Vita, progetti, amarezze di Rossellini a Parigi

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1958 07 01 Tempo Roberto Rossellini intro

Roberto Rossellini, più magro, più risentito, più tagliente, trascorre a Parigi giorni di intenso lavoro solitario. I suoi documentari indiani per la TV sono quasi pronti ; poi metterà mano al film “India ’58”. Intanto prepara la sua seconda rivoluzione del cinema, un fantastico progetto di film universale

Parigi, giugno

Roberto Rossellini vive a Parigi da quando ritornò dall’India. si separò da Ingrid Bergman e diede all’Italia il romantico addio che tutti conoscono. Abita nell’albergo più raffinato di Parigi, il "Raphael”, in Avenue Kleber; cioè all’ombra, più o meno metaforica, dell’Arco di Trionfo; per questo, e per la resistenza che offrono le sue pareti foderate di pannelli di noce al chiasso, alle curiosità e alle fugaci emozioni di Parigi, è un albergo straordinariamente caro. Rossellini vi usufruisce di particolari attenzioni perchè è il cliente più anziano da quando sono morte alcune centenarie baronesse che si erano appollaiate lì dentro per difendersi dai fastidi della occupazione e della liberazione. C’erano ancora gli americani quando Rossellini vi arrivò la prima volta intorno al 1946. ossia nei giorni della avventurosa gloria di "Roma città aperta”. Quei giorni sono tramontati da un pezzo ma l’opinione che Parigi si fece allora su Rossellini non è cambiata. I giudizi che la cultura francese formula sugli uomini sono molto più stabili di quelli che formula la cultura italiana; e sono soprattutto non modificabili dalle vicende o. se preferite, dagli errori umani. Voglio dire che se ai miei occhi d’italiano il personaggio di Rossellini ha il fascino dell’eroe decaduto per colpa della sua propria esuberanza sentimentale, un atteggiamento del genere riesce del tutto incomprensibile, e anche ridicolo, ai francesi colti; i quali a suo, tempo, cioè non molto tempo fa. giudicando che "Viaggio in Italia” è un film degno dell’autore di "Paisà”, gli hanno incondizionatamente rinnovato il permesso di soggiorno nella loro Repubblica letteraria.

1958 07 01 Tempo Roberto Rossellini f1Roberto Rossellini, sulla collina di Montmartre, guarda la chiesa del Sacro Cuore gremita di turisti accaldati.

Questa è una delle principali ragioni per cui Roberto Rossellini eleggerà a Parigi il proprio domicilio permanente; e ci affitterà una casa, in autunno. dopo un imminente viaggio in Brasile (dove comincerà a scrivere il secondo capitolo di quel fantastico romanzo cinematografico universale del quale parleremo più avanti) e dopo le vacanze estive dei suoi figli a Santa Marinella. La villa di Santa Marinella, se ho capito bene, sarà in futuro l’unico legame della famiglia Rossellini con l'Italia: perchè per Robertino. dice Roberto. Santa Marinella è l’ombelico del mondo. E le opinioni di Robertino sono, per Roberto. sacre.

Robertino. il primo figlio avuto dalla Bergman. è con suo padre a Parigi; c’è anche Renzo. il figlio maggiore, che oggi ha 17 anni ed è un giovanotto biondo, sottile, quietissimo. Entrambi sono in perpetua adorazione del padre. La ragione che non ne dà Robertino può non essere esauriente ma è persuasiva: «perchè sei un uomo, perchè porti il cappello e perchè sei simpatico». Roberto poi racconta, a proposito di questa strana affermazione della superiorità maschile. che una delle sue gemelle, precisamente Isabella, è stata tormentata fino a pochi giorni fa dalla consapevolezza di non essere maschio. Io mi permetto di pensare che la faccenda debba avere qualche significato; ma di pensarlo soltanto. perchè l’irritabilità di Rossellini in materia di fatti privati è morbosa, pericolosissima. Comunque Isabella, che ha quattro anni, ha sentito un giorno risvegliarsi in sé il piacere e l’orgoglio della femminilità. cioè la civetteria, e da quel momento tortura i genitori con la richiesta di cappellini sempre più sfarzosi. Così tutto è andato a posto.

