Addio Wandissima, ultima divina

Wanda Osiris hj0

1994 11 13 Il Messaggero Wanda Osiris morte intro1

E' morta la Osiris, regina della rivista. Misteriosa, irraggiungibile, costruita da cima a piedi, eppure sempre miracolosamente naturale. Così la ricorda Pietro Garinei, che con Giovannini firmò tanti dei suoi spettacoli. I riti, le superstizioni, gli abiti "imperiali”. E il rapporto col pubblico. Una magia d’altri tempi

E' morta venerdì notte a Milano la celebre soubrette Wanda Osiris. Era nata a Roma 89 anni fa, con il nome di Anna Menzio. I funerali della "Wandissima", come era chiamata per i grandi successi del dopoguerra, dovrebbero svolgersi lunedì, in forma privata, per desiderio dei parenti.

L'unica preoccupazione di Pietro Garinei, ricordando Wanda Osiris a poche ore dalla sua scomparsa, è non comparire in primo piano. «Non vorrei proprio - dice - che la storia della ditta G & G, strettamente connessa con quella della Wandissima, rubasse anche minimamente i riflettori a lei, la dea, il mistero, l’artificio femminile degli anni Quaranta e Cinquanta. La conobbi subito dopo la guerra. Degli spettacoli che aveva fatto a Roma con Macario avevo visto poco, sapevo che si era fermata a Milano, lì viveva, lì si era conquistata l'intera città. Ogni suo debutto era un avvenimento. Incontrandola, ebbi l'impressione di un grande fascino, di una vera personalità: una di quelle donne che non ci si sofferma a esaminare nei particolari, una di cui ti arriva, subito e intera, la costruzione seduttiva».

«Tornavamo verso Milano, Sandro Giovannini ed io, con il Giro d'Italia del '46. Scrivevamo per ”Il Tempo'’ sistemati in una camionetta. Ci venne a cercare un certo signor Romagnoli, che commerciava in residuati bellici. "Finalmente vi trovo - disse Non sapevo foste qui, stavo per rivolgermi a Marcello Marchesi. Dovete scrivermi i testi della nuova rivista di Wanda Osiris'’. Pensammo e realizzammo Si stava meglio domani, il nostro primo spettacolo con la Wandissima, cui fecero seguito, nell'arco di dieci anni, altre sette riviste. La Wanda si chiamava, in realtà, Anna Menzio, era nata a Roma, suo padre lavorava al Quirinale. Eppure, a guardarla, a seguirla nelle abitudini l’avresti detta milanese. Il suo segreto, il segreto di un successo che è stato immenso, sta in una condizione precisa: il mistero. Si mostrava, si dava al pubblico, per subito ritrarsi, bella, elegantissima, irraggiungibile. Non alta, arrampicata su tacchi incredibili, riusciva a non farlo notare. Un prodigio. La vedevi uscire dal taxi, minuta, piccolina, e un momento dopo, in camerino o in palcoscenico, ne avvertivi il potere».

Wanda Osiris hj1

«Aveva un intuito raro, un fluido che la proiettava verso la platea e stampava la sua immagine nella fantasia del pubblico. E poi, i suoi vestiti. Imperiali, rapinosi, le enormi crinoline, le scollature da vertigine... Li indossava con una velocità incredibile, fuori uno, dentro il successivo, nuda, nuda nata dietro le quinte, senza orpelli o sostegni a riempire quei metri e metri di stoffe impalpabili, colorate a sensazione... Non temeva di mostrare il seno, anche audacemente, non offrì mai, invece, le gambe. Arrivava in teatro verso le sei e mezza del pomeriggio, dopo essere passata in chiesa (era estremamente pia, ha sempre fatto elemosine e aiutato i poveri), e cominciava a truccarsi, circondata dalla sua corte, la sarta. Lucia Boetti, sempre e solo quella, il coreografo Cavallo, sempre e solo lui, le scarpine del solito negozio di via Montenapoleone. Nulla di viola, intorno. Non una femmina che lavorasse a ma glia (era superstiziosa in modo incredibile, e una ragazza che lavorasse a maglia in teatro la mandava in bestia, pensava le portasse male). Si copriva di uno speciale cerone liquido dalla fronte fino alle dita dei piedi, un lavoro lunghissimo, compiuto con cura meticolosa. Inondava di Arpège l’orlo del vestito con cui avrebbe fatto la passerella: voleva che ai suoi ammiratori arrivasse, assieme alla malìa di un paio di caviglie appena intraviste, anche il profumo della Divina. Di Arpège cospargeva addirittura le rose, le Baccarat a gambo lungo (guai a proporgliene altre) che avrebbe lanciato o deposto nelle mani degli spasimanti. Le privava ad una ad una, personalmente, delle spine. Non avrebbe sopportato che un suo fan si ferisse, anche leggermente. Un miracolo di artificio, del quale facevano parte la bocca a cuore, i turbanti che aiutavano la divinità. mai smessi dal tempo di Macario, il birignao con cui parlava e cantava, musicalissima, naturalmente teatrale».

