Valeria Moriconi; «a Filumena Marturano invidio i figli»

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1986 11 28 Gente Valeria Moriconi intro

Valeria Monconi trionfa nella commedia di Eduardo. «Mi sono calata perfettamente nei panni dell’eroina di De Filippo», dice l’attrice «anche se non sono diventata madre» - «Forse era scritto nel mio destino che i figli li avrei avuti soltanto in teatro» - «Ho firmato contratti fino al 1988» - «Eduardo scrisse questo capolavoro per sua sorella Titina, poi dieci anni fa mi offrì la parte: ”Hai la stoffa per fare Filumena, perché non ci provi?”, mi disse» - «Allora non fu possibile, ma sono felice di aver esaudito almeno ora il suo desiderio»

Jesi (Ancona), novembre

La storia comincia cosi: mi telefona Valeria Monconi e mi dice: «Vieni al battesimo della mia Filumena?». Rispondo: «Vengo, ma a un patto: se non mi piace me ne torno indietro senza passare a salutarti». «Hai paura che non ce la faccio?». «Al contrario: sono convinto che sedo tu, fra le attrici italiane, abbia la stoffa e la grinta per portare sul palcoscenico, al di fuori e al di là della magia napoletana, il grande personaggio che Eduardo creò su misura, nel 1946, per la sorella Titina, che poi lo impose sia in teatro sia sugli schermi cinematografici». «E allora?». «Allora, niente. Come si dice: "Patti chiari e amicizia lunga”. In teatro può succedere di tutto. E io non voglio che tu, guardandomi dopo lo spettacolo, possa leggere la delusione per un appuntamento anche solo parzialmente mancato».

PRESO IN TRAPPOLA

E così eccomi a Jesi, città natale di Valeria, che da ragazza si chiamava Abbruzzetti, in quella deliziosa bomboniera settecentesca che è il Teatro Pergolesi, appena restituito all’antico splendore da un sapiente restauro. Come è nei patti, mi guardo bene dal salire nel camerino della mia grande amica. Annuncio la mia presenza in sala con un fascio di fiori e, nell’attesa che si apra il sipario, mi godo lo spettacolo del pubblico. Tra palchi e platea, gremitissimi, si respira l’attesa dell’evento: è un’attesa da festa in famiglia, senza nessuno sfoggio di mondanità. E’ come se tutta Jesi si strìngesse intorno a Valeria in un commosso abbraccio partecipe. Non a caso, gli occhi degli spettatori vanno con insistenza a un palco di prima fila, il numero dieci, dove se ne sta ancorato un signore di 89 anni. Angelo Abbruz-zetti, il vecchio padre dell'attrice che non ha voluto far mancare alla figlia il conforto della sua presenza.

I minuti scorrono veloci. Ho appena il tempo di memorizzare lo spettacolo offerto dal pubblico che già le luci si attenuano, già il brusio della folla si spegne, e nel silenzio che sopravviene si apre il sipario sull'interno della casa di Domenico Soriano, dove Filumena Marturano ha inscenato la finta agonia per farsi sposare, in punto di morte, dall’uomo a cui è rimasta fedele per tanti anni e che adesso vuole liberarsi di lei per unirsi in matrimonio con una giovane donna della quale si è incapricciato.

Una scena drammatica. Un grande colpo di teatro. Domenico Soriano accusa le persone di casa di avere favorito Filumena nell’orchestrare il raggiro di cui è rimasto vittima e minaccia sfracelli contro chi ha creduto di poterlo ingannare impunemente. Ma è la sfuriata di un topo preso in trappola. La platea quasi non ci fa caso. Aspetta Filumena. Attende, trattenendo il respiro, che Filumena faccia il suo ingresso nella stanza per affrontare l'uomo che ha messo nel sacco con una "trovata" di cui egli certamente non la riteneva capace.

