Totò e Charlot, confronto fra due geni della risata

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Nel luglio del 1992 uscì su due quotidiani un interessante botta e risposta tra Renzo Arbore e il giornalista Tullio Kezich sull'arte espressa da Totò e Charlie Chaplin, una sorta di paragone sull'impatto che hanno avuto i due grandi comici sul pubblico. Interessante leggere i due punti di vista, apparentemente opposti ma che in definitiva si accostano molto nel giudicare, in relazione alla loro epoca e e al loro percorso artistico, l'eterna grandezza del principe Antonio de Curtis e di Charles Spencer Chaplin.


1953 04 04 Epoca Silvana Pampanini intro

Sono stato «convocato» molte volte per dire la mia su Totò. Dalla figlia, per la prefazione del suo primo libro, da tanti giornalisti e intervistatori televisivi e radiofonici, probabilmente per la mia passione, per la mia piccola competenza. lo mi fregio di dirmi totologo, ma qualcuno lo aveva già scoperto, nei corso della mia, ahimè, lunga carriera televisiva, perché ogni tanto la citazione totoesca veniva fatta, e Totò era debitamente ringraziato, quando la battuta mi veniva spontanea, per merito, appunto, della grandissima scuola comica che Totò rappresenta.

Dopo aver tanto guardato i film di Totò, studiato la sua arte e parlato di lui, mi accorgo della differenza fra il grande artista e l’artista. Totò è uno dei pochi, ma veramente uno dei rarissimi grandi artisti di spettacolo che abbiamo in Italia, lo affermerei, disposto a subire qualsiasi tipo di dibattito che Totò, in fatto di comicità e di valentia come attore cinematografico tout court, non soltanto umoristico, non soltanto comico, ma anche drammatico (in quei rari momenti in cui, Pasolini a parte, doveva essere drammatico per esigenze di copione), è uno dei tre grandissimi geni destinati a durare nel tempo, nei secoli dei secoli. Penso a Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio e Totò. Quasi quasi mi dispiace di mettere Stanlio e Ollio nel novero dei tre grandi, perché Totò è stato più grande e più ricco di significati, più moderno.

Però, indubbiamente, anche i due inglesi appartengono a quella grande arte della comicità eterna, dai canoni immutabili e mutabili, antichi e moderni, che li fanno assurgere al ruolo di grandi artisti. Chaplin, lo sappiamo, ha prodotto opere straordinarie. Ma Chaplin è uno riflessivo e un intelligente, un grande tecnico razionale della comicità e dell'umorismo, amaro e denso di significati. Totò era profondamente istintivo e quindi più geniale. Perché la sua comicità, la sua stravaganza, it suo «Siamo uomini o caporali?» non hanno spiegazioni razionali, vengono fuori dal cuore, affidati alla genialità del l'irrazionale, e proprio per questo più alti, come in certi casi la musica o le grandi arti,

Mi piacerebbe che il pubblico, nel venticinquennale della morte di Totò, celebrando la sua arte, non lo guardasse soltanto per sorridere, ma anche per apprezzare la doppia, tripla lettura che c'é nei suoi occhi. Una lettura dalla quale traspare innanzitutto l'anima più bella, più classica e più nobile di Napoli. La Napoli che amo io è la Napoli di Totò. Una Napoli profonda, nobilissima, classica, fonie addirittura aristocratica - nel senso non certamente letterale del termine -dietro la quale si nascondono drammi, civiltà, disincanto. Ma anche il sussiego, l'attrazione e il rispetto per l’arte in genere. Mi piacerebbe quindi che il pubblico ne valutasse anche la grandissima valenza artistica come attore drammatico.

Il mio invito ai totologi futuri è quello di guardare in quelle pieghe dei film comici, fatti fortunatamente da registi che lo hanno lasciato libero, senza imbrigliarlo, per sua e nostra fortuna, in un film d'arte, d'autore, lasciandolo libero di improvvisare, con Peppino e con la sua bravissima spalla, laddove it copione doveva essere drammatico. Parlo di Arrangiatevi, in cui Totò, per problemi di casa, deve andare ad abitare in una casa di tolleranza. Parlo dei I due colonnelli, quando Totò fa il colonnello in pensione e viene irretito da Franco Fabrizi. Poi di Totò, Peppino e la dolce vita, Totò, Peppino e la malafemmina, dove un grandissimo Totò riesce ad esprimere tenerezza, solidarietà umana e dolore. E questo che fa di Totò il mio beniamino in senso assoluto anche in senso drammatico. È perciò che parlo di grande artista. Totò non sapeva di essere un grande attore drammatico. La sua istintività d'attore lo portava a calarsi, in maniera assolutamente impareggiabile, in questi ruoli con grande versatilità e globale capacità d’interpretazione. è questo che mi fa ritenere Totò uno dei pochissimi grandi artisti del nostro Paese.

