Silvana Pampanini: «milioni di americani mi hanno vista piangere»

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Silvana Pampanini narra le vicende che più l'hanno emozionata durante il suo recente viaggio negli Stati Uniti e confessa perchè desidera tornarvi molto presto.

Roma, ottobre

Adesso sono tornata nella mia casa: i miei occhi riposano su cose di cui mi sono consueti la forma e il colore, dalle stanze vicine mi giunge la eco di voci care, oltre le finestre c’è il delo della mia Roma. Solo in questa atmosfera di serenità assoluta nella quale suoni e avvenimenti giungono attutiti, riesco, per la prima volta dopo venti giorni di viaggio a ritmo di ciclone, a fermare la mente
e riordinare le impressioni su quella elettrizzante esperienza che è un soggiorno negli Stati Uniti.

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C’è ancora molta confusione nei ricordi e nei bagagli non completamente disfatti. Gli oggetti insignificanti che escono dalle valigie rievocano nomi e persone a cui il possesso dell’oggetto è legato. Un abito da cocktail gualcito mi ricorda la affettuosa premura di una cameriera del Park Lane Hotel di Denver che si prese la cura, durante il turno di riposo, di far stirare il mio abito. Il vestito era uscito piuttosto malconcio dalla valigia e mi era necessario la stessa sera: impresa del tutto problematica in un albergo americano in cui la divisione dei servizi è assoluta e i lavori di guardaroba si effettuano secondo orari e turni rigorosi. La ignota ragazza partecipò immediatamente al mio dramma, rispose con un sorriso alla implorante richiesta, afferrò il vestito e sparì. Due ore dopo, tornando in hotel trovai l'abito perfettamente stirato, con grande meraviglia del mio accompagnatore che, pratico di cose americane, aveva manifestato il più ironico scetticismo sul risultato del mio tentativo.

Se ho ricordato questo modesto episodio è perchè esso sintetizza l’atmosfera di affetto e di simpatia in cui mi sono trovata durante il soggiorno americano. Gli italiani di Denver erano ad attendermi all’aeroporto in massa e, per festeggiarmi, avevano indossato il costume da cow-boy. Li avevo presi per autentici e soltanto sentendomi chiamare in italiano compresi che erano miei compatrioti. Erano entusiasti e affettuosi, sapevano tutto di me, dei miei film, della mia persona. Mi festeggiarono con tanta sincerità che mi sembrò di essere tornata in famiglia.

A Denver c'era il Festival italiano. Una manifestazione che ha presentato al Colorado tutte le forme di attività italiana, da quella artistica a quella artigiana, nata per iniziativa di Giulio Bilancioni, vice-console italiano che ha saputo far sì che la simpatia per l’Italia trovasse una forma concreta con una manifestazione durata sette giorni durante la quale vennero esposte collezioni di arte italiana, furono presentati prodotti di fabbricazione italiana, furono programmati molti film italiani vecchi e nuovi. Per l’inaugurazione della Fiera italiana giunse da Washington l’ambasciatore Brosio.

Mi trovai quindi al centro di una grande festa di italianità. Gli italiani presenti non erano soltanto quelli di Denver. Vennero da ogni parte del Colorado e molti addirittura dagli Stati più lontani. Molti mi vollero conoscere e tutti dissero di me cose tanto lusinghiere e affettuose che non potrei ripetere senza peccare gravemente contro la modestia.

Non lo farò. Preferisco invece parlare tanto delle persone che ho conosciuto, con le quali ho conversato durante il troppo breve soggiorno negli Stati Uniti. Erano soprattutto italiani che non avevano visto l’Italia se non con gli occhi del bambino e che ricordavano appena del loro paese il colore e qualcosa del linguaggio. Mi chiedevano dell’Italia con l’ansia di chi si informa di una persona cara, con la premura di chi teme di non far a tempo ad avere qualcosa di tanto desiderato.

A loro volta mi raccontavano delle favole stupende: le favole vere che prendono consistenza soltanto negli Stati Uniti. Erano uomini poco più che quarantenni, giunti ragazzi in territorio americano, che avevano iniziato dinanzi a un deschetto da ciabattino o in una piccola officina. Una attività che oggi dà lavoro a molte migliaia di persone. Erano signore eleganti che mi narravano di esser nate in piccoli paesi della campagna meridionale, erano ragazzi nati negli Stati Uniti che avevano appreso dai genitori la lingua del loro paese di origine. Le favole vere che ho udite erano tante e tutte diverse: è quasi incredibile apprendere quanti siano i modi per far fortuna.

