I pensieri di Totò

1940 Toto g55


1940 09 Scenario intro

Cercherò di riferire con la massima precisione i discorsi ed i pensieri di questo grande mimo napoletano da me registrati in casa sua, Viale Parioli, 41, la sera del 19 agosto. Totò aveva un bellissimo vestilo color tortora, le gambe secche e pelose su un tavolino intarsiato. Dietro la sua testa il quadro di un trisavolo dal volto aguzzo; mi ricorda Cesare Beccaria tra i ritratti degli allievi illustri sulle pareti dei corridoi nel collegio ducale di Parma.

Totò ama la sua casa e i suoi oggetti come un bambino: gli ho visto con questi miei occhi lucidare un vassoio d’argento dopo aver fatto servire agli ospiti calici di macca rese; e per un buco nel tappeto causato da una sigaretta — credo di essere stato io — si rannicchiò nella poltrona come una statuina di Gemito.

Non voglio essere indiscreto, ma una giornata presso questo marchese quarantenne si presenta con i tagli arditi di una commedia. Tutta la sua vita privata conferma come egli sia uno scrittore traviato, un diarista mancato: la cosa più interessante e commovente del mondo per Totò è proprio il sangue blu Antonio De Curtis, ed egli soffrirà sempre di non poterne raccontare la biografìa segreta. Sul palcoscenico continua « più forte » gli atti quotidiani. Ecco la spiegazione delle rare risonanze del suo movimento: qualche cosa molto piò sangue e memoria deila comune definizione: le mosse di Totò.

Totò tende verso un mondo preciso: talmente chiaro in lui che non sente i pericoli del suo carattere. La materia favolosa del suo gesticolare diventerà serie d’immagini classiche solo se accentua quel rigore che in La camera fittata a tre o dovuto al tempo come somma di riflessioni. Con uno sforzo, egli può arrivare al teatro nel senso di creazione totale: dove “ l’attore segua l’autore.” Il suo “moderno” sta per valicare l'aneddoto e agganciarsi solamente i motivi prediletti della sua vera immaginazione: non all’attore dunque rivolgiamo il discorso, ma all’autore. L’attore è immobile, non gli domandiamo altro (e non commettiamo certo l’errore di esigere da lui dei mutamenti, o l’abbandono di alcuni suoi tipici atti, sarebbe come stancarsi della propria voce) va magnificamente bene coin’ò (e neanche il diavolo per fortuna riuscirebbe a cambiargli un gesto); tutto il lavoro dev’essere fatto dalla parte dell’autore. E che qualche cosa d'importante — la sua crisi — stia avvenendo mi pare comprensibile anche dai seguenti appunti Riferisco le sue parole. Se ne aggiungo qualcuna, se completo o chiarisco, lo faccio sempre nell’ordine rigoroso delle intenzioni di Totò.

Leggo poco. Ma ho sempre il rimorso di leggere poco. Spero che equivalga all’avere letto un poco di più.

Qualche volta penso di abbandonare il varietà per il teatro. Non significa nel mio caso sottovalutare il primo rispetto al secondo, poiché lo stesso varietà con il repertorio che sogno diventa automaticamente teatro.

Riassumiamo: scrivere una commedia con il coraggio del varietà" (es. Sei personaggi in cerca d’autore, La piccola città. Questa affermazione può far inorridire, ma provate a pensare a Petrolini con il genio di Pirandello). Adopero spesso le parole surreale e metafisico. Qualche amico mi ha messo in guardia, sono un po’ troppo adoperate e vaghe. Io non arrossisco nel dirle, per me vogliono dire fantastico come lo avrei detto a dieci anni. Credo che i cartoni animati siano surreali e metafìsici nel mio senso un po' ingenuo: per questo vorrei essere come Maximum, il protagonista di un cartone animato. Anche perché vorrei parlare pochissimo. Ridere, esclamare; io rido in due modi, e proprio da cartone animato. Questa mia preferenza dovrebbe far capire l’urgenza di una regia che doni al palcoscenico dimensioni sbalorditive.

