Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1942


Rassegna Stampa 1942



Totò

Articoli d'epoca, anno 1942

Approfondimenti 3812 Daniele Palmesi, Federico Clemente

Lo spettacolo per i feriti di guerra

LO SPETTACOLO PER I FERITI DI GUERRA Nei primi giorni del mese di giugno del 1942, il regime fascista, con la collaborazione del quotidiano "La Stampa" di Torino, organizzò uno spettacolo di beneficenza a favore dei feriti e mutilati di guerra. La…
Articoli d'epoca - 1940-1949 780 Marco Ramperti, 1942

Totò in «Volumineide»

Totò in «Volumineide» Non credo che ai miei lettori importi di sapere, neppure questa volta, quanti siano stati gli applausi, e in quali punti precisi, per quali storiche, memorabili ragioni. La rivista, Volumineide, è di Galdieri: ed è detto tutto.…
La Grande Rivista (1940-1957) 5364 Daniele Palmesi, Federico Clemente

Orlando curioso (1942)

ORLANDO CURIOSO (1942) Scheda dell'opera Titolo originale Orlando curioso (1942) Testo: Michele Galdieri, rivista in due atti Regia: Michele Galdieri Interpreti: Totò, Lucy D'Albert, Clelia Matania, Vera Worth, Gianna Dauro, Riccardo Rioli, Eduardo…
La Grande Rivista (1940-1957) 7361 Daniele Palmesi, Federico Clemente

Volumineide (1942)

VOLUMINEIDE (1942) Scheda dell'opera Titolo originale Volumineide (1942) Testo: Nelli & Mangini, rivista in due atti Regia: Michele Galdieri Interpreti: Totò (Il conte Wronsky), Anna Magnani (Anna Karenina/Lili Marlene), Paoli (Alessio), Balletto…

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«Cinenostro», gennaio 1942


E' imminente l'inizio delle prove della nuova grande formazione organizzata dall'avvocato Riboldi, con Anna Magnani e Totò (che ritornano cosi agli «antichi amori» in un felicissimo binomio). L’elenco artistico è ancora suscettibile di qualche variazione, ma si danno per certi i nomi di Mario Castellani e di Paola Orlova, nonché di Luisella Broggi. Riboldi si è assicurato il Balletto Carise.

«Film», 17 gennaio 1942


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«Tempo», 11 febbraio 1942


Lo spettacolo presentato ieri sera dalla Compagnia di Totò e di Anna Magnani, è una briosa, divertente anche se sconclusionata vicenda di quadri sgargianti e di parodistiche scenette, che l'estro e la fantasia di Michele Galdieri hanno felicemente creato e che la comicità dei due piacevolissimi interpreti ravviva con instancabile lena. Volumineide è il titolo della nuovissima rivista che ai titoli di tanti volumi (romanzi, drammi, commedie) ha chiesto lo spunto per umoristici richiami, e parodistiche invenzioni. Tutto serve a queste illustrazioni: le Due orfanelle e I due sergenti, la Karenina e Un giorno a Madera e anche I tre moschettieri e tutto è riportato sulla scena con fluente comicità e con sicura maestria degli effetti che si palesa in alcune coreografie, inscenate con ardente vivacità di movenze, di ritmi, e di colori. Assai riuscito il finale del primo tempo. Anna Magnani e Totò raccolsero applausi e ovazioni, suscitando continue risate e dando allo spettacolo un tono di franca allegrezza [...].

vice, «Il Resto del Carlino», Bologna, 26 febbraio 1942


La rivista Volumineide è stata finalmente varata la sera del 21 corr. al Teatro Verdi di Ferrara. Michele Galdieri, affidando a Totò ed Anna Magnani i variatissimi personaggi, poteva essere tranquillo fidando nella sicura arte comica di un Totò, fatto, con il tempo più misurato e più fine e nel felice temperamento della Magnani che le permette di passare dal comico al sentimentale con uguale facile ed intelligente comunicativa. L'autore, gl'interpreti, Gisa Geert e Onorato furono evocati replicatamente alla ribalta dagli entusiastici applausi del pubblico Ferrarese. Movimento della Compagnia: 15 marzo-6 aprile al Lirico di Milano; dal 16 al 21 aprile al Verdi di Firenze; dal 23 aprile al 21 maggio al Valle di Roma; dal 3 al 14 giugno Alfieri di Torino; dal 15 al 30 giugno al Mediolanum di Milano.

«Giornale dello Spettacolo», 28 febbraio 1942


«Il Mattino Illustrato», marzo 1942 - Dialoghi immaginari fra Macario e Totò


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«Il Popolo d'Italia», 3 marzo 1942


1942 03 04 Corriere della Sera Volumineide R L

Un successo vivissimo: applausi calorosi a scena aperta, a tutti i quadri, richieste di bis e numerose chiamate e passeggiate alla fine delle due parti. Michele Galdlerl è stato anche questa volta autore arguto e inventore di eleganze. Ha fatto ridere, sorridere e incantare: ha immaginato con festosità di spirito scene e scenette, duetti e dialoghi e predisposto occasioni graziose di leggiadre coreografìe. Ha cominciato con un terzetto di ladri che, invece di entrare in una gioielleria, capitano per errore in una libreria. A mezzanotte i protagonisti del romanzi più famosi escono dalle pagine e rivivono nel mistero delle tenebre. Da tutti questi motivi sono sbocciati quadri di squisita armonia e di grazia seducente. Successo particolare hanno avuto nella precisa esecuzione del complesso Carise. I balletti ben immaginati dei Tre Moschettieri, del vecchio libro, delle Orfanelle.

A questi e a tutto lo spettacolo le scene e i costumi di Onorato ideati con intelligente fantasia e con allegro e fine gusto di linee di colori e di trovate, hanno dato bellissimo e vivace rilievo. Totò è stato assai divertente: la sua comicità dinoccolata e furbesca ha fatto ridere spesso: Anna Magnani ha cantato e recitato con amenità caricaturale e si è fatta più volte applaudire. Il Castellani, il Paoli, la Orlova, la Kaiser, la Mirka. la Dominiani animati e brillanti. Il Galdieri è stato molto festeggiato anche come regista. Stasera replica.

«Corriere della Sera», 4 marzo 1942


1942 03 04 Il Popolo d Italia Volumineide intro

Il ritorno della Compagnia Totò-Magnani ha segnato un nuovo successo di questo apprezzatissimo complesso. Il pubblico che gremiva la sala ha infatti accolto nel modo più lieto lo spettacolo festeggiando tutti gli artisti.

«Volumineide» di Galdieri può quindi dire di aver trovato lo stesso caldo favore che ha arriso alle precedenti riviste di questo autore. Favore assolutamente meritato per la ricchezza dei motivi comici, per l'arguzia del dialogo, per la festosità e la varietà delle trovate, per il brio che continuamente la sostiene e la ravviva.

E questequalitàfurono messe in luce dall'esecuzione sempre spigliata e vivida da parte di tutti gli elementi della Compagnia. Fra i quali hanno primeggiato Totò, inesauribile in comiche trovate e la Magnani, attrice e cantante sempre vivace, espressiva ed elegante. Molto ammirato anche il balletto Carlise ed apprezzati i costumi e le scelte dei bozzetti di Onorato e le coreografie di Gisa Geert.

«Il Popolo d'Italia», 4 marzo 1942


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«Corriere della Sera», 26 marzo 1942


1942 03 26 Corriere della Sera Volumineide intro

Le calorose accoglienze che il pubblico ha fatto ieri sera alla fortunata rivista «Volumineide» di Galdieri hanno segnato la maggiore intensità al nuovi quadri immaginati con allegria e alle nuove canzoni scelte con buon gusto. Specialmente in «Cappuccetto rosso» ha avuto vivissimo successo personale Anna Magnani nelle vesti della bambina della famosa favola, e accanto a lei è stato molto applaudito anche Totò per la sua fertilità di trovate comiche. Tutto il resto della compagnia è stato festeggiato durante l'intero spettacolo. Molto successo ha avuto la nostalgica e marziale canzone del soldati tedeschi «Lilì Marlen», che è stata eseguita con bella espressione dalla Magnani. Stasera lo spettacolo così rinnovato si replica.

«Corriere della Sera», 26 marzo 1942


1942 04 01 Il Popolo d Italia Volumineide T L

«Il Popolo d'Italia», 1 aprile 1942


1942 04 04 Il Popolo d Italia Volumineide intro

«Il Popolo d'Italia», 4 aprile 1942


1942 04 04 Il Piccolo Volumineide intro

L'ultimo grande e sfarzoso spettacolo di quest'anno teatrale, si avrà martedì 7 corr. a questo Teatro Municipale. Rivedremo Totò nella Rivista «Volumineide» che da un mese si sta ripetendo al Lirico sempre a teatri esauriti. Domenica scorsa al Lirico vennero incassate tra mattinata e sera ben 92.000 lire! E si era alla ventesima replica!

Scrisse il «Corriere della Sera» di questo spettacolo: «Successo vivissimo, applausi calorosi ad ogni istante a scena aperta, numerose chiamale e passeggiate in passerella alla fine delle due parti. Quadri su quadri di squisita armonia e di grazia seducente. Scene e costumi ideati con intelligente fantasia e con fine glielo di lince di colori e di trovate...

... Il balletto Carise è poi un elemento di grande successo per la grazia, la precisione, la leggiadria, l'eleganza con cui sono rese le danze. Sia nel «ballo dei balocchi», che in quello del «Vecchio Libro», delle « Orfanelle», del Madera, del balletto romantico 1930, dei Tre Moschettieri, del balletto Veneziano, il corpo di ballo ha signoreggiato sulla scena creando suggestive visioni di un gusto e di una grazia senza pari. Inutile parlare di Totò inesauribile in comiche trovate (magnifica l'imitazione di Pinocchio) e della Magnani (attrice e cantatrice sempre vivace ed espressiva).

Uno spettacolo quale mai si è visto ad Alessandria. Le prenotazioni per questa serata davvero eccezionale si iniziano lunedì 6 corr. alle 10.30 al botteghino del Teatro (ingresso dal Caffè del Teatro) Tel. 1719.

«Il Piccolo», 4 aprile 1942


1942 Volumineide Marco Ramperti intro

Non credo che ai miei lettori importi di sapere, neppure questa volta, quanti siano stati gli applausi, e in quali punti precisi, per quali storiche, memorabili ragioni. La rivista, Volumineide, è di Galdieri: ed è detto tutto. Ormai si sa che il ricettario di tali spettacoli, quando ci mette le mani un esperto dall'arguzia pronta e dal piglio sicuro come Galdierl o come Falconi, è infallibile. Aggiungi le buone musiche, di cui sempre è prodiga la nostra vena popolare, e le belle figliole dl cui sempre Totò si circonda, spettrale Sileno d’un esultante baccanale. E una stupenda attrezzatura. E dei costumi, disegnati da Onorato, quali mai se ne videro di più vaghi e sfarzosi sulle nostre scene. E motti per ridere, e canzoni da piangere (queste affidate ad Anna Magnani, che ha tuttavia anche delle grandi attitudini comiche), e coreografie allucinanti, agli ordini di Gisa Geert; e piogge di fiori, gragnuole di sguardi, nevicate di gole a di braccia, nembi di capelli bruni e di chiomette bionde, tutte le maliose intemperie, insomma, di quell'avvenimento sempre un poco ciclonico che si chiama spettacolo di varietà. Aggiungi, prima di tutto, Totò. Questo attore nostro è certamente un fenomeno, realizzando l’assurdo mirabolante dello spettro che ride.

Soltanto l'Estrèmo Oriente à ormai serbato degli histriones come questo, capaci d’annullarsi magicamente nel l’astrazione della larva o della marionetta: e in tale facoltà a rarità, egli è semplicemente portentntoso. Enrico Falqui tornerà certo a citare fra virgolette queste mie parole, come ha già fatto del mio giudizio su Macario, additandole come una ridicola enormità: con che avrà dato prova, una volta ancora, di niente vedere, niente sapere e niente capire. La nostra vera specialità scenica, come pensa giustamente anche l’amico Marinetti, è sempre stata e sarà sempre in questo campo di libera, spregiudicata, anarchica fantasia. Anzi è qui soltanto, purtroppo, dove la fantasia si dimostra sempre desta e copiosa. Da trent’anni in qua, forse che il nostro teatro normale ha prodotto un solo artista «esportabile», salvo Ruggeri? Ebbene: da Petrolini a Milly, nel frattempo, il nostro teatro dl varietà ne ha prodotti almeno una ventina.

