«13 Totò Tredici», il ciclo televisivo di film di Totò negli anni 80 - Rassegna stampa

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1981 07 02 Corriere della Sera Ciclo Film TV Scheda

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Se i critici avessero continuato a trattarlo come a Napoli, quando, alla consegna di un premio, disertarono in massa la sala, forse oggi Totò resterebbe solo nella memoria di qualche spettatore nostalgico e per la storta rappresenterebbe l'interprete del primo lungometraggio a colori italiano, «Totò a colori», appunto.

Invece, dal momento delia sua morte, con il classico senno di poi, ecco riscoperto l’attore, il comico, la macchietta, ecco i saggi, i convegni, le retrospettive. Finalmente ci si accorge della grandezza di quest’uomo, nobile di nome (principe Antonio De Curtis) e di cuore, spesso costretto a recitare in film di dubbio valore.

Quasi contemporaneamente, il cinema «Argentina» a Milano, da oggi, e la Rai da domani, presentano due rassegne i «Tutto Totò» il primo, «Tredici al Totò» la seconda dedicate al comico napoletano. L’«Argentina», primo locale milanese ad organizzare una personale di Totò cinque anni orsono, presenta 41 film e 2 antologie di spezzoni per il mese di luglio, mentre la Rai ne ha in elenco tredici (da ciò ll titolo del ciclo, curato da Claudio G. Fava sulla Rete 1, ore 21,50 di cui sei presenti anche all’«Argentina».

Il locale milanese ha in elenco, tra il buono e il meno buono, del veri reperti archeologici: il secondo («Animali pazzi» di Bragaglia, del '39) e il terzo film di Totò («San Giovanni decollato» di Palermi, 1940), opere nelle quali il comico non si era ancora del tutto adattato alle caratteristiche del mezzo cinematografico, abituato com'era alle tavole del palcoscenico. Archiviamo velocemente «I due orfanelli» ('47), ancora e soltanto un film commerciale, degno di nota perché possiede gli stessi costumi che il regista Mattoli aveva nel suo precedente «Fiacre n. 13», l’attenzione si punta su «Fifa e arena» (1948, sceneggiatura di Marcello Marchesi) che rappresenta il prototipo dei film di Totò. Povertà di mezzi, ma travolgente capacità di trascinare lo spettatore al riso.

Da non perdere, poi, «Totò al giro d’Italia» ('48), amena commedia con i beniamini del ciclismo internazionale e «Totò cerca casa» (’49), quasi un’antologia dello stile comico.

Tra le parodie, genere molto sfruttato, da vedere «Totò sceicco» ('50), con la famosissima gag di Totò che, scambiato un normale bar per una base d’arruolamento nella legione straniera, si ostina a chiedere birra e salsicce come parola d’ordine, mentre per i film di «sdoppiamento di persona», indubbiamente tra i migliori è «Totò terzo uomo»

Proseguendo, importanti sono soprattutto «Guardie e ladri» ('51) di Steno e Monicelli, in cui per la prima volta l'attore può interpretare un personaggio umile e toccante, pur non dimenticando la comicità. «I soliti ignoti» ('58) di Monicelli, una pietra miliare della commedia italiana, «Arrangiatevi!» (’59) di Bolognini, nella parte di un nonno battagliero e, tra gli ultimi. «Operazione San Gennaro» ('66), nella breve ma succosa caratterizzazione di Vincenzo 'O Fenomeno, guappo a riposo in carcere.

A questi si devono aggiungere alcuni che saranno trasmessi solo dalla Rai: «Totò a colori» (’52), summa di molti sketches teatrali, come quello, notissimo, del vagone letto (unica pecca l’incredibile color mattone della Ferraniacolor; e pensare che la fotografia è del «maestro» Tonino Delli Colli) e qualche pellicola meno inflazionata. Parliamo di «Una di quelle» (’53) di Aldo Fabrizl, con un Totò misuratissimo (con Peppino De Filippo e Fabrizi a fargli da «spalla»), «Totò all’Inferno» (’55), dall’umorismo un po’ surreale, su idea dello stesso interprete e «Totò nella luna» (’58), veloce farsetta con Salce e Tognazzi.

Non solo in questi film Totò era grande. Anche nelle decine di pellicole sbrigativamente recensite dai «Vice» dei vari quotidiani, per non scomodare i critici paludati, si può ritrovare la battuta, il gesto, l'espressione di un comico che. pur costretto a qualche lazzo di livello non proprio elevato, ha saputo presentarsi come un personaggio comico unico.

