Carnet di Napoli con oro o senza

L'oro di Napoli

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Con l’“Oro di Napoli” De Sica, Marotta e Zavattini tentano una registrazione della città partenopea in dieci episodi spettacolari e divertenti ma espressivi al tempo stesso di caratteri e ambienti reali, calati nell’atmosfera di Napoli cosi come è vista e vissuta nel libro di Marotta

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La riduzione cinematografica del testo di Marotta ha sollevato gli inevitabili problemi d’ interpretazione e di linguaggio; De Sica, Zavattini e Marotta stesso riferiscono le loro esperienze in proposito. Ed ecco, per prime, le considerazioni di Marotta:

Mi sono avvicinato al lavoro di sceneggiatura del mio libro malvolentieri. Avendo nutrito la materia da scrittore, pensavo di poter nuocere alla elaborazione di quella che, a mio parere, deve essere un’opera a sé, libera, con un carattere inconfondibile. Spinto da De Sica, ho finito tuttavia con l’accettare, contento di poter lavorare con Cesare Zavattini, il quale, non avendo le mie remore, poteva permettersi una libera rielaborazione del libro.

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Vittorio De Sica durante le riprese di L’oro di Napoli. E' con lui Valentino Bompiani, editore del libro di Marotta da cui è tratto il film.

Ma Zavattini, uomo del nord, avrebbe saputo penetrarne lo spirito? Anche questo dubbio mi ha sfiorato, presto dissolto dalla constatazione che per il talento non c’è materia che tenga. Un viaggio a Napoli mi ha dato infine la misura di quale capacità di comprensione per le cose che abbiamo visto, e di collegamento fra queste e quelle del libro e viceversa, Zavattini sia capace. A scanso di equivoci, generati o generabili da qualche cronista frettoloso, è bene quindi che io precisi subito che la impostazione cinematografica del film è per la massima parte se non del tutto lavoro di Zavattini; la mia collaborazione ha servito per le parti dialogate e per certe presumibilità di atti e di gesti dei personaggi.

Come ha detto Zavattini, era impossibile, proprio per una questione “ fisica ”, far entrare nel film tutta la folla di personaggi, di sensazioni, di emozioni che formano la sostanza del libro. Scegliere è stato un problema grosso, risolto, io credo, nel miglior dei modi; se avremo sbagliato, ciò non dovrà attribuirsi certamente alla nostra volontà, poiché fino airultimo, anche quando De Sica ha cominciato a “ girare ”, abbiamo continuato a lavorare, a rifinire. Dei racconti, abbiamo scelto naturalmente quelli che avessero più tessuto di fatti, integrandoli magari con altri fatti, i racconti in un certo senso più facili e più accessibili, ma non perciò è stato tradito lo spirito del libro. Quella mescolanza di toni di cui è carica talvolta una stessa frase non soltanto è stata riprodotta nella materia tratta diretta-mente dal libro ma anche nelle cose che sono state inventate di sana pianta.

Ripeto che è stato un lavoro arduo e difficilmente sarebbe stato possibile condurlo in porto se non fosse esistita tra Zavattini e me, fatto piuttosto raro a verificarsi, una affinità di umori, una somiglianza nel vedere le cose, scorciandole in certi modi, un modo di ragionare simile — lui rispetto alla sua materia io rispetto alla mia — che corre tra la commozione e il riso, per cui la comprensione nel lavoro è stata reciproca e l’intesa fra noi alle volte fulminea.

Le opinioni di Vittorio De Sica non si staccano troppo da quelle (soddisfatte) di Giuseppe Marotta. De Sica sottolinea anzitutto quelle affinità di temperamento e di gusto che hanno favorito la realizzazione del film:

Napoli è cosi sentita da Marotta e da me che ritengo nel filin risulterà per quella che è, che è sempre stata; uno dei misteri di IN apoli infatti sta in questa sua immutabilità rispetto ai secoli per cui la gente di Napoli con i suoi costumi, le sue abitudini, la sua filosofia non muterà mai. Io spero che il film abbia rispettato lo spirito del libro di Marotta; e del resto Marotta stesso che ha collaborato alla sceneggiatura con Za-vattini e con me, è stato il più accanito difensore dei suoi racconti.

La mescolanza degli attori professionisti con quelli presi dalla strada è stata da me provata già una volta con Miracolo a Milano dove Stoppa, Bragaglia e gli altri non sfiguravano insieme ai “ barboni ”. Ritengo quindi che il risultato sia stato abbastanza positivo tanto da meritare una seconda prova.

