Walter Chiari: «cara Alida, sono il tuo abate Faria»

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Così ha scritto Walter Chiari alla moglie dopo quattro settimane di cella d'isolamento. E’ giusto un simile trattamento? Di fronte alle proteste degli avvocati, i giudici espongono le loro ragioni.

Roma, giugno

«Walter non farti illusioni, questa è una causa dura e difficile. Se ti dicessi che mi batterò per farti ottenere la libertà provvisoria, ti mentirei; se ti parlassi di un procedimento rapido, risolutore, ti ingannerei. Chiunque ti rivolgesse parole meno severe delle mie, carpirebbe la tua buona fede. Tu, comunque, sei libero di sceglierti un altro difensore e io sono pronto a passare la mano. No, non temere di offendermi. Se pensi che un deputato di chiara fama possa toglierti da questo pasticcio prima e meglio di me, non far complimenti».

1970 06 27 Tempo Walter Chiari f1CONTI IN TASCA. Quando, un mese fa, Walter Chiari venne arrestato, il magistrato ordinò che fossero sequestrati anche i suoi documenti bancari. Controllando versamenti e prelievi si cerca di scoprire se il traffico di droga c'è stato oppure no, e di quale natura siano i legami che univano Chiari e Luttazzi al pregiudicato Guido Malmignati, arrestato poco prima di loro.

Queste precise parole, pronunciate con dolce cadenza napoletana, apriranno il primo colloquio fra il detenuto Walter Annichiarico (in arte Chiari) e uno dei più illustri penalisti del foro di Roma, l’avvocato Eugenio De Simone. E’ facile e al tempo stesso arbitrario immaginare la reazione di Walter Chiari. Pochi giorni fa, dalla sua cella d'isolamento nel carcere romano di Regina Coeli, l'attore aveva scritto alla moglie: «Cara Alida, fammi un favore: chiedi un po’ in Televisione come intendono regolarsi per lo spettacolo di Saint Vincent. Fai presente che l’impegno è sempre valido e che io sarei disponibile per assolverlo». Come si fa, davanti a un uomo così indifeso e fiducioso, come si fa a dirgli che, forse, dovrà restare in carcere ancora per parecchio tempo? L’avvocato De Simone si passa le mani sugli occhi quasi a voler rifiutare, fisicamente, una spiacevole realtà. «Si fa — dice — anteponendo la lealtà al sotterfugio. Mi dispiace, ma la terapia dell'ottimismo e l’apparato delle buone intenzioni non servono a cancellare gli effetti di ferrei scempi della personalità umana autorizzati dall’intera legislazione penale».

Le pene, sta scritto all’articolo 27 della nostra Costituzione, «non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità», ma questo senso deve essere molto relativo se due uomini, entrambi indiziati e non ancora confessi, sono stati "ristretti" dalla metà di maggio in una stanza di quattro metri per quattro senza poter comunicare con anima viva, senza veder nessuno che non sia il secondino che gli allunga la scodella di minestra, avvolti in una rigorosa, agghiacciante barriera di silenzio. Walter Chiari e Lelio Luttazzi sembrano morti al mondo perchè l’eco della vita non giunge alla soglia delle loro scatole calcinate dove la luce spiove acquosa, dall'alto di un lucernario, su un letto, una seggiola, un bugliolo.

«Sa lei cosa hanno risposto le competenti autorità ministeriali all’esposto che ho inviato al presidente della Repubblica? Non lo sa, perchè i giornali non l’hanno pubblicato? Allora glielo dico io — esclama concitato l’avvocato De Simone, — hanno detto che la cella del detenuto Walter Chiari è sufficientemente ampia. A questo punto, il discorso è sui metodi con cui. nel nostro Paese, si continua ad amministrare la giustizia».

Francesco Camelutti, uno di quegli uomini che per consenso unanime rappresentano punti fermi di una scienza, disse un giorno che la «qualità di un regime è espressa dal sistema delle leggi vigenti non dai suoi rappresentanti di vertice». E le vicende di Walter Chiari e Lelio Luttazzi — drammatici casi limiti — possono paradossalmente dimostrarci che la presunzione d’innocenza dell'imputato, proclamata dalla Costituzione, non è ancora la norma che governa il processo penale in Italia. «Per quanto assurdo possa sembrare — assicura a questo proposito l’avvocato De Simone — un condannato sta in una condizione migliore: gli è consentito di trattare con il prossimo, di aver contatti con l'esterno, di leggere i giornali, di distrarsi. Insomma di vivere da uomo e non da belva. Ma è giusto che un cittadino italiano, accusato di un reato (per quanto grave possa essere) non abbia diritto a difendersi, a far valere le proprie ragioni, a consigliarsi con un tecnico del diritto?».