Un vero uomo (e artista) non un caporale.

Valerio Gusiandi, «Corriere della Sera», 1 luglio 1981



ANCORA TOTO'.

Si può tranquillamente affermare che non c'è faccia d'attore che sia più sfruttata — oggi a quattordici anni dalla morte —di quella di Totò. A parte il fatto che sulla tv di Stato film di Totò ne sono passati a decine, a parte il fatto che solo di recente è andata avanti per venticinque puntate un'antologia che da ottanta film ha ricavato il meglio delle sue macchiette e interpretazioni, bisogna dire che Totò è una presenza quasi continua sulle tv private dove certe sue pellicole girano e rigirano senza sosta.

E adesso, da stasera sulla Rete 1, ecco un nuovo ciclo allestito dalla Rai che ci accompagnerà per tutta l'estate, ogni giovedì, sino alla fine di settembre.

I FILM DEL CICLO.

Sono tredici e difatti la rassegna si intitola «Tototredici»: San Giovanni decollato (1940) di Amleto Palermi, Fifa e arena (1948) di Mario Mattoli, Quarantasette morto che parla (1950) di Carlo L. Bragaglia, Totò sceicco (1950) di Mattoli, Totò Tarzan (1950) di Mattoli, Totò terzo uomo (1951) dì Mattoli, Totò a colori (1952) di Steno, Una di quelle (1953) di Aldo Fabrizi, Totò all'inferno (1955) di Mastrocinque, Totò nella luna (1958) di Steno, Totò e Cleopatra (1963) di Fernando Cerchio, Gli onorevoli (1963) di Sergio Corbucci, Totò contro il pirata nero (1964) di Cerchio.

UN AMPIO RITRATTO.

In occasione di ogni ciclo o di ogni antologia si torna a discutere sempre delle stesse cose, cioè riaffiora puntualmente la vecchia polemica sulle fortune di Totò presso la critica italiana, prima disprezzato e poi, dopo morto, rivalutato e innalzato alle stelle. Ora proprio queste frequenti apparizioni di film di Totò in ti permettono di confermare alcuni punti.

Primo, Totò è stato un grande comico, un grande mimo e nessuno lo mette in dubbio perché la sua bravura — lo si vede e lo si sente — è incontestabile.

Secondo, ha girato per incassare molto denaro cento pellicole in un arco di anni relativamente breve e quindi abbondano i film sgangherati, abborracciati, tirati giù sema un copione e spesso sema idee, girati in pochi giorni e solo affidati al suo estro, ragion per cui era logico e naturale da parte della critica deprecare che un attore del suo calibro e delle sue possibilità si lasciasse sfruttare, a fini speculativi, così malamente.

Terzo, è altrettanto logico e naturale che, riconsiderando globalmente la sua attività, se ne riconosca la straordinaria forza di impatto umoristico, tra realtà spìcciola e stralunato surrealismo, anche se questa forza è spezzettata in diseguali e spesso scadenti contesti.

In testa, San Giovanni decollato che, dopo l'incerto esordio di «Fermo con le mani» del '37 e di «Animali pazzi» del '39, segna la vera affermazione di Totò sullo schermo (accanto a Tìtina De Filippo e a Silvana Jachino) nel ruolo di un portinaio-ciabattino napoletano afflitto da una moglie di cattivo carattere e offeso dalle prepotenze dei guappi.

Ugo Buzzolan, «La Stampa», 2 luglio 1981


Da quella inesauribile miniera che sono i novantasette film interpretati da Totò, ecco saltar fuori questi tredici sulla Rete 1 Tv della Rai, nella nuova collocazione — solo estiva — del giovedì sera, in seconda serata. Dopo la sua morte, avvenuta il 15 aprile 1967, fiumi d'inchiostro sono stati versati sull'aspetto pubblico e di uomo di spettacolo del Principe di Bisanzio — acuii colleghi di lavoro si rivolgevano chiamandolo «Altezza» — per lo più indirizzati a rivalutare le prestazioni dell'attore che, lui vivo, non ebbero quasi mai riconoscimenti lusinghieri da parte della critica. Sempre fedele gli fu invece il pubblico che si identificava.

A partire dal '72 è stato un vero e proprio revival iniziatosi dai mille cineclub che hanno organizzato cicli retrospettivi sul comico napoletano, per poi sfociare sugli schermi delle sale commerciali, mentre critici, scrittori e intellettuali si battevano il petto.

