Il marziano di Gregoretti e le cambiali di De Sica

Vittorio De Sica


1963 07 27 Noi Donne intro

Alla ricerca dei registi impegnati. Un giovane estroso e un maturo artista della macchina da presa hanno in cantiere due film per il prossimo autunno che faranno scalpore. Ugo Gregoretti sta preparando in gran segreto “Omicron” mentre Vittorio De Sica sta girando “Il boom”. I due registi, attraverso vicende e personaggi assai diversi fra loro, mettono il dito sulle piaghe della vita d’oggi: egoismo, confusione morale e avidità di denaro a tutti i costi.

Attenzione: arrivano i marziani. O forse non sono proprio marziani; ma si tratta comunque degli oscuri abitanti di un altro pianeta. Sono nemici Vogliono invadere la Terra; ma prima — abilissimi strateghi — attingono informa zioni precise su chi abita il nostro piane ta, su come è organizzata la nostra socie tà, su chi comanda. Attentissimi, ci scrutano fino in fondo. Ecco dunque una spia è fra noi. E’ un uomo come tutti gli altri, un uomo qualsiasi. Si muove, parla come noi. Ma dentro è svuotato della sua personalità umana, è posseduto da Omicron, la spia.

«Omicron» è la nuova fatica cinematografica di Ugo Gregoretti. Il regista de «I nuovi angeli» — film che era ancora legato al filone dell’inchiesta, ma già si articolava in un linguaggio ironico e spregiudicato — ha attinto dalla fantascienza elementi nuovi ed acuti per fare ima satira spietata della società contemporanea. Omicron, per mezzo di onde astrali, trasmette ai suoi capi le sue impressioni ed osservazioni sulla gente che abita la Terra, sulla nostra società come è organizzata. E attraverso i suoi occhi «puliti», attraverso cioè la sua attenzione scevra di pregiudizi e luoghi comuni — da abitante, appunto, di un altro pianeta —, la società in cui viviamo si presenta in tutta la sua cruda verità.

«In effetti, — afferma Gregoretti — io mi limito ad utilizzare alcuni espedienti della letteratura fantascientifica per avviare un discorso di critica al mondo contemporaneo. In tempi di Vostok e di Lunik, del resto, la fantascienza ha diritto ad un rispetto che venti anni fa le veniva sarcasticamente negato. Oggi — prosegue il regista — non si può più ridere di anticipazioni che rischiano di avverarsi molto prima di quanto il nostro cervello istintivamente conservatore non sia disposto ad ammettere. Ed è di questa suggestione di verità che ha acquistato oggi il linguaggio fantascientifico che io mi valgo per lanciare un monito alla società: stiamo andando verso l’autoestnizione. E non mi preoccupo tanto, in questo mio lavoro, — afferma Gregoretti — della distruzione , che può venire da un conflitto nucleare, benché anche questo pericolo sia purtroppo presente e concreto.

1963 07 27 Noi Donne Gregoretti f1 1963 07 27 Noi Donne De Sica f1

La distruzione di cui parlo nel mio film è più profonda, intima : è il soffocamento delle coscienze in nome dell’egoismo più sfrenato, l’approfondirsi dei solchi di odio fra uomo e uomo». Così, i marziani, le astronavi, i raggi cosmici sono nel film di Gregoretti solo un astuto espediente mediante il quale penetrare nella roccaforte dei pregiudizi e della mentalità borghese. I personaggi fantascientifici, gli esseri extraterrestri, gli invasori (ma chissà, poi, se l’invasione ci sarà : Gregoretti non ha voluto svelare il finale del film) non sarebbero che dei simboli. La fantascienza di Gregoretti non è dunque quella spettacolare, non è quella di Spaceman e di Nembo Kid e dei dischi volanti. «Ma — dice Gregoretti — anche se è meno popolare, esiste tutta ima letteratura fantascientifica nella quale elementi appunto fantascientifici vengono inseriti nella realtà concreta, diventando cosi elementi di interpretazione della realtà stessa e di premonizione di ciò cui andiamo incontro. E tutta questa letteratura fantascientifica più seria è animata da una sincera preoccupazione per il destino dell’umanità, per i rischi di distruzione atomica come per i rischi di degenerazione della specie. Di questi rischi — conclude il regista — io ho fatto un simbolo, l’immagine, cioè, di una società che non vuol capire il linguaggio dei tempi e si avvia ottusamente a farsi distruggere dal tecnologismo e dall’incomunicabilità».

