Rossana Podestà: «non ho il mal d'Africa»

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Dice scherzosamente Rossana Podestà che girerà in Egitto il suo nuovo film. Farà la parte di un’odalisca alla ricerca di un marito 

Roma, ottobre 

«E’ da stamani — dice Rossana Podestà — che sto facendo valigie. Parto, vado in Africa. E’ una prova; se resisto vuol dire che l’Africa non mi fa male...». Sorride. Ha il viso un po’ smunto; e quando si siede e accavalla le gambe, i ginocchi sembrano più ossuti. «Oh, sto benissimo — esclama, come per dissipare la mia impressione — solo che era opportuno decidersi a saltare il fosso...». E per saltare il fosso, cioè per sfatare la leggenda che l’Africa le faccia male, Rossana ritorna in Africa, dove cinque mesi fa si è ammalata. Marocco allora, Egitto adesso. La scelta di questo Paese è stata decisiva. «Oh, non ho il mal d’Africa, dice scherzosamente, ma fin dall’infanzia — aggiunge, piena di entusiasmo — 'desideravo visitare l’Egitto...». Esso mancava alla sua collezione di Paesi, che ormai ricopre quasi l’intera superficie del globo; e due terzi buoni del continente africano.

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Anzi, precisa, ha già in mente l’itinerario che farà. Seguirà la strada che percorse il Belzoni, risalendo il corso del Nilo. «Lei conosce, vero, il Belzoni?», mi domanda a bruciapelo. No, non lo conosco; mai sentito nominare. E la Podestà, ecco, è felice. «Il Belzoni — comincia — era un mangiatore di fuoco...». L’archeologia è il suo argomento preferito di conversazione; offrirgliene il destro, è come invitarla a nozze. «Un tipo certamente geniale: andò in Egitto per sperimentare un sistema d’irrigazione da lui inventato, e là divenne un archeologo formidabile... Ma lo sa che fu uno dei primi a spingersi verso la zona di Luxor? Che si deve a lui la scoperta dell’ingresso alla piramide di Cheope? Che fece trasportare fino ad Alessandria due degli obelischi che adesso adornano le piazze di Roma?

«Ora — aggiunge — le faccio vedere...». Si alza, va a prendere il libro del Belzoni, lo squaderna sulle sue ginocchia e, a darle spago, continuerebbe a parlare per ore di questo argomento: ma la dirotto su di un altro e docilmente mi segue. Lo scopo del suo viaggio? «Naturalmente un film — risponde — e, naturalmente, in costume...». S’intitola La freccia d’oro; è tratto, mi spiega, da una novella delle "Mille e una notte”; il suo partner sarà Tub Hunter, «un fusto, ma con là faccia simpatica»; e lei sarà una principessa che deve scegliersi, ma è un tantino difficile, un marito. «Questa volta — sorride — indosserò i pantaloni a sbuffo, trasparenti, delle odalische, e le babbucce alte...». Un vestito impacciante? Oh no, molto peggio quello di Sodoma e Gomorra.

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L’ATTRICE FOTOGRAFATA nella sua casa romana. Rossana Podestà sta preparandosi a partire per l’Egitto: il suo prossimo film, ”La freccia d’oro”, la terrà impegnata alcuni mesi.

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Era fatto cosi: due strisce di stoffa, separate ai lati e tenute insieme solo da una stringa dorata. Un costume da censura. «No, no — precisa. — Praticamente non si vedeva nulla; il problema era come muoversi, non fare passi falsi...». E’ stato durante la lavorazione di questo film che la Podestà si è ammalata. «Ma di orecchioni — interviene. — Un male comune, nostrano; l’Africa non c’entra...». L'Africa ci è entrata nella cura sbagliata, che l’ha ridotta un pizzico: due mesi a letto, un esaurimento spaventoso e una varietà di conseguenze, di cui la più angosciosa è stata la tachicardia. «Lei — mi domanda col tono di chi cerca uno che possa capirla — ha mai sofferto di tachicardia?». Fino a dieci giorni fa l’attrice era sotto sorveglianza speciale: tutte le mattine un medico andava a casa a visitarla.

Il medico dei Lloyds di Londra. «Gentili, sa: non hanno mai cercato d’impormi nulla; ma pignoli anche...». Le ultime scene del film, per esempio, Rossana le ha girate a Londra, sotto la loro diretta sorveglianza. «Pensi — mi racconta — che dovevo recitare camminando su due rulli, che davano l’impressione del movimento; e intanto dovevo rivolgermi non a due attori veri, in carne e ossa, ma alle immagini di Stewart Granger e di Stanley Baker, proiettate su uno schermo». E’ il sistema del cosiddetto trasparente: si usa in certi casi, per aggiungere alcune immagini ad altre già girate. «Non le dico che spasso — soggiunge Rossana ridendo divertita. — Camminavo e stavo ferma; parlavo e nessuno mi ascoltava...». Di colpo s’interrompe. «Ma che le sto raccontando? Oh, io per i giornalisti sono un vero disastro...».

