Italiani che non ridono - Processo ai comici italiani

Comicità


1966 04 10 Settimana Incom Italiani che non ridono titolo

SORDI: Parolacce e scene audaci non funzionano più - MANFREDI: I registi importanti si vergognano di noi - TOTO’: Basta con gli intellettuali, torniamo alla farsa - MILO: Uomini, uomini, sempre uomini, noi siamo solo un frivolo contorno - TOGNAZZI: Gli spettatori sono maturi per ridere nero

Grave disorientamento fra l produttori: non sanno più cosa voglia il pubblico per ridere. Prima il film comico era uno dei generi più facili e più sicuri: vi erano degli specialisti, registi o sceneggiatori, che risolvevano il problema applicando poche regolette elementari, quasi un calcolo aritmetico, ed i cinema si riempivano di gente che rideva. E c’erano attori comici che rappresentavano una garanzia immediata di successo commerciale: bastava il loro nome in cartellone ed il pubblico correva pronto a ridere. Ma da qualche tempo la formuletta non funziona più, gli spettatori dei film comici diminuiscono e non ridono.

Le cifre sono inquietanti: nel '64 « Ieri, oggi domani » arriva agevolmente ai due miliardi d’incasso, ora un film dello stesso filone, « Oggi domani, dopodomani » raggiunge a fatica i 150 milioni. E ancora: nel '64 « Il magnifico cornuto » superava il miliardo, nel '65 film con attori altrettanto famosi e con in più tutto il pepe di vicende scabrose e donnine spogliate, come « Le bambole » o « Casanova ’70 », non sono riusciti ad arrivare ai 500 milioni. I film usciti nella presente stagione mostrano ancor più evidenti i segni d’una crisi: « L’ombrellone » è a quota 120 milioni, « Made in Italy » a quota 160, « Ménage all'italiana » a quota 130. E sono tutti film che allineano attori che una volta erano garanzia di sicuro incasso, da Manfredi a Tognazzi.

Ma il problema investe direttamente proprio gli attori. Una volta, per esempio, Totò era una carta sicura, il cui successo penetrava in profondità fino ai più lontani centri; ma ecco che dai 600 milioni di « Il monaco di Monza » di dieci anni fa è andato calando inesorabilmente fino ai 175 milioni dello scorso anno in « Totò sceicco ». E la crisi sta investendo perfino Franchi e Ingrassia, il tandem di attori che, con la loro comicità grossolana e plateale, regnavano sicuri su un pubblico di base: negli ultimi anni quattro loro film hanno passato il miliardo di incasso e altri due hanno superato gli ottocento milioni. Ma da qualche tempo non ride più neppure il pubblico facile di Franchi e Ingrassia: « I due sergenti del generale Custer » hanno di poco superato i cento milioni, «I due mafiosi contro Goldginger» sono a quota 130 milioni e, sebbene i film di questo genere abbiano un lungo periodo di sfruttamento, è ormai impossibile che si avvicinino agli incassi di una volta. Ed i noleggiatori cominciano a storcere la bocca al nome di Franchi e Ingrassia, come ormai manifestano diffidenza anche verso i film comici di Tognazzi o Manfredi o Totò.

Scoperte curiose nell’archivio privato di Sordi

Insomma il cinema comico in Italia è in crisi. Una crisi soprattutto di pubblico: nessuno sa cosa voglia la gente per ridere. Questo problema ha dato spunto alla Televisione per un’inchiesta a grande respiro: la rubrica «Anteprima» dedicherà due trasmissioni, quella di lunedì 11 e di lunedi 18, a questo argomento. Praticamente tutti i grandi protagonisti del cinema comico, da Sordi a Tognazzi, da Manfredi a Totò, dalla Valeri alla Milo, senza dimenticare le giovani leve come Buzzanca, intervengono nella discussione che si articola su un’ampia documentazione (per esempio Alberto Sordi ha aperto per la prima volta alla TV il suo archivio privato e la sua cineteca personale. E’ infatti l’unico attore che conserva tutti i film che ha girato, tutte le fotografie, tutti i ritagli di giornali: due stanze fitte di scaffali).