«Milano, dicevamo, impazziva per la Wandissima. Il suo debutto non era valutato per lo spettacolo in sé, ma per l'applauso d’entrata che una sera. battendo ogni record, superò i due minuti e due secondi. La rappresentazione cominciava e continuava in funzione di due momenti: l’apparizione della diva e la passerella della stessa, al finale. Lei compariva almeno un quarto d’ora dopo l'inizio. preceduta da una preparazione quasi rituale: prima i boys, poi le soubrettine, poi altri ballerini, infine l'apparizione in cima a scale sempre più alte, sempre più vertiginose. All'epilogo, in passerella, era una corsa di giovanotti, che si precipitavano verso la Wanda solo per toccarle il vestito, un lembo di caviglia. Erano altri tempi, capaci di mitologia. E la Soubrette, la sophisticated lady, spiritosa ed estroversa, disposta a consigliare maternamente i ragazzi e le ragazze della compagnia, si dedicava in primis, con tutte le forze, al mantenimento del proprio mito. Si alzava tardi la mattina, si preservava tutto il giorno, totalmente dedicata a se stessa. La sera, dopo l’uscita dal Lirico, mentre le soubrettine entravano nei macchinoni degli industriali e dei commendatori, cenava regolarmente al Santa Lucia, senza mai cambiare. Segreta nel privato, intoccabile in pubblico. Non aveva un udito perfetto, e dimenticava le parole delle canzoni la sera del debutto. Ma non sbagliava un attacco, e inventava lì per lì, con metrica precisione, strofe che andavano benissimo con la musica. Credo sia piaciuta a tutti, uomini e donne. Non dava fastidio, la Wandissima. Il suo carisma non era carnale, ma fatto di lontananza e di esclusività. Sentimental come il titolo della sua canzone simbolo».

Rita Sala

1994 11 13 Il Messaggero Wanda Osiris morte intro2

S'era abbigliata come per le grandi occasioni, come se fosse ancora una vedette clamorosa, al culmine del successo, quel pomeriggio del luglio 1990, quando, con incedere solenne, era apparsa nel salotto della sua bella casa milanese, in via Pietro Verri 3, dove abitava da circa dieci anni: indossava un abito d'un rosso scarlatto, fiammeggiante, sul quale rifulgeva una collana di perle bianche, i capelli nascosti sotto un turbante appena meno squillante dell’abito, alfanulare della sinistra una vera d’oro bianco con brillanti, alle altre dita anelli di rubini e brillanti, di zaffiri e brillanti, in uno scintillio abbagliante.

Quella vera era firmata da Bulgari. Era un dono dell'uomo al quale era stata legata per vent’anni e dal quale aveva avuto una figlia, Cicci, ma al quale un bel giorno aveva detto basta, all'improvviso. «Non avevamo più nulla da dirci. Perché avremmo dovuto continuare a vederci, se l’amore era finito?».

Wanda Osiris hj2

Benché estroversa, loquace, ironica e brillante, s’era rifiutata ostinatamente di confessare la propria età, proclamando che la data di nascita riportata nelle enciclopedie dello spettacolo era falsa. Ma parlò abbondantemente degli uomini che le avevano fatto la corte, nonché degli attori e dei registi con i quali aveva lavorato: Italo Balbo, che la sommergeva di fiori stupendi; Costanzo Ciano, che alle sue "prime” strabuzzava gli occhi; gerarchi fascisti di grado inferiore e personaggi di ogni ceto sociale; Macario, Dapporto, Totò, Rascel, Sordi, Visconti, Garinei e Giovannini. Era stata ammirata, se non corteggiata, anche da Mussolini. «Un giorno passeggiavo lungo una via di Riccione quando passò il Duce in carrozza. Non appena mi vide, fece arrestare bruscamente la vettura e mi rivolse un sacco di complimenti. Ricordo che quando riparti mi disse: "Ciao Wanda”».

