Io, Manfredi

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In questo autoritratto, esclusivo per “Tempo”, l’attore confessa: «Essere me stesso, assolutamente libero: è la regola che ha guidato tutta la mia vita professionale. E infatti mi sono messo a fare il regista, contro il parere dei produttori e di molti dei miei amici, per realizzarmi del tutto come uomo e come artista: un lusso che potevo finalmente permettermi». I fatti e il successo dicono che ci è riuscito

Roma, aprile

1971 05 08 Tempo Nino Manfredi f0«Adesso faccio pure il regista. Come Tati, va bene, però Tati fa un film ogni quattro anni e ci mette tutto il tempo che vuole, io invece ci ho messo un anno. Forse lui ci mette il tempo giusto, io, invece, "arronzo” un po’. A mio merito va il fatto che a me, all’attore Manfredi, Per grazia ricevuta è costato molti sacrifici. Pensate che cosa significa per uno come Manfredi, richiesto da tutti, stare per più di un anno senza fare niente. Se poi aggiungete che, per fare questo film come regista oltre che come interprete, ho dovuto accettare "finanziamenti” ridotti, potrete capire che cosa mi è costato questo sfizio. Il mio lavoro? Cercherò di sintetizzare il più possibile perchè, quando parlo di cose serie, al contrario di come appaio nella mia professione, sono un personaggio abbastanza tetro, per cui meno parlo seriamente meglio è.

In questi ultimi tempi ho vissuto una fase particolare della mia professione. Non mi sono accontentato: fare l’attore è inevitabilmente la risultante di quello che per te prevedono il testo, il regista e il pubblico. Per cui finisci, nonostante tutti i tuoi sforzi, con l’essere quello che gli altri hanno previsto per te. Il passo, se ci si vuole esprimere completamente e se non si vuole rimanere insoddisfatti, è obbligato. Se poi a un certo punto della carriera, piena di successi e di soddisfazioni, non decidi di dire tutto quello che senti, ti sembra di essere un po’ alla fine perchè ti vedi sempre più uno strumento nelle mani della produzione e nelle mani del pubblico che vuole da te quel gesto, quella battuta e quell’atteggiamento. E’ proprio questo che io mi posso permettere il lusso di evitare: di rimanere fossilizzato in uno schema. Avete visto, nei mesi scorsi ho inciso un disco, non perchè io ritenga di essere un bravo cantante — in realtà canto come chiunque potrebbe cantare per divertimento — ma perchè ritengo questa cosa una maniera di adeguarmi ai modi di espressione tipici del nostro tempo. Una maniera come un’altra per arrivare al pubblico, per esprimermi, come qualche anno fa quando sperimentai la televisione, come ora con i caroselli (una specie di monologo con il quale entro nelle case dei telespettatori, racconto fatti della mia vita e instauro con il pubblico un dialogo immediato e diretto).

Quando mi dicono: «Ma perchè fai i caroselli? Sei un attore che guadagna quello che vuole», io rimango perplesso, perchè il mio interlocutore evidentemente non ha capito che il contatto con il pubblico, per un attore, è la cosa più importante e quindi, se i canali di diffusione del nostro tempo comprendono anche la pubblicità, non vedo perchè io non possa servirmene. La attività dell'attore, nella nostra società dei mezzi di comunicazione di massa, deve essere polivalente. Se io potessi esprimermi giocando una partita di calcio, se cioè il fiato e le gambe me lo consentissero, lo farei, e anche quello sarebbe teatro, sarebbe libertà di essere me stesso.