«ERA AMAREGGIATO»

Filumena compare. E prima ancora che apra la bocca si avverte la sua forza, la potenza del personaggio che ha deciso una volta per tutte di prendersi la rivincita sulle umiliazioni che ha dovuto patire dalla vita, da un uomo che l’ha trattata sempre, anche quando era preso dalla sua carne giovane, come un sacco di immondizia. Basta il suo volto scuro, segnato da rughe profonde; basta lo sguardo che rivolge all’amante perché la platea capisca che Domenico Soriano, il "padrone", non ha più in mano, come si illude di avere, il bastone del comando. Adesso è lei, l’umiliata Filumena, la femmina che una volta si poteva comprare con una manciata di soldi, che ha il gioco in pugno, che detta legge. La sua legge.

L’apparizione di Valeria Moriconi, nei panni di Filumena Marturano. è di quelle che non si dimenticano. Poche volte, in teatro, in quella suprema magia che è il teatro, un’attrice mi ha dato un’emozione simile. Cosi la battaglia della commedia, di questa difficile commedia, è vinta in partenza. Tutto il resto, e cioè il seguito del dramma, viene di conseguenza, fino al trionfo finale di Filumema che riesce, con un vero matrimonio, a farsi sposare da Domenico Soriano e a imporgli i suoi tre figli

Naturalmente non lascio il teatro, dove la recita si conclude con un trionfo. Non lascio Jesi Vado a dire grazie a Valeria, la stringo in un lungo abbraccio, le partecipo la mia commozione, esclamando: «Filumè, sei grande!». E lei, ancora dentro il personaggio, mi risponde: «Lo sai che i piedi mi i fanno davvero un male da morire?».

I piedi di Filumena Marturano. Nel terzo atto, quello della sua vittoria, il genio di Eduardo ha immaginato che ella vada al matrimonio calzando un paio di scarpe troppo strette e con i tacchi troppo ahi per lei E’ uno strazio che fa da contrappunto alla gioia e che dura fino a quando, a cerimonia ormai conclusa, Filumena non si toglie le maledette scarpe con un grande respiro di sollievo.

E’ una notte di stelle, limpida e chiara. Valeria è stanchissima, e con lei i suoi compagni d'avventura. Ma chi ha voglia di andare a dormire? Solo l’ottantanovenne Angelo Abbruzzetti, dopo aver baciato la figlia, si ritira nella sua casa. La compagnia al completo, invece, va a festeggiare l'evento in un ristorante. Qui, al profumo delle vivande, la stanchezza si dilegua. Con una metamorfosi di cui solo gli attori conoscono il segreto, Valeria si trasforma, diventa frizzante. Ci sediamo allo stesso tavolo e, tra un piatto e l’altro, attacco con le domande.

«Quando e come ti è venuta l’idea di fare Filumena?».

«L’idea risale a una decina di anni fa. Fu lo stesso Eduardo a suggerirmela. Mi disse: "Tu adesso tieni l'età e la stoffa per fare Filumena. Perché non ci provi?" Eduardo pensava a uno spettacolo di cui potesse curare la regia. Io mi misi subito al lavoro, ma il progetto naufragò perché non riuscimmo a trovare un attore di nome che accettasse di interpretare la parte di Domenico Soriano. Tutti quelli che interpellammo, per un motivo o per l’altro, declinarono l’offerta. Eduardo ne fu amareggiato. E un giorno si sfogò con questa battuta:

"Il guaio è che la protagonista della mia commedia si chiama Filumena. Se si fosse trattato di fare Filumena Marturano avresti avuto solo l'imbarazzo della scelta”. Vero o falso che sia, a me il chiodo era rimasto dentro. Prima che Eduardo morisse, mentre lavoravo con lo Stabile di Roma, cercai infatti di realizzare il progetto. Non ci fu niente da fare. Allora, quando mi sono liberata di ogni impegno e ho formato la mia compagnia, sono andata da Luca De Filippo e gli ho chiesto se mi lasciava rappresentare la grande commedia del padre. Luca mi ha dato il permesso. Così è nato questo spettacolo che ora tutti mi chiedono a scatola chiusa, tanto è vero che ho già sottoscritto impegni per i prossimi due anni, sia in Italia, sia all'estero».

«Due anni?».