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Più di una volta mi hanno chiesto, parafrasando il titolo di un libro celebre: «Che ve ne sembra dell’America?». Ho risposto sinceramente che mi sembrava una cosa meravigliosa. Non so quanto sarebbe facile per una ragazza come me, nata a Roma e abituata a vivere in Italia, familiarizzarsi con il ritmo e le regole della vita americana. Penso però che vi sono riuscite tante altre ragazze che hanno sposato cittadini statunitensi e che si sono trovate trasportate di colpo in una atmosfera tanto diversa; vi sono riuscite e sono spose e madri felici. Una ne conobbi a Denver che a ventotto anni era già madre di tre magnifici ragazzi. Era rimasta orfana di padre e di madre in seguito ai bombardamenti e poco più che bambina conobbe il giovane ufficiale americano di cui cggi è la moglie felice. Ama l’Italia ma non la rimpiange: le basta po-tervisi recare ogni tanto per rivederla e andare a pregare sulle tombe dei genitori.

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Lo stato d’animo degli italiani che ho conosciuto laggiù è press’a poco identico: ricordano e amano l’Italia ma non la rimpiangono affatto: rimpiangerebbero invece gli Stati Uniti se fossero costretti a lasciarli. Dalla nuova patria hanno avuto lavoro, tranquillità, benessere, coscienza della libertà e della personalità umana.

«L’Italia», mi disse un anziano costruttore nato nel secolo scorso nei pressi di Avellino, «è il mio "hobby", cioè una passione piacevole. Sono orgoglioso di esser nato in Italia e felice di essere cittadino americano». Ancora più gentilmente e più acutamente mi disse una signora che dirige una scuola di economia domestica: «L’Italia è come la giovinezza: la ricordiamo con tenerezza e commozione, siamo felici se possiamo tornar indietro a riguardarla ma non possiamo, per legge di natura, tornare a esser giovani».

Ho sentito tanto spontaneo affetto intorno a me da parte di questi italiani che più di una volta, senza riflettere ho abbracciato e baciato le donne vecchie e giovani che mi si stringevano intorno. Per la stessa ragione durante una trasmissione alla T.V. sono scoppiata in singhiozzi e ho continuato a parlare piangendo. Erano belle e sincere lacrime di commozione.

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Il resto del mio viaggio, l'ho detto, è stato un ciclone. Cocktail», ricevimenti, incontri, prove di modelli, sedute dai fotografi. Ho posato per migliaia di fotografie. A New York per una intera settimana i pomeriggi sono stati dedicati a sedute negli studi fotografici. La domenica da Ormond Gigli, il lunedì con Pat Racey di People, il martedì al "Dan Wynn Studio” che fa le foto a colori per Esquire, il mercoledì nello studio fotografico del Sunday Mirrar, il giovedì mattina nello studio fotografico del Sunday News e nel pomeriggio nello studio di Gene Cooks che esegue le foto per Life.

Pure a New York venni invitata alla ”Italian Charities of America”, una istituzione benefica che mi offrì un grande e affettuoso ricevimento durante il quale vennero raccolte somme per scopi di assistenza. Una delle dirigenti mi comunicò, piena di soddisfazione, che la mia presenza aveva fruttato molto, molto più che le riunioni precedenti.

A Denver, nel corso di una cordiale manifestazione al "Denver Teather” mi venne consegnata, in forma ufficiale, ima artistica statuetta, premio speciale per la cinematografia italiana al Festival di Denver. L’oratore disse tra l’altro che io rappresentavo, agli occhi dei presenti, tutto il cinema italiano. Non ero abbastanza padrona dell’inglese per replicare che non volevo accaparrarmi meriti che non erano miei. Mi dovetti limitare a ringraziare a nome di tutti i miei colleghi.

Al Festival di Denver vennero presentati molti film retrospettivi italiani. Fu una specie di piccola mostra storica in cui trovarono posto vecchi film del primo periodo del sonoro e due celebri interpretazioni del muto: «La donna nuda» con Lyda Borelli e «Cenere» con Eleonora Duse, il cui nome è oggetto di costante venerazione negli Stati Uniti. Venne anche presentato un mio film, e La presidentessa», e non vi so dire quanto fossi preoccupata di esser messa in tanta compagnia. Il successo fu superiore ai miei meriti e quello che mi dissero era certamente assai gentile ma sproporzionato alla mia interpretazione. Io forse non sono modesta, ma è certo che arrossii.

Mi hanno chiesto di scrivere sulla mia "esperienza” americana. Esperienza è una parola grossa. Io posso ricordare al massimo alcuni episodi di una visita troppo breve in un Paese che vorrei conoscere meglio, molto meglio. E’ stato, questo con gli Stati Uniti, soltanto un breve incontro. Un breve incontro di cui ho riportato con me un ricordo affettuoso e cordiale, un ricordo riconoscente per tanti riconoscimenti forse immeritati ma che, debbo confessarlo, mi hanno fatto piacere come se li avessi meritati tutti.

Silvana Pampanini, «Tempo», anno XVII, n.42, 20 ottobre 1955


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Silvana Pampanini, «Tempo», anno XVII, n.42, 20 ottobre 1955