Lunga strada da Rascel a Gogol

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Il regista Lattuada sta realizzando un film tratto da “Il cappotto” di Gogol, trasferito in una cittadina lombarda

Da più di un mese, visto tra le undici e le diciannove, Renato Rascel è assolutamente irriconoscibile. Irriconoscibile soprattutto a chi di lui apprezza solo il lato « «mammoletto», il «Capataz», il «Rascelito» delle filastrocche, di «E poi cominciò a piovere...». E' una trasformazione che l’attore stesso chiama «una decisione intelligente», quasi vantandosene, e che ha inizio all'ora che abbiamo detto, le undici del mattino, quando Renato (con la sua nuovissima Aurelia) arriva alle porte di Pavia, proveniente da Milano. Punta sul-l’Albergo Croce Bianca, e, pur reggendo tra le mani il volante di una delle più costose automobili d'Europa, entra nella pelle ideale di un povero diavolo, impiegato del Comune e considerato alla stregua di un paria, di quelli che gli americani definiscono «underdog», sottocane.

Una breve sosta dal truccatore che gli cala un disordinato ciuffetto sulla fronte, e gli regala un paio di baffi; un sorso di caffè, una ripassata al grosso libro che un giovanotto gli porge, e via... Renato Rascel diventa il feudo del regista Lattuada, la macchina da presa, dietro la quale sta l’operatore Mario Montuori, lo inquadrale intanto su ciak, la fatidica tavoletta che dà il numero ad ogni scena, leggiamo il titolo del film : Il cappotto.

1952 01 24 Settimo Giorno aV n4 Rascel Lattuada f1lGiulio Stivai e Yvonne Sanson, che interpretano rispettivamente la parte del Governatore e della sua amica nel film «Il cappotto», diretto da Alberto Lattuada, regista pazientissimo e meticoloso.

Il cappotto è un notissimo lavoro dello scrittore russo Nicolai Gogol, pubblicato la prima volta nel 1842, e ambientato a Pietroburgo. Chiamatelo lungo racconto o romanzo breve, non importa, l’essenziale è che. sappiate per sommi capi l'argomento. Un ometto, impiegato governativo, possiede un cappotto davvero orrendo, un rattoppo unico che spinge alcuni alla pietà altri alle risa (ma serve soprattutto a Gogol per darci un paio di pagine davvero indimenticabili). Finalmente, per consiglio di amici, con l’aiuto delle circostanze e soprattutto per una propria ferma determinazione, l’ometto (un uomo mitissimo, un travet addirittura unico) riesce a farsi confezionare un cappotto davvero decente, persino elegante, che diventa in breve l’oggetto del suo orgoglio. Ma una sera, in riva alla Neva, un ladro glielo ruba; per il freddo e per il dolore, l’ometto muore. E, dice Gogol, Pietroburgo in breve è in allarme perché sulle rive del fiume, vicino al grande ponte, un fantasma ogni sera ruba il cappotto ai passanti.

Alberto Lattuada, che è appena reduce dalle fatiche del «cinico-farmaceutico» Anna (il film con Silvana Mangano, Vallone e Gassmann, ovvero l’équipe di Riso amaro, e di Riso amaro destinato a rinnovare il successo) pensava da tempo a ricavare un film dal racconto del russo. «Posso dire che lo avevo nella testa fin dalla prima lettura», egli aggiunge. Ma le circostanze del mondo del cinema, un mondo che muta ad ogni ora, non ad ogni decade come comunemente si pensa, non gli avevano mai offerto l’occasione di mettere le mani nella pasta di Gogol. E sì che gli italiani, alludo ai produttori di Cinecittà, hanno sempre avuto un debole per i russi, da Tolstoi e Puskin. Comunque si finì col pensare anche a. Gogol, sebbene con ritardo, e il merito di questa, attenzione va tutto ad una società non milanese, non romana e neppure napoletana; ad una società, che formatasi a Messina, in un primo tempo per la produzione dei documentari, decise in seguito di lavorare attorno ad un progetto in grande. E poiché non si tratta del solito consorzio capeggiato dall'ineffabile produttore che insiste : «Ci facciamo un filmetto con la Pampanini e Croccolo, tiriamo fuori un po’ di soldi e gireremo finalmente della roba seria» (salvo poi a dimenticarsi della «roba seria» ed insistere sino all’esaurimento con la Pampanini e Croccolo), fu abbastanza facile al dottor Curreli (uno degli animatori della, società messinese) convincere i finanziatori della Faro Film a dare la benedizione al progetto.

