Rossellini: «per noi in Italia non c'è più nulla da fare»

1955-Rossellini-Bergman

1955-08-07-Tempo-Roberto-Rossellini

Ingrid Bergman e Roberto Rossellini rivolgono aspre accuse ai produttori italiani. Il regista andrà a girare un film in India, l’attrice è in procinto di trasferirsi a Parigi.

Venezia, agosto

«Se la crisi è grave? Senta, non voglio farle delle cifre, voglio farle dei nomi. Sono nomi di registi fra i più noti, registi che oggi non riescono a lavorare, a fare dei film, a trovare un produttore, dei finanziamenti. Eccoli: Germi, Antonioni, De Santis, Lizzani, lo stesso De Sica (il quale lavora si, ma fa l’attore), lo stesso Castellani, che dopo Giulietta e Romeo è fermo anche lui. Sono sei nomi; nomi di gente che va per la maggiore; ai quali modestamente vorrei aggiungere anche il mio. E fanno sette. Gli unici che lavorano sono Fellini e Visconti. Non le pare che il quadro, senza bisogno di cifre, sia piuttosto allarmante?»

1955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f1
Ingrid e Rossellini fotografati in questi giorni a Venezia. L'attrice ha comperato molti regalini, specie collane di vetro di Murano, per la figlia Pia che in settembre compirà 17 anni. «In Italia è impossibile non solo fare del teatro ma anche l'attrice». ci ha detto la Bergman.

Roberto Rossellini parla quietamente, con la condiscendenza staccata - si direbbe - di chi da lunga pezza ha previsto il peggio. Ogni tanto si volge con gli occhi a sua moglie, che gli siede di fronte. Ingrid Bergman sorseggia vino bianco e tace. È lievemente ingrassata: il lungo riposo a Santa Marinella, dopo le fatiche della Giovanna al rogo, le ha giovato. Sembra indifferente, un po’ annoiata, invece non perde una parola. Rossellini è giunto da Verona dopo aver clamorosamente rinunciato, all’ultimo istante, alla regia dell 'Otello. Ingrid l’ha raggiunto a Venezia per una breve vacanza.

Rossellini riprende: «Mi dispiace dover fare casi personali, ma è inevitabile se non si vuol passar per ipocriti. Del resto, la crisi del cinema italiano per ciascuno di noi che la vive è sempre una faccenda personale. Prenda il caso di mia moglie. Sono sei anni che Ingrid è venuta in Italia. Il suo arrivo costituì senza dubbio un arricchimento del cinema italiano, un capitale prezioso che doveva essere impiegato, sfruttato, valorizzato. Invece, niente. In sei anni Ingrid ha avuto un paio di proposte interessanti; ed è tutto. Ora, si capisce che gli americani abbiano tentato subito di smantellare il mito Bergman, era un loro preciso interesse. Ma noi. in Italia, che interesse avevamo a svalorizzare un capitale che era venuto al nostro cinema gratuitamente? Ingrid, non appena giunta fra noi, costituì una minaccia, un pericolo, per l’industria americana; una minaccia che può anche giustificare il ricorso a certo loro squadrismo propagandistico. Louella Parsons, e tipi simili, non sono che dei manganellatori al servizio di una certa industria. La posizione americana era quindi, in un certo senso, legittima, si difendevano come potevano ; ma il mondo cinematografico italiano non reagì affatto, l’attacco americano a Ingrid non fu capito come un attacco al cinema italiano. Noi due fummo lasciati senza difesa, nessuno né nella stampa né nel cinema si schierò al nostro fianco. Solo dopo gli insulti plateali di quel tale senatore Johnson, si ebbe una certa reazione da parte del Governo: vi fu un’interpellanza alla Camera e una risposta di Andreotti. Fu tutto».

1955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f21955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f3
 Ingrid Bergman e Roberto Rossellini al loro arrivo in Italia, nel 1949 Il regista e l'attrice fotografati a Roma nel marzo del 1949
1955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f41955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f5
La Bergman in una scena di "Stromboli", il film che cambiò la sua vita.Uno dei documenti del nascente idillio tra l'attrice e il regista.