Da questi pochi indizi è da dedursi che i rapporti fra i vari Rossellini sparsi per l’Europa siano ben diversi che quel che si immagina. Roberto si reca assai spesso a Londra, dove le bimbe e Robertino abitano con la madre. Un paio di settimane fa il bimbo accusava un dolore al ventre, era un’ernia, il padre lo condusse a Parigi dove nel frattempo l'altro figlio Renzo era stato operato di appendicite. Anche Robertino fu operato, nella stessa clinica, e i due fratelli stettero fianco a fianco, e il padre accanto a loro, parecchi giorni; e poi un giorno ricevette da un giornale una lettera che suonava pressapoco così: si lasci fotografare al capezzale dei suoi figli, potrà dimostrare all’opinione pubblica di essere un buon padre.. «Capisci — dice oggi — devo dimostrarlo all’opinione pubblica».

I torti di un uomo come Rossellini possono essere infiniti, ma altrettanto grande è il male che la stampa gli ha fatto. Non mi piacciono le sue escandescenze in presenza di fotografi e giornalisti, lo trovo molto imprudente quando dice a domande poste con malizia rispondo maliziosamente», non lo giudico del tutto sincero quando si proclama vittima di scandali inventati in mala fede da una certa parte della stampa mondiale al servizio di certi interessi; tuttavìa son persuaso che tali interessi abbiano giocato una parte grandissima in tutte le vicende riguardanti l’ultimo Rossellini e provo un senso di colpa profondo nel domandarmi che cosa abbiamo fatto noi italiani, non dico per difenderlo (e avremmo dovuto difenderlo in ogni caso, per orgoglio, magari per vanità, perchè soltanto un grande ingegno tipicamente italiano avrebbe potuto essere il principale artefice di una rivoluzione così bruciante nell’arte del cinema), ma soltanto per verificare le sue presunte colpe e giudicare le sue azioni nella prospettiva delle azioni altrui.

Questo comunque è il Rossellini che ho incontrato a Parigi: non diverso in apparenza dal soave, affascinante (”il serpentone” lo chiamava Fellini), maestro di cinema e di saper vivere che ricordavo; molto cambiato in realtà, smagrito, più solitario, più silenzioso, più amaro, e con un fluido intorno diffìcilissimamente percepibile e definibile, qualcosa come una malinconica disperazione, non tanto di se stesso, delle proprie sorti, quanto delle sorti di tutti noi. Ma stiamo prima ai fatti.

Roberto Rossellini sta lavorando a Parigi intorno al materiale girato in India. Questo materiale, proclamavano i suoi nemici, non esiste; o esiste alle stato di frammento. Una cosa è però certa: Rossellini ha venduto alle televisioni italiana, francese e inglese tredici documentari di mezz’ora ciascuno. Lui stesso sta appunto in questi giorni curando l’edizione trilingue di tali documentari, la cui consegna dovrebbe essere molto prossima. Ciascuno è composto di una parte documentaristica vera e propria, circa venti minuti, e di una parte introduttiva, conversazioni tenute da celebri orientalisti e talvolta dallo stesso autore. L’intero ciclo è stato girato in formato ridotto, cioè nel 16 millimetri peculiare della televisione: circostanza facilmente verificabile, la quale dimostra che non sono stati usati i famosi "frammenti” in formato normale, di 35 millimetri, girati con l’operatore Aldo Tonti. Rossellini preferisce non mostrare per il momento tali documentari, nè pronunciarsi sulla loro qualità. Parla viceversa volentieri, anzi con entusiasmo, accendendosi come ormai gli capita raramente, della scoperta del formato ridotto, il 16 millimetri, il quale gli ha consentito una libertà di espressione altrimenti irraggiungibile.

1958 07 01 Tempo Roberto Rossellini f2I figli maggiori del regista, Renzo e Robertino, sono in questi giorni col padre a Parigi. Le gemelle sono a Londra.

