La rivincita di Totò

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Difendiamo l’immagine e il ricordo di un grande comico dalle interpretazioni lambiccate di una certa cultura

La rivincita di Totò, si potrebbe intitolare così un film, se Totò improvvisamente resuscitasse, e, naturalmente, ne fosse il protagonista: «Uè, uè, ma vogliamo scherzare, qui mi si sta scambiando per un genio. Poffarbacco non sono un geniere, neanche un artigliere, siamo uomini o caporali? Ma, davvero vogliamo scherzare?».

Ecco, sono certo che Totò debutterebbe più o meno a questa maniera, da redivivo. E certo sarebbe il primo a sorridere e a suscitare riso sulle interpretazioni metafisiche e simbolistiche che stanno fiorendo ora sulla sua tomba proprio ad opera di chi, vivo Totò, non soltanto non ne capì mai l'arte, ma la sottovalutò di continuo, al punto che un regista come Monicelli ha onestamente dichiarato, sere fa alla televisione, che fare un film con Totò era considerato declassante per un buon regista.

La verità è che il fenomeno Totò è una lezione umiliante non soltanto per larga parte della critica cinematografica. ma per lo stesso mondo del cinema italiano. E’ stato dimostrato ancora una volta, quanto è giusto il vecchio detto secondo cui chi vale deve morire per essere poi apprezzato nel suo giusto valore: il che equivale ad un'esplicita accusa per chi gli sopravvive. D'altra parte, queste congiure del silenzio o più semplicemente lo storcinaso, di fronte al genio che s'impone senza artifici, senza partecipare a conventicole, senza fare lo scalatore sociale (attitudini che l'autentico genio non ha mai) sono tipicamente italiane. Per fare un solo esempio in letteratura: Italo Svevo ne fu vittima insigne, per non parlare del «Gattopardo».

47 morto che parla 02

Totò s’imponeva da solo al suo pubblico, e, forse, proprio ciò non gli fu mai perdonato. Era una marionetta che manovrava da sé i propri fili, un giunco meccanico, snodabile a piacere delle platee. Amava dire di sé: «Io faccio film impegnati soltanto col Monte di Pietà». Possedeva il dono dell’autoironia. Per tutta una vita l'attore non ha fatto altro che prendere in giro l'altro uomo che in lui conviveva in tragicomico condominio: il nobile triste, lugubre persino, capace di avvertire quel tanto di ignominioso che c’è nel mestiere degli attori ai quali fu egli stesso a dirmelo: «Gli antichi romani, gente seria, negavano sepoltura».

L'idea della morte, compagna fissa della genialità, gli era onnipresente. Quelle sue distorsioni dal linguaggio comunemente parlato, la storpiatura delle parole portate ad un valore di alta comicità, quei suoi voluti lapsus (li chiamava lapis: «Mi scusi, mi riscusi, ho preso un lapis, come si dice, un quiproquo, o, meglio ancora, se preferisce, un quiprolà» potrebbero, se approfonditi dirci molto di inedito di un personaggio che, mi piace ripeterlo, pochi, da vivo, seppero comprendere.

lo l’ho conosciuto, l'ho conosciuto bene. Mi telefona va per dirmi «Pronto, chi tace? Chi tace, acconsente, quindi acconsenti. Vieni, ti preparo un piatto di spaghetti alla "puttanesca" che ti lecchi le dita, ti lecchi».Erano la sua specialità: spaghetti, aglio, olio, peperoncino, con olive e capperi e appena un po’ di pomodoro fresco. Ma erano anche un’altra maniera di sfuggire, stando in cucina tra le caccavelle, alle sue ossessioni, prima fra tutte una malinconia costante. Una strana affinità mi legava a Totò. Ad esempio, facevamo un gioco che avevamo inventato noi due. Lui mi chiedeva: «Quando fa freddo c'è un tempo da lupi, ma quando fa caldo che tempo fa?»

Io rispondevo: «Da pecore».

Il Medico dei pazzi 04

Bene, benissimo, commentava lui, abbandonandosi ad un paio di quei suoi sberleffi che, se portati in pubblico, avrebbero divertito l'Italia intera e, se non ci fosse stata cecità critica, il mondo. Ora assistiamo ad un tentativo di «charlottizzazione» postuma di Totò. Dalla televisione si snoda un rosario di elogi, in tono di mesto riconoscimento del grande comico, Vengono usati, per nascondere l'imbarazzo, paroloni che Totò, se li potesse ascoltare, deformerebbe in ridicolo. Gente che, non soltanto non ha avuto le qualità per riconoscere un comico, ma che manca totalmente del senso del ridicolo, non si accorge che proprio Totò sghignazza di chi si abbandona ad una deteriore saggistica da cineteca: la maniera peggiore per parlare di Totò, sia pur tardivamente.

Si va a ritroso. E, Totò direbbe subito: «Andiamo a Ritroso. E dove si trova questo Ritroso? Ma se non ho portato neanche la valigia, non ho avvertito neanche i familiari. Ma, davvero, vogliamo scherzare? Uno, cosi su due piedi, prende e va a Ritroso...».