Ebbene, dopo i fasti cineclubbistici, quelli nelle sale sotto casa e i non pochi convegni - seminari - dibattiti - a Totò dedicati, ecco la vastissima platea televisiva chiamata a giudicare ma, soprattutto, a divertirsi e dimenticare gli eterni affanni quotidiani con «13 Totò 13».

Ideale continuazione di un precedente ciclo — sempre della prima Rete Tv-Rai, trasmesso nell'autunno del '79 (allora furono otto i film) — questo di cui trattiamo può essere suddiviso in tre momenti, corrispondenti ad altrettanti periodi del curriculum comico-filmico di Totò. Nel primo, collochiamo i primi due film, entrambi degli Anni Quaranta: San Giovanni decollato (1940) in onda stasera, diretto da un apprezzato artigiano del cinema italiano tra le due guerre, Amleto Palermi (da lì ad un anno doveva morire) sulla base di una sceneggiatura tratta dall'omonima commedia di Nino Martoglio (del 1908) con l'apporto determinante di Cesare Zavattini. E' il terzo film di Totò, e già il personaggio ò compiutamente impostato: magro, allampanato, con un ridicolo berrettuccio sul capo e, soprattutto, l'inconfondibile «mascella deragliata», come la definì, con affettuosa arguzia, Giuseppe Marotta. L'altro film è Fifa e arena (1948) di Mario Mattoli — che tanti altri film avrebbe firmato con Totò interprete — in cui il comico è al centro di un'incredibile avventura che lo porta a «toreare» in Spagna con l'incredibile nome di Nicolete.

Il secondo gruppo di film, il più consistente, ne comprende ben otto, tutti del decennio più denso della carriera cinematografica di Totò, quello degli Anni Cinquanta, durante il quale interpretò la bellezza di una cinquantina di film, alla media — incredibile — di cinque all'anno! I personaggi che interpreta sono i più vari, al limite dell'assurdo: un barone avaro (47 morto che parla), il figlio di uno sceicco (Totò sceicco) il popolare «re della giungla» (Totòtarzan), il classico terzo tra due litiganti (Totò terzo uomo); un compositore incompreso (Totò a colori, il primo film a colori italiano, anno 1952), un soccorritore cuor d'oro (Una di quelle), il protagonista di un sogno allucinante (Totò all'inferno), un astronauta (Totò nella luna).

Il terzo e ultimo gruppo di film, è costituito da tre realizzazioni dei primi Anni Sessanta: Totò e Cleopatra di Fernando Cerchio e Gli onorevoli di Sergio Corbucci, entrambi del 1963, e, infine, Totò contro il pirata nero (1964) ancora di Fernando Cerchio. Altri motivi e riferimenti di un qualche interesse relativi a questi film, per lo più, di serie, se ne possono trovare: da Ettore Petrolini, autore della commedia da cui è tratto 47 morto che parla, ad alcuni sketches tra i più esilaranti perché tratti dal teatro di rivista (per tutti, citiamo quello del vagone-letto (dalla rivista «C'era una volta il mondo» di M. Galdieri) in Totò a colori, a Una di quelle in cui troviamo Aldo Fabrizi impegnato anche nella regia. All'attento spettatore che sicuramente ha già visto numerosi film di Totò, in particolare sulle tv private, si presenta l'occasione per trarre le sue conclusioni su un comico d'istinto, come senza dubbio è stato Totò, un fenomeno tuttora vivo e vitale, che ha saputo essere, a volte, anche graffiarne e incisivo nella dissacrazione del quotidiano; un comico sempre gratificante, a cui ricorrere per una salutare boccata d'aria pura: «Come lo scolaro in castigo — ha scritto con penetrante arguzia Ennio Flaiano — che facendo cenni alle spalle del maestro tiranno, rida una speranza di follia alla scolaresca umiliata e annoiata».

Nedo Ivaldi, «La Stampa», 2 luglio 1981



Sulla Rete uno un lungo ciclo: da «San Giovanni Decollato» a «Totò contro il pirata nero» • Una riflessione su quanti collaborarono con il «principe della risata».

Tototredici: potrebbe essere il titolo d’uno dei cento film interpretati dal geniale comico, ed è, invece, l'insegna di una nuova serie TV a lui consacrata, che prende il via oggi (ore 21,55) e che occuperà per tre mesi la «seconda serata» dei giovedi della Rete uno, a cura i Claudio G. Fava.

Non spezzoni o frammenti variamente ricomposti, come in una recente antologia, pure allestita per la TV; ma un ciclo abbastanza organico, al pari di altri più lontani nel tempo, e comprensivo di opere che coprono, nel loro insieme, un quarto di secolo.