«Forse anche tre. Tutti vogliono la mia Filumena. Pensa che per questa stagione rimangono fuori città come Milano e Napoli A Roma, dove approderò al Teatro Giulio Cesare nel prossimo gennaio, i biglietti per le recite sono già esauriti».

1986 11 28 Gente Valeria Moriconi f1TERNT'ANNI DI TEATRO. Jesi (Ancona). Valeria Moriconi, 55 anni, che ha ottenuto uno straordinario debutto di "Filumena Marturano", la celebre commedia di Eduardo De Filippo, avvenuto al Teatro Pergolesi. La Moriconi, nativa di Jesi, sta per festeggiare i trent’anni di attività teatrale. Esordì infatti nel 1957 in un’altra commedia di De Filippo, "De Pretore Vincenzo". «Eduardo», dice la Moriconi «è stato tutto per me: un maestro, «mi, un padre. Da quando mi fece esordire in palcoscenico non interruppe più U suo legame con me, mi considerò sempre una sua pupilla».

DAVANTI AL PAPA

«Eduardo ne sarebbe stato molto felice».

«Eduardo ci teneva in modo straordinario a questa commedia. Ce l'aveva nel cuore. Gli era rimasta legata all’immagine dell'amata sorella Titina, per la quale l'aveva scritta. Mi diceva sempre: "E’ la più universale delle mie commedie. E* un omaggio alla madre, alla famiglia. Di napoletano ha soltanto il contorno"».

«Hai conosciuto Titina?».

«L'ho incontrata solo una volta, nel 1957, a Roma. Venne a vedermi in De Pretore Vincenzo, la commedia di Eduardo con la quale debuttai in teatro. Fu molto carina con me. A quel tempo già non recitava più. Aveva il volto segnato dalla sofferenza della malattia che l'avrebbe condotta alla morte, ma il suo sorriso era di una dolcezza infinita. Mi disse che la più grande gioia della vita l'aveva avuta quando Pio XII le aveva fatto l’onore di riceverla privatamente nella Biblioteca vaticana con Eduardo e gli attori della compagnia che rappresentava Filumena Marturano. "Il Papa fu tanto gentile con me", mi confessò. "Mi chiese di recitargli la ‘Preghiera alla Vergine’, che è uno dei pezzi più intensi della commedia. Attaccai questo pezzo col cuore in gola. Non so come riuscii a concluderlo senza svenire. Fu un'emozione memorabile". Titina era una donna meravigliosa. Eduardo aveva ragione a tenersela nel cuore».

«Ti piacerebbe recitare la "preghiera” di Filumena davanti a Giovanni Paolo II?».

«Sarebbe splendido».

«Chi è stato Eduardo De Filippo per te?».

«Un grande maestro. Un padre. Se sono diventata attrice di teatro lo devo a lui Come tu sai, io ho debuttato ventenne nel “cinema, scoperta da Alberto Lattuada. Al teatro, allora, non d pensavo nemmeno. Eduardo mi vide nel film Gli innamorati di Mauro Bolognini ed espresse il desiderio di conoscermi al suo collaboratore Luciano Lucignani, col quale stava mettendo in scena la commedia De Pretore Vincenzo. Lucignani mi telefonò ed io mi presentai a Eduardo. Lui mi mise in mano un foglio e mi disse di recitare le battute che vi erano scritte. Era la parte di Ninuccia. Una parte in dialetto napoletano. Obbiettai: "Qui ci deve essere uno sbaglio: io non sono napoletana". "Non fa niente”, rispose Eduardo. "Mettici l’accento del tuo dialetto". Ubbidii, con tremore. Eduardo ascoltò, senza mai interrompermi Alla fine si rivolse a Lucignani. Disse: "La piccirella va bene". E mi scritturò».

«E poi?».

