Il fiasco di Vittorio Gassman

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“Un marziano a Roma” è clamorosamente caduto a Milano. L'autore, Ennio Flaiano, ha spiegato: “Questa è la commedia dell'insoddisfazione"

«Il Messia», mi disse Ennio Flaiano due sere avanti la tempestosa «prima» di Un marziano a Roma al teatro Lirico di Milano, «il Messia, quello vero, quello del Vangelo, a Roma c’è stato. Giunse fino a non so quale chilometro della via Appia e li incontrò Pietro. “Quo vadis, Doininet”, gli chiese il capo degli Apostoli gettandosi con la faccia sulla terra; e Lui allora tornò indietro.»

Ennio Flaiano è l’acuto, ironico e malinconico scrittore delle prose del Diario notturno; non ci si può mai troppo fidare quando parla, perché è sempre pronto alla battuta, all’epigramma, al calembour. Cosi, quella sera che mi parlava di Un marziano a Roma davanti a un alto boccale di birra, non voleva certo indicarmi una fonte della sua commedia nell’antica leggenda cristiana da cui Henryk Sienkiewicz trasse lo spunto per il suo popolare romanzo: il Quo vadis?. Ma c’era nelle sue parole come una strizzatina d’occhio, un ammiccamento che voleva chiaramente significare: è inutile, i Messia a Roma non avranno mai fortuna. Purtroppo, il suo Marziano, che è in un certo modo la parabola di un Messia fallito, non ha avuto fortuna neanche a Milano.

1960 Epoca Vittorio Gassman f3Vittorio Gassman e Ilaria Occhini in una scena di Un marziano a Roma La recitazione di Gassman è stata di una semplicità e di una sobrietà esemplari, specie nell'ultimo atto.

Vittorio Gassman puntava molto su questa commedia; e a sentirlo ora, nonostante il tonfo clamoroso della prima sera, ci punta ancora. Ha organizzato alle repliche i dibattiti, durante i quali il pubblico può chiedere chiarimenti sulle cose che nella commedia gli sono rimaste oscure. Ma l’impresa di tener su un’opera cui il pubblico della «prima» e gran parte della stampa ha detto di no in modo così violento, appare molto difficile.

Gassman aveva proposto a Flaiano, nel settembre dell’anno scorso, di trarre una commedia per il suo Teatro Popolare da un racconto che lo scrittore aveva pubblicato prima sulle pagine di un settimanale, poi nel volume del Diario notturno. Flaiano, che al teatro s’era già avvicinato con due lunghi, sarcastici atti unici, disse di sì. E si mise a scrivere la commedia in un modo piuttosto inconsueto: «Cominciai col tenere un diario per conto del marziano, un taccuino sul quale segnavo i suoi pensieri, le sue riflessioni e persino i suoi versi.

Mi sforzavo di vedere il mondo con i suoi occhi: e mi accorsi che non gli piaceva. Quando ebbi riempito il taccuino mi parve di avere assolto il mio compito e che potevo rinunciare alla commedia. Il marziano, dissi a Gassman, non aveva offerto altro. Mi ingannavo. Il marziano aveva invece preso un certo gusto al dialogo con se stesso. I suoi pensieri, come quei coriandoli giapponesi che messi in un bicchier d’acqua si dilatano sino a esplodere in fiori di un’affascinante geometria, suggerivano ora la continuazione di un giuoco senza scene e dialoghi, incontri e persone. E così, per altre ragioni, la commedia divenne inevitabile». Ma bisogna dire subito che di questo singolare sistema di composizione, di questo primo traliccio inventivo, l’opera risente troppo. È rimasta diario, non si è trasformata in commedia.

La sera della «prima», al Lirico c’era tutta la Milano importante e ricca (un biglietto per una poltrona costava quattromiladuecento lire) ; erano gremite le balconate; c’erano i critici drammatici dei giornali di Roma al completo e molti inviati speciali dei quotidiani delle altre città. Era una platea di commendatori, di belle donne, di artisti, di scrittori (da Mario Soldati a Ottiero Ottieri a Giorgio Soavi a Paolo Quintavalle), di attori (da Mario Carotenuto, unico in smoking, a Franca Valeri a Umberto Orsini), di agenti di borsa, di cantanti della Scala, di grandi professionisti, e così via. Forse, su nel loggione, qualche esigua rappresentanza della piccola borghesia e del popolo, le categorie sociali cioè alle quali, stando al suo programma, il TPI (sigla, come si sa, del Teatro Popolare Italiano) intende di preferenza rivolgersi.