Ecco i tredici film: San Giovanni decollato di Amleto Palermi (1940); Fifa e arena di Mario Mattòli (1948); 47 morto che parla di C.L. Bragaglia (1950); Totò sceicco, Tototarzan, Totò terzo uomo di Mario Mattòli ( 1950-'51 ); Totò a colori di Steno (1952), Una di quelle di Aldo Fabrizi ( 1953); Totò all’inferno di Camillo Mastrocinque (1955); Totò nella Luna di Steno (1958); Totò e Cleopatra di Fernando Cerchio (1963); Gli onorevoli di Sergio Corbucci (1963); Totò contro il pirata nero di Fernando Cerchio (1964). Di poco più ampia fu, nella sua interezza, l'attività cinematografica di Totò, iniziatasi nel 1937 (l'attore era già vicino, allora, ai quaranta) e conclusasi nel 1967, alle soglie della morte.

Si riaprirà, nell'occasione, la polemica attorno al vero Totò? Francamente non ce lo auguriamo, giacché sul «caso» si è detto molto, anche troppo; a rischio di frastornare — piuttosto che illuminare — il pubblico, il quale è poi l'autentico e misterioso protagonista del revival di Totò, nell'ultimo decennio, e il cui parere, a conti fatti, non è stato chiesto da nessuno.

Noi, in tono sommesso, ci permettiamo di suggerire agli spettatori, vecchi e nuovi, di accostarsi o riaccostarsi ai film di Totò senza prevenzioni di nessun genere: pronti a ridere, ma anche a non ridere, se non ce ne sarà argomento; sensibili sempre alle singolari virtù dell'interprete, ma disposti anche a considerare con equità, nel dovuto peso, il lavoro, buono, mediocre o cattivo, di sceneggiatori e registi. E tenendo d’occhio pure le prestazioni di quanti attorniano Totò: a parte le vette emergenti (Peppino De Filippo, per dire un solo nome), c'è, là, mezzo palcoscenico napoletano, e ci sono fior di caratteristi «in lingua».

Occorrevano, a Totò, copioni ben costruiti, fonti narrative o drammaturgiche, studiate cornici ambientali, una direzione artistica? La risposti dei più è negativa. Del resto, nel cartellone di questa «estate con Totò» della Rete uno, difettano i necessari punti di riferimento: mancano esempi del suo confronto con il repertorio di Eduardo Scarpetta (che segna, secondo noi, una delle sue stagioni più felici, e che fu propiziato, vedi un po’, da un intellettuale di fine cultura, Vincenzo Talarico), e non si scorgono alcune firme di spicco, fra quelle dei suoi registi (Eduardo, Rossellini, Monicelli, Pasolini...). Ma, come sappiamo, non si è lesinato nel riproporre Totò, da un paio di lustri in qua, sia nelle sale di spettacolo, sia sul piccolo schermo. Rimane ancora semiocculto, o ristretto nel giro dei cineclub, qualche pezzo raro, come Napoli milionaria; che dovrebbe riaffacciarsi in futuro nel quadro di un’iniziativa (attesissima) dedicala dalla Rete tre al cinema eduardiano.

E tuttavia, guarderemmo con attenzione, anche nei limiti della serie attuale, a quei film che possono vantare una dignità dei testi d'origine, o un impegno di sceneggiatura non estraneo, ma nemmeno assolutamente subalterno, all'inventiva del comico. Cominciando proprio da San Giovanni decollato, che partiva da una commedia di Nino Martoglio, si giovava del contributo di Cesare Zavattini (uno degli scopritori di Totò), ed era diretto da un cineasta notevole, Amleto Palermi. Cosi, di 47 morto che parla (1950) di C. L. Bragaglia, terremmo presenti, insieme con l’apporto, fra gli sceneggiatori, di Age e Scarpelli, le basi «letterarie» fornite da Petrolini (e D'Arborio), ma anche, forse soprattutto, dal Molière dell'avaro e dal suo ispiratore Plauto. Perfino in Una di quelle ( 1953) di Aldo Fabrizi, cui la critica (mai contenta) rimproverò eccessi di patetismo, si avverte lo scorrere di una penna meno frettolosa di altre, impugnata dal commediografo Aldo De Benedetti (già vituperato e quindi rivalutato campione del «telefoni bianchi»).