Soltanto, ci si comincia ad accorgere della loro genialità quando l’estero ce li porta via; e ciò a causa di quel maledetto, stramaledetto pedantismo che i vari Falqui personificano cosi bene e che è la vera e sola, l’incombente e straziante causa per cui vanno soffocate in Italia tante voci ingenue, tante forze vive. Sono però i soli casi, allora, in cui il pubblico è capace di rendere giustizia. Balzi in scena Totò, trasfigurato in Pinocchio, con salti scatti fremiti trasalimenti d’un ossesso che abbia inghiottito la tarantola, e nello stesso tempo col ritmo e il contegno Impeccabili di un automa al comando di un orologio, e dentro cui qualche cosa freme, ribolle, si desta, quasi il senso di una antica comicità mediterranea è che prima causa di nostra decadenza teatrale sia il modo con cui novantanove su cento recensori, in Italia, trattano le cose di ribalta: materia iridescente e incandescente che dovrebbe spettare a dei poeti, anziché a dei contabili. Dovrei io dunque confondermi con quei tetri allibratori dl cifre al quali spetterebbe, in teatro, d'indossare l’uniforme gallonata del becchino, sì ferale è la loro presenza, nel mutismo di rito, e sì affliggente il loro rendiconto, nel linguaggio di precetto? Oibò, oibò! La morte, piuttosto. Piuttosto finire inchiodato ad una porta — queste porte del Lirico, oggi dischiuse alle grazie aleggianti di Anna Maria Asias, di Mariuccia Dominiani, di Maria Mirka, di Ria Jardi, di Ella D’Este, di Paola OrIova, di Ines Kaiser! — come una volta si faceva con le strigi a quelle del castelli. Ma io non sono, grazie a Dio, nè un pipistrello funerario nè un critico precettato. Tempo fa un certo Ivo Morelli, del quale potrei dirvi tutto il male possibile, pur non conoscendo di lui che una prosa di due colonne, dicendovi ch’è uno scrittore noioso, mi faceva tremenda accusa d’avere pubblicato un giorno, fra tant’altre scritture d'ogni dimensione e d’ogni genere prodotte in trent’anni dl onesta fatica, un libro intitolato Luoghi di danze.

Secondo quest'altra nottola della nostra selva pedantesca, sarebbe grave delitto liberare lo spirito, ogni tanto, in una contemplazione di cose lievemente e misuratamente belle, quali sarebbero, appunto, del passi di danza o del volti di donna: quasi che danza non insegnasse Pitagora, insieme al calcolo sublime, o che Cartesio, maestro d’una Regina, non alternasse il ballo alla filosofia, o che Giacomo Leopardi, con la sua famosa lettera al fratello Carlo, non avesse già spiegato quali forze universe concorrano a formare una vaga donna danzante: la sua razza» la sua terra, la sua civiltà, il grano dl cui si nutre, la musica che à nel sangue, e insomma tante grandi e nabli! e perenni cose che certo Il signor Ivo Morelli conosce per sentito dire. Ora lo avrei scritto, horresco referens!, anche di ballerine: e lo scaccino mi squalifica. Non che la maledizione mi spaventi. Ma fui pure costretto a ripensarci, ieri sera, innanzi atta corporale perfezione di Ines Kaiser, allora che la sassone giovinetta, fiore dell'Elba azzurra, cominciò a brandire una spadina moschettiera, sì bionda e bianca sotto la tésa del feltro, sì agile e giusta nella stretta della divisa; sì ch’io rividi in lei, d’un tratto, tutta la Sassonia delle porcellane e degli arciduchi, della statuette dl Meissen e dei carillons musicali, del palagi barocchi e delle parate in riva al fiumi... Ma che vo dicendo? Il mio denunziatore è uno scrittore serio. E agli occhi suoi non potrò che aggravare la mia sorte, occupandomi di queste cose.

Marco Ramperti, 1942


1942 04 14 Gazzetta di Parma Volumineide intro

Questa sera alle ore 21, al nostro Regio, la Compagnia di grandi riviste Totò - Magnani, presenterà al nostro pubblico la nota rivista « Volumineide » in due tempi di Galdieri. E’ quasi superfluo ripetere che « Volumineide » ha ottenuto recentemente a Milano un caloroso successo, poiché anche questa volta Galdieri si è rivelato autore arguto e distinto; la rivista è infatti ricca di occasioni graziose, di leggiadre coreografie e di trovate divertentissime.

Totò ed Anna Magnani, sono già vecchie conoscenze del nostro pubblico che li ha ripetutamente applauditi. Questi due brillanti attori sono affiancati da un complesso di bravi attori quali la Domimani, l'Orlova, Isa Bellini, la Kaiser, l’Asias, il Castellani, il Paoli, il Benassati. Il balletto «Carise» è certamente tra i migliori, attualmente in Italia. Le coreografìe di Gisa Geert e le scene e figurini di Onorato completano questo spettacolo accuratamente inscenato.

«Gazzetta di Parma», 14 aprile 1942


1942 04 15 Gazzetta di Parma Volumineide intro

L’annuale apparizione, di Totò al nostro Regio ha travato il solito, compatto, entusiastico pulbblico di affezionati. Questa « Volumineide » dell'abile Galdieri è probabilmente il miglior spettacolo di rivista che si veda oggi in Italia; peccato che le necessità dell'orario abbiano obbligato a qualche non piccolo taglio.

1942 04 14 Gazzetta di Parma Volumineide L

Il barone De Curtis, detto Totò, ha estasiato al solito con le sue nuove e vecchie mimiche, mossettine, freddure: è una personalità viva e scintillante di comico, che affascina e convince. Vicino a lui l’elegante e intelligente Anna Magnani, che serba della scena di prosa da cui proviene, la disciplina e la classica forma nel porgere, è stata appiauditissima, ritagliandosi una giusta parte del successo nella canzone di « Lilì Marlene » in una nuova e originale interpretazione.

Le scene di Onorato, le musiche, i costumi, le ballerine hanno notevolmente contribuito al bel successo della rivista.

«Gazzetta di Parma», 15 aprile 1942


Il folto pubblico che gremiva il Valle  in ogni ordine di posti ha fatto le più liete accoglienze a questa nuova rivista di Galdieri, presentata da Totò e da Anna Magnani. Uno spettacolo festoso e scintillante, arguto e fantasioso: Michele Galdieri ha confermato ancora una volta la buona lega del suo estroso mestiere. L'umore, la satira e persino il sentimento si avvicendano nei numerosi quadri di Volumineide, briosamente ispirati a motivi libreschi di tutti i tempi intrecciati con vivaci spunti da attualità. I personaggi delle più famose opere letterarie evadono, come per incanto, dalle eterne pagine nelle quali sono imprigionate, per dare un'occhiata al mondo d'oggi e dedicargli qualche frizzante commento.

Lo spunto non è dei più nuovi, ma l'autore è riuscito a sfruttarne con divertente abilità tutte le più burlesche risorse. Naturalmente gran parte del clamoroso successo va attribuito a due impareggiabili artisti come Totò e Anna Magnani, più che mai in forma, l'uno e tra irresistibili.

Totò è un comico di razza, spontaneo, immediato, comunicativo: i suoi motti, i suoi Lazzi, i suoi gesti colgono sempre nel segno, rivelano sempre più un temperamento artistico dalle più larghe possibilità. Un attore estroso, personalissimo, paradossale; rifugge dalle macchiette come aborrisce la comicità convenzionate, lo spirito delle frasi fatte, i luoghi comuni dell'umorismo. Totò da l'impressione che si rinnovi ogni sera, che il suo estro si accenda quando è a contatto col pubblico esilarato. Ieri sera lo ammiriamo in momenti felicissimi, in burleschi abbandoni, in danze buffissime, in inverosimili cachinni. Con lui Anna Magnani ha diviso il successo della serata. Il pubblico l'ha seguita con crescente divertimento, applaudendo la a più riprese e richiedendo le bis. questa intelligente attrice, così dotata di umore e di brio, ha riempito i quadri più suggestivi della rivista, Recitando e cantando con comunicativa per vivacità alternata a patetico abbandono. e pochi attrici, invero, sanno come lei fondere così felicemente motivi burleschi e caricaturali con altri languidi e sentimentali.

Attorno a due interpreti principali un magnifico complesso artistico si è prodigato per la felice riuscita dello spettacolo [...] Del successo si è detto. Insieme con gli interpreti è stato festeggiato anche l'autore. Da questa sera avranno inizio le repliche.

Vice, «Il Messaggero», 24 aprile 1942

1942 05 01 Canzoniere della Radio Toto Musica L

«Canzoniere della Radio», 1 maggio 1942


1942 05 02 Film Volumineide intro

Un'idea geniale, in questa rivista, c'è. Non nella trama e nemmeno nell'interpretazione (abbiamo detto: "geniale"). E' nel programma distribuito dalle mascherine. Allegato al solito foglietto pubblicitario, contenente il dettaglio dello spettacolo, viene offerto un fascicoletto di undici pagine, in corpo otto, contenente i giudizi amorevolmente apologetici e lusinghieri — tutti — della critica italiana che prima della rappresentazione di "Volumineide" al Valle, ha recensito questa ultima fatica di Michele Galdieri. Saggia e maliziosa "trovata", che riesce a metterci in imbarazzo! Sarebbe presunzione e scortesia da parte nostra (pur godendo fama di iconoclasti), benché arrivati buoni ultimi, contraddire i maggiori e più autorevoli colleghi. Comunque, sarebbe una mancanza di buon gusto e noi siamo di quelli che in materia di buon gusto, evitiamo con cura le soprascarpe di gomma e la erre moscia. E poi perchè contraddirli se tutto, o quasi tutto, in questa rivista di Galdieri, raggiunge lo stato di grazia?...

I più... aggraziati sono gli impresari. Paone e Suvini-Zerboni, che hanno saputo darci un elenco artistico sostanzioso ed agile, appoggiandolo a due solide basi: la bazza di Totò e la grazia di Anna Magnani, ambedue ammiratissimi. I costumi ed i bozzetti scenici disegnali da Onorato creano una degna cornice alle preziosità del Balletto Carise. che la coreografa Gisa Geert, assurta al settimo cielo per avere avuto — una volta tanto! — delle ballerine che sapevano anche... ballare, ha regolato con fantasiosa inventiva e con mani di velluto. E per far vibrare il corpo perfetto della flessuosa danzatrice Ines Kaiser, occorrevano proprio mani di velluto!

Anche le musiche, beh, no! Qui mentiremmo, sapendo di mentire. In verità, se si eccettui il vecchio "Fascino“di Derewitskj, onusto di oramai troppo antica gloria, e la pittoresca, magnifica "Danza del fuoco" di De Falla, macchia di colore con la quale in un'orgiastica coreografia si chiude il primo tempo, a musiche andiamo maluccio maluccio... Qualcosa di buono c'è: ad esempio "Marechiare" di Di Giacomo. Ma è una arietta che non ci è apparsa del tutto nuova.

Lo spunto invece della rivista è trottato e svolto con garbo, abilità e senso del teatro, sebbene non sia originalissimo. Ma cosa pretendiamo di originale, in questa materia, se la parola stessa vi dice che trattasi di roba rivista?... L'autore, per bocca di uno dei suoi personaggi, fin dalle prime scene ci ha tanto raccomandato di capire il filo conduttore, e noi, per paura di non averlo afferrato bane e di fare una brutta figura, siamo tornati due volte e mezza a rivedere lo spettacolo. Si tratta, se abbiamo chiaramente compreso, dei personaggi di alcuna fra le più note opere letterarie che una notte, per colpa di certi ladri che svaligiano una librerìa scambiandola per una gioielleria (mattoni per pietre, l'errore è scusabile!), fanno un tuffo nella vita di oggigiorno. Quindi impressioni reazioni, emozioni, elucubrazioni eccetera. Figuratevi che due di questi tali a... piede libero sono “Pinocchio" e "Cappuccetto rosso”, rispettivamente interpretati, ottenendo un successo che in alcuni momenti ha raggiunto il "delirium tremens", da Totò e da Anna Magnani. A questi artisti di indubbia, grandissima classa, le cui abilità istrioniche Galdieri ha saputo abilmente sfruttare, permettendo - ad esempio - a Totò di infiocchettare il copione con i suoi lazzi e le sue trovatine personali, e scrivendo per la Magnani un repertorio particolarmente adatto al ‘
suo temperamento, spetta il maggior merito, forse, del successo.