Ecco, essere se stessi e liberi: questo è il punto, un principio che vale per l’uomo di tutti i tempi, per me, per i miei figli, come valse per mio padre, un uomo affascinante soprattutto perchè ha cercato di essere sempre quello che sapeva di essere. Stava al paese, Pastena, in Ciociaria, davanti al suo deschetto, a riparare le scarpe dei contadini, ma era un uomo moderno e perciò non poteva accontentarsi di quello che la sorte gli aveva riservato: un giorno evase, come da noi hanno sempre fatto i figli dei poveri; si arruolò nella polizia. Un mestiere che non amava, ma lo fece con onestà e dedizione, per realizzare il suo concetto di libertà nei figli. «Io ho detto sempre signorsì — diceva —, anche quando volevo dire signornò: i miei figli dovranno essere in grado di dire quello che vorranno». E siccome per lui, per la sua esperienza, l’esercizio della libertà individuale era possibile soltanto ai "liberi professionisti”, voleva fare di me un avvocato, un libero professionista che potesse dire "signornò” ogni volta che non volesse dire "signorsì”. E io mi sono laureato esclusivamente per farlo contento, tanto è vero che il mio certificato dove si attesta che io sono un dottore è ancora nella segreteria dell’università. Non l’ho mai ritirato. Mi sono laureato perchè quest’uomo aveva diritto di avere una soddisfazione, nella sua vita tutta rinunce.

«Da bambino scappai con un circo. Mi misero a spingere una giostra finché non fui ritrovato»

Arrivare a fare l’attore mi è costato grandi sacrifici. C’è stato un periodo della mia vita in cui ho fatto un mucchio di cose, le ore della giornata non erano sufficienti per tutta la mia attività: andavo all’università, frequentavo l'Accademia d’arte drammatica e la sera lavoravo allo Sferisterio dell’Urbe come ”book-maker" per guadagnarmi le cinque lire per i libri e per avere qualche soldo in tasca. Una vita d’inferno, da una parte per conquistarmi la mia libertà, per essere me stesso, e dall’altra per accontentare mio padre che aveva riversato tutte le sue ambizioni su di me.

La passione per il teatro l’ho sempre avuta. Da bambino strappavo le lenzuola per fare i costumi, coinvolgevo tutti i miei compagni nelle storie più fantasiose. Il teatro vero, quello che si fa sui palcoscenici, l’ho visto solo da grande, all’Accademia, però il primo contatto l’avevo avuto al paese, un contatto con il teatro popolare, quello delle fiere: la donna cannone, l’uomo forzuto che spezza le catene, il circo. Per me, un grande gioco. Un giorno gli andai dietro, per viverci. Mi misero a spingere una giostra, finché non fui ritrovato e riportato a casa. In me il teatro nacque prima del suono di questa parola; nacque attraverso il teatro popolare, attraverso i modi di esprimersi della gente per la strada. Il nostro teatro erano le fiere, le feste: mi ricordo che una volta, assieme a mio padre, mi feci molti chilometri per arrivare al santuario della Civita, scalzo, tanto che quando ci arrivai i piedi non me li sentivo più. E’ nata da questa mia infanzia anche l’idea di questo film. ”Per grazia ricevuta”: da una cattiva educazione religiosa che mi ha lasciato l’esigenza della ricerca di Dio, di un equilibrio religioso.

Il pubblico, a differenza di tanti critici, il film lo capisce subito, tanto è vero che le sale dove viene proiettato sono sempre piene: All’inizio non entra immediatamente nello spirito di ”Per grazia ricevuta”, perchè è venuto soltanto per ridere, ma poi capisce, perchè la storia tocca tutti da vicino: affonda le radici nelle paure della nostra infanzia, nel primo contatto frustrante che abbiamo avuto con il peccato e che ci portiamo dentro sempre, anche quando ci sentiamo forti e sicuri. La gente che ride quando mi vede moribondo, nelle prime immagini del film, riscopre subito dopo dentro di sè il bisogno di credere che molti di noi hanno soffocato per cancellare i segni di una educazione religiosa mortificante. E’ un discorso grosso, è vero. L’ho voluto affrontare perchè se non faccio a 50 anni quello che sento, quando lo faccio più? E l’ho fatto alla maniera mia, ridendo anche nei momenti più tragici, secondo l’insegnamento dei grandi maestri come Chaplin, che ha raccontato i più penosi drammi dell’uomo ridendo.