Vogliono dire che, nel periodo finale della carriera di Totò, i suoi registi peggiorarono, gli sceneggiatori crebbero solo di numero, mentre le idee dileguavano, e l'attore, stanco, infermo, quasi cieco, venne spesso mandato allo sbaraglio, salvandosi, almeno in parte, solo grazie al suo enorme talento. L'incontro con Pasolini non fu, s'intende, l'unica eccezione. Ma la regola era l'altra.

Nella rassegna che oggi ha inizio, dominerà comunque il Totò parodistico, da Fifa e arena a Totò sceicco, da Tototarzan a Totò e Cleopatra, ecc. E la parodia è cosa niente affatto disprezzabile; ma per Totò, e anche per i suoi autori, fu di frequente un ripiego, poiché la satira, e sommamente la satira politica, era invisa al regime DC; se si andava appena al di là del blando qualunquismo degli Onorevoli (1963) ai Sergio Corbucci, ecco la censura scatenarsi.

In effetti, Totò «disturbava» comunque li potere, e non l'opposizione ad esso. Vederlo come un avversario oggettivo (ma non tutti lo videro cosi) del cinema neorealista, cui avrebbe sottratto il consenso del pubblico popolare, fu certo un errore. Uno scrittore non sospetto (e non critico di mestiere), Aldo Palazzeschi, capi ed espresse bene la conciliabilità e, anzi più, le segrete corrispondenze fra i due fenomeni, in un articolo del 1950: «Abbiamo attraversato ore di angoscia e di dolore, di umiliazione, privazioni e sofferenze fisiche di ogni genere, i nostri migliori registi le hanno sapute cogliere con passione in film che rimarranno famosi, ma c'eravamo dimenticati di ridere, avevamo perduto la gioia di vivere. Totò è il richiamo, all'ordine della civiltà... Diffidate di quelle civiltà nelle quali non fiorisce l'umorismo». Solo che la nostra civiltà si stava già imbarbarendo.

Aggeo Savioli, «L'Unità», 2 luglio 1981


Dal 29 giugno (e fino al primo agosto) la Rete Uno sta mettendo in onda, alle ore 13, la seconda edizione di «Un concerto per domani», rassegna di giovani interpreti e strumentisti curata da Giovanni Fait. È questo un programma tipicamente estivo, nel senso che va ad occupare uno di quegli spazi che il rilassamento produttivo RAI dei mesi caldi offre liberi nel palinsesto. Rubrica «minore», dunque, ma non certo priva di un suo pubblico (la media d’ascolto della prima edizione, quella dell’anno scorso, stazionava sul milione e mezzo per puntata) né di un suo senso: vanno benissimo le rassegne di importanti «divi» della-tastiera e dell’archetto, ma da apprezzare sono pure queste possibilità offerta ai giovani per farsi valere e conoscere per quanto è nelle loro capacità. In ogni caso, una mezz’ora di buona musica.

Lo stesso senso potremmo, in fondo, darlo anche al ciclo su Totò recentissimamente varato dalla stessa Rete Uno nella sua nuova serata cinematografica del giovedì. Si potrà obiettare: tredici film di un personaggio come il principe De Curtis paragonati ad una serie di brevi apparizioni di concertisti giovani e poco noti? Naturalmente il riferimento andava non alla sostanza, ma al senso dell’operazione. La programmazione dei film di Totò (e sia detto subito: si tratta di un ciclo più che godibile, con pellicole esilaranti quali «Fifa e arena», «47 morto che parla» giù giù fino a «Totò e Cleopatra») risponde, in questo caso, non tanto all’esigenza di una riscoperta o di un approfondimento delle gags del comico partenopeo, ma - molto più semplicemente - a quella di occupare numerose serate nella maniera migliore possibile. E quanto a distensione, buon umore e potere di attrazione sul pubblico Totò è certamente un’arma infallibile. Tutto questo non toglie, comunque, che ci faremo tuttavia volentieri delle belle risate, anche se ormai potremmo citare a memoria molte delle battute del simpaticissimo uomo-marionetta napoletano.

Fulvio Scaglione, «Gazzetta del Popolo», 12 luglio 1981


«Corriere della Sera» - 13 luglio 1981


ROMA

Per «Tototredici» stasera suite Rete 1 è la volta di Fifa e arena, del '48. Il regista è Mario Mattoli, che iniziava cosi la sua lunga e felice collaborazione con Totò. Reduce dai successi in teatro, l'avanspettacolo prima e la rivista poi, Totò si era avvicinato con diffidenza al cinema e i primi film furono accolti freddamente. Solo nel '47, con I due orfanelli e l'anno dopo con Fifa e arena che rivedremo stasera, iniziò la fortuna cinematografica di Totò, che prese a girare film a ritmo frenetico.