Sala gremita, come si conviene ad una prima di Galdieri. Inutile elencare i quadri migliori dello spettacolo. Chi ha interesse se li vada a vedere e li classifichi poi secondo il proprio gusto: ce n'è per tutti i palati. Un rapido cenno, invece, sugli interpreti. Dei principalissimi abbiamo parlato. Poi appare, nella costellazione, una schiera di soubrette tra cui la Orlova, sempre bella e sempre a posto. Mariuccia Dominiani, che ha preso lo strano vezzo di evadere dal personaggio per folleggiare con il pubblico, che è quanto dire par "scherzare con il fuoco". Lo farà perchè è di temperamento ardente! Abbiamo poi Maria Luisa Mirka, che ha ben caratterizzato le sue parti, ed infine un elemento ottimo: Isa Bellini, la quale ha saputo dare levità di toni e freschezza interpretativa ad un graziosissimo brano, avente per tema la vita delle ballerinette. Brava lei e bravo Galdieri. Seguono poi altre figurine, tutte in gamba e volenterose: Anna Benni. Ria Gardì, Kiria Rizzi, ed Elli D'Este. Anna Maria Asias lavora poco, tanto poco che l'abbiamo si e no intravista la prima sera: poi è sparita. Peccatol... O meglio, peccato — il nostro — di desiderìo!

Degli uomini, il migliore è nettamente Castellani, elemento prezioso per il teatro di rivista. Buono anche il Benassati, attore gagliardo e coscienzioso, sempre efficace, talvolta perfino troppo. Voce superfonogenica, repertorio afflittivo, interpretazione intelligente. Benassati ha un solo guaio: non dimentica mai di avere la voce tenorile. Ci tiene, anzi, ed il fatto — a lungo andare — preoccupa. A posto i ruoli minori: Krauss, Paoli, Cobelli, Locchi o quel mattacchione di Rudi Bauer. Il maestro Anèpeta ha fatto scintille. Il suo battarìsta, addirittura girandole, affannandosi a dimostrare — chissà perchè — di possedere bicipiti da gladiatore e tirando sulla cassa "mazzate 'e muòrte", come se grandinasse.

Due nei e, con tutto il rispetto che abbiamo per la sua bravura, ambedue a carico di Anna Magnani. Il primo: non faccia coincidere il gesto del Sogno della Croce, nel suo melologo sentimentale, proprio con i... vocalizzi che concludono la canzone. Scelga una pausa, una di qualle pause che mozzano il respiro agli spettatori, cavan fuori i lucciconi alle spettataci, e che rendono sublimi tutti i grandi attori: Ruggeri insegni. Altrimenti il gesto sacro, che sulla scena (non lo è) ma può sembrare anche audace, si stèmpera nel banale. Il secondo neo: si rammenti che. anche nel turpiloquio, si può scegliere "fior da flore", altrimenti dove andiamo a finirà, bella signora?...

Nino Capriati, «Film», 2 maggio 1942


1942 05 02 Il Messaggero Volumineide T

1942 05 09 Il Messaggero Volumineide T

1942 05 12 Il Messaggero Volumineide T

1942 05 18 Il Messaggero Volumineide T

Il Messaggero, 2, 9, 12, 18 maggio 1942

1942 05 20 Il Messaggero Volumineide T

1942 05 22 Il Messaggero Volumineide T

Il Messaggero, 22, 22 maggio 1942


Il 1 giugno 1942 Totò è al Teatro Alfieri di Torino per una rappresentazione di beneficenza a favore dei mutilati e feriti di guerra, organizzata dal quotidiano «La Stampa» e dal partito fascista.

1942 06 01 La Stampa Toto Taranto Macario Vives All Alfieri L

«La Stampa», 1 giugno 1942


1942 06 03 La Stampa Volumineide intro

Questa sera esordisce all'Altieri la Compagnia Totò-Pina Renzi che rappresenta la nuova rivista «Volumineide» di Michele Oaldlcrl. che ci giunge preceduta dal vivo successo riportato in altro città. Della Compagnia fanno parte Isa Bellini, Paola Orlova, Susy Iiewy, Ines Kaiser Carise, Mario Castellani e Il balletto Carlse. Le coreografie sono di Gisa Geert, direttore d'orchestra il maestro Anepela. La regia della rivista è stata curata dall'autore.

«Stampa Sera», 3 giugno 1942


1942 06 10 La Stampa Toto Taranto Macario Vives All Alfieri intro

Mentre il giornale va in macchina si svolge all'Alfieri l'atteso eccezionale spettacolo organizzato da La Stampa a favore dell'Ufficio Combattenti federale. [...] E non possiamo, per brevità di spazio e di tempo, che segnalare quegli artisti apparsi sinora in scena: Tommei, chiamatovi dal segnale del caporale di giornata, Macario, Navarrini, Schipa, Taranto, Totò e Rizzo in una esilarantissima farsa napoletana riesumata, per l'occasione, da Michele Galdieri (La scampagnata dei tre disperati, n.d.r.), Nives Poli, squisita come sempre, nel balletto "Slancio" su musica di Schumann; Gilberto Govi, Rina Gajoni-Govi e gli attori dell'ex compagnia Govi nel delicato e divertente atto unico "Del '48", di Gigi Orengo, il balletto Carise in alcune danze coreografiche.

Egregiamente allestito con la regia di Michele Galdieri in collaborazione con Enzo Arnaldi, con l'aiuto di Rudi, direttore di scena della Compagnia Totò-Renzi [...] lo spettacolo continua tra l'entusiastico plauso, mentre il pubblico attende le esibizioni di altri noti artisti quali Tito Schipa, Italo Tajo, Anna Magnani, Pina Renzi, Paola Orlova, Margherita del Plata, Vera Roll, Mirka, Mario Castellani, il Paoli [...]

«La Stampa», 13 giugno 1942


1942 06 13 La Stampa Volumineide

«Stampa Sera», 13 giugno 1942


1942 Canzoniere della Radio Toto Galdieri Macario Navarrini Taranto

«Canzoniere della radio», giugno 1942


1942 06 15 Corriere della Sera Volumineide T L

«Corriere della Sera», 15 giugno 1942


MEDIOLANUM. — Alla Compagnia «Lo vedi come sei?» che s'é congedata ieri, succederà questa sera la Compagnia Totò-Pina Renzi con la, rivista di Galdierl «Volumineide» e con nuovi quadri e nuove canzoni.

«Corriere della Sera», 3 giugno 1942


MEDIOLANUM. — La ripresa di «Volumineide» di Galdieri ha richiamato foltissimo pubblico. La gaia rivista, arricchita di nuove scene e di nuove canzoni, é stata di continuo applaudita, per merito della pronta espressiva comicità di Totò, di Pina Renzi e dell'intera Compagnia, compreso l'elegante corpo di ballo. Da stasera le repliche.

«Corriere della Sera», 16 giugno 1942


1942 06 16 Il Popolo d Italia Volumineide intro

Anche questa nuova edizione di «Volumineide» di Michele Galdieri ha interessato il pubblico accorso al Mediolanum. I nuovi numeri hanno dato maggior risalto alla rivista e maggiore possibilità agli interpreti di farsi apprezzare. Come sempre hanno primeggiato Totò e Pina Renzi; ma applausi vivaci hanno anche riscosso tutti gli altri compinenti della Compagnia.

«Il Popolo d'Italia», 16 giugno 1942


MEDIOLANUM. — La rivista «Volumineide» di Galdieri si è arricchita, nella seconda parte, di nuovi quadri e nuove musiche, che hanno offerto il destro al comicissimo Totò di cogliere grandi applausi specialmente con i suoi spassosi «manichini» e a Pina Renzi ed a tutta la Compagnia di farsi ancora valere.

«Corriere della Sera», 25 giugno 1942

MEDIOLANUM. — Ieri sera fra vivi applausi s'è congedata la Compagnia Totò-Renzi con «Volumineide» di Galdieri. Stasera esordisce la Compagnia Excelsior con una nuova edizione della rivista di Navarrini "Poesia senza veli".

«Corriere della Sera», 1 luglio 1942


1942 07 19 Il Mattino Illustrato Toto intro

Totò fu sgorbiato da Madre Natura che, presa un giorno da un estro, originale, ricavò dal legno, con ascia e pialla alla maniera di mastro Geppetto del «Pinocchio» questo curioso esemplare di forma umana. Il plastico pareva una di quelle rozze statue bavaresi del XII secolo, che venivano adorate dal feticismo popolare, perché scolpite a somiglianza della divinità. Ma Madre Natura volle dar vita contemporanea alla sua creatura; così Totò fu visto improvvisamente sul palcoscenico d’un infimo teatro di Napoli, per rimasticare vecchie «macchiette», d'un grottesco scurrile, ad imitazione d’un idoletto rionale del primi anni del nostro secolo: Gustavo de Marco.

I pubblici popolari di tutta Italia non tardarono ad entusiasmarsi; a tal punto, da imporre al gusto del borghesi quel comico che esprimeva con sfrenata violenza, la loro reazione umana alla civiltà della macchna. E’ nato cosi il teatro di Totò: un teatro, naturalmente, «ad personam». Le solite «riviste» nello sfondo, e in primo piano quell’omino di gomma appuntita, con tubino sul capo lucido, cravatta a farfalla da nodo sulle scarpe e zimarra alla Fatty, cioè : Totò, straordinario dominatore. La serie dei successi fu aperta dai fortunatissimi «Tre Moschettieri» di Mangini, in cui Totò-D’ Artagnan apparve come la personificazione emotiva dell'assurdo polemico, dell'impossibile petroliniano. Son venuti poi : il «Manichino» (inquietante come certe pitture «metafisiche» del primo carrà) ; la «Stanza fittata a tre», il «Duello» e «Tra moglie e marito...» ingenue farse, da Totò rese a brandelli per il suo gioco cachettico; ed infine: «90 fa la paura», in cui il mino ha ritrovato il suo clima di allucinata verginità nell’imitare le bestie, con l’amore stupefatto d'un troglodita.

Al borghesi Totò non piace. Lo considerano un contorsionista da vecchia fiera, un insulso buffone. Ma il popolo è con lui e diventa frenetico quando Totò alla fine dei suoi spettacoli fa il pupazzo, oppure quando dirige l’orchestra o fa chiudere il velario, dopo aver imitato con gli occhi, con le mani, con tatto il corpo i fuochi d’artificio. Anche taluni raffinati lo amano. Forse perchè Totò rappresenta un’oasi di fisica elementarità alle loro stanchezze cerebrali; essi se lo raffigurano in una foresta vergine snodare incessantemente il corpo elastico sul ritmi del tam tam. E quasi vorrebbero identificarsi in lui.

Al borghesi Totò non piace. Lo considerano un contorsionista da vecchia fiera, un insulso buffone. Ma il popolo è con lui e diventa frenetico quando Totò alla fine dei suoi spettacoli fa il pupazzo, oppure quando dirige l’orchestra o fa chiudere il velario, dopo aver imitato con gli occhi, con le mani, con tatto il corpo i fuochi d’artificio. Anche taluni raffinati lo amano. Forse perchè Totò rappresenta un’oasi di fisica elementarità alle loro stanchezze cerebrali; essi se lo raffigurano in una foresta vergine snodare incessantemente il corpo elastico sul ritmi del tam tam. E quasi vorrebbero identificarsi in lui.

Vittorio Viviani, «Il Mattino Illustrato», 19 luglio 1942


1942 10 31 Il Messaggero L orlando curioso intro

Stasera alle 21 l’atteso debutto degli Spettacoli Errepì con novità di Michele Galdieri: «L’Orlando curioso» con la compagnia Totò e Lucia D'Alberti. Domani due prime repliche festive.