1952 01 24 Settimo Giorno aV n4 Rascel Lattuada f2Renato Rascel protagonista di «Il cappotto», in una scena con Antonella Lualdi e Sandro Somaré. Interpretando un personaggio di Gogol Rascel affronta una difficilissima prova della sua carriera.

Il primo passo era fatto. La stampa non mancò, or è un anno, di mettere in luce un particolare : che vi erano degli intellettuali nel vero senso della parola, e solo intellettuali, ad interessarsi al cinema, cioè gente che col piccalo mondo dette ripicche «pellicolari» aveva ben poco da spartire. Si distingueva (in funzione di consulente artistico) il poeta Leonardo Sinisgalli che stavolta vedeva le muse anche nella macchina da presa e Zavattini aveva già dato la sua assicurazione all'invito per la sceneggiatura, un'operazione estremamente difficile in cui avrebbe avuto come compagni il Curreli, Giorgio Prosperi, Giordano Corsi e Luigi Malerba. Il regista, secondo le intenzioni della Faro Film, doveva essere Luigi Comencini. E invece, per un cumulo di circostanze, Comencini declinò l’incarico e la regìa passò ad un suo vecchio amico, compagno di studi a Milano (entrambi sono laureati in architettura), ovvero Alberto Lattuada. E' inutile dire che anche Lattuada s’è unito alla fatica degli sceneggiatori, nel tentativo di portare in epoca moderna, attuale, il racconto che si svolge invece nella prima metà dell’Ottocento.

Dal comico al patetico

Ma non è l’unica trasformazione che il lavoro di Gogol ha subito, quella. Se riuscite, come noi, a dare un’occhiata alla sceneggiatura, cioè a quel librone che l’aiuto regista Buzzi tiene costantemente sotto il braccio, v'accorgerete che l’azione è chiaramente ubicata in una città dell’Italia settentrionale, con le mille nuove risorse spettacolari che un simile luogo può offrire. Il protagonista è Carmine De Carmine, remissivo, timido e impacciato come l’ometto russo; lavora al municipio, compila schede con una magnifica calligrafia ma non dimostra un talento idoneo a metterlo in luce. L’occasione tuttavia arriva; quando cioè al Governatore della città (in un primo tempo, gli sceneggiatori avevano scritto «il sindaco», ma sembrando offensiva la definizione, essa verrà mutata) quando al Governatore, dicevamo, preso da smanie, archeologiche, annunciano che alle porte della città sono stati scoperti alcuni frammenti di templi antichi. Piccole pietre, modeste vestigia, resti assolutamente irrisori : ma il Governatore non si demoralizza e convoca il Consiglio proprio laggiù, in aperta campagna, dove Carmine De Carmine, seduto ad un tavolino, dovrebbe stilare un verbale. Vuoi per il vento, per la disattenzione, Carmine commette solo guai. E di guai continua a provocarne quando torna in municipio: si oppone in un certo senso al Governatore, gli fa da antagonista, ma non per polemica, bensì per l'uso del buon senso, della semplicità.

Il Governatore è tronfio, grosso, addirittura un tacchino; De Carmine è l’umile che ha pochi desideri, neppure grandi, o meglio uno solo avere un cappotto nuovo. Sì, perché fin che i colleghi gli deridevano il cencio con le maniche che egli indossa d'inverno, poco importava; ma stavolta il peggio l’ha deciso. Egli sta passando per via quando s’imbatte in Caterina, la bella «vamp» amante del Governatore. Ignorare i legami della bella col suo capo e sprofondarsi in un inchino è una cosa sola per Carmine; del resto, non è quella magnifica rossa, la sua dirimpettaia .cosi riservata e inavvicinabile? Caterina lo guarda, cava di borsetta dieci lire e gliele mette nel cappello che Carmine regge a mo’ di saluto. Ah no, questa poi no! Ci vuole il cappotto! E con l'aiuto di una improvvisa gratifica e la collabo-razione di un spirto maniaco, Carmine ha finalmente il suo boi cappotto nuovo. Se lo guarda, se lo riguarda, lo esibisce, lo porta in ufficio tra l’ammirazione, o meglio tra lo stupore dei colleghi. Il sarto insiste perché sia fotografato. E infine lo aspetta l'apoteosi : il Segretario Generale del Comune darà un ricevimento nella sua casa e De Carmine potrà «bagnare» con il vino la sua nuova mise. E ii Governatore? Passa, sempre tronfio, dall'amore per Caterina ai vagheggiamenti archeologici : la sua città diventerà un centro di romanità, una radunata di vestigia antiche, a costo di qualsiasi costo, anche dell’aumento feroce delle tasse.

