Totò in «Volumineide»

Totò Volumineide

1942 Volumineide Marco Ramperti intro


Non credo che ai miei lettori importi di sapere, neppure questa volta, quanti siano stati gli applausi, e in quali punti precisi, per quali storiche, memorabili ragioni. La rivista, Volumineide, è di Galdieri: ed è detto tutto. Ormai si sa che il ricettario di tali spettacoli, quando ci mette le mani un esperto dall'arguzia pronta e dal piglio sicuro come Galdieri o come Falconi, è infallibile. Aggiungi le buone musiche, di cui sempre è prodiga la nostra vena popolare, e le belle figliole dl cui sempre Totò si circonda, spettrale Sileno d’un esultante baccanale. E una stupenda attrezzatura. E dei costumi, disegnati da Onorato, quali mai se ne videro di più vaghi e sfarzosi sulle nostre scene. E motti per ridere, e canzoni da piangere (queste affidate ad Anna Magnani, che ha tuttavia anche delle grandi attitudini comiche), e coreografie allucinanti, agli ordini di Gisa Geert; e piogge di fiori, gragnuole di sguardi, nevicate di gole a di braccia, nembi di capelli bruni e di chiomette bionde, tutte le maliose intemperie, insomma, di quell'avvenimento sempre un poco ciclonico che si chiama spettacolo di varietà. Aggiungi, prima di tutto, Totò. Questo attore nostro è certamente un fenomeno, realizzando l’assurdo mirabolante dello spettro che ride.

Soltanto l'Estremo Oriente à ormai serbato degli histriones come questo, capaci d’annullarsi magicamente nel l’astrazione della larva o della marionetta: e in tale facoltà a rarità, egli è semplicemente portentoso. Enrico Falqui tornerà certo a citare fra virgolette queste mie parole, come ha già fatto del mio giudizio su Macario, additandole come una ridicola enormità: con che avrà dato prova, una volta ancora, di niente vedere, niente sapere e niente capire. La nostra vera specialità scenica, come pensa giustamente anche l’amico Marinetti, è sempre stata e sarà sempre in questo campo di libera, spregiudicata, anarchica fantasia. Anzi è qui soltanto, purtroppo, dove la fantasia si dimostra sempre desta e copiosa. Da trent’anni in qua, forse che il nostro teatro normale ha prodotto un solo artista «esportabile», salvo Ruggeri? Ebbene: da Petrolini a Milly, nel frattempo, il nostro teatro dl varietà ne ha prodotti almeno una ventina.

Soltanto, ci si comincia ad accorgere della loro genialità quando l’estero ce li porta via; e ciò a causa di quel maledetto, stramaledetto pedantismo che i vari Falqui personificano cosi bene e che è la vera e sola, l’incombente e straziante causa per cui vanno soffocate in Italia tante voci ingenue, tante forze vive. Sono però i soli casi, allora, in cui il pubblico è capace di rendere giustizia. Balzi in scena Totò, trasfigurato in Pinocchio, con salti scatti fremiti trasalimenti d’un ossesso che abbia inghiottito la tarantola, e nello stesso tempo col ritmo e il contegno Impeccabili di un automa al comando di un orologio, e dentro cui qualche cosa freme, ribolle, si desta, quasi il senso di una antica comicità mediterranea è che prima causa di nostra decadenza teatrale sia il modo con cui novantanove su cento recensori, in Italia, trattano le cose di ribalta: materia iridescente e incandescente che dovrebbe spettare a dei poeti, anziché a dei contabili. Dovrei io dunque confondermi con quei tetri allibratori dl cifre al quali spetterebbe, in teatro, d'indossare l’uniforme gallonata del becchino, sì ferale è la loro presenza, nel mutismo di rito, e sì affliggente il loro rendiconto, nel linguaggio di precetto? Oibò, oibò!

La morte, piuttosto. Piuttosto finire inchiodato ad una porta — queste porte del Lirico, oggi dischiuse alle grazie aleggianti di Anna Maria Asias, di Mariuccia Dominiani, di Maria Mirka, di Ria Jardi, di Ella D’Este, di Paola Orlova, di Ines Kaiser! — come una volta si faceva con le strigi a quelle del castelli. Ma io non sono, grazie a Dio, nè un pipistrello funerario nè un critico precettato. Tempo fa un certo Ivo Morelli, del quale potrei dirvi tutto il male possibile, pur non conoscendo di lui che una prosa di due colonne, dicendovi ch’è uno scrittore noioso, mi faceva tremenda accusa d’avere pubblicato un giorno, fra tant’altre scritture d'ogni dimensione e d’ogni genere prodotte in trent’anni dl onesta fatica, un libro intitolato Luoghi di danze.

Secondo quest'altra nottola della nostra selva pedantesca, sarebbe grave delitto liberare lo spirito, ogni tanto, in una contemplazione di cose lievemente e misuratamente belle, quali sarebbero, appunto, del passi di danza o del volti di donna: quasi che danza non insegnasse Pitagora, insieme al calcolo sublime, o che Cartesio, maestro d’una Regina, non alternasse il ballo alla filosofia, o che Giacomo Leopardi, con la sua famosa lettera al fratello Carlo, non avesse già spiegato quali forze universe concorrano a formare una vaga donna danzante: la sua razza» la sua terra, la sua civiltà, il grano dl cui si nutre, la musica che à nel sangue, e insomma tante grandi e nabli! e perenni cose che certo Il signor Ivo Morelli conosce per sentito dire. Ora lo avrei scritto, horresco referens!, anche di ballerine: e lo scaccino mi squalifica. Non che la maledizione mi spaventi. Ma fui pure costretto a ripensarci, ieri sera, innanzi atta corporale perfezione di Ines Kaiser, allora che la sassone giovinetta, fiore dell'Elba azzurra, cominciò a brandire una spadina moschettiera, sì bionda e bianca sotto la tesa del feltro, sì agile e giusta nella stretta della divisa; sì ch’io rividi in lei, d’un tratto, tutta la Sassonia delle porcellane e degli arciduchi, della statuette dl Meissen e dei carillons musicali, del palagi barocchi e delle parate in riva al fiumi... Ma che vo dicendo? Il mio denunziatore è uno scrittore serio. E agli occhi suoi non potrò che aggravare la mia sorte, occupandomi di queste cose.

Marco Ramperti, 1942