Rossellini di nuovo guarda sua moglie come a chiederne l’assenso. Ingrid sorseggia Verdicchio, ma non apre bocca. «Ti ricordi, Ingrid» insiste lui «quando chiedemmo un rinvio di sei mesi per Stromboli? Due persone innamorate, in procinto di andare a lavorare in un’isola e di restarvi due

o tre mesi a contatto quotidiano: si poteva immaginare benissimo quale sarebbe stata la logica conclusione. Chiedemmo un rinvio di sei mesi per aver tempo di sistemare le nostre cose, per non far scoppiare lo scandalo che era già nell’aria. Niente, non ci fu concesso. Successe quello che doveva succedere quando due si vogliono bene. Ma chi ha mai cercato di capirci, di spendere una parola in
nostra difesa? Ricordi, Ingrid, la visita che ci fece a Roma quel monsignore americano? Ora è morto, ma allora era notissimo sugli schermi della televisione. Ricordi ?» Ingrid stavolta rompe l’ostinato silenzio. Lo fa di malavoglia. «Mi ricordo, sì. Ma perché rivangare vecchie storie dimenticate? Sì, è vero, nessuno ci ha difeso, ma non voglio ancora polemiche, voglio che i miei figli crescano al di fuori di tutto questo, come gli altri bambini. È tutto finito, se Dio vuole. Dei miei primi tempi in Italia ho altri ricordi: episodi che mi hanno ripagata di tutte le amarezze ingoiate in quel periodo. Come la sosta a Catanzaro, nel viaggio verso Stromboli.

Tutte le scuole chiuse per l’avvenimento e la folla di donne con bambini in braccio in due ali fittissime che mi scortò fino alla camera dell’albergo e che ritrovai, silenziosa e immobile, quando uscii nel corridoio per andare in bagno: una doppia fila di bambini seminudi in braccio a donne che sorridevano con simpatia, con affetto, senza isterismi, né fanatismi. E la dolce, tranquilla richiesta di firmare le lenzuola dove quella notte dormii, lenzuola lisce e bianche che una di quelle donne di Catanzaro aveva prestate all'albergo per me: firmai quell’autografo con le lacrime agli occhi. E poi, quell’uomo di Stromboli, poverissimo, che venne un giorno a trovarci e disse col cappello in mano, ma senza servilismo, che tutte le mattine io facevo sosta, per recarmi al luogo di lavorazione, all’ombra del fico di casa sua; e se non credevamo che la sosta di Ingrid Bergman ogni mattina nell’oasi del fico meritasse non un’elemosina, ma un piccolo compenso; e aggiunse che l’onore che io gli facevo era grande, ma la sua povertà ancora più grande. Sono questi i ricordi che voglio avere di quel tempo, non altri. Quanto agli americani, perché dovrei parlar male di loro? Anche dopo quello che è successo, non posso dimenticare che nei dieci anni in cui ho lavorato con loro mi hanno sempre trattata benissimo.»

«Io rammento sempre» ribatte imperturbabile Rossellini «ciò che scrissero allora: “Dalle ceneri di Ingrid Bergman risorgerà una Hollywood più grande”; o qualcosa di simile. E anche la visita di quel monsignore non posso dimenticarla. Ci chiese un colloquio; e fu molto gentile. Poi volle parlare a mia moglie, a quattr’occhi. E appena soli le disse: “Signora, Lei deve tornare in America". Ingrid, allibita, gli rispose: “Ma come posso lasciare qui mio marito?”. E lui, viso di marmo: “Non si preoccupi, quando Lei sarà lontana, Rossellini ne avrà un beneficio: riprenderà a fare dei buoni film, come prima della sua venuta”. E Ingrid disse: “Ma Robertino, mio figlio?”; e fu allora che venne la risposta incredibile: “Provvederemo anche a lui. In America abbiamo delle egregie istituzioni presso cui il bambino sarà ottimamente allevato e dove non saprà mai di chi è figlio”. *'

Ingrid Bergman è palesemente infastidita all’udir rammentar l’episodio. Dice: «Gli americani in queste cose hanno una mentalità quacchera. Ciò che hanno disapprovato così aspramente non è stata la mia unione con Roberto, ma la nascita di un figlio prima delle nozze. Molti di loro mi hanno fatto chiaramente capire che avrei dovuto fare in modo di non aver nessun bambino prima del matrimonio. Quando ero in America, incisi molti dischi per beneficenza. Tutti gli attori più in vista si prestano a ciò volentieri: si tratta per lo biù di appelli o richieste di fondi per qualche ospedale o istituto. Dopo la mia veduta in Italia, tutti i dischi dia me incisi furono distrutti. È stata la cosa che mi ha fatto più male, l’azione più ingiusta che essi potessero compiere».