1952 01 24 Settimo Giorno aV n4 Rascel Lattuada f3Un’altra inquadratura di «Il cappotto», la cui vicenda è stata trasportata dalla Russia della metà dell’Ottocento alla Pavia dei nostri giorni. Molti «interni» del film sono stati girati a Roma presso la Titanus. Rascel vi impersona lo scrivano Carmine De Carmine.

Carmine s’avvia alla festa. Che importa se c’è ancora per strada, con tanto di istanza in mano, quel reduce ottantenne che insiste perché la sua pratica sia inoltrata? Che importa se alla festa i suoi colleghi lo canzonano e il Governatore lo fulmina con gli sguardi? E’ arrivata Caterina, e senza la minima ombra di timidezza, De Carmine, con tanto di cappotto indosso, con quella sua unica ricchezza che lo fascia, invita la donna a ballare il valzer. Fuori nevica, il vecchietto dell’istanza aspetta sulla piazza, e De Carmine piroettando passa le sue ore più belle. Saranno le ultime. Perché uscito dalla casa, arrivato sul ponte che attraversa il fiume (non è più la Neva ma il Ticino), incontra Un ladro. E il resto e facile immaginarselo.

Giornate milionarie per Rascel

La polizia non vuol saperne di inseguire il manigoldo. Il Governatore rifiuta ogni aiuto (sarebbe bastata una «raccomandazione» al capo delle guardie) e De Carmine, distrutto dalla polmonite, ma più ancora affranto dal dolore, delira nel suo letto. Il cappotto non c’è più, è finito tutto per lui. E muore. Il suo funerale, composto dal solo carro senza accompagnatori, incrocierà diverse volte, nel suo tragitto verso il cimitero, il corteo della Grande Autorità venuta nella città ad inaugurare il centro archeologico voluto e potenziato dal Governatore. Quanto al finale, sebbene il regista, Lattuada insista: «Sarà diverso da come è scritto nella sceneggiatura», immaginiamo che non si discosterà molto dai suggerimenti dati da Gogol.

Film non facile, a quanto pare, così impregnato com’è di realismo e surrealismo al tempo stesso. E di queste difficoltà s’è reso conto anche il produttore, che è l'Enzo Curreli di cui abbiamo parlato, il quale ha concesso a Lattuada, possiamo dire, carta bianca. La scelta della città è caduta su Pavia, un centro che al regista sta a cuore da tempo; e, della città, vedremo soprattutto le viuzze, le piccole piazze intorno a San Teodoro e alcuni bellissimi «esterni» del celebre ponte sul Ticino. Un terzo del film (cioè molti «interni») è già stato girato a Roma negli stabilimenti della Titanus; il rimanente «metraggio» sarà esaurito in Pavia entro la fine di febbraio, per un costo complessivo di 180 milioni. La casa produttrice ha pensato anche alle circostanze più balorde ma in fondo in fondo necessarie: alla neve, soprattutto. Secondo molti meteorologi, la bianca coltre si farà attendere e sospirare quest’anno (e infatti, nel momento in cui scriviamo, nessun fiocco bianco è ancora caduto a Pavia) : cosicché nei magazzini della troupe c’è di riserva, per le scene che esigono la neve, molta paglia di vetro e derivati, idonei allo scopo.

1952 01 24 Settimo Giorno aV n4 Rascel Lattuada f4Alberto Lattuada spiega a Rascel l’atteggiamento che deve assumere. La storia del film, ispirata dall’omonimo racconto di Gogol, che è un capolavoro d’introspezione psicologica, verte tutta intorno a un cappotto nuovo che costituisce il sogno di un modesto impiegato.