1970 06 27 Tempo Walter Chiari f2EMIGRANTE DI LUSSO. Walter Chiari e Alida Chelli, nella loro casa di Casalpalocco, con la scimmietta portata dall'Australia. I due attori si sposarono, nel 1968, a Sydney e per un certo periodo pensarono di stabilirsi laggiù: era stata Ava Gardner a far conoscere il Paese a Walter Chiari e lui vi tornò spesso per lavoro e in vacanza. Adesso nelle lettere che dal carcere scrive alla moglie. Chiari accenna a quel vecchio progetto: «Potremmo andare a vivere laggiù». Chiari ha 46 anni, è nato a Verona ma. come dice egli stesso, è "milanese di carattere, lingua e costumi". Per ventanni è stato lo "scapolo d'oro" del mondo dello spettacolo italiano.

La domanda dell’illustre avvocato è ovviamente retorica. All'articolo 24, secondo comma, della Costituzione Repubblicana, sta scritto: «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato c grado del procedimento». Ma è un’affermazione che spesse volte rimane sulla carta e non sempre per malizia. «Si capisce — sostiene l’avvocato De Simone, — a volte il pubblico ministero, che è il motore della fase inquisitoria e accusatoria. può innamorarsi del caso affidatogli (per carità, non intendo fare alcun riferimento personale) ed escludere l’intervento della difesa. Il Codice di procedura penale, all’articolo 304, gliene dà facoltà».

Ma, allora, quali salvaguardie ha un cittadino sospettato di un qualsiasi reato? Uno studioso del diritto, che ha definito il Codice Rocco (tuttora vigente) «un codice da buttare», scrive in proposito: «L’importante è che non sorga un sospetto nell’autorità giudiziaria, diversamente si è fritti». Certo, è una posizione drastica ma non paradossale se l’avvocato Adolfo Gatti, difensore di Lelio Luttazzi noto per il suo acume e la vasta cultura giuridica, ha lamentato che il suo difeso, da un giorno all’altro sia sparito nel nulla. «Noi non possiamo accettare la idea che qualcuno, per quanto sia ipoteticamente colpevole, possa sparire così, nel vuoto», ha detto Gatti.

Ma cosa c'è dietro il vuoto? Nessuno finora ha potuto saperlo. L’accusa si è limitata a parlare di indizi di reati, anzi di «sufficienti elementi indiziari». Walter Chiari e Lelio Luttazzi consumavano la droga, la "detenevano”, la "smerciavano”, la "cedevano a terzi”, o piuttosto qualcuno della cosiddetta banda Malmignati, l’ex-pugile arrestato a Torvajanica con un chilo di cocaina nella macchina, li ha chiamati in ausa? L’avvocato di Walter Chiarì allarga sconsolato le braccia: «E chi lo può sapere. Spesso, quando gli atti arrivano sul tavolo del giudice istruttore il processo è già fatto, nel senso che il meccanismo accusatorio è tanto perfezionato che si fa fatica a smantellarlo».

E’ successo così anche per Walter Chiari e Lelio Luttazzi sottoposti solo alla pressione inquisitoria senza alcuno sgravio difensivo? A questa domanda gli avvocati evitano di rispondere. La questione è molto delicata e gli stessi magistrati se ne rendono conto. «Il segreto istruttorio è tipico dei regimi non democratici», ha detto un alto magistrato italiano al recente congresso di Salerno. Ma i problemi che il caso Chiari-Luttaz-zi pone all’attenzione dell’opinione pubblica italiana, non riguardano tanto il discusso principio del segreto istruttorio, quanto piuttosto due questioni da risolvere con grande urgenza. E’ giusto porre sullo stesso piano (a termini di legge) gli esecrabili trafficanti di droga c coloro che, per un motivo qualsiasi, sfiorano soltanto la ”merce” proibita? E ancora, da che cosa nascono, effettivamente, quelle che gli avvocati chiamano violazioni dei diritti della difesa?