Era la seconda volta — dopo I due orfanelli — che a fianco di Totò compariva la Barzizza, nei panni di un'avvenente miliardaria americana. L'attrice sarebbe poi diventata dopo questo film la partner femminile più richiesta del cinema comico italiano di quegli anni a cavallo tra il '40 e il '50: ancora con Totò, Macario, Walter Chiari, Dapporto.

Figlia del celebre Pippo Barzizza, direttore delle orchestre ritmo sinfoniche della Rai, Isa, classe 1929, aveva debuttato come soubrette all’Odeon di Milano nel ’46 con Macario, nella rivista Follie d’Amleto. Dopo il successo del suo primo film, continuò ad alternare cinema e teatro di rivista e per due anni consecutivi, nel '47 e '48, fu premiata come la migliore soubrette.

La Barzizza ha interpretato molti film, prevalentemente musicali, anche se non è mancata gualche esperienza drammatica, anche in teatro, quando interpretò un ruolo nella Dodicesima notte shakespeariana. La sua carriera copre un arco di tempo che va fino al ’55, quando nacque la figlia Carlotta. Poi la morte prematura del marito ha bloccato i suoi progetti di ripresa. Oggi dice di non rimpiangere il cinema, se mai più il teatro, per esempio quella grande rivista, Gran baldoria, che la vide protagonista. La Barzizza oggi lavora dirigendo un gruppo di doppiatori e questo — che pure è un settore dello spettacolo — rappresenta oggi il suo mestiere.

«Con Totó avevo già lavorato in teatro e avevamo girato insieme anche I due orfanelli — ricorda oggi Isa Barzizza —. Ma Fifa e arena fu il primo film di Totò che ebbe un clamoroso successo, incassò un miliardo, cifra record per quei tempi. La nostra collaborazione continuò per molti anni e fu una esperienza molto bella, cortese e gentile com'era non avemmo mai uno screzio.

«Mi affidavano sempre i ruoli di donna maliarda, perversa — ricorda sorridendo — Fu un periodo bellissimo per me, al cinema come al teatro, del resto avevo solo 18 anni e mi divertivo molto.

«La riscoperta di Totò mi sembra doverosissima, non poteva non avvenire — continua Isa Barzizza —, i suoi film, visti oggi, mostrano ancora di più le tante pecche, la poca cura con cui erano girati, cosi di corsa. Ma pure piacciono sempre per la loro freschezza (allora giravamo in presa diretta), fanno quasi tenerezza».

«Corriere della Sera», 16 luglio 1981



Alle 21.35 invece, Totò, con uno dei suoi film più divertenti, 47 morto che parla che Carlo Ludovico Bragaglia realizzò nel 1950, anno in cui Totò, che non rinunciava alla popolarità conquistata sullo schermo, girò ben sette film. I riferimenti erano di una certa autorità: il soggetto derivava da una commedia di Petrolini e gli sceneggiatori dichiararono che, nello scrivere, si erano perfino ricordati di Molière e del suo Avaro. Antonio infatti, protagonista della storia, anche lui un avaro e vittima di una congiura di paese, addormentato con un sonnifero, crede di essere morto e rivela il nascondiglio del suo famoso tesoro. Da qui parte fi solito gioco di equivoci in cui il comico gioca da maestro le carte di un personaggio finalmente scritto e non solo improvvisato, mentre accanto a lui risplende l'allora 25enne Silvana Pampanlni, che di Totò fu una 'pupilla’ — ancora oggi riconoscente — e rappresentava la star e il sex-symbol di quell'Italia giovane e un po'ingenua.

Ma nel film con Totò c'è da notare che egli si portava dietro tutti i compagni di cordata del palcoscenico, tanto che spesso in essi appaiono cast che sembrano locandine di rivista e comunque assai preveggenti nei confronti di future popolarità: nel film di stasera, oltre al fedele Mario Castellani, c'è Carlo Croccolo; in quello della prossima settimana ci sono Tieri, Lay, Foà, Giuffrè, De Vico; in quello della settimana scorsa c’erano Marchetti, Vianello, Turco, la Serra, e poi vedremo anche, in ordine sparso, Buazzelli, la Arnova, Pepe, Sorrentino, Pavese, Riccardo Bllli, Bice Valori, Diana Dei, Carlo Romano eccetera. Il «Picasso della risata», come l'aveva definito Sandro De Feo, aveva buon intuito.

