la sicurezza di chi sta dimostrando il più elementare dei teoremi. «Il giorno in cui non mi sono più divertita, il momento in cui la bella avventura ha assunto i toni grigi e deprimenti della routine, qualcosa è saltato dentro di me, i nervi hanno cominciato a logorarsi. L’esaurimento è arrivato così. Lei non mi crede, vero? E allora mi prenda per un altro verso. Mi pensi come ero tre anni fa, provi a immaginare la ragazza che ero, immersa fino al collo nella vita sonnolenta di una città di provincia, prigioniera di abitudini castigate e immutabili. Di colpo la mia vita cambia, non dico senza che io lo volessi, ma certamente al di fuori della mia volontà e dei miei piani...»

Ci ricordiamo tutti come i fu che la storia dei suoi rock improvvisati in classe, all’Istituto tecnico di Cremona, durante l’assenza dei professori, fece il giro d’Italia. Ricordiamo come piacque a tutti l’idea di questa ultima della classe (Mina, a scuola, ha sempre avuto la media del quattro) che riusciva nella vita, imitando con una verve e un piglio personalissimo quel fantoccio dolciastro che era Elvis Presley. La zazzeretta corta ne fece subito un personaggio uscito dritto dai romanzi della Sagan, ma senza sofisticazioni, senza tic snobistici, con una sua vitalità ammiccante e genuina. Mina era la ragazza di Cremona che scopriva di colpo all’angolo di casa le luci di Broadway e il frastuono di Harlem. La sua era una voce nuova, aggressiva, selvaggia, femminilissima, che piacque subito.

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Pollice verso per Geronimo

Ogni suo urlo era un calcio a qualcosa che andava in frantumi nel mondo della canzone tradizionale che pure aveva già subito il terremoto dei vari Dallara, Modugno, Buscagliene. Ma Mina fu un fenomeno a sé, proprio perché in quel miscuglio di doti istintive, di ignoranza professata, di candori disarmanti, seppe essere soprattutto una voce nuova. La voce di una ragazza di diciotto anni che sapeva dire a un ideale innamorato in blue-jeans, spalancando gli occhi e agitando le mani a mulinello «nessuno-ti-giuro-nessuno -nemmeno-il destino-ci-può-separare», senza apparire come un vuoto e ridicolo manichino.

Questa fu dunque la Mina prima maniera, con una sua leggenda di originalità, di estri improvvisi, di impeti incontenibili.

«Mi divertii», racconta ora, «come forse nessuna ragazza al mondo. Mi piaceva la gente che urlava, che dava in smanie ad ogni mia apparizione, leggevo con avidità e ci credevo le migliaia di lettere d’amore di miei coetanei, non ero mai stanca, mi stordivo in quell’aria di festa senza fine. Guadagnavo milioni, è vero. Ma chi li ha mai visti? Ancora adesso ricevo un mensile da mio padre...»

Poi, di colpo, tutto crollò così com’era cominciato. Perché accadde è difficile dirlo. Certo non è facile dar credito alla ragazza che dice di essersi sentita un’altra quando si accorse che non si divertiva più.Il mondo della canzone, che è un mondo di vanità provinciali, di piccoli peccati, di invidie professate, di malinconici clan, ad un certo punto fece perno su di lei, la più indifesa di tutte sotto le apparenze rivoluzionarie, la più pateticamente scoperta nonostante la padronanza di sé, la spavalderia, l’orgoglio di cui molti le facevano credito. Canzonissima 1960, l’ultimo festival di Sanremo, le goffe storie d’amore inventate dai suoi agenti pubblicitari prima con l’attore Umberto Orsini e poi con Maurizio Arena, le massacranti tournée in tutta Italia fecero il resto.

«Mi sono trascinata per centinaia di sere», racconta con un disgusto che le dilata ancora di più gli occhi,

«in sale fumose in mezzo a canee urlanti che mi respiravano addosso, che non mi davano requie, che mi riempivano di complimenti salaci, di battute lubriche, di sguardi impudichi. C’era da impazzire. Ne uscivo con la testa che scoppiava, qualche volta con delle ammaccature. Quante volte, negli alberghi, io e mia madre ci abbracciavamo, dopo serate tempestose, e mi chiedevo: “Ma perché lo faccio?”. Le notizie sui miei guadagni offrirono il destro a una sciocca retorica populista. “Guadagna più lei in una sera”, dicevano, “che un professore universitario in un trimestre.” Era vero. Ma io cosa potevo farci? C’erano i ministri che telefonavano al mio impresario per assicurarsi una mia serata nel loro collegio elettorale. Guai a dire di no. Ho pagato i miei peccati di impazienza, il mio desiderio di vivere e di divertirmi. Oh, se l’ho pagato! C’è gènte ancora oggi che mi rimprovera di essere arrivata al successo senza soffrire, ma poche come me hanno conosciuto con il successo l’amarezza, la disperazione, la volgarità di certe situazioni...»