Resta intatto — e, se ho ben compreso, ancora da metterci le mani — il materiale in formato maggiore: sono migliaia di metri di pellicola dai quali Rossellini caverà un film vero e proprio, di durata normale, e dal titolo "India ’58" («Resto fedele ai miei titoli», dice). Sarà composto di nove episodi, secondo la tecnica di "Paisà”: nove storie diverse, con personaggi diversi, girati in punti diversi del Paese, e formanti tutt'insieme un grande affresco dell’India contemporanea. Dovrebbe avanzare sufficiente pellicola per montare inoltre una decina di piccoli documentari, di dieci minuti ciascuno. Tutto molto chiaro, molto semplice. «E’ vero che devi tornare in India a completare il lavoro?». «No. Devo soltanto ricevere dall’India qualche scena di raccordo, che qualcuno gira per me laggiù».

Chiaro tutto, nei fatti, nelle cose: pellicola girata, tempi di lavorazione, ecc. Molto meno chiaro nelle idee. Rossellini ti lascia pensare che questo suo lavoro indiano — nel complesso, cioè senza che il film vero e proprio sia preminente sui documentari TV o sugli altri — abbia lo stesso valore innovativo, se non proprio rivoluzionarlo, della scoperta del neorealismo: nella forma e nel contenuto. Non sarebbe altro che la prima prova, abbastanza sperimentale, e lui la chiama infatti "prodotto campione", di, una nuova tecnica creativa: qualcosa come la confluenza, verso un ideale punto d'incontro, di tutti i mezzi espressivi che la civiltà j meccanica offre e che finora sono stati usati singolarmente: suono ed immagine, cinema e TV, voci umane e voci della natura, testimonianza diretta e mediazione del saggio, cronaca e storia, documento e romanzo. Avverte Rossellini: questo primo prodotto-campione non è che il saggio probabilmente imperfetto di un lavoro molto più vasto ancora da fare. Dove? Quando?

Avverto io, a questo punto, che mi sto sforzando di sintetizzare molto grossolanamente, e con termini impropri, un colloquio durato una giornata intera: una calda domenica di estate, in Parigi semideserta, la mattina sui Champs Elisées, il pomeriggio sulla collina di Montmartre gremita di turisti, poi a Notre-Dame, poi al Bois de Boulogne. E c’era nell’aria quel senso di apprensione mortificata che i francesi si sforzano accuratamente di nascondere in questi giorni, Rossellini diceva che la fine della quarta Repubblica altro non è che l’episodio marginale di una crisi immane che minaccia il nostro modo di vivere; cosi come lo è la decadenza del cinema. Il nostro cinema insomma è sbagliato, perchè è sbagliato il nostro modo di vivere e perchè non ci conosciamo più abbastanza noi uomini. La sorte di ogni popolo è strettamente legata, ogni giorno di più, alla sorte degli altri, anche quelli fino a ieri lontani come la luna; eppure seguitiamo a fare cinema teatro TV come se ciascuno di noi fosse un pianeta bastante a se stesso e isolato nell’Universo. Dunque bisogna che qualcuno ricominci da capo, a procurare la documentazione umana indispensasabile alle opere di domani: ecco perchè lui è andato in India, ecco perchè andrà fra poco in Brasile a fare lo stesso lavoro di raccolta, a fermare sui nastri dei magnetofoni e sulla pellicola cinematografica e televisiva il volto integrale dell’umanità d’oggi, un volto ancora in formazione, ancora segreto. E il film, quale noi lo intendiamo, cioè l’opera di fantasia, sarà l’atto finale di questo grande lavoro preparatorio, come il filo di seta che esce dalla bocca di un baco che ha divorato quintali di foglie di gelso.

Suppongo che questi fossero pressapoco i discorsi che Diderot faceva alla vigilia della grande Enciclopedia. Rossellini accetta infatti questa definizione, lusingato, ma spaventato anche dal raffronto. E si affretta a dire che tutta la faccenda ha un aspetto commerciale tutt’altro che trascurabile, perchè, se il cinema è in crisi, non lo sono la radio e la televisione, divoratrici insaziabili di materiale. «Ho scoperto in questa circostanza le possibilità infinite che offre la TV, anche commerciali: la TV, questa creatura universale...».