La battaglia è cominciata dopo un atto e mezzo; il primo atto infatti aveva avuto accoglienze cortesi, anche perché è quello teatralmente più costruito, quello in cui l’invenzione iniziale (la discesa del marziano su Roma) funziona di più e offre alimento alla curiosità in attesa. Ma a metà del secondo atto, dal momento in cui un pretino vestito di rosso (uno dei seminaristi dei collegi del Gianicolo, figure familiari della folla romana) attraversa la scena in bicicletta, la tempesta si è scatenata. Evidentemente il pubblico aveva perso la pazienza. Non riusciva a collegare con un filo logico i passi e le parole del protagonista in quella società da «dolce vita».

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Del resto, uno dei difetti della commedia sta proprio nella angustia della società che il marziano incontra in quella Roma umida, sciroccosa, pigra e snob; è la cosiddetta Café-society, intellettuali, belle donne, ragazze di vita, avventurieri, re in esilio.

Un altro dei punti critici dello spettacolo si è avuto quando, verso la fine del secondo atto, un personaggio, nell’atmosfera di nausea e noia d’una festa mondana che aveva molti punti di contatto con certe sequenze di Fellini (d’altronde, Flaiano è uno degli sceneggiatori de La dolce vita), ha pronunciato in un silenzio pallido la battuta : «Io me ne vado. Addio». Il pubblico l’ha presa con un’allegria furibonda, beffardamente approvando : «Anche noi!». «No, restate!», doveva dire poi Gassman.

Ma la battuta più feroce si è avuta durante il terzo atto quando, dal loggione (la commedia era ormai già naufragata, non si udiva che una parola ogni tanto delle molte, anzi troppe, contenute nel copione), una voce ha gridato, parodiando l’accento romanesco : «Marziano, torna su Marte». E c’è stato persino chi ha invocato: «Chiamate Trombi», alludendo al magistrato che iniziò l’azione di censura contro Rocco e» suoi fratelli. Alla fine, qualche timido applauso, in una gran tempesta di grida e di fischi. Ma Gassman ha portato ugualmente l’autore alla ribalta e Flaiano, vedendo che tutti, o quasi, fischiavano, si è messo ad applaudire gli interpreti. Non appariva troppo turbato, per la verità, e infatti dopo ha dichiarato d’essersi divertito moltissimo.

È piuttosto difficile, con tutta la buona volontà possibile, difendere questa commedia sul piano critico. Il pubblico ha dato prova, a nostro avviso, di una insofferenza e impazienza eccessive, perché avrebbe dovuto ascoltare l’opera per intero ed esprimere la sua disapprovazione alla fine degli atti. D’altronde, il teatro è anche questo: il rischio, vogliamo dire, che non si stabilisca quel ponte d’intesa, quel dialogo di intelligenze fra ribalta e platea che non soltanto assicura il successo, ma è una riprova delle prerogative magiche di questo grande gioco.

Cosa ci racconta Un marziano a Roma? La discesa di questa creatura extraterrestre, mediante disco volante, sull’Urbe. È un giovane biondo, sul trent’anni, alto, del tipo fisico degli europei del Nord. Intorno a lui palpitano subito, com'è logico, grandi speranze. Ci si illude che, aperto dall’avvenimento straordinario, stia per cominciare un tempo nuovo. Su questo biondo angelo revisore piovono suppliche, richieste d’ogni genere, desideri, sogni, velleità, lettere anonime. Ecco il suo incontro con una ex ballerina che fa la mondana. È un incontro che sembra voler alludere a una figurazione evangelica, patetica per quanto frivola: il Messia e la Maddalena pentita. Ma si tratta d’un Messia senza buona novella. «È già stato detto tutto», afferma, «Siete voi che non avete prestato attenzione. Può anche darsi che qualcosa sia stata taciuta o resa incomprensibile. Ma che posso farci io? Anche 'la magica cornucopia dei miracoli è esaurita. Io sono qui, caso mai, a dimostrare che con le leggi dell’Universo si può scendere a patti; che il mondo va verso la continuazione, non verso il giudizio universale.»

Ciò che al pubblico riesce incomprensibile è la patetica incertezza su quello che il personaggio vuole, sui suoi fini, le sue aspirazioni. Non si decide mai a scegliere, insomma; non sa se fare il turista gaudente o il Messia. Così, dopo aver perso la ragazza e averla recuperata, essersi invischiato fino alla nausea in quella vita indolente e perplessa, aver platonicamente studiato un piano per l'emigrazione degli uomini sul suo pianeta, eccolo, con un baschetto in testa, un paio di grossi occhiali sugli zigomi spauriti, un soprabituccio scialbo, assorbito da quella Roma dolce e inerte come una città d’Oriente (l’Oriente di una volta, forse, perché oggi anche laggiù bisogna correre) , ridursi a fare il letterato da caffè, che trascorre la giornata prendendo appunti per un’opera che non scriverà mai. A mantenerlo, probabilmente, ci pensa la Maddalena non pentita.