Rivedendo appunto brani di « Mamma mia che impressione » o di « Un americano a Roma » o di « Un giorno in pretura » si ritrova l’immagine dell’italiano degli anni cinquanta, che Alberto Sordi interpretò con tanta efficacia. Ma il filone di questa satira di costume sembra essersi esaurito, quasi che il cinema non abbia saputo individuare l’italiano degli anni sessanta. « No, in realtà l'italiano d’oggi è meno colorito, meno vivo di quello di allora — risponde Sordi. — Forse è lo stesso giovanotto dei miei film di allora, che però è cresciuto, si è fatto l’automobile, ha una posizione, una famiglia, viaggia all’estero. Per questo negli ultimi tempi ho cercato di risolvere il film comico in una nuova direzione: portando questo italiano medio a contatto con altri paesi, con la Svezia in « Il diavolo », con l’Inghilterra in « Fumo di Londra », in Giappone nel mio prossimo film.

Ma Totò non è d’accordo. Polemicamente ha voluto essere intervistato nella platea vuota del Valle, il teatro che vide i suoi spettacoli del periodo d'oro, quando la gente rideva con semplicità e spontaneità, tempi che Totò rievoca attraverso una serie di gustosi aneddoti per arrivare alla conclusione che bisogna tornare ad una comicità più immediata. « Il cinema comico negli ultimi tempi è diventato troppo intellettuale. La cosiddetta satira di costume costringe la gente a riproporsi i problemi della propria vita quotidiana. Si va al cinema per distrarsi e si ritrovano tutti i nostri guai, il carovita, la pensione, la burocrazia, le tasse. Invece la gente vuole evadere dalla realtà: per questo hanno tanto successo i western o i 007. Sono film che raccontano delle favole. Per far ridere la gente bisogna tornare alla farsa ».

Appunto in questo si individua il successo dei film di Franchi e Ingrassia: « Noi facciamo film facili, senza messaggi, senza problemi. Il pubblico entra al cinema e ride, con semplicità. Quando noi giriamo un film pensiamo ai bambini: se le nostre gags riescono a divertire i bambini funzionano anche per i grandi ». E' però un fatto che anche il successo di Franchi e Ingrassia è oggi in crisi. Ma loro lo spiegano con una certa saturazione di mercato poiché negli ultimi tempi hanno fatto troppi film: • Ci siamo posti il problema di cambiare genere, ma non possiamo allontanarci troppo da un certo nostro schema, che è poi quello della farsa di sempre. Duemila anni fa Plauto faceva ridere con gli stessi ingredienti che userà fra cent’anni Lunak o un altro autore del futuro: la farsa basata sull’esasperazione delle situazioni più ovvie e banali ».

Di avviso molto diverso è Ugo Tognazzi, decisamente avviato sulla strada dell’intellettualizzazione della comicità. Gli intervistatori di « Anteprima » lo hanno seguito per alcuni giorni mentre effettuava i sopralluoghi per scegliere gli ambienti del suo prossimo film, di cui farà anche la regia, un film tratto dalla novella « Settimo piano » di Dino Buzzati, autore difficile e raffinato di linea kafkiana. « Ormai bisogna puntare sull’umorismo nero: è un genere per il quale il pubblico è maturo. Non ho mai creduto che il pubblico voglia questa o quella cosa: il pubblico è aperto e riceve qualsiasi cosa, purché sia in grado di capirla. Negli ultimi anni si è abituato a film sempre più impegnativi ed ora possiamo tentare questa nuova strada. Il successo di "Il caro estinto” lo conferma. Insomma credo che domani si riderà nero ».

Gassman: « Dobbiamo rifugiarci nella fantasia »

Anche Gassman si è accorto che la comicità sta cambiando, che la commedia di costume è in crisi. Infatti gli ultimi suoi film tendono all’evasione nella storia: dopo « Una vergine per il principe » ha girato « L’armata Brancaleone », ed ora ha in programma un altro film ambientato nel medioevo. « La commedia di costume era legata ad un particolare periodo, all’Italia del boom economico e, subito dopo, della congiuntura. Cioè a situazioni di mutamento della società — dice Mario Cecchi Gori, il produttore cui Gassman è legato ormai da molti anni. — Oggi la società si è assestata, non presenta più spunti così elevati di satira. Oggi sarebbe inconcepibile girare un film come ”11 sorpasso”; non avrebbe successo, non divertirebbe nessuno. Dobbiamo quindi cercare la comicità nella fantasia pura. E così Gassman ha scelto questa strada ».

