Valeria Moriconi, la Jeanne Moreau italiana

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“Distribuisce sex-appeal appena a guardarla” ha detto di Valeria Moriconi un noto impresario teatrale. Ma, come la celebre attrice francese, ha dovuto attendere molti anni prima che le sue doli fossero riconosciute da tutti

Roma, dicembre

«Credo che Valeria Moriconi — dice Max Frisch sorseggiando la sua pipa filosofica, lo sguardo che se anche vi fissa sembra che guardi in tralice — sia una vera attrice. Perchè? Perchè ha qualcosa che molti attori, anche dotati di talento, non hanno. E’ più del talento, più dell’abilità, più della cultura. E’ un quid misterioso, per cui non appena essa sale sul palcoscenico immediatamente diventa una realtà...». Autore di Andorra, la commedia che la "Compagnia dei quattro” (di cui la Moriconi è da due anni uno dei più validi pilastri) ha rappresentato giorni fa al teatro "Manzoni” di Milano, Max Frisch è la "scoperta” dell’anno in Italia. Già compreso nel pantheon della "Medusa”, un altro editore milanese ha stampato quest’anno a tambur battente tutti i suoi libri: un altro romanzo (Homo faber, da cui il regista Prandino Visconti sta per ricavare un film), il suo teatro completo, e il diario dal ’45 in poi, dal titolo singolare, Diario ante pacem.

Ebreo tedesco, esule dalla sua patria, Frisch è un uomo sobrio, di poche parole; il contrario esatto dello scrittore compiacente per diplomazia, sensibile alle sirene della pubblicità. Tanto più il suo giudizio è im-
portante; e aggiunge tutto il suo peso a quello dei molti giudizi favorevoli espressi sul conto di Valeria Moriconi dai critici più qualificati, giudizi che hanno consacrato definitivamente la nascita di quella che viene ormai chiamata la nuova "prima donna” del teatro italiano. E se Frisch parla di misteriose qualità, di metamorfosi ("a vederla nella vita, è curioso, sembra una ragazza qualsiasi; ma in teatro si trasforma, diventa un’altra..."), l’abbottonatissimo critico dei Times, dopo aver assistito alla rappresentazione della Bisbetica domata, le ha galantemente riconosciuto "un’insolita, davvero insolita attrattiva fisica”.

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Una sorridente espressione di Valeria Moriconi, fotografata in questo servizio mentre posa in un parco romano.

Effettivamente Valeria riunisce in sè queste qualità: stoffa d’attrice e attrattiva fisica, per cui si è anche parlato di lei come di una Jeanne Moreau italiana; ma quando legge queste cose sui giornali, o le sente ripetere dalle persone, che vanno a trovarla nel suo camerino al teatro Manzoni, la attrice si spaventa. E’ felice sa di essere, come si dice, sulla cresta dell’onda; sa che questo è un momento bellissimo per lei; sa che è al centro dell’attenzione; "ma preferisco — dice — non pensarci...’’. E se ciò è comprensibile perchè si può avere paura della felicità quando si è lungamente desiderata, lungamente attesa, non c’è dubbio però che questo successo la Moriconi se lo è largamente meritato.

La sua carriera (cominciata nove anni fa, di cui quasi otto pieni di sbagli, di delusioni, di battute d’arresto, di anticamera), è proprio la dimostrazione che alla lunga una volontà tesa verso un certo scopo può riuscire a vincere tutte quelle difficoltà che in Italia si oppongono all’affermazione di una giovane attrice di teatro. E sono molte, obbiettivamente notevoli; e fino a ieri hanno costituito un’ottima giustificazione per tante, per esempio per Ilaria Occhini o Anna Maria Guanieri. La mancanza di compagnie dalla lunga vita; la impossibilità quindi d’impegnarsi in un lavoro serio; la deficienza di testi validi, pregnanti; e (alla base di tutto) la scarsa rispondenza del pubblico alle sollecitazioni del teatro, per cui è di ieri la sfiduciata atTermazione del "mattatore” Gassman che "quello reso dall’attore è oggi in Italia un servizio non richiesto".

Il piccolo capolavoro di questa donna incostante e tenace ("siamo tutti cosi — essa dice — noi nati sotto il segno dello Scorpione"), consiste nell’aver saputo attendere e creare quella felice coincidenza di condizioni che, trasformando le difficoltà in altrettanti punti di appoggio, hanno favorito il suo successo. L’incostanza di Valeria. di cui la sua biografia, soprattutto dei primi anni di vita trascorsi a Jesi, fornisce numerosi esempi — a 8 anni voleva fare la missionaria, a 10 la esploratrice, a 12 la pittrice, a 14 travedeva per i cavalli, a 18 si sposò, a 19 si entusiasmava per la biologia e tre mesi dopo l’odiava — non è altro che la manifestazione di quella smania di fare, d’agire, d’impegnarsi, senza la quale (come dice) "non so sentirmi felice”. E finché visse a Jesi era la naturale reazione alla paura di invecchiare fra le stesse facce, le stesse cose, smarrendo le infinite altre possibilità che la vita avrebbe potuto riservarle.