1942 10 31 Il Messaggero L Orlando curioso T

«Il Messaggero», 31 ottobre 1942


Il primo tempo di questa rivista è forse la cosa più azzeccata che Michele Galdieri abbia ideato finora: ottimo lo spunto iniziale, frequenti le trovate, ben torniti i versi; insomma, una serie di quadri interessanti e spassosi. Poi, l'interesse non è più così continuo; e si spegne di tanto in tanto, per riaccendersi quando Totò compare alla ribalta.Giacché Totò, tranne alcune eccessive scurrilità finali che non gli sappiamo perdonare, ha dimostrato ieri sera di essere ben lontano dall'esaurire la sua vena comica.

E' questo senza dubbio il più autentico e intelligente fra i nostri mimi; e ogni volta che sa attenersi al giusto mezzo, senza cadere nelle antiche volgarità e senza voler respirare in cieli che non sono i suoi, egli riesce a creare macchiette spassosissime e a stabilire col pubblico una irresistibile comunicativa. La rivelazione della serata è stata Clelia Matania, nuova alla rivista, che ha recitato, cantato e ballato con garbo e spigliatezza straordinaria: la figurina della zitella inglese, da lei creata, costituisce forse il "pezzo" migliore di tutto lo spettacolo. Assai bella, elegantissima e molto brava Lucia D'Alberti; e ottimi tutti gli altri; fastosi i costumi. Gli applausi hanno raggiunto vertici ormai irraggiungibili da un genere che non sia la rivista e da un autore di riviste che non sia Galdieri. Evidentemente, sono questi i gusti del pubblico.

«Il Tevere» 4-5 novembre 1942


1942 11 04 Il Messaggero L orlando curioso intro

Mentre molti suoi colleghi sono rimasti ancora alla “Gerusalemme liberata”, l'estroso Michele Galdieri è passato felicemente all’ Orlando curiosoCome freddura è indubbiamente azzeccata; e, al di là del gioco di parole, il titolo della fortunata rivista - che un pubblico pigiato in ogni ordine di posti ha, ripetutamente e con vivo trasporto, ieri sera, applaudita - ha un suo significato che il susseguirsi dei numerosi quadri illustra con spirito e brio. Ritornato a vivere nel mondo, l'imbattibile paladino e sospinto da prepotente curiosità a ficcare il naso un po' ovunque, a rendersi conto di troppe cose, a chiedere - soprattutto - le più assurde problematiche spiegazioni. Di qua nasce - in prosa e, fa e là, in arguti versi - una brillante serie di gustosi equivoci, d’indovinate parodie, di satirici quadretti, di divertenti schizzi ricchi di umore e di attualità il tutto inquadrato in una smagliante cornice che dà al fastoso spettacolo (un impeccabile spettacolo Errepì) un fasto e una ricchezza davvero non comuni.

Quando avremo detto che nella corazza del non più furioso Orlando si è cacciato, niente di meno, che Totò, si capirà senz'altro come la serata sia stata un continuo crescente divertimento. Questo singolarissimo attore ci presenta sempre qualche nuova aspetto - un motivo inedito, una vibrazione impensata, una trovata inattesa, un'improvvisa risorsa, un estemporaneo cachinno - nella sua arte. Fra i nostri attori comici egli è certo il più originale, il più divertente, il più intelligente: i suoi numeri esilaranti, i suoi più trascinanti lazzi, le sue irresistibili battute lo spettatore ha l'impressione di vederli nascere in quell'attimo, come scintille che sprizzano dal contatto dell'attore col suo pubblico festante.

Lucia D'Alberti e Clelia Matania hanno diviso con Totò gli onori della serata. La prima, in forma più che mai, ha danzato, cantato e recitato con l'eleganza e il brio che le sono familiari: della seconda esordiente in rivista, diremo senz’altro che è una rivelazione: canta e recita con comunicativa freschezza, e sostiene con versatile fervore i numeri più disparati. A posto la graziosa Vera Wort, divertente Gianna D’Auro, spassoso - specie nelle vesti di un Gaga - Eduardo Passarelli. Applauditissime le danze di Harry Feist. Fantasiosi e improntati al più schietto buon gusto i figurini e i bozzetti di Pompei. Indovinate le musiche del maestro D’Anzi. Del successo si è detto. Insieme con gli attori e il corpo di ballo, l'autore è stato alla fine festeggiatissimo. Da oggi il fortunato spettacolo inizierà le sue repliche.

Vice, «Il Messaggero», 4 novembre 1942


1942 11 23 Il Messaggero L Orlando curioso T

1942 11 28 Il Messaggero L Orlando curioso T

«Il Messaggero», 23 e 28 novembre 1942


1942 11 14 Film Orlando curioso aV n46 intro

Le mascherine del Teatro Valle distribuiscono, per il modico, corrispettivo di lire due e cinquanta, arrotondabili a tre (et ultra), certi programmetti illustrati che non solo ci informano sulla successione dei quadri, con esattezza quasi rigorosa, ma — nelle prime pagine — sono una specie di «Vènghino, vènghino, signori!... » ad uso e consumo dei frequentatori del locale ed a totale beneficio del'a nuova e bella (l'aggettivo non ci è sfuggito!) rivista L'Orlando furioso, presentata da un Michele Galdieri in perfetto stato di grazia, auspice la munificenza organizzativa di Remigio Paone.

I fascicoletti in carta patinata, promettono, per quanto riguarda Errepi, «realizzazioni paradisiache»; rendono omaggio alla «vena prodigiosa» di Galdieri ed infine osannano l’attore Totò de Curtis Gagliardi, riproducendo i giudizi passati, presenti (...e futuri?) dei maggiori esponenti della critica italiana, da Giovannetti a Ramperti, su questo Artista — proto, A maiuscola! — deccezione. Abbiamo detto «d’eccezione » e non ci tiriamo indietro, specie dopo averlo conosciuto questa volta anche in veste di attore drammatico!

Al fianco di Totò, nella bella (ma no!... l’aggettivo non ci è sfuggito!) rivista di Galdieri, ha esordito dopo una lunga carriera teatrale rivistaiola all’estero, Clelia Matania, per la quale molti avevano gridato al miracolo. Lasciamo ai colleghi Matteo. Marco, Luca e Giovanni che ci hanno preceduto nel tempo, quali cronisti, il compito di parlare di «miracoli ». Noi registriamo con gioia l’avvento di una interessante, misurata ed intelligentissima attrice, tanto più che il nostro teatro di rivista non ne abbonda. La parodia della zitella inglese è un gioiello caricaturale. Ad una stretta incollatura Gianna Dauro ha seguito la Matania, accaparrandosi, con i suoi tipi parodistici, un congruo quantitativo di consensi. Appartiene a quel tipo di artisti che stanno sempre in bilico tra il fare bene ed il voler fare troppo bene. Acrobazia pericolosa. Ma la Dauro lavora con la rete sotto : la rete di una scaltra esperienza teatrale.

Un altro... acrobata dello stesso genere è Harry Feist, ballerino prodigioso e tempista da far concorrenza ad un metronomo. Questa volta ci ha dato una danza espressionista ungherese tutta fremiti, volteggi e virtuosismi stilistici. Chi invece non si è preoccupata proprio di fare troppo bene (anzi...) è stata Vera Worth, la quale ha recitato il testo - che ostentava di non ricordare - ed ha... sofferto in musica, lamentandosi con una yocetta degna della sua figurina di Fata dei Sogni, con tale raffinata sensibilità e convinzione che il pubblico ha voluto dimostrarle di avere ben compreso le sue intenzioni e l’ha beccata così, come lei stessa desiderava. Lucia D’Alberti, figlia di Lidia Johnson, ha nelle vene tutto il sangue — che non è acqua! — della madre: è una subretta nata ed oggi indubbiamente la più completa che abbia la scena di rivista. E' l'unica che giustifichi ancora un ruolo che va scomparendo per mancanza di... materia prima. Le sue danze in coppia con l’ottimo Rioli, sviluppate a trio, con il concorso di Feist, sono esibizioni di gran classe. Passarelli ha dato la replica a Totò con esatto intuito e, nei ruoli di contorno Antonella Steni, Trude Herman, Evi Rumbold (carina!), la Benzi, Rita, Paoli e Parravicini si tono fatti in quattro per contribuire al successo dello spettacolo.

La rivista, nella quale vediamo il paladino Orlando curiosare sui casi della vita moderna, sì da perdervi il senno, è gustosa per gli spunti satirici e veramente spettacolare. Molto si deve a Rudi Bauer se l'elemento umano e quello meccanico sono apparsi fusi e disciplinati perfettamente. Mario Pompei, sensibilissimo artista, ha creato la suggestiva cornice scenica ed i costumi deliziosi Lucy Rigger ha realizzato le pantomime, sacrificando quelle che potevano essere delle «trovate» coreografiche, pur di ottenere in compenso dalle sue ballerine ritmo ed armoniosa leggiadria di movenze. Le musiche, di diversi autori, lagnosette e debolucce anzichenò, salvo rare eccezioni. Il Maestro Palomby ha cercato, forse invano, di tonificarle.

Il pubblico ha seguito lo spettacolo con l'entusiasmo di una partita di calcio.

Nino Capriati, «Film», anno V, n.46, 14 novembre 1942


MEDIOLANUM. — Per sabato è annunciato l'esordio della Compagnia Totò con Lucia D'Alberti e Clelia Matania con la rivista « Orlando curioso», di Michele Galdieri. Fino a sabato il teatro rimane chiuso.

«Corriere della Sera», 1 dicembre 1942


1942 12 04 Corriere della Sera Orlando curioso T

1942 12 04 Il Popolo d Italia Orlando curioso

1942 12 05 Il Popolo d Italia Orlando curioso T

«Corriere della Sera» e «Popolo d'Italia», 4 e 5 dicembre 1942


1942 12 06 Il Popolo d Italia Orlando curioso intro

Michele Galdieri ha presentato al pubblico milanese un nuovo parto della sua fertile fantasia di autore di riviste, offrendo questo Orlando curioso che vuol essere una vivace parodia del famoso poema, ravvivata da numerosi numeri di ballo e scene, i alcune delle quali ben trovate, ma soprattutto allietata dal popolare Totò. A questi, infatti, risale principalmente il merito di tanti applausi e di tante risate, di cui ieri ieri sera al Mediolanum, il pubblico è stato prodigo. Nella rivista, congegnata nei soliti due tempi e molti quadri, hanno, inoltre, parti di rilievo la briosa Lucia D'Alberti, più danzatrice che cantante. Vera Worth, Clelia Matania e il ballerino Harry Feist. Da stasera le repliche. 

«Il Popolo d'Italia», 6 dicembre 1942


Altri artisti

Articoli d'epoca, anno 1942

I grandi del Varietà 843 Riccardo Mariani, «Oggi», anno II, n.37, 14 settembre 1942

Fortuna mutevole di Leopoldo Fregoli

Fortuna mutevole di Leopoldo Fregoli «Chi vorresti essere», chiese un maestro ad un ragazzo, «Leopoldo Fregoli o Shakespeare?». «Fregoli», rispose quello, «perché è vivo». Soggiungendo: «Però vorrei essere piuttosto carabiniere a cavallo». La…

1942 Film Macario intro

Sarà necessario, d'ora in poi, introdurre una nuova similitudine; si potrà dire: — Ha avuto una esistenza tormentata come quella di Macario in cinematografo. — Si potrà scrivere un articolo intotolandolo : Macario senza pace. Tali, insomma, le riflessioni inspirate dal destino cinematografico di Erminio Macario.

Ma tant’è ! Ci sono dei personaggi predestinati. Macario ha, per destino la mancanza d'un piedistallo fisso. Un giorno un tentativo e il giorno successivo un altro. Da un anno all’altro, anzi da una estate all’altra (poiché la stagione cinematografica di Macario è l’estate) si annuncia una rivoluzione del film comico, una nuova « umanizzazione » dell'attore. (Quanti sono ormai coloro che hanno tentato di rifare un volto a Macaro!). In realtà, poi, tutti questi tormenti sono puramente letterari. Macario se ne infischia e passa da trionfatore da uno schermo all'altro e da una piazza a quella successiva. In cinema interpreta i personaggi che vengono in testa ai soggettisti, sul palcoscenico continua ad interpretare, con grande efficacia, sè stesso. Ma quale sarà poi l’autentico Macario: quello che è o quello che gli altri immaginano? Per sapere quale destino sia riserbato quest'anno a Macario siamo andati alla Scalerà. Alla Scalerà abbiamo trovato Vittorio Metz, sceneggiatore del Fanciullo del West, il nuovo film che sarà interpretato dal comico piemontese.