Il più polemico è stato Nino Manfredi. Per lui il genere comico non è in crisi perché i gusti del pubblico sono cambiati ma perché la qualità è scaduta. E nella ricerca delle responsabilità Manfredi non ha esitato a menar colpi a dritta e a manca. « I registi importanti non si impegnano nel genere comico perché lo considerano poco dignitoso. O forse hanno paura di dover dividere la torta della popolarità. Non è un caso che io non sia riuscito mai a fare un film con registi come De Sica, Fellini, Germi, Castellani. In Italia i registi si sentono i soli autori di un film e non accettano di spartire il successo con l’attore comico, che parte favorito sempre da una grande popolarità. Tutta questione di egoismo ». Poi Manfredi se la prende con i critici che disprezzano il film comico considerandolo un sottoprodotto. « Sono tutti ammalati di esterofilia. I film comici italiani vengono ignorati o svillaneggiati, mentre si applaude al film comico che arriva dall’estero. La critica ha grosse responsabilità nello scadimento del genere comico in Italia ».

Tutti concordi, poi, nel puntare l'indice accusatore contro i produttori. Totò: « Per fare economia hanno basato i film comici sul dialogo. Più si parla e meno scene si pagano. E così si è finito per fare film impossibili ad esportare perché la comicità è basata su giochi di parole e battute intraducibili. Un esempio: una volta a Nizza mi capitò di andare a vedere un mio film nella versione francese. In una scena una ragazza mi abbracciava e mi gridava: "Omar, quanto sei bello” (io facevo lo sceicco). Ed io rispondo cantando: "Vedi omare quant’è bello... ». In italiano funzionava e la gente rideva. In francese quello che mi aveva doppiato rispondeva invece: ”Regardez la mer comme c’est jolie”. E la gente non capiva niente ».

Manfredi: « I produttori hanno legato il cinema comico ad una realtà spicciola italiana, ad una satira di costume strapaesana. E così i nostri film non si esportano perché in Francia o in America i problemi dell’impiegatuccio romano o del travet milanese non interessano, non divertono. Io ho cercato di uscire fuori da questi schemi, ho proposto un paio di film addirittura muti, tutti basati su una comicità più universale, immediata, ma i produttori mi hanno voltato le spalle. Finché io faccio ridere con le battute sulla tredicesima o sulle cambiali loro non si spostano. Ora però si accorgono che bisogna cambiare e non sanno che pesci prendere ».



Erotismo e parolacce sono mezzi decisamente superati per attrarre la gente ai film comici. Dice Sordi: « Il cinema comico è il più difficile e spesso si è tentati di usare mezzi più sbrigativi per raggiungere lo scopo. Ecco allora la parolaccia, la donnina spogliata, la situazione volgare. Ma è un colpo basso: la gente ride, ma poi ci ripensa e si indigna. Io ho sempre avuto il massimo rispetto per il pubblico: sono oggi più che mai deciso ad un gioco leale. Non bisogna violentare lo spettatore; al massimo si può accondiscendere ai suoi desideri. Oggi, per esempio, la gente vuole la "suspense”, ed io nei prossimi film sono pronto a mettere la rivoltella in mano ai miei personaggi. Anche se per scherzo ». Di avere dovuto sottostare ad un cinema volgare e grossolano fa coraggiosamente ammenda anche Tognazzi: « Molto spesso mi sono trovato davanti a proposte di film chiaramente scadenti, di una comicità grassa e sboccata. Ho cercato di non farli, ho chiesto somme assurde. E loro me le hanno date.

Il coraggio di rifiutare tanti milioni

« Un attore è anche un uomo, con tutte le sue debolezze: non ho avuto il coraggio di rifiutare tanti milioni. Ma oggi, proprio per sottrarmi ad un certo genere di cinema volgare e deteriore sono costretto a lanciarmi nell’avventura della regia ». La stessa strada, del resto, che ha già preso Sordi e che si accinge a prendere anche Manfredi.