Il film, a mio parere, non si distacca dalla realtà, ma anzi trae vita e forza dalla realtà stessa, in trasfigurazioni di carattere poetico e morale. Pertanto sono positi vani ente convinto che la materia del libro si adatti particolarmente alla mia sensibilità proprio per il contenuto morale e poetico del libro stesso. Il film vuole essere il ritratto di una città, della gente di questa città, tanto che si potrebbe intitolare semplicemente Napoletani. Difatti, sullo sfondo panoramico di Napoli, il mio film avrà in primo piano la gente della città per cui in sostanza cercherò di ritrarre Napoli in sintesi e i napoletani in modo analitico.

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L’attrice Sophia Loren come apparirà nelle vesti di una pizzaiola, nel primo episodio di L’oro di Napoli che si sta girando in questi giorni.

Per Zavattini i problemi sono stati soprattutto di “traduzione”. Rispettare le caratteristiche e i valori del testo d’origine sembra sia stata la soluzione più logica:

Io credo che le difficoltà della riduzione cinematografica de L'oro di Napoli saranno chiare a tutti quando avrò detto che a voler ridurre il libro di Marotta cosi com’è, con tutto quello che di serio e di poetico c’è dentro, sarebbe stato necessario fare un film di settantacinquemila metri. Bisognava invece, da questi settantacinquemila, ricavare tremila metri soltanto, e però non tradire, anzi rappresentare quel mondo dalle mille faccie e dai molteplici toni che è la Napoli di Marotta.

Questo era il compito. Varie ipotesi sono state esaminate. Si potevano, per esempio, ricavare dieci racconti brevissimi. Oppure si potevano dare trenta impressioni colte dalle pagine del libro. Questa era un’idea suggestiva. Il libro infatti è pieno di impressioni, di lampi rivelatori, che si sarebbero prestati ottimamente a una specie di “ excursus ” attraverso la città, e anche a dare il senso del libro stesso. Infine, altra idea affascinante, c’era da scegliere nei racconti di Marotta la Napoli che ha contatti con la morte. Questa idea è stata la prima a essere scartata, perché molteplici ragioni — di spettacolo, di produzione, ecc. — ne avrebbero impedito la realizzazione; si pensi, per esempio, che la Produzione ha sconsigliato perfino la rappresentazione di un personaggio dal carattere malinconico.

Esaminate dunque le numerosissime possibilità, è stata scelta la strada che ci è parsa la più ragionevole: che contemperasse cioè le esigenze del libro con quelle spettacolari e con quelle derivanti dalla partecipazione al film di attori quali Totò e la Mangano. Il film si comporrà dunque di dieci episodi, spettacolari e divertenti, ma espressivi al tempo stesso di caratteri, di ambienti, e calati nell’at-inosfera di Napoli, cosi come è vista e vissuta nel libro. Inevitabilmente, per quanto ci possiamo essere sforzati di scegliere le cose più significative, di riprodurre le sfumature, di conservare la molteplicità dei toni del libro — il patetico corretto dall’umoristico, il realistico mescolato al fantastico, ecc. — la nostra opera peccherà di parzialità. E’ certo però che, contrariamente a quanto accade di solito, non ci siamo voluti servire del libro come di un semplice pretesto, e ogni sforzo è stato fatto per cercare di interpretarlo, vorrei dire di “ tradurlo ”. Cosicché, per esempio, non si può considerare un tradimento l’aver attribuito a certi personaggi la professione o certe caratteristiche di altri personaggi di altri racconti.

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Stando cosi le cose, il problema più delicato era il mio personale. La mia posizione nei confronti del cinema è dichiaratamente polemica, le idee di cui sono assertore mi impegnano a rispondere di esse anche nel mio lavoro. Confesso però che, questa volta, non mi ha neppure sfiorato l’idea di fare un film con una Napoli neorealistica, studiata e analizzata nei suoi problemi attuali, quello della Smet per esempio o quello dei petroli o quello dei Granili (tutte cose estremamente importanti, sulle quali si potrebbe naturalmente fare un film); e ciò per la ragione molto semplice che tutto il libro di Marotta è in funzione — pur interessando il nostro tempo — della memoria, è rivestito da una patina di ricordo. In senso lato si può parlare anche per L’oro di Napoli di realismo, poiché i tempi sono quelli della fame, della miseria, della solidarietà, della morte; ma non nel senso stretto della parola. Bisognava essere un maniaco per voler lottare a trasformare il libro di Marotta, che io ammiro da tempo; né d’altra parte, era il caso di inventare altre cose a proposito di un testo dove in ogni riga c’è una invenzione.

E’ proprio per sottolineare questo rapporto tra libro e film, per mettere in mostra che si tratta di un saggio di traduzione cinematografica (e non, come qualcuno potrebbe pensare, per volerne attribuire la responsabilità al libro), che ogni episodio del film comincerà con una riga tolta da un racconto di Marotta.

«Cinema Nuovo», anno III, n.32, 1 aprile 1954


Cinema Nuovo
«Cinema Nuovo», anno III, n.32, 1 aprile 1954