Con Metz abbiamo avuto un interessante colloquio che è perfettamente inutile riferire perchè il pubblico non ne capirebbe assolutamente nulla. Metz è un uccellino, ama saltare da un ramo all'altro, almeno nei discorsi. Perciò passammo in rassegna tutti gli argomenti dello scibile, ricordammo un furto di limoni compiuto dal noto umorista in Sicilia quando non era ancora un noto umorista, poi approfittando-della sua distrazione sottraemmo abilmente la sceneggiatura del film e ci andammo a nascondere in un angolo del teatro per leggerla. Quello che abbiamo appreso dalla sceneggiatura è molto importante. Siamo ad una nuova svolta della carriera di Macario. Una svolta significativa perchè, riporta l'attore piemontese alle radici della comicità tradizionale.

Il successo del primo — anzi del secondo film, poiché la prima interpretazione cinematografica di Macario fu quella di Aria di paese troppo presto dimenticata — il successo del primo film, dicevano, non fu fondato sulle possibilità dell’attore ma su molti elementi estranei che si riallacciavano piuttosto alla letteratura che all'umorismo cinematografico. Imputato alzatevi! dovette buona parte del suo successo ad un certo umorismo metafisico, già collaudato attraverso le rubriche di diversi settimanali, che sbalordì più che far ridere. Comunque, fu questo il tentativo più originale per una utilizzazione cinematografica di Macario. L’anno successivo si tentò una nuova formula con Il pirata sono, io : si provò, cioè, a collocare Macario al centro di una storia avventurosa e fastosa che però, dovendo essere asservita alle esigenze di una recitazione speciale, finì per non essere nè avventurosa nè fastosa : e non ebbero soverchio, effetto neppure certe trovatine tecniche troppo r sapute per stupire.

Lo scorso anno Macario ha interpretato Il chiromante e Il vagabondo, due film troppo recenti perchè sia necessario parlarne. In questi ultimi due, e specialmente nel secondo, si è insistito — come il pubblico sa — nel tentativo di umanizzare eccessivamente la figura del l'attore comico.

Con Il fanciullo del West ci sembra che il film comico ritorni alle sue prette origini. C'è una fondamentale preoccupazione di mantenere l’azione su un ritmo dinamico, meccanizzato per quel tanto che è necessario a originare comicità, c‘è una sovrabbondanza di materale sceneggiato in modo che le trovate si succedano convulsamente senza dare tempo allo spettatore di riflettere e senza sopratutto, dover stiracchiare troppo una idea buona che alla distanza finisce per divenire cattiva.

X & Y, «Film», 1942


1942 Film Macario 2 intro

Torino, agosto

Sono venuta a Torino, agli stabilimenti cinematografici della Fert, per incontrare Maurizio D'Ancora sul conto del quale ne ho sentite di cotte e di crude. Mi hanno detto che si è trasformato in studente povero di quattrini ma ricco di originali quanto funeste idee; che è amico per la pelle di certo Carlo Minello, ragazzo timidissimo; che volendo sposare Silvana Jachino, pur di riuscirvi ne combina di tutti i colori; che vittime dei suoi tiri birboni sono Lucia D’Alberti, Virgilio Riento, Guglielmo Barnabò e più di tutti Erminio Macario. Quest’ultimo — mi hanno raccontato — si trova ora nei pasticci perchè un tal cavaliere Casimiro ed un molto rispettabile colonnello a nome Ciclamino, credendolo la milionaria zia di Carlo giunta .dall'America gli fanno una corte spietata.

— Che guaio! — ha sospirato Macario, vedendomi entrare nel teatro di posa trasformato in elegante salotto dell’ultimo ottocento — Non so proprio come fare per liberarmi da quei signori (ha indicato Riento e Barnabò) ehe vogliono io mi sposi con uno di loro. Credetemi, acconsentirei alle nozze; ma ohe succederebbe quando, più tardi, si venisse a scoprire che sono Erminio Macario, e non la zia di Carlo?!... Oh, quale tran., gen.. dia!

A questo punto si sono avvicinati a noi Alfredo Guarinl e Sandro Giusti, critfco cinematografico dell'«Ambrosiano.» che in questo film di produzione Capitani-Cines debutta quale assistente alla regìa.

— Stai calmo, non drammatizzare. — ha detto il regista Guarini a Macario — Ancora due giorni di inferno; poi gireremo la scena dell’arrivo di Lucia D’Alberti, cioè la vera zia di Carlo, e tutto finirà per il meglio.

— E D’Ancora sposerà la bionda Jachino? — ho chiesto.

— Sicuro. E Carlo Minolio sposerà Lori Randi, una giovanissima attrice che sicuramente farà parlare di sè. Perchè piacciono al pubblico, i film devono finire con un matrimonio; nel nostro caso i matrimoni sono due, quindi il successo de «La zia di Carlo» è assicurato. Seduti al pianoforte, Macario e Maurizio D’Ancora hanno suonato e parodiato il duetto della «Bohème» con tale delicato umorismo, con tale ricchezza di espressioni, con tale garbo, da stupirò lo stesso regista che li ha guidati in questo nuovo genere di comicità.

Insomma, da ciò che ho visto e da quanto mi è stato detto, è facile intuire che « La zia di Carlo » ha molte possibilità di imporsi, il buon soggetto, la regia ricca di tecnica scaltrita unita ad una felice Intuizione di originalità, e l'efficace interpretazione di ottimi attori sono i tre elementi fondamentali che fanno credere nella riuscita di questa nuova produzione, la quale ha in sè tutti i requisiti per piacere al pubblico.

G.V., «Film», 1942


1942 Film Eduardo De Filippo intro

Ricordiamo la prima rappresentazione di «Non ti pago!» a Roma, al Teatro Quirino. La sala era piena fino all'inverosimile. Le «prime» e anche le seconde, e spesso anche le «ventesime» dei De Filippo sono così. Non a torto hanno chiamato i De Filippo gli eredi diretti della commedia dell'arte. Nessun attore italiano dopo Petrolini naturalmente, ha mai avuto altrettanto in possesso parte dell'improvvisare. Quando si parla di improvvisazione, di solito, si pensa ai lazzi obbligali delle maschere, a quei «generici» che furono anche raccolti in volumetti che servivano a crear la scienza agli interpreti minori delle maschere popolari. Ma recitare all'improvviso significa ben altro; significa saper creare un carattere, una situazione e talvolta un dramma, partendo da un canovaccio che svolge fatti comunissimi.

L'abilità creativa di Eduardo De Filippo è tutta volta al ragionamento, alla dimostrazione; Eduardo non si aggrappa soltanto al paradosso, non scaraventa la sua battuta tendente ad ottenere un effetto immediato. Egli si compiace invece della involuzione dimostrativa, ricerca una ad una le parole migliori, tenta addirittura di stabilire delle leggi. La sua forza è nell'essere in buona fede: è sincero, candido, con il candore vi attrae nelle spire del suo ragionamento e non riuscite ad uscirne più se non reagendo con una violenta risata. Ma ad
essere inguaribilmente ipocondriaci, e a non aver a disposizione il reagente del riso ci sarebbe da diventar pazzi che il ragionamento di Eduardo segue una logica tanto minuziosa e ferrea da rendervi persuasi della bontà di una tesi che voi sapete sballata a

Questo avviene in «Non ti pagol». Eduardo, esasperato dalla costante fortuna del suo impiegato al giuoco del lotto, ha visto nel suo ultimo colpo di fortuna un errore del destino, anzi un errore della «buonanima di suo padre» che volendo dare i numeri buoni ai figlioli li ha dati invece al commesso che ha preso in affitto la sua stessa casa. Il ragionamento non fa una grinza: il padre al buio non ha potuto vedere a chi si rivolgeva, ha chiamato il commesso «pieccerè» come chiamava il figlio; c'è stato un banale errore di persona, insomma Ed Eduardo ha come testimoni due persone scomparse da diversi anni ma che erano presenti nel sogno, si avviluppa nei suoi ragionamenti e l'ascoltatore, per quanto smaliziato, non può che convenire che Ha giocata del lotto è veramente sua e che l'iniquo commesso ha architettato un inganno per defraudarlo della sua legittima fortuna.

La strana logica di Eduardo è insomma la principale protagonista di questa commedia che è decisamente fra le migliori del repertorio dei due attori napoletani.

U. d. F., «Film», 1942


1942 Centro Cattolico Cinematografico Mario Mattoli intro

C’è un certo numero di registi da noi (e ci saranno certo dovunque) del quali nessuno riterrebbe sulle prime, che tosse mai Interessante parlare Mestieranti, insignificanti e supini, seguaci dell'industria? Ebbene, c'è chi a prima vista potrebbe classificare Mattoli fra questi. Ma si sbaglierebbe di grosso. Questo appartalo e intento solo al suo lavoro, modesto regista, ha già al suo attivo un'opera invidiabile, e quel che conta, salvo qualche screzio, di una assai rara coerenza e unità. Egli più che altro ha mostrato di amare il comico ed il faceto ed è qui che la sua personalità, con i mezzi più comuni, appena appena avvertibilmente, si è invece, rivelata alla sensibiità del critico.

E quel che più conta nelle sue manifestazioni di maggior rilievo — diremmo, dove l’artista si è più rivelato — si è avuta sempre una sobria correttezza, diciamo pure una serietà morale, non voluta. non pedante, ma anzi tanto più preziosa e significativa perchè spontanea; scaturita cioè proprio dal serio convincimento che a realizzare — sia pur con tutta spregiudicatezza — il proprio lavoro non è affatto necessario «anzi è controindicato) uscire da quei limiti e quello norme di buon e retto vivere, che in fondo son le più universali.

Questo lo vedremo meglio ricordando alcuni film di Mattoli.

* * *

Egli s’impose la prima volta alla nostra attennzione. sbucato forse dal fianco di qualche asso di allora, nel 1935, con un filmetto di squisita, deliziosa fattura: Amo te sola. Era una tenue vicenda romantica, dal sapore serio e quindi talora commovente, e leggermente burlesca (sempre il debole del Nostro), si che ne faceva un quadretto dei più gustosi dell'«800».

De Sica, forse soltanto nel cameriniano «Uomini che mascalzoni» è stato altrettanto spontaneo ed efficace. Ma «forse». E’ vero che allora era pur giovane e più sbarazzino! Ma proprio qui s’intuisce l’azione saggia e maestra del regista, dietro le quinte, che dà la vita cinematografica anche all’attore.

Similmente va detto dell'allora freschissima e leggiadra Milly. Il tutto era incorniciato nel clima del moti rivoluzionari già arrivati a buon punto e argutamente ma non senza sentimento patrio accennati nel film. Ma la scena che ci fa più gustosamente di tutto rivivere l’epoca è quella bellissima dell'inaugurazione in Firenze dell’illuminazione a gas. E che dire appunto di come vengono sapute sfruttare per la prima volta da Mattoli le gioie preziosissime, naturali ed artistiche, della Firenze granducale!

Dopo un così felice inizio si ebbe la triste parentesi di un film accettato di fare, quasi per scommessi, in quindici giorni. Cesa pazzesca, ami poco seria, come poco, punto scria risultò l'opera: una farsi insipida e stonata, nemmen paragonabile alla pochade: «Gli ultimi giorni di Pompei». Un peccato d’arte e di coscienza di Mattoli. Vedremo se se l'è fatto poi perdonare.

Lavora variamente a Cineclttà, sempre più o meno sotto contratti che lo vincolano troppo nella personalità, finché riesce gradito e significativo il suo nome a capo dei film originalissimi di un nuovo comico italiano: Macario. A questi film — invero interessantissima serie di tentativi, non rimasti tutti tali, di iniziare un genere cinematografico. an che da noi, basato sull'espressività del trucco e sulle risorse proprie del cinema — erano legati anche i nomi di Zavattini, Metz e qualche altro noto umorista.