Rossellini interviene, pacato ma inesorabile: «Queste potranno sembrare recriminazioni personali, che non hanno nulla a vedere con la crisi del cinema italiano. Non è così. Distruggere moralmente la coppia Rossellini-Bergman ha fatto parte di una certa politica; una politica che ora sta dando i suoi frutti. Ricorda la politica del monopolio fatta dal 1938 in avanti at-traverso la Scolerà Film? Chi cercava di lavorare per conto suo trovava tutte le porte chiuse, e neanche una lira. La conclusione fu che nel '44 la Scolerà andava in malora mentre io facevo Ruma, città aperta. Oggi si ritenta la stessa politica di allora. D mondo industriale sembra abbia alcuni sentieri tracciati ab aetemo: uno di questi è quello che conduce al monopolio. Pare che nel progetto della nuova legge che dovrà regolare il cinema nazionale sia contemplata la concessione dei famosi “contributi”, o meglio “rimborsi", alle imprese di produzione solo previo accertamento della idoneità delle imprese stesse. Evidentemente si tratta di idoneità economica ; ed è molto facile prevedere che a determinare ipso facto tale idoneità sarà l’appartenenza o meno dei produttori al gruppo delle imprese maggiori. Al di fuori di queste imprese, non vi sarà idoneità economica. Resta da vedere se idoneità economica corrisponde a idoneità artistica. Fino a oggi i film che sono andati all’estero e si sono imposti, ad eccezione di Francesco, giullare di Dio e Umberto D ( finanziati da Rizzoli), e di La strada (produzione Ponti), sono stati finanziati da piccoli produttori Castellani ha fatto Giulietta e Romeo con Ghenzi, De Sica ha fatto Ladri di biciclette col conte Cicogna di Milano, Lizzani ha fatto i suoi film con la sua famosa cooperativa di spettatori. Tutti i nostri film migliori, salvo pochissimi, sono frutto del coraggio, della tenacia, dell’intuito di piccoli produttori. Oggi questi piccoli produttori, come Peppino Amato, sono fuori del gioco, messi da canto senza possibilità di ripresa: la politica degli alti prezzi è stata fatta precipuamente contro di loro, per ammazzare la libera iniziativa.

1955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f6
Ingrid Bergman si reca a visitare la mostra del Giorgione nel Palazzo Ducale. Arrivata in Italia con grandi speranze, essa appare oggi piuttosto amareggiata e delusa. In sei anni ha avuto soltanto un paio di proposte interessanti ed è stata lasciata indifesa di fronte all'attacco delle grandi Case americane che miravano a smantellarne il mito.

“Non sono venuta in Italia perché innamorata di Roberto”

«E Lei, signora Rossellini, ha una sua opinione in merito?»

«Non so, è molto difficile per me capire queste cose.» Ingrid Bergman è molto cauta, riservata. «Io capisco se un soggetto è buono o cattivo, se posso accettarlo o se debbo rifiutarlo; ma i problemi dell’industria cinematografica sono una faccenda assai più complicata. So solo una cosa: che se gli italiani avevano una possibilità di colpire il cinema americano, era di colpirlo nel prestigio non certamente sul piano commerciale. I film italiani che hanno avuto successo in America hanno fatto pochi soldi, ma ottenuto molto prestigio. Io sono venuta in Italia proprio per quel prestigio, e non perché fossi innamorata di Roberto. Ci siamo innamorati dopo.»