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«Strehler mi chiese perchè volevo lasciare il "Piccolo" e io risposi che avevo bisogno di ridere»

Al teatro, quello ufficiale, sono arrivato in una maniera abbastanza ovvia, come altri mille prima di me. Frequentavo una parrocchia, per poter giocare al pallone; un giorno, siccome dicevo tante fesserie e tutti si divertivano, mi chiamarono a fare il presentatore di una recita. Tra il pubblico c’era anche Carlo Campanini, che mi disse bravo e mi offrì di andare con lui, in una compagnia di rivista. «Ma che scherzi sono? — gli dissi. — Io sono uno studente, il prossimo anno vado all’università. Se lo sapesse mio padre mi ammazzerebbe!».

Però in quell’occasione nacque in me qualcosa che si sarebbe poi sviluppata. Un giorno Franco Giacobini, oggi attore e da sempre amico mio, mi disse: «Accompagnami, che vado a iscrivermi all’Accademia». Io non sapevo neppure che cosa fosse, ma là, in segreteria ci dettero due moduli. Riempii il mio e mi fecero pagare 100 lire per la tassa. ”E mo’, butto ’ste cento lire?”, pensai, e l’indomani mi ritrovai ai corsi di preparazione all’esame di ammissione che erano tenuti dall’allievo-regista Luigi Squarzina. Questo primo approccio si risolse in una maniera piuttosto negativa, perchè Luigi sentenziò: «A buttarvi dalla finestra non si farebbe un soldo di danno, anzi il teatro ci guadagnerebbe moltissimo». Ma poi arrivammo all’esame preparati, tanto è vero che fummo ammessi ai corsi con la borsa di studio. ”E mo’, come lo dico a casa?”, pensai. Lo dissi a mamma, dopo un po’ lo scoprì papà. Una tragedia che non vi sto a dire: «Se vuoi è così, sennò te ne vai fuori di casa». Io presi la mia roba e me ne andai. Da mia zia, ovviamente, che abitava poco più là. Poi ci fu il compromesso: potevo frequentare l’Accademia a condizione che non saltassi neppure un esame all’università.

Sono riuscito a fare tutto. Il giorno della laurea glielo dissi a quei signori: «Non vi preoccupate, tanto io l’avvocato non lo farò mai, se volete ve lo metto pure per iscritto». Mi fecero parlare di Goldoni avvocato e fui promosso con un bel voto. Tomai a casa e litigai con mio padre, per scaricarmi. Oramai ero un attore, un attore drammatico che subito trovò un’occupazione di grande prestigio: al Piccolo di Milano, con Giorgio Strehler. Fu lì che scoprii il genere comico, siccome mi annoiavo tanto. Facevo il ”Riccardo II”, ”La tempesta”, "Giulietta e Romeo" e le mie prospettive future erano le più lusinghiere. Un giorno andai da Strehler e gli dissi che me ne volevo andare. «Ma perchè?», mi domandò. Mi venne fuori una battuta che, lo giuro, non era una battuta: «Perchè ho bisogno di ridere».

Avevo scoperto il comico, volevo essere me stesso, nudo davanti al pubblico a prendere gli applausi e i fischi senza la copertura di Shakespeare o quella di Pirandello. Con Io scandalo di tutti, lasciai il mio invidiatissimo posto di primo attore giovane del più prestigioso teatro italiano per andare con le sorelle Nava, nell’avanspettacolo. Volevo essere io. Al Piccolo, qualsiasi cosa recassi, anche se sentivo di essere stato un cane, battevano le mani. «Allora — pensavo — qui applaudono solo il signor Shakespeare. Qui Manfredi non esiste!». E io volevo essere proprio Manfredi, a costo di smettere e di mettermi a fare l’avvocato. Ce l'ho fatta: ho scoperto Manfredi e il certificato di laurea è rimasto nella segreteria dell’università.

Oggi sono un attore, ma un attore di un certo tipo. La mia passione per Petrolini, la mia ammirazione per questo signore che non ho mai conosciuto, nascono dal atto che anch’io mi sento un figlio della commedia dell’arte (cambiare ogni sera la stessa commedia ed avere sempre un grande successo).