Rossellini, in conclusione, vede qualcosa di molto grande, di molto lontano: i suoi discorsi possono essere arruffati, ma al fondo ci senti l'intensità della percezione del poeta. Come se il suo istinto di artista di genio lo avvertisse di un cataclisma il cui approssimarsi noi non sentiamo. Ode il galoppo dei cavalli dell’Apocalisse. Immagino che anche gli Enciclopedisti, nel loro bisogno di dare al pigro mondo settecentesco un nuovo strumento di conoscenza, udissero quel galoppo. Da Rossellini può anche non uscir niente: dopo tutto non è che un uomo solo, esiliato dal suo Paese; tuttavia non ci si sottrae, a parlargli, al fascino malinconico delle sue premonizioni. Può darsi, voglio dire, che non riesca più a fare un buon film, il che d'altra parte è desiderato dalla maggior parte degli sciagurati padroni del cinema italiano; ma le sue intuizioni hanno lo stesso una specie di poetica grandezza.

1958 07 01 Tempo Roberto Rossellini f3Sulla piazza di Notre-Dame, Rossellini si mescola alla pigra folla domenicale e osserva divertito le esercitazioni di un pittore. Il regista, quando non passa la fine settimana a Londra, con la famiglia, ama passeggiare da solo, la domenica, per Parigi.

E’ un uomo solo. «Chi vedi a Parigi, nel mondo del cinema?». «Spesso Renoir, talvolta Cocteau, Becker, i giovani dei Cahiers du cinema, della Cineteca, delle riviste d’avanguardia». D'altra parte non ha il tempo di veder gente: dice che dorme pochissimo, che lavora venti ore al giorno. Nel suo stesso albergo, alcuni mesi fa, è stata Anna Magnani: si sono appena incontrati. Ora c’è Raf Vallone, che è arrivato alla centesima trionfale rappresentazione della commedia ”Uno sguardo dal ponte”. Vallone nutre una stima devota, profonda per Rossellini; eppure non si incontrano mai. («Vallone, dice Rossellini, è un uomo serio; e la serietà, a Parigi, fa premio; ecco la ragione del suo successo»). C’era a Parigi, la settimana scorsa. Blasetti, occupato a girare a Pigalle scene del suo film "Europa di notte”. Neanche lui. ch’io sappia, ha incontrato Rossellini. L’operatore di Blasetti, Gabor Pogany, è venuto a salutare Rossellini al "Raphael”. Poi ne abbiamo parlato: «Ha visto lo sguardo di Rossellini? E’, come dire?, prosciugato. Lo uomo non ha più distrazioni, probabilmente perchè non ha più piaceri o desideri: è il suo momento creativo, il suo vero momento. Ma gli daranno la possibilità di lavorare? Dopo tutto è un genio». Questo è il succo dei discorsi di Pogany; ed è esattamente ciò che penso io. Ma entrambi ci rendiamo subito conto che i nostri sentimenti sono giusti, e il tono sbagliato. Capita a molti italiani che incontrano Rossellini a Parigi: parlano di lui come di un bene perduto e da recuperare; ed è molto dubbio viceversa che Rossellini desideri essere recuperato. Proprio in mia presenza qualcuno gli ha offerto un film da girare in Italia: il soggetto gli piace, la produzione anche, ma la sua mente fatica a concentrarsi sull’idea. «Vediamo, dice, se il progetto potrà instrirsi nei miei». E’ certamente sincero: il futuro che ha già immaginato per sè lo affascina. E poi, la disistima sua per i padroni del cinema italiano è così radicata, bruciante, da sembrar paura: non paura d’uomo, ma paura d’artista.

Intanto Rossellini, sotto i nostri occhi, si occupa con infinita tenerezza di suo figlio Robertino. E per tornare a casa dal ristorante, poiché non ci sono tassì in vista, se lo carica sulle spalle: è appena operato, fa fatica a camminare. Gli chiedo se si lascia fotografare in quella situazione, dice secco: No. Dopo, in Italia, dicono che non posso o non voglio nemmeno pagare un tassì a mio figlio». Non so bene se questa straordinaria amarezza sarà, nei giorni che verranno, la forza o la debolezza di Rossellini. «Certo, dice Pogany, Rossellini ha molti nemici. Ma ha mai pensato lei a questo fatto, che quando uno è stato amico di Rossellini è rimasto amico per tutta la vita?».

Vittorio Bonicelli, «Tempo», anno XX, n.27, 1 luglio 1958


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Vittorio Bonicelli, «Tempo», anno XX, n.27, 1 luglio 1958