Ma una cosa che è piu che certa è che il merito maggiore, perchè appunto quello della realizzazione pratica, visiva delle trovate, va al regista, l'ormai esperto e sicuro Mario Mattoli. Egli gira con la troupe di Macario, con la sua sagometta piccola e piuttosto larga, la sua faccia grassoccia, la bocca piccola e gli occhietti distratti quasi di un fanciullo, taciturno, mentre gli altri si danno un gran daffare d intorno, attende i comodi del divo e dei tecnici, e Intanto pensa per conto suo. studia, costruisce la sua scena, misura l’effetto che questa otterrà sul pubblico. Cosi lo vedemmo lavorare in una giornata d'estate e non dimenticheremo i suoi calzoncini di tela attaccati alle bretelle e il suo gran casco per il sole.

E cosi vien fuori «Imputato alzatevi», che è un piccolo capolavoro e per di più originalissimo spec e in alcune trovate, rese da sottili ed esperti maestri da Mattoli e Macario. E poi vengono tutti gli altri sui quali è inutile qui dilungarsi. Sappiamo che l'ultimo suo indirizzo sarebbe verso il drammatico. Non che noi non crediamo Mattoli maturo anche per questo, ma non vorremmo che fossero stati più forti a spingervelo i lauti contratti proposti. Speriamo d’ingannarci.

Mattoli insomma ci ha dimostrato più che a sufficienza le sue doti; che sono, quand'egli vuole, di annotatore cinematografico acuto e profondo: di sapiente azionatore degli artisti anche se non ancora celebri; e infine di arguto e spiritoso osservatore, che si tradurre efficacemente. con spontaneità, le sue simpatiche osservazioni, immediatamente, senza più ingenuità tecniche, in terna ni cinematografici.

Ci domandiamo cosa Egli aspetti per elevarsi del tutto sul piano di questa sua superiore capacità, dal quale sono scaturiti i suoi migliori lavori; e perchè non abbandoni una volta per sempre certe pastoie che vorrebbero talora trattenerlo in una anonima, banale degradante informità di mestieri.

Gastone Canessa, «Centro Cattolico Cinematografico», 1942


1942 02 28 Film Mario Bonnard introEugenio Giovannetti, con i suoi articoli "senza peli sulla lingua", ha cercato di indicare quali sono — a suo modo di vedere — i difetti dei nostri registi. Ma hanno veramente dei difetti i nostri registi? E sanno di averli? E sono disposti a confessarli? Ecco lo scopo di questa inchiesta che si apro oggi con l'arguta risposta di Mario Bonnard.
Caro Doletti, non ho avuto la possibilità di leggere l'articolo « Senza peli sulla lingua » scritto su di me da Eugenio Giovannetti, perchè in quell'epoca ero in campagna; ma un mio amico, che venne a trovarmi, me ne parlò con un certo riguardo e mi consigliò di non leggerlo. Ero in campagna per ristabilirmi!

Ora tu mi chiedi quali sono i miei difetti di regista; ti rispondo subito e volentieri anche per tranquillizzare Giovannetti che si preoccupa tanto di me e rassicurarlo che almeno non sono un illuso. I miei difetti, come regista, sono tanti che, se dovessi enumerarli, discuterli, sezionarli, dovrei scrivere un articolo talmente lungo che tu rinunceresti a pubblicarlo o forse lo amputeresti a modo tuo. Perciò è meglio parlare di uno solo dei miei difetti: il principale, il più forte, quello che mi nega — ogni volta che vado in proiezione ad assistere ad un mio film — di essere talmente soddisfatto da esclamare: «Questa volta ho fatto un film perfetto! ». Dunque, questo è il mio difetto più importante: il Signor Difetto, che mi perseguita da tanti anni c che io cerco disperatamente. Ma lui è piu furbo di me: non si fa vedere, si nasconde ed appare soltanto quando si accorge che io sonnecchio,

sono distratto e allora, senza pietà, ne approfitta per cambiarmi le carte in tavola e per farmi fare tutto quello che vuole. Ciò mi procura un malessere terribile ed allora, con uno sforzo, cerco di uscire dal mio torpore: ritorno in me, mi sembra di vederlo, di poterlo afferrare, ma lui è già scomparso! Eppure mi è vicino, perchè lo sento ridere e sghignazzare:

— Anche questa volta te l'ho fatta, caro Bonnard, te ne accorgerai in proiezione!

Infatti è così: è sempre lui che vince! Ah, difetto, se potessi trovarti! Ma io non lo potrò mai. Soltanto una terza persona, una che tu non conosci, potrebbe afferrarti per la gola e trascinarti davanti a me. E allora si, ti farei parlare, fi costringerei con la forza a dirmi tutto il male che mi fai... Ma sfa pur tranquillo, signor Diletto, questa terza persona se ne infischia di te e di me. Si, ogni tanto scrive nei giornali e parla dei miei film come gli altri: dice male, troppo male, per dir male o dice bene, troppo bene, per dir bene; ma non si preoccupa di cercare te, che sei la mia rovina. E sono certo, caro Difetto, che quando leggerai quelle critiche, riderai a crepapelle anche di lui e gli dirai: « Non mi trovi! Hai trovalo tanti difetti, ma quelli che vedono tutti: hai detto tante parole, ma di me non hai mai parlato; perciò non hai risolto nulla ».

Ed io sono condannato: non potrò mai liberarmi di te!

Mario Bonnard, «Film», 28 febbraio 1942



1942 03 05 Tempo C L Bragaglia intro

Carlo Ludovico Bragaglia è della stirpe dei Bragaglia a cui appartengono Anton Giulio e Arturo, quest' ultimo meno noto, ma abbastanza affaccendato nel cinematografo con la sua doppia professione di fotografo e di attore. Carlo Bragaglia debuttò come regista coi film "O la borsa o la vita", film d'avanguardia realizzato con molta intelligenza. Il secondo suo tentativo di una produzione non commerciale fu "La fossa degli angeli" ma, tra l'uno e l'altro, egli ha mostrato le sue enormi capacità di regista "a tiro rapido" ottenendo l'appoggio incondizionato dei produttori. Con grande eclettismo, non so se voluto o sincero, Bragaglia ha diretto film di genere diversissimo, con rapidità sbalorditiva, tanto che dal gennaio 1941 al gennaio 1942 egli ha potuto condurre a termine ben sette film. Ma il suo amor proprio pare lo spinga oggi a tornare verso un genere cinematografico meno commerciale, più elevato, che è quello al quale, in fondo, ha sempre ambito nella sua non lunga ma virtuosa carriera di regista.

«Tempo», anno VI, n.144, 5 marzo 1942


1942 03 13 Il Popolo d Italia Vittorio De Sica«Il Popolo d Italia», 13 marzo 1942 - Vittorio De Sica


Il lavoro del regista: Camillo Mastrocinque

Quella di essere regista è la più grossa ambizione di quanti si occupano o vogliono occuparsi di cinematografo. Il regista appare come il despota, come colui che domina tutta l'immensa materia di un film, ne tiene le fila e ne regola e armonizza i diversi elementi componenti. Ed effettivamente è cosi: attori e comparse, tecnici e architetti, operatori ed elettricisti debbono essere pronti al cenno del regista; e gli attori stessi — anche i più noti — aspirano a diventare registi, quasi per vincere l’effimero della loro gloria o per un segno di rivincita oppure anchre perchè desiderosi di affermare una propria concezione artistica. Del resto, non v’è nulla di strano nel fatto che un attore diventi regista, perchè le vie della regia sono infinite. Le vie più normali e logiche sono quelle del pratico tirocinio come sceneggiatore, aiuto-regista, montatore, attore e anche operatore e quella del Centro Sperimentale; ma poi ci sono strane sorprese di giornalisti e commediografi, di registi teatrali che diventano registi cinematografici con una balorda confusione del campo teatrale con quello cinematografico pur tanto diversi per mezzi e scopi; e infine di figli di papà che riescono a racimolare qualche centinaio di biglietti da mille e a bruciarlo sull'altare della propria ambizione.

Poi avviene la naturale selezione: certi nomi passano, legati a film che elemosinano un sol giorno di programmazione anche dalle più infime sale e si dimenticano prima ancora di averli imparati; altri, con ingegno e fortuna, riescono a durare. Ma il cammino non è facile: bisogna lottare per realizzare il primo film, bisogna lottare per continuare; e la lotta è tanto più dura quanto più il regista è artisticamente dotato e insiste per imporre una propria particolare visione.

Egli avrà sempre da lottare contro il tempo e il preventivo, rappresentati dall'assillante figura del direttore di produzione.

Certo è che a vederli ai lavoro i registi non suscitano alcun sentimento di invidia. D loro sistema nervoso è in permanenza eccitato; immaginazione e senso critico debbono mantenersi sempre vigili, soprattutto in quei registi, come i nostri migliori, che continuamente si sostituiscono ai loro collaboratori, insoddisfatti se non si rendono conto di ogni dettaglio, dall'inquadratura all’effetto di luce, dai costumi alla decorazione. E poiché, in fondo, per quanto se ne sia scritto, il lavoro del regista nei suoi particolari rimane ignoto o oscuro, spero di poterlo sufficientemente illustrare seguendo i passi di Camillo Mastrocinque. dal momento in cui nasce l’idea di un film al momento in cui il film stesso viene completato.

D. M., «Tempo», anno VI, n.146, 19 marzo 1942


1942 04 23 Tempo Laura Nucci intro

Conobbi Laura Nucci mentre si girava «Condottieri». Mi trovavo a Cattolica, che era la base da cui ogni mattina partivano i realizzatori del film per recarsi al bel castello di Gradara, dove secondo la leggenda, nacque e finì il suggestivo amore di Paolo e Francesca. A sera ritornavano, si disperdevano per alberghi e pensioni, stanchi come si può esserlo dopo una giornata di «esterni». La stagione era avanzata, la vita balneare terminava; da un giorno all'altro si aspettava con timore la pioggia. E la pioggia venne. Durò quaranta giorni. Quando vide che il maltempo continuava, Trenker, il regista, si fece venire la famiglia, e trascorreva la giornata pensando a preparare il lavoro futuro e dimostrarsi geloso dei suoi bambini che non voleva fossero, accarezzati e coccolati. Chi specialmente soffriva di questa gelosia era Laura Nucci che i lettori ricorderanno tra i principali interpreti di «Condottieri». Essa si dispiaceva del fatto non solo per un generico sentimento di femminilità ma anche perchè particolarmente incline agli affetti, in senso schietto, sano, casalingo.

Mi resi conto di questo perchè la pioggia, stringendo tutti a una insolita familiarità, ci fece trovare più volte insieme. E una volta ella mi raccontò della sua casa, della sua mamma, dei suoi monti Apuani bianchi di marmo, con commozione che le dava quasi il pianto, insospettata perchè la conoscevo allegra, spensierata, pronta a brindare non per gusto del liquore ma per convinzione di camerata che non vuole assentarsi dalia compagnia, sempre disposta a far quattro salti se uno si metteva al piano a strimpellare una canzone. Insomma. non si dava arie. E’ vero: fino allora non aveva fatto nulla d'importante, ma «I Condottieri» la metteva in vista come attrice di primo piano. Eppure preferiva lasciar parlare l'istinto anziché la ragione che calcola; e credo se ne sentisse più libera, più franca e soddisfatta. Avevo- l'impressione che si beasse della propria sincerità. Sì sentiva felice anche perchè, dopo tempi duri, vedeva finalmente davanti a sè la sicurezza della vita e l'agiatezza.

Dopo di allora l'ho incontrata varie volte, sempre cosi, aperta e cordiale. Con lei non bisogna essere complicati. Se un tantino avverte nel vostro ragionamento qualcosa di ambiguo, di sottinteso, la vedete aggrottare la fronte; e gli occhi, che ha piccoli ma espressivi, si irrigidiscono come nello sforzo di leggere nella mente ciò che non dicono le parole.

Ma le acque non sono sempre cosi tranquille. Se c'è qualcosa che non va, l’afferra un nervosismo minuto, cioè il. desiderio d’un immediato sereno che tomi prestissimo. Per questo l'hanno tutti in simpatia. Non ho inteso nessuno parlar male di lei, nemmeno le più celebri malelingue del cinematografo, caso incredibile ma vero. Nè da lei ho inteso mai dire cose che suonassero offesa per qualcuno. L'ho trovata, anzi, sempre pronta, invece che a criticare, a difendere e con energia. rifiutando di entrare in disquisizioni sottili, in polemiche che non sono adatte per nulla al suo temperamento.