Una polemica molto vivace, e che certamente avrà un seguito al di fuori del video, si è accesa durante l’inchiesta di « Anteprima » quando si è toccato il problema dei giovani. Da parte di alcuni sceneggiatori, come Scola e Maccari, è venuta fuori l'osservazione che la commedia di costume è in crisi perché è rimasta legata ad attori che appartengono ad un’altra generazione: « Il cinema comico italiano è un cinema di quarantenni ». Tutti hanno reagito vivacemente. Manfredi: « Certo. La comicità nasce da un’osservazione lunga e minuta della realtà e quindi appartiene ad attori con una consumata esperienza ». Tognazzi: « A parte il fatto che l’attore comico ha bisogno di una maturazione che richiede molti anni, non esistono leve giovani nel cinema comico. I giovani comici d'oggi si accontentano del facile successo televisivo e qui si bruciano le ali. Non hanno il coraggio di fare la gavetta ». Sordi: « Noi ci siamo fatti le ossa nell’avanspettacolo, nei teatrini, abbiamo fatto la fame, e piano piano siamo arrivati al successo. Loro, i giovani, hanno fretta. Lavorino, lavorino altri vent’anni, e poi ne riparliamo ». Totò: « Tutti noi comici della vecchia generazione veniamo dalla dura scuola dell’avanspettacolo. Per anni ho guadagnato trenta soldi la settimana, saltando pranzo e cena, tornando a casa a piedi alla notte per risparmiare il tram. Invece i giovani d’oggi corrono ai festival (ce ne sono due o tremila in Italia), vogliono guadagnare subito incidendo dischi o esibizioni alla TV. E disprezzano il vecchio avanspettacolo, unica scuola seria di comicità ».

Ha risposto per i giovani Landò Buzzanca: «L'avanspettacolo oggi non ci serve più. Non porta in nessun posto. L’apprendistato è meglio farlo nel cinema minore. E se i giovani attori non vengono alla ribalta è perché i vecchi attori non lasciano loro posto ed i film continuano ad essere tagliati su misura per loro, per i quarantenni». E dai giovani la polemica si è estesa fino alle donne: il cinema italiano non conosce il personaggio dell’attrice comica, non c’è stata, insomma, la Judy Holliday o la Doris Day o la Marilyn Monroe. Sandra Milo, che anche recentemente in televisione ha mostrato tutte le sue capacità di attrice brillante, ha lamentato che i film si studiano e si costruiscono sui soliti comici di successo, e la donna in queste storie deve solo servire di spalla, provocare le battute, creare situazioni in cui il protagonista possa far ridere. Lo stesso dice Franca Valeri, sostenendo che non è permesso trasferire sullo schermo un personaggio femminile come fu a suo tempo la signorina Snob in teatro; si prendono tutti i pretesti, si dice che il pubblico vuole la farsa grossolana e che questa si addice solo a protagonisti maschili. Cosi si direbbe che il cinema italiano comico sbarri le porte tanto agli attori comici giovani quanto alle attrici brillanti. E questo per colpa di formule ormai vecchie e rifiutate anche dal pubblico.

La realizzazione di queste due trasmissioni di « Anteprima » ha presentato grosse difficoltà, non solo per il reperimento di vecchi film comici ormai fuori circuito o smarriti, ma soprattutto per la diffidenza iniziale dei protagonisti. Gli attori comici sono tra i più prudenti e, proprio per la loro popolarità, non vogliono correre rischi con un mezzo come la televisione. Sono stati, per esempio, necessari nove lunghissimi incontri prima di convincere Sordi ad accettare. E altrettanti per Manfredi e Tognazzi. Ma una volta accese le polveri si sono lanciati tutti bellicosamente all’attacco. E questo forse è il risultato più interessante: quando gli attori sono ancora capaci di scaldarsi alla polemica, il pericolo della crisi può essere superato.

Luigi Costantini, «Settimana Incom Illustrata», Anno XIX, n.15, 10 aprile 1966


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Luigi Costantini, «Settimana Incom Illustrata», Anno XIX, n.15, 10 aprile 1966