«Corriere della Sera», 23 luglio 1981


Nel film di stasera appare anche la bella Alba Arnova, una ballerina che forse pochi oggi ricordano, ma che, alla fine degli anni ’50, fece scandalo per una sua apparizione TV in calzamaglia

Sulla Rete 1 alle 22 quinto appuntamento della serie «Totò tredici» con «Totò Tarzan». Il film è stato diretto da Mario Mattoli nel 1950 e interpretato, oltre che dal principe De Curtis, da Mario Castellani, Alba Arnova, Vira Silenti e, soprattutto, dal grande Tino Buazzelli. Qual è la storia?

Stanis, Iva e Spartaco si recano nella giungla per ritrovare Totò, uno strano tipo che gli indigeni chiamano la «scimmia bianca». Si tratta in realtà di un discendente di una nobile famiglia, l Della Buflfas, abbandonato nella giungla sin da bambino: ora che suo padre ù morto, gli spetta una grossa eredità, su cui i tre avventurieri sperano di mettere le mani. Catturatolo, se ne ritornano in Europa con il selvaggio, il quale, abituato alla vita della giungla, mal si adatta alle restrizioni della civiltà.

Il progetto del barone segna il passo, Stanis non trova di meglio che favorire il suo arruolamento nel corso speciale del «commandos» convinto di sbarazzarsi per sempre dell'erede. Ma quando Totò esce vivo anche da questa esperienza, Stanis e il barone Rosen, messe da parte le rivalità, decidono di unire le forze per sopprimere il selvaggio e dividersi l’eredità.

Ma, a parte la trama, vai la pena di ricordare una persona che appare in questo film e che fece parlare di sè a quel tempi. Si chiama Alba Arnova, era molto bella e, come ballerina, anche molto brava, dal momento che, appena ventiduenne, era diventata la «stella» del corpo di ballo del teatro «Colon» nella natia Buenos Aires. Alba Arnova è oggi una placente signora di cinquantanni, moglie felice del musicista e direttore d'orchestra Gianni Ferrio, noto specialmente nel campo televisivo.

La Arnova fu la protagonista del primo «scandalo» della neonata televisione italiana. Verso la fine degli anni Cinquanta per necessità di scena comparì sul video (allora si trasmetteva «in diretta») con una calzamaglia che, ovviamente, non poteva che essere aderente e nel suo caso, abbastanza conturbante. Alba Arnova, dai dirigenti di allora, ebbe un richiamo cui segui una accesa polemica anche giornalistica al termine della quale l'artista preferì abbandonare il piccolo schermo per dedicarsi ancora per un po’ al cinema prima di ritirarsi del tutto.

Di questa attrice nel pieno della suo maturità fisica e artistica i telespettatori vedranno un'immagine in «Totò Tarzan»; al suo fianco, oltre a un Totò in grande forma, potremo vedere due cari attori scomparsi. Tino Buazzelli e Mario Castellani, e un’altra famosa bellezza, Marilyn Buferd, splendida ventiduenne giunta in Italia con il titolo (meritatlssimo) di «Miss America» e rimasta sui nostri schermi per qualche anno. Il tempo che durò il suo matrimonio con un italiano.

«Corriere della Sera», 6 agosto 1981


Continua il lungo viaggio televisivo attraverso il «pianeta Totò». Stasera vedremo «Totò Tarzan» (Rete 1, ore 22), un film del 1950, diretto da Mario Mattoli, per lungo tempo uno dei registi preferiti dal grande comico napoletano, e interpretato anche da Marilyn Buferd, Mario Castellani e Tino Buazzelli.

Totò abbandonato nella giungla da un nobile genitore trascorre le sue stanche giornate cercando di disfarsi di tre furfanti che vorrebbero carpirgli un’ipotetica eredità. [...]

«L'Unità», 6 agosto 1981


Continua la «cavalcata» televisiva attraverso il paese dì Totò. Stasera, 21.55 sulla Rete 1, non è da perdere «Totò a colori». La storia ha poco peso qui, si narra del Maestro Scannagatti che insegue la gloria musicale tra Capri e Milano viaggiando in un vagone letto (chi non ricorda la celebre scenetta di Totò e l'on. Trombetta?). Il fatto più importante è che questo film del 1952 — il primo in Italia a colori — riunisce tutte le gag più famose del Totò principe del varietà: una carrellata, insomma, sulle sue smorfie, sui suoi gesti e sulle sue «occhiate» più caratteristiche. La regia è di Steno, gli altri interpreti Isa Barzizza e l'immancabile Mario Castellani. [...]