E, aggrottando le sopracciglia, mima una delicata costernazione: come chi, riconoscendosi colpevole, ammetta: «Sì, lo so, io non ho nulla di interessante da raccontare, la mia vita è quella di una persona normale, non ci sono scandali nè ci saranno, sono fedele a mio marito, amo i miei figli...». Ma è un orgoglioso mea culpa, naturalmente; e appena gliene offro il destro: «E’ vero, lo posso dire a voce alta: nella mia carriera non ho mai avuto un sostegno, da parte di nessuno, e di nessun genere... E se domani l’avrò, sarà un sostegno legale». Allude a suo marito, Marco Vicario, il quale come produttore ha dei progetti per lei: film moderni, che la sottraggano al suo "destino omerico”. Ora, mi spiega, Marco sta consolidando le basi della sua nuova attività: sta preparando dei grossi film, fra cui uno dalla Divina Commedia, è impelagato nei problemi, borbotta ogni tanto versi di Dante.

1961 11 04 Tempo Rossana Podesta f4«FIN DALL’INFANZIA DESIDERAVO visitare l’Egitto», confessa Rossana Podestà. L’attrice è appassionata di archeologia e il film che girerà in Africa le offrirà la possibilità di risalire il corso del Nilo e di vedere le piramidi. ”La freccia d’oro” è tratto da una novella delle ”Mille e una notte”: l’attrice dovrà indossare nel film i pantaloni trasparenti delle odalische: suo partner sarà l’attore Tub Hunter. Rossana Podestà si sposò giovanissima con il produttore cinematografico Marco Vicario; dal matrimonio sono nati due figli: Francesco, che non ha ancora compiuto due anni, e Stefano, il maggiore, che ne ha sette e mezzo.

Ma, fra due anni, vita nuova per tutti: per lui che debutterà come regista, per lei che è stanca delle principesse orientali. Rossana crede a "questa epifania artistica, e me la sta descrivendo con ottimismo quando l’ingresso di un personaggio, più importante per lei di tutta la sua carriera, la distrae. E’ Stefano, il maggiore dei suoi due figli, il quale, tornato a casa da scuola, viene a salutare la mamma. Rossana lo accarezza, s’informa di come va il raffreddore, gli dà un consiglio, lo congeda. «Ha sette anni e mezzo...», mormora seguendolo con lo sguardo. L’ha avuto presto. «Oh, sì — esclama — prestissimo: a diciannove anni»; e del resto, aggiunge, lei ha fatto tutto molto presto: ha cominciato a viaggiare a cinque anni, ha debuttato nel cinema a quindici, si è sposata a diciassette. «Forse per questo motivo — dice — sono riuscita ad organizzare la mia vita e a creare, dentro e fuori di me, un certo equilibrio».

I punti base di questo equilibrio (con semplicità, Rossana ha indetto una cosa molto importante) sono il suo lavoro, da un lato, e la netta separazione fra la vita professionale e quella privata, dall’altro. Se non avesse il primo, si sentirebbe probabilmente meno completa. Il lavoro, i viaggi, le distrazioni fanno ormai parte della sua vita. «D’altra parte — dice — la sola vita dell’attrice travolge. C’è bisogno di un antidoto, capisce; e questo è per me la famiglia; mi disintossica, mi dà equilibrio...». Altrimenti, aggiunge, e gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, i nomi è inutile farli, si cade facilmente preda dell’adulazione, ci si monta la testa.

Si è leggermente accalorata, ha parlato con eloquenza, quasi con passione, per la prima volta. Ora con la mano si aggiusta l’unico ricciolo che spunta, sotto l’orecchio, dalla capigliatura compatta tagliata alla maschietta. Così ragazzina di aspetto, che Robert Aldrich nel suo film le ha dato una parte di sedicenne; così forte, malgrado l’apparenza, che forse è riuscita a risolvere il problema della propria felicità. E con esso, poiché l’infelicità della donna è oggi uno dei problemi più gravi, quello di chi le sta vicino.

A.D., «Tempo», anno XXIII, n.44, 4 novembre 1961 - Fotografie di Chiara Samugheo


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A.D., «Tempo», anno XXIII, n.44, 4 novembre 1961 - Fotografie di Chiara Samugheo