In giro la si incontra diffìcilmente. Da quando le cose vanno meglio sua preoccupazione continua è quella di mettere insieme una bella casa. Ha comperato mobili, tappeti, ninnoli, e libri, magari con gusto un po' confuso, varii di intonazione e di importanza. Ora ha una casetta carina, dove ci sono libri dappertutto perchè Laura Nucci trova che nelle ore lasciatele libere dal lavoro non c'è più interessante occupazione di quella della lettura.

D. M., «Tempo», n. 151, 23 aprile 1942


1942 08 31 Il Mattino Illustrato Eduardo De Filippo intro

Edoardo De Filippo ha uno strano fascino. Lo diresti un personaggio di Thackeray se, invece dell’abito del sarto napoletano Rubinacci, potesse improvvisamente andare in giro con la zimarra cara agli epigoni di Brummel. Alto di statura, un po' dinoccolato, dall'andatura stanca; ha un volto scarno e geometrico: pare una maschera cafra, sempre immobile, sempre impenetrabile che, a volte, deforma atteggiandola ad un sorriso strano, inquietante, riflesso. Quando parla sul serio, la sua voce assume un tono opaco, come un cielo nebbioso, a cui dietro però, a tratti, fa capolino il sole scialbo dell'ironia. Quando tace, è un perfetto oratore; ma bisogna aver l'orecchio esercitato ai suoi silenzi, spesso continui, che hanno il valore della sospensione d'animo, del vuoto.

Se tu riesci ad ascoltarlo, allora sei portate per la mente dei meandri del relativismo; i tuoi pensieri rischiano d'impagliarsi nel moto capillare dell'emozione, controllata a volte dalla logica, a volte abbandonata a sè stessa, come un fumo irrazionale».

Quanti anni ha dovuto lottare Eduardo per affermare anche sulla scena la pienezza di questa sua sconcertante personalità. Ricordo qualche tempo fa il suo primo personaggio: «Don Pasquale» nella «Rivista che non piacerà» di Michele Galdieri.

Il «compaire» di quel grosso spettacolo rambaldiano era un povero Cristo, un miope; aveva un abito liso verde, che molto contribuiva alla simbologia esteriore del «tipo». Eduardo s’era rivelato a sè stesso, alla sua umanità. «Don Pasquale» comparve più tardi in un altro grosso spettacolo, questa volta di Mauro. E fu una sera, durante una recita di questa rivista, che Eduardo incontrato il sottoscritto dietro una quinta del Teatro «Nuovo» di Napoli, lo prese sottobraccio e gli parlò, come ad un vecchio amico, del suo grande sogno: fare una compagnia.

L’anno dopo al «Sannazzaro» era avvenuto il miracolo: il «Teatro Umoristico»: Un’affermazione di stile e di personalità. I personaggi d’Eduardo cominciavano a vivere, ad entusiasmare. Quando l’attore compariva dinanzi al pubblico borghese di via Chiaia nelle vesti di «Giovannino» di Paola Riccora o in quelle di «Cimmino» di «Ventiquattr’ore di un uomo qualunque» di Ernesto Grassi, la platea elegante era pervasa da un intenso fremito. Anche se gli spettatori ridevano a quattro ganasce ai lazzi di «Don Rafele ’o trumbone», o di «Sik Sik», quel riso aveva sempre una strana risonanza d’inquietudine intellettuale. E giù, repliche su repliche a quegli spettacoli: la gente era affascinata, ferma come gli scorfani notturni nella zona smeraldina delle lampare di pesca. E quando l’incanto cessava, quando Eduardo «mezzo carattere» usciva a ribalta col suo risolino riflesso, «se ne cadeva ’o triato»!

Oggi Eduardo, attore nazionale, è più «blasé», più lento, più scaltro. Spesso s’abbandona al suol silenzi, che vorrebbero talvolta avere un carattere doloroso — chissà perchè! — ma che ad ascoltarli bene hanno il tono discorsivo di una vagheggiata stanchezza, di un sopore magico. E’ la realtà dell’uomo celebre, rimasta avvolta nei veli del sogno, che tende ancora a mete fatali. Eduardo è felice di rimanere solo nel suo camerino, ora. Non sopporta che la vicinanza di Armando Curdo, il suo fedelissimo ascoltatore, ed interprete. Ad un tratto suona il campanello - il segnale per l’uscita in iscena - e l’attore va, portando con sè il suo personaggio: uno, nessuno e centomila, che ha l’anima del «Ciampa» pirandelliano e il carattere di «Lucariello» di «Natale in casa Cupiello», la più perfetta creazione di Eduardo De Filippo.

Vittorio Viviani, «Il Mattino Illustrato», 31 agosto 1942


1942 09 17 Tempo Alessandro Blasetti intro

Sono venuto ad teatro n. 5 a Cinecittà dove dirigevi «Quattro passi fra le nuvole»; poi ho parlato con te al telefono. Non eri il solito Blasetti, avevi qualcosa che non andava : pena, stanchezza come quando la critica scrive di te cose che credi ingiuste o dettate da malanimo. Dov'era il tuo entusiasmo solito che ti fa partire a testa bassa contro tutti gli ostacoli e ti fa perdonare, da quanti ti conoscono, ogni tua cantonata?

Non da oggi però, tu sei in questo stato d'animo, è cominciato dopo «La corona di ferro» che ti lasciò stanco dopo tanti mesi di lavoro faticoso e snervante come di solito è il tuo quando ti appassioni all'opera. Mi dicesti allo, ra che avresti voluto fare un film di riposo, per divertirti, per alleggerire lo spirito grave e carico di violenta fantasia Non facesti quel film. Ti buttasti con foga alla preparazione di una «Francesca da Rimini»; e non se ne è più parlato. Dovevi dirigere «Harlem» e anche per questo i progetti hanno preso altra piega. Infine «Quattro passi fra le nuvole». Ti assicuro che in principio ho accolto la notizia con scetticismo, non ci credevo; invece ormai l'hai quasi terminato, ma nel dirigerlo hai avuto teco un grosso bagaglio di speranze represse, di slanci dolorosi... £ tuttavia non sei di quella specie di registi che si adattano a dirigere un film comunque, senza scegliere, soltanto per tener fede a un contratto firmato. E' inammissibile che tu entri in un teatro di posa senza un minimo di interesse; e, del resto, appena l'hai iniziata, una cosa diventa tua, all'interesse unisci la fede e già in altre occasioni t'ho visto ridiventare, dopo una dubbia partenza, il Blasetti dei felici periodi di lavoro.

Stavolta, però, c'è stato qualcosa di diverso. Interesse e fede si, ma non entusiasmo, anzi quasi tristezza. Sbaglio? Può darsi; ma, vedi, tu sei stato sempre criticato per gli stivali: ti dicono che non li togli neanche per un momento, che maglione e stivali costituiscono una tua forma particolare di esibizionismo. Io so che non è cosi. Magari, insieme con te, ci ho scherzato su un po' anch'io. Invece, maglione e stivali rappresentano per te una manifestazione di impegno, formano la tua divisa di lavoro, quella che ti permette di sdraiarti per terra alla ricerca dell'inquadratura dal basso, di arrampicarti sui praticabili per le inquadrature dall'alto, di correre di qua e di là liberamente avendo ridotto l'abito a funzionale semplicità. Ebbene, questa volta non hai indossato nè maglione nè stivali, hai diretto il film in irreprensibili abiti da passeggio.

Non c'è da impressionarsi. Crisi ne abbiamo un po' tutti e credo che tu in questo momento abbia una crisi di entusiasmo. Ma ti conosco. So che poco basta per restituirti ciò che non è perduto, ti basta — per esempio — di sentire intorno l'affetto e la comprensione degli amici e dei collaboratori. Sei molto sensibile a queste cose, ti commuovi come, non lo negare, ti sei commosso giorni fa, il giorno di Sant'Alessandro. Era l'ora della colazione, avevi dato la pausa e ti avviavi al ristorante quando un custode ti consegnò un pacchetto e una lettera che apristi pensando forse a una delle solite raccomandazioni che ti pervengono per ignoti geni del cinema. Era una paginetta di scritto, a caratteri grandi, allineati senza troppo ordine sulla rigatura del foglio. Non riuscivi a staccare gli occhi e sorridevi. Lessi anch'io: «Al caro papà per il suo onomastico promettendo di essere buoni». Era firmata da Adriana Benetti, Gino Cervi, Comin, De Felice, Vich, ognuno aveva scritto con caratteri volutamente infantili e con errori, che è raffinatezza d'affetto. Intanto i «bambini» guardavano il «papà». La Benetti si era rannicchiata su una sedia tutta felice; gli uomini anche contenti ma fingendo indifferenza. Nel pacchetto c'era un accendisigari da tavolo, molto bello, per accendere le mezze sigarette con cui ti illudi di fumare di meno.

Quando uno è capace di commuoversi per queste piccole cose ha l'entusiasmo intatto dentro di se; e tornerà fuori, caro Blasetti... forse durante la lavorazione di «Quelli della montagna», iniziatasi giorni fa con la regia di Vergano e la supervisione tua per onorare il morto eroe nel nostro cinema Cino Betrone; e ancor più forte nascerà il tuo entusiasmo quando a primavera, come ho inteso dire, dirigerai «Bir-el-Gobi», gesta semplice ed eroica di giovani che sognavano la guerra. Quello è il tuo film!

Domenico Meccoli, «Tempo», n.172, 17 settembre 1942


1942 10 10 Cinema Vittorio De Sica intro

L'incontro tra musicista e regista musicale è raro: raro come le cose preziose, e perchè preziose anche indimenticabili. Il musicista che s’è incontrato con Vittorio De Sica regista, ha potuto consolarsi nella certezza che nel cinematografo le prospettive d'arte sono autentiche, quando amore, preparazione, competenza e sensibilità, si datino la mano fraternamente. I mali di certo cinema approssimativo, lo squilibrio più o meno evidente di certi piani di rappresentazione, la prevalenza irragionevole o il sacrificio irragionevole di taluni elementi artistici, delicatissimi per la messa a punto di un racconto, sono sempre e soltanto il frutto di tepido amore e di labili idee. Se v’è un'arte che esige preparazione minutissima in ogni ramo della cultura, essa è quella del cinematografo: una mobilitazione completa dei mezzi espressivi, una rigida gerarchia dei loro valori a seconda dei contingenti bisogni. Impegno e responsabilità evidenti per chi regge la fila di così complesso e impalpabile meccanismo. Codesto reggitore se sa a puntino quello che vuole, prepara sereno e pacato il fertile campo d'operazione dei suoi collaboratori, e predispone ognuno al miglior rendimento, al benessere ed alla schiettezza della buona fatica.

A Vittorio De Sica il cinema italiano deve ormai certamente qualcosa: ma ocoorre non fermarsi soltanto ai segni appariscenti della sua fortunata arte, per comprendere appunto quanto minuto e profondo ordine interiore provvede ad animare i suoi cari fantasmi. Io guardo il De Sica regista musicale con un occhio inumidito nel ciglio: è una lagrima di commozione che sgorga sincera, perchè è legata a ricordi di sincera commozione. Perchè De Sica non ha chiesto una sola nota di musica per i suoi film, che non fosse capace, anzi indispensabile a sottolineare l'animo squisito dei suoi personaggi, la fraternità dei loro sentimenti. E la musica per il film di De Sica — vi suggerisca questo, l’inconfondibile tratto di una autentica personalità — ha ricalcato il ritmo rapido e compendioso di un raffrenato singhiozzo, il palpito sommesso e fuggevole di un piccolo affanno di cuore.

Questo ha chiesto De Sica, questo ha voluto, condizionato il suo dialogo e la recitazione dei suoi personaggi al valore di quattro o cinque rapidissime battute musicali. In Teresa venerdì, per esempio, quando il dottore incontra la protagonista nell'infermeria dell'Orfanotrofio e le chiede il suo nome, domanda e risposta sono intercalate da una lunga pausa di recitazione, per dar modo alla musica di affacciare, con la sua vóce patetica, la prima e quasi insensibile proposta d’amore. È ancora n'elle prime sequenze di questo film, che descrivono la comicissima visita di presentazione del dottore alle dirigenti dell’orfanotrofio, si sente in lontananza un pianoforte che con sbadigliante simmetria espande una di quelle sonatine di principianti, tediose e squallide, che riesce a meraviglia a tener viva e presente la melanconica atmosfera del pietoso ambiente e a rendere più acuto lo stridente umorismo delle situazioni. Tutte cose che sembrano passare insensibili all’attenzione dello spettatore e sfuggire alle sue osservazioni, ma che per contro danno accento e cemento e ordine alla perfezione e quindi alla suggestione del racconto.