Il marito capì, e un giorno Aldo e Valeria Moriconi (avendo scoperto tutti e due la loro vera vocazione: lui quella di pittore astratto, lei quella di attrice), varcarono il ponte Flaminio a bordo di una vecchia MG rossa e sbarcarono per la prima volta in vita loro a piazza del Popolo. Sono passati da allora nove anni; e se oggi Aldo e Valeria Moriconi vivono assai poco insieme, ed è più facile vedere l’attrice accanto a Franco Enriquez, il regista della "Compagnia dei quattro”, ciò è forse meno la ultima conseguenza della sua incostanza che non uno degli sbocchi, il più artisticamente felice, di quella tenacia, di cui da quel momento (da quando arrivò a Roma) dovette cominciare a dar prova. «All’inizio — ha detto una volta spiegando che le ragioni del suo amore per la professione d’attrice sono andate cambiando con gli anni — ciò che importa di più è farsi notare».

Ci riuscì quasi subito, ottenendo una piccola parte nel film di Lattuada, La spiaggia, e chi ha visto il film ricorda ancora quella ragazza vestita come un Pierrot balneare, con le lunghe gambe fasciate in due variopinti, attillatissimi tubi; ma altri 24 film dopo quello non la fecero progredire neppure d’un passo, perchè se è vero, come dice Remigio Paone, che «Valeria regala sex-appeal solo a guardarla», i produttori si limitarono a smerciarlo al minuto disinteressandosi del resto. La carriera cinematografica di Valeria Moriconi è stata fortunatamente uno sbaglio dietro l’altro, perchè dalla somma negativa di tutti (intanto però si era accorta che non era soltanto graziosa, ma aveva una faccia pronta a intenerirsi, piangere, illuminarsi) essa è stata spinta verso quella che da adolescente era stata la sua prima, tutta istintiva e inconsapevole. vocazione.

Prima di entrare a far parte della "Compagnia dei quattro”, Valeria ha recitato con Eduardo e con Luchino Visconti; ma tutte e due le volte quello che poteva essere il sospirato avvio d’una carriera fu spezzato da interferenze d’ordine politico. A Roma Eduardo venne sfrattato dopo tre giorni di recite dal teatro dei Servi; a Milano, Visconti venne fermato dalla censura. Oggi la censura teatrale è stata abolita, e se ciò fosse accaduto due anni fa è probabile che la carriera della Moriconi avrebbe preso un'altra strada. Oggi si può dire che non sempre tutto il male viene per nuocere, perchè non c’è dubbio che il suo incontro con Franco Enriquez, Glauco Mauri, Mario Scaccia e Lele d’Amico è stato determinante per l’estrinsecazione della sua personalità. Prima che un’impresa commerciale, la "Compagnia dei quattro" è un gruppo affiatato di persone che crede nel teatro, un "gruppo d’assalto” che vuole arrivare al pubblico con opere d'avanguardia.

1962 12 29 Tempo Mario Valeria Moriconi f3PRIMA DI RIVELARSI come una delle più sensibili attrici teatrali italiane, Valeria Moriconi è apparsa in una quindicina di film, senza però riuscire ad imporsi completamente. Terminata la stagione teatrale, Valeria Moriconi si propone di tornare di nuovo sul ”set” per interpretare ”La litigata” di Enriquez.

Oggi che (cifre alla mano) si discute di nuovo della crisi, o meglio della morte del teatro in Italia, nessuno di loro sarebbe disposto a sottoscrivere le pessimistiche dichiarazioni dei "romani” Gassman e Visconti; e di fronte all’escatologica attesa di un "qualcosa” che rinnovi tutto, di una "matta” (come l’ha chiamata Gassman), senza la quale non c’è più speranza, essi risponderebbero che la "matta” non è altro che passione per il teatro, scelta di testi moderni, aggressivi, polemici, invenzione scenda (senza bisogno dei "peltri comprati in Svizzera”), recitazione non in funzione personale, narcisistica, ma per gli altri. Guidati da quell’uomo entusiasta e dinamico che è Franco Enriquez, i "Quattro” hanno mietuto successi l’anno scorso con Lorca e Jonesco, quest’anno di nuovo con Jonesco e Shakespeare; e la Moriconi è quella che forse ne ha tratto più vantaggio.

Enriquez infatti capì quello che nessuno aveva ancora capito, cioè il fascino tutto moderno e inquietante dell’attrice: quel sorriso cordiale che improvvisamente diventa amaro, quella bellezza che a tratti sembra stranamente sfiorita. E l’ha costruita, tono su tono, portandola al successo, «All’inizio — ha detto Valeria — ciò che importa di più è farsi notare. Quindi vi basta un piccolo palcoscenico per sentirvi importante: poi vi viene il desiderio d’un pubblico più vasto, poi di parti più importanti, poi di cambiarle. Poi di riuscire; e per riuscire non intendo guadagnare soldi: riuscire vuol dire essere guardati, capiti e soprattutto apprezzati». E oggi che ha raggiunto ciò, Valeria ne ha quasi paura.

M.S., «Tempo», anno XXIV, n.52, 29 dicembre 1962 - Fotografie di Chiara Samugheo


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M.S., «Tempo», anno XXIV, n.52, 29 dicembre 1962 - Fotografie di Chiara Samugheo