«L'Unità», 20 agosto 1981


Si chiude stasera «Tototredici», il ciclo di Totò, e si chiude con un film del '64, di Fernando Cerchio, Totò contro il pirata nero dove c'è il rinomato basso Mario Petri che — alternando con disinvoltura il set alla Scala e le farse a ponderosi spettacoli verdiani e mozartiani — si esibisce nel ruolo del perfido filibustiere, spalla o antagonista di Totò. Se la memoria non inganna, quest'ultimo film dovrebbe essere discreto, per lo meno con alcune sequenze movimentate.

Com'è andato il ciclo? Indubbiamente ha avuto pubblico perché Totò chiama sempre e chiama anche — stavo per dire soprattutto — le nuove generazioni, incuriosite dalla fama strepitosa del comico. La Rai lo sa e insiste negli omaggi con cicli quasi continui.

E' recente l'omaggio monumentale tributatogli con affetto e compostezza da Giancarlo Governi (autore del libro Vita di Totò, una biografia che sta fra il racconto e l'inchiesta, piena di pagine e di testimonianze gustose, tipo quella di Totò che per la morte di un'amica vuole farsi frate ma poi ripiega su un voto di castità perpetua che dura tre giorni...).

Governi ha messo in piedi una gigantesca antologia televisiva che raccoglieva le cose migliori di un'ottantina di film: antologia molto divertente ma non «accettabile» nel senso che erano stati scelti con oculatezza critica solo i momenti più trascinanti dell'attore, ed erano ignorati del tutto i contesti, ossia le pellicole entro cui i momenti trascinanti erano esplosi: e spesso — questo bisogna dirlo e ripeterlo — erano veramente momenti, sequenze di pochi minuti che ravvivavano uno sgangherato filmetto. Invece la rassegna a cura di Orlo Caldiron ci ha dato l'esatta idea di cos'era il cinema medio di Totò.

Ci ha mostrato l'ossuto e maligno Totò degli inizi (San Giovanni decollato) e poi il Totò che si è imposto irresistibilmente nel dopoguerra (sempre delizioso e fantasioso 47 morto che parla) e infine il Totò lanciato in una attività frenetica, incessante e incalzante per cui arrivava a girare sino a sette film in un anno. Appunto. Una riprova di quello che già si diceva e si scriveva vent'anni fa: anche in questa rassegna Totò è apparso un comico di qualità eccezionali ma sovente recitò in film fatti con mano frettolosa, pellicole davanti a cui, francamente, si stenta a ridere persino quando è di scena Totò. figuriamoci quando non c'è.

Esempio tipico il film dell'altra settimana Gli onorevoli che, al di là dello spirito qualunquistico un po' squallido, affidava a Totò una scolorita macchietta e lo obbligava a salvarsi con il mestiere. D'altra parte Totò accettava tutto. Disciplina professionale? Preciso intento di accrescere le proprie entrate? Limitata considerazione del cinema?

Il ciclo, sotto questo profilo, è stato utile, credo anche per i nuovi e giovani spettatori di Totò; i quali avranno avuto modo di inquadrare più giustamente il fenomeno Totò nel cinema italiano, e avranno comunque la possibilità di confermare o modificare i loro giudizi grazie ad altri cicli — i cento film di Totò sono una miniera d'oro — che la Rai «ragionatamente» si appresta ad allestire.

Ugo Buzzolan, «La Stampa», 1 ottobre 1981


Settimo appuntamento con Sotto le stelle stasera alle 20.40 sulla Rete 1 con Gianni Boncompagnl, Mario Mareneo e gli altri. Seguirà, alle 21,45. per «Tototredici» Totò e Cleopatra, un film del ’63 diretto da Fernando Cerchio e interpretato oltre che da Totò da Magali Noel, Lia Zoppelli, Adriana Facchetti, Gianni Agus, Moira Orfei, Franco Sportelli. Ancora un «doppio Totò»: Marco Antonio, il triumviro romano travolto dalla passione per Cleopatra e il fratello Totonno, mercante di schiavi.

Alle prese con due sosia che non riesce a distinguere, uno innamorato pazzo, l’altro duro e sprezzante, la povera Cleopatra sta per perdere la testa. Chi la conserva lucida è invece To-
tonno: torna a Roma nei panni del fratello, sposa Ottavia c si tiene pure Cleopatra, che si e portato appresso come schiava. [...]

«Corriere della Sera», 17 ottobre 1981


Varie testate, luglio-agosto 1981