Anche alcune riviste me le scrivo io. Ma talvolta c’è tra le cose che penso e la loro espressione un velo. In Tarzan quando entro in scena con la camicia bianca e le alette vorrei veramente volare intorno a Lucifero come una farfalla. Invece un lazzo mi tiene incollato sul palcoscenico. Nessuno si accorge che certe sere io combatto una battaglia violentissima: Totò contro il suo repertorio. Sono momenti nei quali mi sembra di soffocare, e allora mi vedete spiccare un salto straordinario — vi assicuro straordinario —, e tento di arrampicarmi su per il sipario. Reagisco alla consuetudine della recitazione. Direi che è un fatto fisico. Vorrei persino precipitarmi nella voragine della platea e correre sulle teste degli spettatori.

Qualcuno ha scritto che io sono un’ameba. Giusto se si pensa che il fluttuare della forma sia il desiderio di essere sempre diverso. Vista l’impossibilità di identificarsi stabilmente subentra l’ansiosa ricerca della cosa o dell’essere che più ci somiglia. O una marionetta o un uccello. Mettete un po’ insieme queste due metamorfosi! La mia non è una situazione originale, ho intuito che anche i miei simili nascostamente si trasformano con il pensiero — quante volte al giorno! — in un albero, in un gatto, in una lucertola. Io sento nelle vene le parentele più remote, per questo un illustratore mi accontenterebbe cambiandomi di colpo un braccio in un giglio, un occhio in un ranocchio, e petali di girasole per capelli. Vedete quella piccola mensola? La mia Danza del cigno che è un pezzo riuscito, mi sembra, nacque guardando quella mensola. Avevo sempre una grande voglia di volare lassù, di appollaiarmici tra lo stupore dei miei familiari.

Il movimento! Il bisogno di rompere oggetti, vorrei che mi scrivessero un atto durante il quale io non faccio che rompere tazze bicchieri vasi e mobili. Il fracasso si compone in musica. Contemporaneamente dovrebbero scoppiare fuochi artificiali, la camera riempirsi di fumo. La mia infanzia è tutto un fuoco artificiale; sento ancora l’odore della polvere pirica. "Conosco l’umorismo moderno più nei settimanali che nei libri. Mi pare di essere esattamente dentro al mio secolo. Altri comici risolvono brillantemente il lato dialettico. Io tendo alle figure. Tra una battuta e la mia spada che si allunga, si allunga tenendo cosi a debita distanza l’avversario, io mi commuovo per la spada (e invidio la battuta).

A proposito di commozione, io non sono un sentimentale. I miei simili mi interessano per quanto essi non appaiono. Una bolla di sapone diventata di vetro — e io ci metto dentro un pesciolino rosso preso nel vuoto — mi commuove veramente. A ogni modo ho la coscienza tranquilla, poiché anche le bolle di sapone sono creature di Dio. Il 1940 è un anno capitale per la mia vita artistica: ho cominciato a capire di essere pigro. Sono le prime occasioni che cerco di descrivermi. Una volta dicevo: io beffo la vita. Definizione barocca e adatta a troppa gente. Ora mi sono accorto che io amo la vita: il desiderio di comunicare con tutte le cose. Sarò meno pigro nel concepire lo spettacolo: che è la vita fermata con la fatica nei momenti a noi congeniali. [...]

Press'a poco tutto questo ha detto Totò. Siamo scesi insieme dallo scalone della sua villa, da basso aspettava l’autista con il berretto in mano davanti alla Lancia come nei manifesti. «Farò un articolo» gli ho detto. «Lungo?» mi ha chiesto con ansia.

Cesare Zavattini, «Scenario», anno IX, n.9, settembre 1940


Scenario
Cesare Zavattini, «Scenario», anno IX, n.9, settembre 1940