Il film «Omicron» è nato da un progetto di Gregoretti per un film su Don Chisciotte. Il regista pensava di dare uni versione moderna del poema di Cervan tes, ma, rileggendo il libro, si è trovate su di una strada alquanto diversa, che portava verso la fantascienza. E, in fondo nella letteratura di fantascienza si trovi proprio la stessa inquietudine dell’uomo davanti all'avvento delle grandi scoperte ed al mutare dei tempi, che era rispecchiata da quella letteratura cavalleresca Per «Omicron», Gregoretti non ha vo luto volti noti : eccetto il protagonista — Renato Salvatori —, tutti gli altri sonc individui presi dalla strada. E questo de ve sottolineare, nell’idea di Gregoretti, che il discorso si articola su elementi di realtà concreta e che solo Omicron è un personaggio di fantasia. Il solo attore pre sente nel film è quindi Renato Salvatori, che Gregoretti ha scelto perchè ha una faccia «credibile», una faccia d’uomo moderno.

Duecento macchine al giorno

«Omicron» rappresenta un tentativo di satira indiretta, estremamente raffinata e di gusto spiccatamente intellettuale Guardandoci intorno, ci accorgiamo che la maggior parte dei film di critica socia le in cantiere in questo periodo hanno scelto, sia pure in forme diverse, questa stessa strada : la strada della satira. Perchè? Una valutazione affrettata potrebbe anche portare a concludere che registi e produttori hanno puntato sul genere di maggior presa sul pubblico, poiché è provato che al cinema la gente preferisce ridere. Ma se pensiamo a Charlie Chaplin, a quanto acuta ed incisiva sia la sua critica alla società borghese, attuata attraverso film tutti comici, per quanto intimamente intessuti di amarezza, dobbiamo trovare un’altra ragione. Il film di denuncia è senza dubbio più diretto e violento ; ma il film satirico ha un’efficacia ed una penetrazione talvolta superiori. Il ridicolo corrode più dell’accusa gridata in pieno viso ; la polemica condotta con l’arma dell’ironia colpisce, spesso, più profondamente dell’attacco sferrato con il linguaggio della condanna esplicita. E, del resto, un film di critica sociale è tanto più efficace quanto più vasto è il pubblico che raggiunge. Non si creda che la strada della satira sia la più facile : molto gravi sono i rischi di scadere nella farsa o nel gioco intellettualistico; è necessario un costante e severo autocontrollo del regista.

Un tipo di satira di costume più tradizionale è proposto da un altro film attualmente in lavorazione. Si tratta de «Il boom», film sul cosiddetto «miracolo economico», che De Sica sta dirigendo. L’idea di questa storia è venuta a De Sica leggendo su un giornale che ogni giorno a Roma venivano comperate circa duecento macchine nuove e che il settanta per cento di esse era acquistato a rate. Dunque, questo tanto sbandierato «miracolo economico» altro non era che un turbine di cambiali.

Una vittima delle rate

Negli ultimi anni tutta una roboante retorica politica è stata costruita sul «miracolo economico», presentando in giro l’immagine di una Italia che naviga nell’opulenza e nella felicità. De Sica si accinge a smontare questo castello di illusioni : il «boom» è arrivato solo per poca gente, ma per tutti gli altri è stata ed è solo una ventata di esaltazione che travolge la gente in un baratro di aspirazioni senza prospettive. Il protagonista del film è un uomo qualsiasi che ad un certo punto viene preso nel vortice di questa corsa al benessere. Sente parlare in giro di «miracolo economico» e finisce per credere di poter partecipare lui stesso a questa nuova età dell'oro. Comincia allora la ridda delle spese inconsulte, la danza delle rate. Macchine nuove, casa al mare, abitazioni all’attico, villeggiature mondane. Arriva però il momento in cui egli si accorge di non essere in grado di mantenere questo ritmo ; ma la società in cui si muove è attenta solo ai valori esteriori : finché ha le macchine fuori-serie e la moglie col visone, gli dà credito; al momento in cui ridimensiona la propria vita, infierisce contro di lui. Egli si è ormai accorto che il «miracolo economico» è una favola ad uso dei ricchi ; sarebbe anche disposto a tornare indietro, ma la moglie non lo seguirà su questa strada. E per assicurare alla moglie il lusso cui ormai si è abituata ed al quale non sa rinunciare, egli vende un occhio al grande industriale malato.

Tutto il film di De Sica è condotto in chiave realistica : la satira si sviluppa cioè su ima società e su situazioni che appartengono al mondo in cui viviamo. Forse tutti possiamo riconoscerci in questi personaggi. La faccia del protagonista è quella di Alberto Sordi, un attore cioè che è diventato il simbolo dell’italiano medio. Ma nel finale De Sica porta il discorso sul piano grottesco : nella vicenda dell’uomo che per salvarsi dai debiti vende l’occhio al ricco, c’è una morale antica di secoli, |ma c’è anche un atto di accusa spietato contro la società contemporanea.

Giorgio Nicolai, «Noi donne», anno XVIII, n.30, 27 luglio 1963


Noi Donne
Giorgio Nicolai, «Noi donne», anno XVIII, n.30, 27 luglio 1963