Renzo Arbore, «L'Unità», 12 luglio 1992

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Discussioni / Il principe de Curtis meglio di Chaplin? Una risposta a Renzo Arbore che difende Napoli contro tutti.

Se Renzo Arbore ci avesse confidato che per lui Totò è meglio di Charlie Chaplin dopo un'allegra colazione sotto il sole di Mergelllna, al momento del caffè, niente da obiettare. Anzi ci sarebbe da sorridere compiaciuti per una simile fragorosa opzione di napoletanità, nonché per la fedeltà arboriana nei confronti di quello che considera il suo maestro. E il nostro consenso conviviale sarebbe appena offuscato da un minimo sospetto di promozionalità in quanto è noto che l'animatore di «Quelli della notte» sta preparando da tempo un omaggio televisivo in due serate al Principe del varietà.

Ma il veder trasformata una battuta paradossale («Lo dico? Totò meglio di Charlot») in un titolo sulla prima pagina di un quotidiano serio come «L’Unità» (di ieri, 12 luglio) lascia davvero perplessi: e l'affermazione diventa difficile da condividere, mentre è facile indicarne tutti i rischi.

Nel suo articolo Arbore afferma che Totò «è uno dei tre grandissimi geni destinati a durare nel tempo, nel secoli dei secoli». Presumo si riferisca ai geni della comicità perché subito enumera Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio e Totò. che per la verità sono quattro.

Ma ciascuno di noi, a questa stregua, potrebbe controaffermare che il più grande di tutti è Larry Semon detto Ridolini. E altri ancora potrebbero protestare: e Buster Keaton dove lo mettete? E Jacques Tati? E Harry Langdon? E Danny Kaye? E, per restare in Italy, sarebbe d'obbligo mettere in lizza l’immortale Peppino; e De Sica, quando decideva di farci ridere come nel «Processo a Frine»; e Eduardo con il suo pernacchio; e Fantozzl nostro contemporaneo; e il pirotecnico Benigni. Per tacere di molti altri.

Se poi telefonate a Tellaro e chiedete a Mario Soldati qual'è stato il migliore comico italiano del secolo, il grande vecchio vi risponderà quasi certamente con il nome triestinissimo di Angelo Cecchelin. Proprio come un tedesco vi direbbe che dopo Karl Valentin non si è andati oltre. L’esazione della risata è un rito antropologico, legato alle vicende di un popolo, all’ambiente e al linguaggio. Il riso è un fenomeno soggettivo, che risponde a una chiamata profonda prenatale, emergente a sorpresa dal nostro codice genetico.

È comprensibile, quindi, che mezza Italia, quella del Sud, della pulcinellata, della sceneggiata, impazzisca per Totò; ed è del pari comprensibile che l'altra mezza Italia sia più che disposta a lasciarsi irretire in questa trama di buonumore. Tuttavia nessun rapporto si può seriamente istituire fra Charles Spencer Chaplin e Antonio de Curtis: e puntualizzarlo è perfino pedantesco. Non occorre essere professori di cinema per sapere che Chaplin è l'autore unico, assoluto, indiscutibile dei suoi film: mentre Totò non ha mal fatto il regista e a tavolino, come scrittore, ha filiato qualche poesia partenopea e «Malafemmina». Inoltre Chaplin è stato sempre il produttore di se stesso, cioè ha fatto ciò che voleva quando e come gli pareva, mentre Totò ha subito, soffrendone, l'avvilente condizione dello scritturato.

Insomma Totò non può essere considerato né meglio né peggio di Charlot per il semplice fatto che si tratta di due personalità incommensurabili. Paradosso per paradosso, se volessimo davvero inviare qualcuno sul ring della popolarità universale nel secolo che si sta chiudendo, contro l'imbattuto fenomeno planetario costituito dal personaggio di Charlot potremmo immaginare un solo sfidante: Mickey Mouse alias Topolino.

Tullio Kezich, «Corriere della Sera», 13 luglio 1992


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Renzo Arbore, «L'Unità», 12 luglio 1992 - Tullio Kezich, «Corriere della Sera», 13 luglio 1992