Quanti spasimanti aveva avuto, quanti erano impazziti per lei, quanti avrebbero voluto sposarla? «Sarebbe difficile fame un calcolo. Forse ci vorrebbe un computer. Uno dei miei corteggiatori più insistenti, implacabili, era Totò, ma non era proprio il mio tipo. Sordi era sempre chiuso in difesa, non voleva che si entrasse nella sua vita, ma io non avevo il minimo desiderio di entrarvi. Molti di essi volevano la mia mano, ma il matrimonio non mi è mai piaciuto. Io sono come una zingara, libera e indipendente. Infatti non ho mai posseduto una casa, sempre in affitto, di qua e di là. Avrei potuto sposare dei miliardari, ma non sono stata mai interessata al danaro».

Le chiedemmo: non teme la solitudine, che con gli anni diventa sempre più pesante? «Io sono nata sotto il segno dei Gemelli, ed ho una duplice personalità: da una parte l’attrice di teatro e di cinema, Wanda Osiris, Wandissima, personaggio pubblico, popolare; dall’altra Anna Menzio, donna semplice, autonoma, chiusa in se stessa. E poi c’è la fede che mi aiuta. Io credo in Dio, sono sicura che esiste. Come tutte le altre donne, avrei potuto fare tante porcherie, ma Dio mi ha aiutata a non fame, a tenermene lontana».

Costanzo Costantini

1994 11 13 Il Messaggero Wanda Osiris morte intro3

Un personaggio unico, un fascino irresistibile. «Non era bellissima, non sapeva cantare, non ballava, non proponeva virtuosismi. Ma quando appariva, e cominciava a scendere le scale in mezzo a una nuvola di profumo e tante ragazze stupende, il pubblico non aveva occhi che per lei. E letteralmente impazziva», racconta Alberto Sordi. «E’ stata la vera soubrette, la più grande». L'attore fu il primo, nel ’56, a osare l'inosabile: dissacrare il mito, la divinità olezzante e irraggiungibile della Wandissima assestandogli una sonora pacca sulla schiena coperta di veli.

Il "sacrilegio” avveniva nello spettacolo Gran baraonda, e il pubblico rimaneva senza fiato. «Avevo il ruolo dello zozzoncello», dice Sordi, «un personaggio greve e romanesco che anticipava il Nando Moriconi di Un americano a Roma e mi presentavo alla divina: permette Wanda Osiris? e giù il ceffone. Vorrei tanto fare compagnia con lei, ho un frac, una giacca bianca e recito pure... La trovata piaceva tanto anche a Roberto Rossellini, che veniva tutte le sere in teatro proprio nel momento esatto dello sketch...».

Wanda Osiris hj3

Raccontava la Wandissima che Sordi era stato l’unico uomo a non cascarle ai piedi, a non chiederla in moglie, a non coprirla di regali. «E’ vero», sorride intenerito fattore, «ma ci volevamo molto bene. Ero affascinato dal suo personaggio mitico, dal suo essere romana come me e dalla sua grande autoironia. Tanto che quando nel ’77 le chiesi di far la parodia di se stessa, nel film Polvere di stelle, accettò con grande divertimento». E sbarcò dall'Orient Express, in una nuvola di Arpèges, rose rosse e lustrini, ammaliando la scalcinata compagnia di guitti. Sordi c Monica Vitti in testa, che bivaccavano in un vagone di terza classe.

«Wanda mi piaceva anche per il grande rispetto che dimostrava al pubblico», continua Alberto. «Un rispetto che la portava a coprirsi di cerone tutto il corpo, anche se l’abito le avrebbe coperto la caviglia. E la spingeva a rinnovare il sontuoso guardaroba di scena a spese proprie, a metà di ogni tournée». Simpaticissima, spiritosa, appassionata: non c’è dubbio, la Osiris per Sordi è stata la più grande. Di più: «E’ stata il simbolo dello splendore».

Gloria Satta

1994 11 13 Il Messaggero Wanda Osiris morte intro4

Con paillettes, gioielli ermellini e rose rivoluzionò le scene E fu subito trionfo

Dalle "memorie" sui rotocalchi alle partecipazioni nei vari salotti televisivi, Wanda Osiris è riuscita fino all’ultimo a tener desti nella memoria di tanti signori dai capelli bianchi i ricordi di una passerella lunga trentacinque anni e a suscitare la curiosità dei più giovani che hanno sentito parlare o visto solo in tv, quella signora appesantita dagli anni e dal trucco. Non era la Wandissima di un tempo, ma una simpatica nonnina con gli occhi sgranati sulla platea, la bocca grande e i gesti benedicenti.