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«Io escludo — sostiene l’avvocato De Simone — che Walter Chiari possa aver mai trafficato in sostanze stupefacenti. Perchè avrebbe dovuto farlo? Aveva di che vivere con il suo lavoro, era stato educato secondo rigidi principi da un padre brigadiere di pubblica sicurezza c da una mamma maestra elementare. Si era costruito da sè, in anni di duro lavoro, senza che il successo e il benessere lo folgorassero all’improvviso. Nè vale la storiella dei "sostegni” che qualche malevolo personaggio del mondo dello spettacolo ha voluto lasciar cadere come un’insinuazione all’indomani dell'arresto. Chiunque conosca Walter, sa che ha le energie dei puri, la forza d’animo dei generosi, le cautele dei salutisti. La sua vita era solo apparentemente sregolata, ma in realtà era un’esistenza metodica fatta di esercizi ginnici, saune. dine rigorose. Se questo è dunque l’uomo — prosegue il penalista — ammettiamo in via d’ipotesi che un giorno lontano di un anno imprecisato, magari in Giappone, abbia sfiorato una sostanza classificata fra gli eccitanti. E’ un motivo valido per equipararlo a coloro che speculano sulla vita altrui, sulla salute dei giovani. sul fascino delle mode?».

Il ragionamento è suggestivo e forse non passerà molto tempo che la Corte costituzionale sarà chiamata a stabilire se la legge sugli stupefacenti non violi, nella realtà, il principio di eguaglianza trattando alla stessa maniera comportamenti diversi quali sono il traffico e il consumo degli stupefacenti. Ma resta pur sempre da esaminare l’altro aspetto della questione, forse il più importante: è giusto considerare gli avvocati difensori come fabbricanti di "sofisticazioni” tali da “inquinare” le prove? La domanda discende legittima dal comportamento che l’inquirente può assumere durante la fase istruttoria: niente colloqui, niente contatti, quindi niente sotterfugi o scappatoie ma l’indiziato solo, con tutto il suo carico di responsabilità attribuitegli, davanti alla legge.

Retoricamente, il ragionamento può sembrare accettabile. In pratica lo è meno sia perchè sbilancia uno dei piatti del meccanismo della giustizia, sia perchè, in questo terribile gioco delle parti che è il procedimento penale, è in discussione non solo la maestà della giustizia ma l'esistenza stessa dell’imputato. Davanti alle proteste degli avvocati, che parlano di affronto alla personalità umana, i giudici si difendono affermando che è scomodo essere imputati, è ancora più doloroso essere inquisitori. Gli interessi stessi della giustizia — sostengono alcuni magistrati — sarebbero compromessi dagli interventi spesso dilatori degli avvocati e il giudice, già oberato di lavoro, si troverebbe in posizione insostenibile se dovesse, entro termini perentori, sottoporre le carte dell’inchiesta alla curiosità dei difensori. Per motivi pratici, dunque, per snellire al massimo la farraginosa procedura, il magistrato si vede costretto, a volte, ad agire da solo. Non perchè non voglia controlli o li tema o li disprezzi. E’ una questione di organici e di riforme complete della procedura, tutto qui.

«Ma io, intanto, mi macero nell’attesa di un colloquio, di una notizia», obietta Alida Chelli, la giovane moglie di Walter che fra due mesi* avrà un bambino. «Da quando Walter è in carcere — prosegue Alida — ho ricevuto solo tre lettere. Mi ha detto di aver un forte mal di denti. Ma ora, come sta mio marito? Il dolore gli è passato? Ha avuto qualche assistenza medica? Non posso saperlo c mi domando se è giusto trattare così me e Walter, due persone che non hanno mai fatto male a nessuno. L’ultima lettera è triste, angosciata. Per la prima volta Walter si lascia andare. A un certo punto dice: "Parlavo con il giudice. mi si è rotta la voce in quattro e sono scoppiato a piangere”. E più avanti: "Mandami un paio di occhiali da sole. La cella è buia. Se continua così, quando esco farò la fine dell’abate Faria”».

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Alida Chelli è molto serena anche se talvolta la sua maternità ne risente. «Mi domandi pure quel che vuole, non ho niente da nascondere. Qui, nella nostra casa di Calstelfusano, hanno perquisito persino gli alberi del giardino e in camera di Walter hanno trovato solo vasetti vuoti di yogurt, altro che droga. Un chilo di cloridrato di cocaina, hanno scritto i giornali; agiva in combutta con Luttazzi, ha detto qualche altro. Ma se erano mesi che non vedevamo Lelio e l’unico viaggio all’estero l’abbiamo fatto a Malta. Ecco come stanno le cose e se Walter non stesse a Regina Coeli, questa vicenda mi farebbe l’effetto di una stravagante invenzione».

«Purtroppo — interviene l’avvocato De Simone — il sistema delle nostre leggi è abbastanza assurdo da mettere in libertà, nel dubbio, i coniugi Bebawi accusati di omicidio aggravato e, sempre nel dubbio, tenere in cella d'isolamento un indiziato. Solo che c’è dubbio e dubbio, non è vero»?

Gianni Di Giovanni, «Tempo», 6 giugno 1970


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Gianni Di Giovanni, «Tempo», 6 giugno 1970