Flaiano ha inteso evidentemente rappresentarci la pena di vivere, l’assenza di fedi, la disperazione della mediocrità, l’angoscioso silenzio dell’universo intorno alla solitudine dell’uomo. Quando il marziano sulla riva del mare studia vagamente piani per l’emigrazione degli uomini dalla terra è una figurazione simbolica del Pescatore d’anime. Ma poi lo scetticismo, il gusto della rinuncia, la perplessità sui fini da raggiungere lo distolgono dall’impresa. Se la terra è l’inferno di un altro pianeta, ebbene, restiamo pure in questo inferno, tanto, non c’è altro da fare.

Il guaio è che, di tutte queste cose, degnissime di rappresentazione e di meditazione, lo scrittore non è riuscito a darci una plausibile immagine teatrale. Tutto resta letteratura, epigramma, spunto lirico breve e felice; i personaggi parlano tutti allo stesso modo, non c’è né oggettivazione né conflitto drammatico. Samuel Beckett, per esempio, autore di un paio di testi ormai classici della produzione drammatica moderna, ci dà in En attendant Godot questa stessa nausea di un’attesa inutile, di una suspense metafisica, ma con quale plastica evidenza teatrale, con che tensione di dialogo. Questo per dire che il nuovo, a teatro, è inevitabilmente connesso alla natura tipica di un simile mezzo d’espressione.

Il dibattito: un gioco a non capirsi

La sera della prima replica, dopo la tempesta del giorno avanti, la platea del Lirico non era piena ma discretamente affollata ; Gassman aveva fatto avvertire il pubblico che alla fine dello spettacolo ci sarebbe stato un dibattito. Dunque, ascoltassero con calma e magari disapprovassero, ma dopo. E infatti le cose andarono assai più tranquillamente, alla fine dei tre atti il pubblico applaudì, non troppo convinto, ma applaudì. Come era prevedibile, ci fu anche qualche fischio, ma per nulla paragonabile a quelli della sera prima.

E allora si poterono gustare le canzoni di Guido Turchi, alcune delle quali espressive, specialmente l’ultima, e seguire l’interpretazione degli attori. Gassman è di una semplicità e sobrietà esemplari, soprattutto nella spoglia tristezza dell’ultimo atto. Ila-ria Occhini, che ha sostituito Annamaria Ferrero (ed era per il pubblico della «prima» uno dei motivi di curiosità dello spettacolo e addirittura, per le croniste mondane, la protagonista della serata) non è molto adatta alla parte della Maddalena, pentita ma non poi troppo: Ha una tecnica sicura, una voce musicale, una dizione difettosa, una bellezza splendente e una freddezza siderale. Ha bisogno di un regista come Luchino Visconti, l’unico che riesca a scioglierla dal ghiaccio. Degli altri, il migliore è senz’altro Andrea Bosic, che ha reso una patetica immagine del re d’Arcadia (una specie di Faruk, per intendersi: ma magro).

Il dibattito si è protratto fino alle due di notte. Seduti davanti a un tavolo sul palcoscenico Gassman, in maglione blu, il suo collaboratore e aiuto-regista Luciano Lucignani ed Ennio Flaiano. Gassman ha cominciato affermando che, secondo lui, alla «prima» della sera innanzi era intervenuto anche un gruppetto «organizzato» di disturbatori. E perché poi? Ha sottolineato la differenza di giudizi dati sulla commedia dalla critica milanese e da quella romana. «Così», ha detto, «si ricasca nella solita polemica Milano-Roma.» Ma il pubblico trattenutosi in teatro, di queste faccende mostrava di non interessarsi affatto. Era rimasto perché voleva sapere qualcosa di più sul significato della commedia. E non glielo dicevano. Per un buon quarto d’ora fu un gioco a non capirsi.

Poi, finalmente, sollecitato dall’acuta domanda di uno spettatore, Gassman ha detto: «Secondo me, questa è una favola che vuol dimostrare, talvolta con mezzi volutamente banali, la solitudine dell’uomo». Poi si è alzato Flaiano, una luce amara e allegra nei grossi occhiali, i baffetti che gli danno un’aria stupita, la voce un po’ reca. Si è fatto subito un grande silenzio. «Questa è la commedia», ha detto, «dell’insoddisfazione. Eccoci qua nelle nostre case belle o brutte, nelle nostre città piene di grattacieli. Automobili, treni, piroscafi, aeroplani, missili. Ma i Messia non arrivano più. Forse per questo siamo tristi. E quanto più sembriamo felici tanto più siamo tristi. Ho tentato di dire questo. Per il resto, ciò che risulta oscuro nella commedia è tuttora oscuro anche in me.»

Di tale spiegazione il pubblico ha mostrato di contentarsi; ha fatto un applauso simile a una riverenza e, ha sfollato senza fretta, tanto l’ultimo tram era partito da un pezzo.

Roberto De Monticelli, «Epoca», 1960 - Fotografie di Mario De Biasi


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Roberto De Monticelli, «Epoca», 1960 - Fotografie di Mario De Biasi