Questa signora della rivista. il cui ricordo è legato alle interminabili scale che spiova discendere con grazia e femminilità, non era bellissima, né lo era mai stata neanche in gioventù. Eppure, la Wandissima era diventata presto un mito. Wanda Osiris è stato un simbolo negli anni a cavallo dell'ultima guerra. Una soubrette che non si è mai spogliata perché, diceva, «la primadonna che si denuda si declassa, mentre le ragazze del balletto che mostrano il corpo sono per la platea...». E lei, in pelliccia d'ermellino o con i lunghi abiti luccicanti di paillettes, sommersa dalle piume di struzzo, risaltava ancor più in mezzo a tante fanciulle che mostravano tutto ciucilo che, a quei tempi, era concesso mostrare. E spendeva un patrimonio in profumi e in mazzi di rose, queste ultime gettate generosamente al pubblico che si spellava le mani per applaudirle.

Wanda Osiris hj4

Di La Osiris, che agli inizi della sua carriera portava ancora il suo vero nome di Anna Menzio, tredicesima figlia di un palafreniere e primo battistrada del re, era nata a Roma il 3 giugno del 1905. La famiglia era tutt’altro che contenta nel sentir parlare di teatro e il papà sbraitava per essere stato "disonorato". A diciotto anni, comunque, Anna Menzio parti lancia in resta. Trovò una piccola scrittura nella compagnia di Carlo Rota e debutto all'Eden di Milano. Una quindicina di giorni in tutto. Poi ritentò con Totò che all’Excelsior presentava ”Il piccolo caffè . Anche qui poco più di due settimane. Scritturata nella stagione 1923-24 dalla compagnia di Piero Mazzuccato col ruolo di soubrette, Wanda Osiris ansiosa di fare il gran salto decise di tentare a Roma. Armando Fineschi stava allestendo uno spettacolo di Michele Galdieri e la scritturò. Era il 1936. «La rivista - scriveva la Osiris in una delle sue "memorie" - doveva chiamarsi "Ma quando parla lui", titolo fin troppo allusivo al duce perchè la censura non intervenisse. Gaidieri, che era l'autore del giorno, figlio del poeta Rocco e poi maestro di Garinei e Giovannini, della Magnani e di Totò, fu l'unico che riuscì a fare satira politica durante il fascismo. Lavorare nella sua compagnia sarebbe stato un buon lancio per me...».

E fu così che nella rivista ribattezzata "E se ti dice va... tranquillo vai”, Wanda Osiris fece il suo trionfale ingresso al Quattro Fontane. Fu in quell’occasione che scoprì il trucco che avrebbe portato per tutta la vita: una specie di intruglio francese, un fondotinta, quasi marrone, che le valse l'appellativo di "cioccolatino". Lo spalmava non soltanto sul viso ma anche sul corpo e ci metteva due ore per completarlo. La trovata non riguardò soltanto il trucco. Wanda si dipingeva le unghie del colore del vestito: ora viola (ancora non era superstiziosa) ora verde, ora giallo. E si caricava di gioielli falsi che "facevano molto teatro” anche se la facevano apparire come una Madonna tappezzata di ex voto. L'anno dopo, nel '37, era ancora con Galdieri in "Aria di festa" e nel '38 in "Ma adesso è un’altra musica”, con il nome italianizzato di Wanda Osiri perché così voleva il regime.

Successivamente, Wanda ancora Osiris passò con Macario e le sue donnine cinque stagioni. E a guerra finita, mentre il teatro di rivista raccoglieva i dispersi, Garinei e Giovannini gettavano le basi della commedia musicale che negli anni Cinquanta sostituirà la rivista tradizionale. Con la ditta G.& G. la Osiris restò sei anni. Quindi nel '58-59 al Nuovo di Milano nella rivista di Corbucci e Grimaldi "Doppio rosa al sex". E' il canto del cigno. Superati da un pezzo i cinquant'anni, tanti per una soubrette, Wanda Osiris getta la spugna. Il calendario impietoso e le rughe demolitrici non risparmiano neppure i "miti”.

Mario Galdieri

«Il Messaggero», 13 novembre 1994


Il Messaggero
«Il Messaggero», 13 novembre 1994