Le preoccupazioni della Faro Film non finiscono qui. Quando ci siamo recati a fan visita alla troupe, la scena n. 476 del copione contemplava un «interno» di bar. Venne scelto il San Carlo, sulla piazza del Broletto di Pavia, e per un giorno intero l'esercizio risultò inibito al pubblico. La macchina degli espressi era sì, sotto pressione, ma solo per fornire il caffè di scena a Rascel e a due vecchissimi attori, il Moneta e il Crippa (quest’ultimo è il «barbone» che in Miracolo a Milano vinceva il pollo alla lotteria). Recitavano con brevissime battute, anche la figlia del proprietario, alla cassa (Liliana, una bella ragazza alla quale il cinema tornerà ad interessarsi), e la donna del bar. Costo, totale dell’affitto del locale : centomila al giorno. Senza dimenticare che anche i negozi limitrofi, danneggiati nelle loro funzioni dal via-vai dei tecnici e dalla ressa dei curiosi, hanno diritto ad un risarcimento.

Passando agli interpreti, come si è arrivati alla, scelta di Rascel? In un primo tempo, spiega Lattuada, c’è stato un «ballottaggio», in cui i nomi di Umberto Spadaro e di Rascel erano i più quotati. Poi l'idea di trasformare il comico «Capataz» in un personaggio nuovo, con le sorprese di ogni genere che potevano derivarne, s'è impadronita del regista e Rascel, nell’accettare il ruolo, non ha fatto difficoltà. Salvo quelle finanziarie, all’ordine del giorno nel cinema italiano. Secondo voci estranee alla casa produttrice (e non per questo meno attendibili) Rascel avrebbe chiesto trenta milioni per poi, diciamo così, accontentarsi di venticinque. Molto menò avrebbe avuto Yvonne Sanson che è la protagonista femminile nel ruolo di Caterina. La Sanson, già valorizzata da Lattuada nel «Delitto di Giovanni Episcopo», è nel Cappotto, per volere del soggetto, l’amante di Giulio Stivai, ovvero il Governatore. Stivai, che è tornato a Milano e ora abita in una casa-albergo del Comune (curiosa coincidenza col personaggio!), sarebbe anche il padre di Antonella Lualdi (ovvero Vittoria) che appare in alcuni episodi, secondari rispetto alla linea centrale del film, ma piuttosto importanti per la sua carriera di «ingenua» in ascesa. Suo partner sarà Sandro Somare, nuovo al cinema e noto a Milano negli ambienti artistici poiché è figlio del famoso critico d’arte Enrico. Preso dalla vita reale è anche il segretario generale, ovvero Ettore G. Mattia, di professione giornalista, le cui caratteristiche (è alto meno di Rascel e conosce un poco la recitazione essendo già apparso in Proibito rubare) l’hanno fatto sottrarre dal regista, per breve tempo, al giornalismo militante. Giulio Cali, il magro lungo e quasi spettrale fachiro di Luci del varietà, toma sullo schermo nel ruolo del sarto. E per la cronaca vai la pena eh registrare la curiosa storia del «dottore». Il regista cercava una, figura di medico che nel film doveva essere afflitto dal delirium tremens al punto di toccare appena la spalliera del letto di Rascel, suo paziente, e ricavarne quasi un terremoto. Cerca, cerca e nessun attore sembrava adatto alla parte. Finalmente si presentò un ultimo aspirante: perfetto! In più aveva un inestimabile tremolìo, del tutto naturale e convincente.

1952 01 24 Settimo Giorno aV n4 Rascel Lattuada f5Rascel, indossando finalmente il suo cappotto nuovo, danza con Yvonne Sanson alla festa data dal Governatore. Sono le ore più belle del «travet» innamorato che ha conosciuto per anni cocenti umiliazioni; ed è questa una delle scene più divertenti del film di Lattuada.

Lasciamo Pavia, lasciamo La troupe e rimandiamo ogni altra considerazione al giorno della prima. Toccherà allora dire se questa coraggiosa iniziativa, diretta dal pazientissimo Lattuada, può significare molto per il cinema italiano.

Limitiamoci a registrare sul taccuino, per ora, che il film (appena realizzato per un terzo) ha già interessato i distributori d'oltralpe; che Pavia aspetta Yvonne Sanson; e che Rascel ogni sera, verso le diciannove, riparte per Milano, seminando per la strada i brandelli di Carmine De Carmine per mostrare agli spettatori del Teatro Nuovo, verso le ventuno e trenta, i noti e arcinoti scampoli di Rascelito Capataz con la rivista «E... invece... pure!».

Franco Berutti, «Settimo Giorno», anno V, n.4, 24 gennaio 1952


Settimo Giorno
Franco Berutti, «Settimo Giorno», anno V, n.4, 24 gennaio 1952