Silvana Mangano è una donna da quadro di famiglia

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Silvana Mangano, che ha contraddetto sia con la recitazione che con la vita privata la qualifica di “maggiorata” con la quale era entrata nel cinema, antepone sempre i doveri verso i figli e la casa ai suoi impegni di attrice

«Hai visto la Mangano?», domandò a uno dei più diretti collaboratori di Dino de Laurentiis, capufficio soggetti della più americanizzata Casa di produzione cinematografica italiana (quasi ogni dirigente ha il suo doublé americano, i cartellini sopra le porte degli uffici recano due nomi: "signor X”, e, sotto, "Mr. Y”), amico di famiglia e assiduo frequentatore di casa De Laurentiis. «Sì, una settimana fa». «E di che avete parlato?». Il mio interlocutore ha un gesto vago, allarga le braccia e le lascia ricadere, sorridendo, lungo i fianchi. «Dei figli, abbiamo parlato dei figli, dell’educazione dei
figli». Un suono di cicala che esce dal telefono interrompe le sue parole. La segretaria (alta, bionda, tedesca, i capelli soffiati, le calze nere, aria intellettuale), alza il microfono e, come previsto: «Il signor Dino — dice — la desidera nel suo ufficio». Prima che esca, cerco di prenderlo per la giacca: «E di che altro avete parlato? Di film, di libri?...».

«No, di figli — insiste — ma quanto ai libri, sappi che la Mangano legge tutto: legge sicuramente più di te e di me». In quel momento sta entrando Bruno Todini, l’organizzatore di tutti i "colossi” della De Laurentiis, da Guerra e pace in poi.

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Todini parla volentieri della Mangano: la conosce da molti anni, da quando si è sposata con Dino, e più volte, ai tempi di Ulisse, quando Silvana recalcitrava ad interpretare un genere di film che non amava, egli ha fatto da mediatore fra lei e il marito produttore. Come tutti coloro che la conoscono a fondo (e godono il privilegio della sua confidenza: non sono molti), egli l’ammira e la porta in palma di mano. «E’ una grande educatrice — esordisce mentre affonda nella poltrona di cuoio grasso riservata agli aspiranti soggettisti — alleva i figli al culto del bello, ogni anno li porta a visitare la biennale d’arte di Venezia», e le sue parole in questo ambiente irrequieto e dinamico, dove ogni giorno si macinano milioni, acquistano un bizzarro risalto.

Delle attrici (penso, mentre il discorso di Todini continua a svolgersi), si dicono per elogiarle tante cose. «E’ una vera donna...», oppure, «è una moglie fedele...», come nel passato si diceva: «è una grande amante...»; ma «è una grande educatrice...», questo è la prima volta che lo sento dire. Capovolgere il senso "normale” delle cose è la vera prerogativa della Mangano. Il suo aspetto attuale è (da vari anni) la contraddizione più stridente con la "maggiorata” che fu. La sua notorietà è la vivente smentita di tutti i luoghi comuni riguardanti là professione dell’attrice (prima fra tutti, quello della pubblicità). Il suo comportamento è ispirato ad un principio che, nel mondo di oggi, è addirittura rivoluzionario: la coerenza.

Il nastro di Todini si è zittito: è ricominciata la musica dei telefoni, della macchina da scrivere, la musica degli uffici, dove si macinano i milioni. «E’ vero — gli domando che durante il suo recente viaggio intorno al mondo, da ogni città dove si è fermato, De Laurentiis ha spedito alla moglie un grande mazzo di rose?». La domanda stupisce Todini. «Certo — risponde dando un colpetto all’aria con la fronte bombée — è da quando sono sposati che, ogni mese, dovunque si trovi, Dino le manda un mazzo di fiori. E poi, appena arriva in una città, egli telefona subito a Silvana». «Ed è vero che Dino ha un debole per - il figlio maschio?». Todini sta per rispondermi (mi dirà poi che è vero, che ogni sabato Dino porta Federico in trattoria e fanno un pranzo da soli, "per soli uomini”), quando rientra il titolare dell’ufficio con l’aria di chi porta novità. «Ho una notizia nuova per te...», mi comunica.

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La notizia è questa: fra giorni la Mangano andrà in Egitto, insieme con suo marito. Come un oggetto strano (un biglietto del tram o un mozzicone di sigaretta), la notizia si posa in mezzo a noi, e noi tutti e tre restiamo, abbastanza imbarazzati, a guardarla. Non è, da qualsiasi parte la consideri (di fronte, di profilo), una notizia molto eccitante; ma le notizie che riguardano la Mangano non sono mai molto eccitanti, forse perchè sono vere o riguardano una persona vera.

Quando lascio gli studi della De Laurentiis è quasi sera; al secondo piano "il capo” lavora ancora, ma la piazzetta davanti ai teatri è deserta come una piazza di paese, all’ora di cena. Non ho saputo molto su Silvana Mangano, e ho l’impressione, come mi capita ogni volta che devo scrivere un articolo su di lei, di dovermi "occupare di mia moglie”. Questa attrice (brava: lo ha dimostrato più volte), è così riservata e gelosa della sua intimità che ti sembra, parlando di lei, di commettere un’indiscrezione alle spalle di una persona di famiglia. Bisognerebbe essere un romanziere, per parlare di Silvana Mangano. Come pure ho l’impressione, ogni volta che vado a casa sua (e la trovo o che rientra dal giardino, o intenta a ricamare in mezzo a una cascata di tulle bianco), di entrare in un quadro di Vermeer.

Si respira infatti in questa casa, semplice e raffinata, illuminata dalla luce tenue e riflessa del giardino che gioca sugli angoli dei preziosi mobili resi familiari dall’uso, lo stesso senso di equilibrio fra persone e cose, sentimenti e ambiente, luci ed ombre, che si trova nei dipinti degli artisti olandesi del Seicento. E se per un attimo immagino i De Laurentiis riuniti tutti insieme (le vecchie e le nuove generazioni) , mi vengono in mente i "ritratti di famiglia”, sempre dei pittori olandesi, con i genitori in mezzo, i nonni e gli zii che fanno da spalliera ai figli.

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Domani l’altro (la Mangano, mi hanno detto, rientra domani con i figli da Cap Martin, ma la domenica è "sacra” in casa De Laurentiis, Dino stacca il telefono e si isola dal mondo; così solo lunedì potrò vedere Silvana...), entrerò di nuovo in questo sereno quadro di famiglia, dove in apparenza quasi nulla è cambiato dall’ultima volta, però nel frattempo i figli sono cresciuti d’età e di numero (l’anno scorso è arrivata Francesca), e i loro problemi sono quindi mutati, Raffaella per esempio, tredici anni finiti, è molto bella con i suoi capelli biondi e fini, molto brava a dipingere delicati acquerelli (gliel’ha detto anche Cagli...), ma di qui a due anni sarà una ragazza già formata, e Silvana deve cominciare fin d’ora ad abituarsi a questa idea... Già immagino il tono serio e intenso con cui, domani l’altro, la Mangano mi parlerà di queste cose, m’illustrerà quella che, secondo lei (e chissà quanto ci pensa...), è la prova più ardua nella vita di una donna. «Affrontare il momento in cui i figli, diventati grandi, sarà il risultato di come li hai cresciuti ed educati...».

M. S., «Tempo», anno XXIV, n.20, 19 maggio 1962


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M. S., «Tempo», anno XXIV, n.20, 19 maggio 1962