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E così accadde che Mina perse di colpo il suo sorriso. I fans indispettiti non si fecero scrupoli: la fischiarono. Il suo dramma, il fatto che il suo volto che era sempre apparso come una ridente immagine estiva, con quegli occhi mobilissimi, inquietanti, febbrili di vita e di gioia, ogni tanto si appannasse di tristezza, si irrigidisse in una smorfia, non ebbe altra spiegazione che questa: è una ragazza irriconoscente, capricciosa, montata. Una sera a Milano, al velodromo Vigorelli, all’apertura della «Sei giorni ciclistica» si ebbe l’impressione che quindicimila sportivi si fossero dati convegno per fischiare lei più che per applaudire Teruzzi, Maspes e Gaiardoni. Mina quella sera aveva tenuto a battesimo per il debutto come cantante il fratello Alfredo, uno spilungone che come lei non riusciva a scuola ma che a differenza di lei diede l’impressione di non saper offrire al pubblico che una incredibile frangetta, due occhietti liquidi e una voce lagnosa. Il pollice verso degli sportivi milanesi non lasciava possibilità di appello. «Eppure», dice oggi Mina, «Geronimo (perché questo è il nome d’arte di Alfredo Mazzini) è bravo. È molto più bravo di quanto sia stata io agli inizi della carriera. E sfonderà, vedrete. Gli voglio un bene dell’anima. Se il prezzo da pagare per il suo successo fosse il mio ritiro, non esiterei un istante.»

Sta per fare un film “serio”

Geronimo molto probabilmente farà un film con Mina. «Un film serio», spiega la ragazza, «nel quale non canterò e non ballerò. È incredibile, vero? Lo dico sempre anch’io, devo fare degli sforzi per crederci. Non le nascondo che la prospettiva mi diverte.»

«Niente più serate, dunque?», chiedo.

«Assolutamente», risponde.

«E Sanremo ?»

«Non ne parliamo neppure. Mi viene da fuggire solo a pensarci.»

Mina è cambiata, non ci sono dubbi. «Ma non come volete voi», spiega con puntiglio, «che mi avete liberata di un personaggio e subito volete appiopparmene un altro. Ho solo ricominciato a vivere riprendendo dai diciotto anni che mi sorpresero con gli urli in gola nelle balere di mezza Italia. Sono tornata ad essere quella che ero, con le mie malinconie e le mie esplosioni. Mi concedo finalmente un lusso che in questi tre anni mi era stato negato, quello della sincerità. Oggi ho voglia di fare la matta. Ieri mi è venuto il magone pensando che non potrò trascorrere il Natale a Cremona. Cremona è una città importante per me. E sa perché? Perché è l’unico posto dove la gente mi snobba, dove ho le mie amiche, dove riesco più facilmente a ritrovarmi.»

«È vero», chiedo, «che questo suo exploit come ballerina precede di qualche mese il suo lancio come stella della rivista?»

«Ah, ma allora lei non ha mai sentito parlare di mio padre?»

«Ma adesso», insisto, «lei è maggiorenne...»

«In casa Mazzini si diventa maggiorenni sui cinquant'anni. Dubito (ma non lo scriva) che lo sia mio padre. E poi la rivista non mi diverte.»

Le hanno insegnato a recitare, o meglio a esprimersi con disinvoltura. E non deve essere stata un’impresa facile con una ragazza come lei, che mangia le parole e che ha la pronuncia inquinata dal dialetto cremonese, uno dei più chiusi d’Italia. Le hanno impartito per oltre un mese lezioni di danza, o meglio l’hanno aiutata a sciogliersi e a muoversi con quella agilità e quella sicurezza che è sconosciuta alla maggior parte dei cantanti di casa nostra. E non deve essere stato facile con un corpo come il suo, che è un po’ greve e che aveva dimenticato da tempo la ginnastica e la pratica di un qualsiasi sport.

I risultati sono quelli che milioni di telespettatori di Studio uno, la fortunata trasmissione del sabato sera, dimostrano di apprezzare. «Sono contenta di questa rentrée dopo nove mesi di silenzio», dice Mina. «Il pubblico è buono. I fotografi un po’ meno...»

L’hanno sorpresa, non più tardi di un? quindicina di giorni fa, mentre usciva, a notte alta, dalla casa del conte Mancinelli Scotti, l’ex marito di Elsa Martinelli, uno dei più consumati play boys della capitale. È stata una mascalzonata inutile e odiosa. «Il conte Scotti è il press-agent della casa cinematografica che produrrà il mio film. Mi aveva combinato un incontro con un paio di giornalisti francesi che stanno facendo una inchiesta sulla donna italiana... È tutto. Ma il colpo è stato tremendo. Tutto questo tempo è dunque passato inutilmente.»

«E Walter Chiari?», chiedo.

«Walter è il più grande, il più caro amico che abbia avuto. Lo ritengo un ragazzo in gambissima, intelligentissimo, un cuore d'oro. E anche questo è tutto.»

L’intervista è finita. Mina è ancora lì, con il mento appoggiato alla mano, i grandi occhi spalancati senza motivo, la ragazza di ieri, la donna di oggi con la sua bellezza intoccabile, la sua femminilità da amazzone. Poi, di colpo, come svegliandosi: «Don Lurio», grida, «vieni qui, dammi un bacio, che domani ti sposo».

Lino Rizzi, «Epoca», anno XII, novembre 1961


Epoca
Lino Rizzi, «Epoca», anno XII, novembre 1961