1971 05 08 Tempo Nino Manfredi f2Nino Manfredi sul set di "Per grazia ricevuta”, il film che ha segnato il suo esordio nella regia. L'attore ciociaro, sposato e padre di due figlie, ha 50 anni e nel cassetto una laurea in giurisprudenza. S'iscrisse all’Accademia d'arte drammatica per caso, invogliato da un amico.

«Manfre’, e che te sei ammattito? Vuoi parla’ del Padreterno, ma lascia perde’, nun tradi’ er pubblico»

Oggi attori come Petrolini non ne nascono più, perchè non si viene più dalla strada; si viene daU'accademia, dalle scuole. Quello che c’è di meglio in me credo che sia proprio la mia origine contadina, la mia formazione ricevuta dalla strada, quando all’Acqua Santa andavo con i miei compagni a rubare i carciofi, con i contadini che ci correvano dietro, o quando costruivamo i carrettini a mano, o facevamo a pugni per questioni di supremazia: il teatro come gioco, come espressione di noi stessi e come prima fonte di formazione. Io sento di essere tuttora un’espressione di quella vita. Per questo se mi dicono "borghese”, e lo hanno scritto, non ho capito bene il perchè, vado in bestia.

Perchè ho scelto il cinema come mezzo principale di espressione della mia attività di artista? Perchè il cinema per me non è in crisi. Certamente, c’è la televisione, che è il più potente mezzo di diffusione, ma sento che li la battaglia sarebbe troppo facile, basterebbe che io facessi "capoccella” per avere successo. E invece io voglio battere strade non facili, come quella che ho battuto con il film "Per grazia ricevuta”.

Tra il lavoro dell’attore e il lavoro del regista non ho trovato delle grandi differenze, soprattutto perchè io ho sempre fatto il regista di me stesso, nel senso che mi dirigo dal di dentro, da solo, anche se il regista rimane libero di decidere le inquadrature. Quando ho proposto questo film i produttori mi hanno detto: «A Manfre’, e che te sei ammattito? Ma che te sei messo in testa, vuoi parla’ del Padreterno, della ricerca di Dio... Ma lascia perde’, tu sai fa ride’ tanto bene, nun tradi’ er pubblico».

Questa diffidenza nasceva dal fatto che il genere comico è stato sempre considerato dalla nostra cultura accademica, quella che è alla base della nostra scuola, un genere deteriore. «Se fa ridere, non è roba seria», questo è il motto. Hanno fatto morire, nel cinema, la commedia all’italiana, che era l’unico nostro filone genuino, perchè a forza di dire: «E’ una stronzata», è finita in mano ai fessi, che l’hanno fatta scadere nella pornografia e nel volgare. Ma come? Siamo un popolo di ciociari, di vignaroli: è qui che dobbiamo ricercare le nostre origini, le nostre radici culturali! E invece abbiamo sciupato un enorme attore come Totò e non sappiamo apprezzare due comici genuini come Franchi e Ingrassia, gli unici oggi che sappiano far ridere anche i bambini.

Per quanto mi riguarda, io sono Nino Manfredi e voglio cercare di realizzarmi come tale, senza trucchi e senza ricorrere ai mezzucci. Per esempio, io non voglio mai far fotografare la mia famiglia perchè non voglio usare mia moglie e i miei figli perchè si parli di me. Io parlo con le mie cose, nel bene e nel male. E poi non voglio che i miei figli crescano complessati da me. Per loro avere un padre in vetrina è senz’altro fastidioso. Le mie bambine, che hanno capito tutto, non ammettono mai di essere le mie figlie. Per loro affermarsi sarà molto più difficile che per gli altri, perchè dovranno combattere per tutta la vita per non restare le figlie di Nino Manfredi.

Nino Manfredi

Giancarlo Governi, «Tempo», anno XXXIII, n.19, 8 maggio 1971 - Foto di Cristina Ghergo


Tempo
Giancarlo Governi, «Tempo», anno XXXIII, n.19, 8 maggio 1971 - Foto di Cristina Ghergo