«La commedia De Pretore Vincenzo doveva andare in scena al Teatro dei Servi, una sala parrocchiale. Mentre facevamo le prove, con Achille Millo protagonista, Eduardo mi fece debuttare con lui al Teatro Eliseo in una piccola parte nella riduzione in napoletano del Medico dei pazzi. Qui, a un certo punto, dovevo comparire in scena col tutù e accennare una danza. La cosa mi costava molta fatica. Eduardo se ne accorse. Ti fanno male i piedi, eh?", mi disse. "Si vede che non hai praticato la danza classica". Non aggiunse altro, ma si ricordò dell'inghippo quando, il pomeriggio della "prima" di De Pretore Vincenzo, aggiunse una battuta al copione che permetteva a Ninuccia di abbandonare la scena togliendosi le scarpe».

«Se non sbaglio, il debutto di De Pretore Vincenzo al Teatro dei Servi ebbe conseguenze imprevedibili».

«Successe quello che nessuno avrebbe mai immaginato: ci fu chi trovò la commedia blasfema per il modo come veniva presentato il Paradiso. Intervenne il Vicariato di Roma, che proibì le recite. La proibizione prese in contropiede Eduardo, il quale reagì con una battuta delle sue: "E così siamo stati cacciati dai servi!". Ma la cosa non finì IL Lo spettacolo venne poi traslocato al Teatro Valle, dove segnò un grande successo».

«In seguito hai più recitato con Eduardo?».

«Ho fatto con lui Chi è più felice di me per la televisione. Ma la cosa più importante è che Eduardo non ha mai interrotto il suo legame con me. Infatti, mi ha sempre considerata una sua pupilla. Nel 1977, quando festeggiavo i miei vent’anni di teatro con Le notti bianche, lo spettacolo messo in scena dal mio grande compagno Franco Enriquez, mi fece addirittura una sorpresa che non potrò mai dimenticare. Era il mese di aprile. Noi recitavamo a Roma, al Teatro Quirino. Senza dirmi niente, Eduardo si presentò in teatro con un fascio di fiori, fece riaprire il sipario che era calato sul primo tempo della commedia, avanzò alla ribalta, mi abbracciò davanti al pubblico, disse: "Da questo momento Valeria è diventata maggiorenne"».

GRANDE SUCCESSO

Non è un caso, dunque, se Valeria Moriconi, per i suoi trent’anni di teatro che cadono in questa stagione, ha voluto vestire i panni di Filumena Marturano. Lo spettacolo, diretto con pudore e rigore dal regista Egisto Marcucci, è bellissimo nella sua palpitante sobrietà che niente concede al folclore. Sulla scena, disegnata da Uberto Bertacca, tutti si muovono con disinvolta sicurezza, a cominciare da Massimo De Francovich, che è un Domenico Soriano di intensa plasticità. Ma applausi a scena aperta raccoglie Linda Moretti, la cui arte di caratterista è stata affinata alla scuola di Eduardo. Un successo meritatissimo da parte di una compagnia nella quale tutti danno il meglio di se stessi.

Domando a Valeria: «Dimmi la verità: che cosa provi, tu che non hai figli, a fare un personaggio come Filumena Marturano, che per il bene dei suoi tre tigli sarebbe perfino disposta a uccidere?».

«Ti rispondo con un ricordo. Avevo 14 anni, qui a Jesi, mi feci leggere il futuro da uno zingaro di passaggio. Lui mi disse, tra l'altro: "Avrai molti figli, ma non saranno nati da te". I miei figli, ecco, io li trovo a teatro. E mi bastano. Forse è il mio destino. Comunque, a Filumena Marturano invidio proprio i figli e l'amore che porta per loro».

La lunga nottata si protrae tino alle prime luci dell'alba. Ma ancora una volta chi ha voglia di dormire? Dopo poche ore, col sole che splende, mi ritrovo nella casa di Valeria per un ultimo brindisi Ed ecco che il signor Angelo Abbruzzetti, insonne anche lui, fa capolino al balcone della sua stanza. Dice, rivolto alla comitiva superstite: «Vogliate bene a mia figlia. Io ne sono innamorato da quando era bambina».

Giuseppe Grieco, «Oggi», anno XXX, n.48, 28 novembre 1986


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Giuseppe Grieco, «Oggi», anno XXX, n.48, 28 novembre 1986