«Evidentemente» riprende Rossellini «256 film americani più 170 film nazionali sono troppi per il mercato interno, in un anno. Ma forse proprio questa è la politica americana: farci produrre una massa di film commerciali che, senza danneggiare minimamente il loro prestigio, inondino il mercato interno e contribuiscano alla crisi di sovraproduzione. Esiste invece una possibilità di convivenza tra i cosiddetti film-pilota o di avanguardia, e la produzione su piano industriale. Noi abbiamo vissuto un paio d’anni sul credito dei nostri migliori film dell'immediato dopoguerra. Oggi questo credito è svanito e ci troviamo in piena crisi, anche di prestigio. Tutti gli altri fattori della crisi, compresa la censura, sono accessori; quello determinante è il tentativo in atto di stroncare la libera iniziativa dei piccoli produttori attraverso il monopolio del finanziamento concesso alla Banca del Lavoro e la formazione di una specie di trust delle maggiori imprese con il trucco dell’idoneità economica.»

1955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f7

Sopra: Ingrid al primo piano del Palazzo Ducale osserva il busto di Dante, tolto provvisoriamente dalla colonnina che lo sosteneva. «Non voglio altre polemiche», ci ha detto l’attrice. «Voglio che i miei figli crescano al di fuori di tutto questo, come gli altri bambini. Dei miei primi tempi in Italia ho ricordi che mi hanno ripagata di tutte le amarezze.» Essa sembra guardare alle discussioni di questi ultimi anni con estremo distacco.

Sotto: La Bergman guarda verso Piazza 8an Marco, a Venezia, dal colonnato del Palazzo Ducale. In autunno si recherà a Parigi a girare un film con Renoir. Suo marito andrà in India, per invito di un produttore di quel Paese. Porterà con sé solo un operatore. Intanto spera che i migliori registi italiani si uniscano in una cooperativa, sul tipo della «Artisti Associati», per opporsi al predominio dei grossi complessi cinematografici.

1955 08 07 Tempo Roberto Rossellini f8

Ingrid vorrebbe tornare al teatro

«In questo tentativo i nostri industriali sono alleati degli americani, i quali hanno dato tre miliardi all’ANlCA con la scusa del potenziamento e dell'affermazione del cinema italiano in America, per uno scopo cioè che sarebbe contrario ai loro stessi interessi. La crisi del cinema italiano - per me - è una crisi determinata dalla incapacità degli industriali cinematografici a far funzionare l'industria che hanno nelle mani. Le faccio, per l’ultima volta, delle cifre: su 160 film commerciali (e film “commerciale ”, per loro, è una precisa qualifica estetica) che hanno prodotto, uno solo ha avuto un successo di cassetta: Pane, amore e fantasia. Noi, registi e produttori indipendenti, su una ventina di film prodotti abbiamo avuto 5 o 6 successi di cassetta. Il conto - a parte il prestigio - è ancora largamente a nostro vantaggio. Per questo non ci arrendiamo. Al tentativo di risuscitare il monopolio anche nell'industria cinematografica cercheremo di opporre una nostra cooperativa, una specie di Artisti Associati, con Fellini, Zampa, Lizzani e chiunque altro vorrà unirsi a noi. Vogliamo solo che ci sia data la possibilità di lavorare secondo i nostri criteri.»

«Prospettive per l’immediato futuro?»

«Io, molto probabilmente, andrò a fare un film in India» dice Rossellini. «Girerò il Paese in lungo e in largo e deciderò sul posto che cosa tirarne fuori. Il produttore è indiano, mi porterò dall’Italia soltanto un operatore. Credo che partirò in autunno. Mia moglie andrà a Parigi, anche per lei in Italia sembra che ormai non ci sia più niente da fare.»

«Roma è una bella città, piena di monumenti» interrompe Ingrid Bergman «ma anche molto provinciale. A Parigi dovrei fare un film con Renoir, ma soprattutto vorrei tornare al teatro. Credo di poterlo fare, in una città come Parigi. In Italia, a Roma, è impossibile. Non soltanto fare del teatro, ma anche del cinema, a quanto pare. Non conta chiamarsi Ingrid Bergman. E non conta molto neppure essere brave come Alida Valli, ad esempio, che con Senso ha avuto la sola seria possibilità in una lunga serie di anni. In Italia contano altre cose.»

Massimo Mauri, servizio fotografico di Mario Carrieri, «Epoca», anno VI, n.253, 7 agosto 1955


Epoca
Massimo Mauri, servizio fotografico di Mario Carrieri, «Epoca», anno VI, n.253, 7 agosto 1955