E’ pericoloso, con Totò, anche l’andare a ritroso. Bisogna andarci piano Sarei tentato di scrivere che Totò attingeva la sua arte da un naturalismo di tipo onomatopeico. Ma, poi? Totò sghignazzerebbe anche di me. La piena comprensione del personaggio ancora, misteriosamente, ci sfugge. Né lo capì Pasolini. Direi, anzi, che Pasolini, come figura d'uomo, è l'anti-Totò per eccellenza. riferendomi a tutto ciò che di patrimonio umano Pasolini non ha e che Totò aveva. E l'errore di Pasolini fu quello di porsi di fronte a Totò in veste critica e di renderlo, in un brutto film, il più possibile somigliante all’idea che Pasolini ha di se stesso. Ne venne fuori un film che di surreale non aveva che la metafisica della marionetta Totò spogliata dei suoi abiti e che si guarda in giro, sgomenta, perché si sente denudata.

Pasolini sfiora il vilipendio di cadavere quando lascia intendere alla TV che tentò di fare di Totò un grande attore. Quel suo film «Uccellacci e uccellini» risultava accettabile soltanto nella misura in cui l'arte di Totò riusciva a resistere alla violenza delle saccenti deformazioni pasoliniane.

Uccellacci e uccellini 01

Fu lo stesso Totò a dirmelo in un colloquio al quale assisteva anche Franca Faldini, sua moglie, che certo non avrà dimenticato. Mi disse Totò: «Questo Pasolini, pasolineggia un poi troppo. Stiamo a metà del film e non ho ancora capito che razza, che schifezza di film, stiamo facendo. Certe volte io gli prendo la mano, faccio a modo mio. Insomma, mi capisci, cerco di forzare la situazione. Ma lui urla, mi sgrida, mi strapazza, come se fossi un ragazzino, No. questo non lo devi fare, mi dice, ma io lo faccio lo stesso. Quel corvo, quel corvaccio che mi ha messo addosso. Puzza, quanto è brutto, porta anche un po’ iella. Ma quel corvo è la sua grande trovata. Ci tiene e, per bocca sua, per bocca del corvo, Pasolini filosofeggia. Capirai, che trovata. Esopo, dico io. Fedro, aggiungo, La Fontaine controaggiungo come carico. Ma, dico io, costoro non facevano forse parlare gli animali, da quel dì? E, allora, che razza di trovata è questo corvo di Pasolini che parla? Senti a me, per divertire la gente ci vuole altro: un pappagallo, ad esempio. Una storiella su di un pappagallo, facci caso, fa sempre ridere.» A Pasolini glielo ho detto. Ma lui, sai cosa mi ha risposto? Secco, asciutto: il pappagallo è troppo borghese. E io sai cosa gli ho controrisposto? Che è molto borghese pensare che si sta facendo qualcosa di borghese. Ma, non mi ha capito. Sai come sono certi comunisti, ti danno del tu, ma dopo qualche anno, se non li chiami commendatore, neanche si girano».

Era un uomo solo, che odiava, amandola, la propria solitudine: «Certe volte, mi metto dinanzi allo specchio e mi dico: "Riverisco Signor Principe”, io solo so dirmelo, come me lo dico io».

Questo titolo di Principe, anzi di Altezza Imperiale di Bisanzio, pesante a portarsi, fu retto dal comico con grande dignità. Ci teneva, ma ne avvertiva il risvolto comico. Certe sue riuscitissime satire della nobiltà partenopea, dei suoi stemmi con torri e palle, nascevano dentro di lui, erano già cinema, prima di diventare cinema. Riemergeva in esse la continua autoironia che Totò, in privato, dedicava all'altro se stesso Principe di Bisanzio. Certe mattine se uno gli si rivolgeva dandogli del Principe, rispondeva: «Il Principe oggi non c’è. E’ andato un momentino a Bisanzio. C’è rimasto Totò, per servirvi...».

Rientrava in pieno nel personaggio del Principe soltanto se andava a Napoli, il suo naturale palcoscenico. Il portiere di un grande albergo di Santa Lucia gli correva incontro e Totò gli porgeva, con aristocratica naturalezza, la mano al bacio: «Sai — si giustificava — questa è una città dove le tradizioni contano». Provocava la folla dei vicoli che osannava il Principe e lo portava in trionfo e era forse lì che Totò si abbandonava ai suoi rarissimi momenti di pausa da una recitazione continua che a Napoli, città demistificatrice, interrompeva, come per un tacito armistizio.

Toto nella fossa dei leoni 01

Una volta, proprio tornando da Napoli» mi disse: «Sai, ho l’impressione che la gente non sappia niente di me. Al pubblico ho offerto sempre una maschera. Gli piace e io gliela offro. Se fossi regista, vorrei fare un film su come sono davvero, su come sono dentro, magari ingoiando una macchina da presa. Mi capisci?».

Lo capivo e sapevo anche che un film così, lui non sarebbe mai andato a vederlo.

Nino Longobardi, «Il Messaggero», 6 gennaio 1974


Il Messaggero
Nino Longobardi, «Il Messaggero», 6 gennaio 1974