A spillare ad uno ad uno i particolari musicali che De Sica ha chiesto e voluto nei suoi film, ci sarebbe da formare una piccola antologia dell’intelligenza e del buon gusto. Nasce così uno stile, una maniera tutta particolare e tutta personale di raccontare, di avvicinare t fatti all’animo dello spettatore: e la continuità ed il prestigio dell’arte traggono appunto alimento, l’alimento fattivo e creativo, dal rigore stilistico di una poetica. Ricordo che assistendo ad una delle visioni preliminari di Un garibaldino al convento per stabilire i punti musicali del film, i pochi spettatori della visióne, tutti tecnici della pellicola, rimasero perplessi davanti ad una lunga inquadratura di una semplicissima porta, che De Sica aveva voluto riprendere proprio negli ultimi metri del film. La scena descriveva questo: sin cameriere apre la porta e annuncia «la Marchesina Mariella»; si ritira. Rimane così lungamente l'obbiettivo a fissare il vano della porta aperta, fino a quando, dopo svariati secondi , l’annunciata Marchesina appare. In quei secondi di attesa De Sica aveva calcolato la lunghezza del tema musicale di Mariella. E questo tema musicale doveva appunto inserirsi sulla dimessa inquadratura. di una portiera, per preparare il pubblico ad una ben patetica sorpresa: quella della vecchia Marchesina Mariella (ricordate il racconto?), dopo aver vissuto per quasi due ore le romantiche vicissitudini della giovane Marchesina Mariella. Quel tema musicale lì su quella porta e la conseguente apparizione del personaggio, sono stati di poi in tutte le pubbliche visioni, uno dei momenti di più calda, immediata commozione che il gentilissimo film abbia mai saputo suscitare.

Questi risultati che De Sica ha raggiunto, con il suo sottile intuito di regista, hanno aperto negli indirizzi musicali del film una via singolare dichiaro e forte rendimento e di molteplice possibilità evocativa.

Renzo Rossellini, «Cinema», 10 ottobre 1942


1942 12 31 Tempo Elli Parvo intro

1942 11 01 Il Mattino Illustrato Elli Parvo f1Elli ed io slamo vecchi amici: e questa amicizia si stabili ira noi sin da quando ci vedemmo la prima volta. Mi ricordo che quando — alcuni anni fa — la bella Elli che muoveva ancora i primi passi incerti, giunta appena allora nel mondo della pellicola sali fino alla redazione del giornale in cui lavoravo, per un errore degli uscieri, non mi fu annunciata. Poiché l'appuntamento era stato fissato per le 10, alle 10,30 riordinai le mie carte, chiusi il cassetto del mio tavolo, m'infllai la giacca e scesi le molte scale che mi separavano dall’uscita, deciso ad andarmene. 

Passando innanzi alla saletta d'aspetto, per caso vi gettai un'occhiata: vidi una bella figliuola — io non conoscevo personalmente Elli — che, seduta In un canto, stava in paziente attesa Che cosa mi disse ohe quella ragazza paziente era Elli Parvo? Non so: certo è che le andai incontro sicuro di non sbagliare. 

Era infatti la giovanissima attrice, venuta per chiedermi il favore della pubblicazione d'una sua foto. 

Poi, per molto tempo non la rividi; ma ogni volta che ci siamo incontrati, i nostri colloqui sono stati sempre improntati a quel cameratismo schietto del primo giorno: quel cameratismo che permette di dirsi quello che si pensa, liberamente, senza ricorrere a sottintesi od a frasi velate. 

L'ultima volta che ci slamo visti è stato a Venezia: Elli, insieme con la giovanissima e pur tanto brava Luisella Beghi, passava le sue giornate al Lido, dove faceva più bruna la sua bruna epidermide. 

E una sera, mentre in fretta uscivo dall’ascensore, m’imbattei in Elli che rientrava. Io dovevo andare non rammento più dove: Elll era stanca d’una giornata trascorsa all’aria aperta: eppure di comune accordo rimandammo io il mio appuntamento, e lei il suo riposo. E nell’accogliente salotto dell’albergo, facemmo le quattro chiacchiere diventate la consuetudine di ogni nostro incontro. 

Era il 13 settembre: una delle giornate «favorevoli» per chi, come Elli, è nato il 17 ottobre. Voi forse non sapete che la legge scaramantica, che vuole infausti il «13» ed il «17», funziona solamente per undici mesi: dell’anno e non per ottobre. Infatti quelli che vedono la luce in tale periodo dell'anno possono affrontare a cuor leggero gli influssi del «17», del «13», del venerdì, dell’opale e simili. Ed Elll, che è nata a Milano — da babbo italiano e da mamma germanica — può confermare per personale esperienza questa eccezione alla regola. 

Ma voi di Elli non conoscete che i film e non sapete che, nata, come v’ho detto, a Milano il 17 ottobre, in quella città è vissuta fino a quando non ha... spiccato il volo. Dopo aver frequentato una scuola svizzera — una scuola dove ebbe i primi contatti con la Musa Tali» (lecite di collegio, s’intende!) — fece un incontro che doveva radicalmente mutare la sua vita. Al Cineguf ambrosiano conobbe (era un 13 o un 17, Elli?) Attila Camisa, che la presentò a Brignone il quale stava girando «Teresa Confalonleri». E fu una «dama» di quel film. 

— Ma dopo quel primo saggio delie mie qualità — è Elli stessa che racconta — Brignone mi voleva a Roma per continuare. Il mio entusiasmo era al cólmo, ma giunse immediatamente una gelida doccia: i miei genitori posero il veto. 

Che dovevo fare? Rinunciare? Nemmeno per sogno: e, diventata maggiorenne, varcai il Rubicone e partii per Roma, piena di grandi speranze. Speranze che, fino ad oggi, non sono andate deluse. Infatti da quell'epoca ho girato «un sacco» di film, tra cui «Il feroce Saladino», «Gatta cl cova», «Lasciate ogni speranza», «Partire», «Mia moglie si diserte», «Il marchese di Ruvoilto», «La notte delle beffe», come protagonista «Arditi civili» ed ancora «Beatrice Cenci», «Il re si diverte». «Un uomo venuto dal mare», «I due Eoscarl» 

— E adesso? 

— Adesso mi riposo, prima di partire per Parigi dove sarò «Musetta» in una nuova edizione della «Boheme». Poi si vedrà: ori le proposte non mi mancano e non è escluso — voi sapete che io parlo correntemente francese, inglese e tedesco, oltre la madre lingua — che vada in Germania per interpretare un palo di film. 

1942 11 01 Il Mattino Illustrato Elli Parvo f2

E la conversazione continua come s'è iniziata. E si passa a parlare degù episodi più curiosi della vita artistica di Elli, 

— Il più drammatico — è ancora Elli che parla — è stato senza dubbio quello che mi capitò a Terni, mentre si girava «Arditi civili». Dovevo — vi ricordate che in quel film ero un’acrobata da circo equestre — cadere da un trapezio allo cica 12 metri: ma... per finta, perché all’ultimo momento una scala provvidenziale m’avrebbe permesso di scendere In basso senza alcun pericolo. Invece la scala, per un tiro barbino del regista Cambino, non arrivò: ed io precipitai a testa in giù, nella rete. Molta paura, mai nessun danno. E di quella paurosa avventura, che poteva aver serie conseguenze, non m è rimasto che il ricordo... 

Ma ormai s’è fatto tardi: sto per superare il limite massimo, entro cui posso ancora presentarmi, senza parere troppo maleducato, alla persona che m attende: ed Elll è proprio stanca. Sicché dopo un’occhiata di muta intesa ci separiamo. 

— Arrivederci, Cineasta con gli occhiali...

— Arrivederci a presto, Elli... E quando ci incontreremo di nuovo? Il 13 o il 17 d’uno dei prossimi mesi?

Il cineasta con gli occhiali, «Tribuna Illustrata», 1 novembre 1942


1942 11 10 Il Popolo d Italia Nino Taranto

«Il Popolo d'Italia», 10 novembre 1942 - Nino Taranto


1942 12 02 Il Piccolo delle ore diciotto Olga Villi intro

Le scoperte di Macario sono da Macario scoperte quel tanto che basta per farle ben figurare durante i rituali passaggi (che sono sempre parecchi) sulla passerella. Ricordate la canzone «Le donnine di Macario»? rafo, ma non è detto che debba passare armi e bagagli nel campo della decima Musa..

Lino Campanini, «Il Piccolo delle ore diciotto», 2 dicembre 1942


1942 12 03 Il Piccolo delle ore diciotto Oreste Bilancia intro

Dopo aver girato una mezza centuria di film, passa al teatro della rivista e vive la sua seconda giovinezza fra le famose donnine di Macario

1942 12 03 Il Piccolo delle ore diciotto Oreste Bilancia f1Quella grande indimenticabile attrice e diva dello schermo che è stata Italia Almirante Manzini, parlando nell'ormai lontano 1924 al nostro Mario Nordio fra l'altro diceva:

— Bilancia, come tutte le persone che fanno ridere, nella vita è tragico... Prende tutto terribilmente sul serio... Si può dire che viva per il cinematografo, di cui è appassionatissimo. Ma dove c'è lui, v'è sempre il buon umore.

— Porta sempre la caramella?

— Sempre? Persino al bagno, lo rivedo ancora tutto ustionalo dal sole, rosso come un gambero, terrorizzato dalla paura che qualcuno potesse urtarlo e sfiorare la sua pelle bruciata, scendere in acqua con la sua inseparabile caramella... Un caro compagno, Quando in seguito al mio ritorno sulle scene dovemmo separarci, definitivamente dopo così lunga e amichevole collaborazione, venuto ad accompagnarmi alla stazione, egli pianse.

— Sarà stato involontariamente comico anche allora...

— No, quella volta, non ci ha fatto ridere.

Sulla scena e sullo schermo

Dopo 18 anni, la definizione può restare tale e quale. Unica piccola variante: alla caramella si è sostituito un bel paio di occhiali, che il buon Oreste porta con grande dignità. (Sfido io: è cavaliere ufficiale della Corona d'Italia!). I quali occhiali però non deturpano lo sguardo dolce e mite che fece battere a precipizio i cuoricini delle sentimentalone di trenta e ventanni or sono.

Oreste Bilancia, napoletano di nascita, debuttò quale attore del teatro di prosa nel 1906 con la famosa Compagnia Oreste Calabresi-Elisa Severi e successivamente passò nell'altrettanto celeberrima formazione Galli-Guasti-Ciarli-Bracci sostenendo con vivo successo il ruolo di secondo brillante. La sua caratteristica figura, la suadenza del linguaggio, la bonomìa che gli sprizzava dallo sguardo fecero di lui uno dei beniamini delle folle italiane e anche qui — come in ogni dove — raccolse successi ed ebbe avventure galanti.

La bella fama acquistatasi sulle scene di prosa, gli aprì nel 1914 le porte del cinematografo, che in quell'epoca viveva in Italia il suo più aureo periodo. Film di debutto: «La scintilla», tratto dall omonima commedia di Alfredo Testoni, che il Bilancia interpretò al fianco di Tina Di Lorenzo e Armando Falconi e con la regìa del Rodolfi (Ambrosio Film). Da questo punto di partenza il nome del Bilancia è legato alla nostra migliore produzione filmistica, accanto a quelli dei più celebrati divi dello schermo.

Troppo lungo riuscirebbe l'elenco completo dei film (oltre una cinquantina) girati con la cooperazione artistica del Bilancia. Darò cenno dei maggiormente significativi, diversi dei quali resteranno nella storia del cinema italiano, film che sono stali presi a modello all'esiero e che indubbiamente i lettori non più giovanissimi ricordano con ammirazione e simpatia.

Nel 1915 Oreste Bilancia è a fianco di Fernanda Negri Pouget — una fatalona di quel tempo — in «Maschiaccio», diretto da Augusto Genina. Del 1916 è «Il fauno» diretto da Febo Mari e interpretato dallo stesso Mari, dalla Nietta Mordeglia e dal Bilancia. Per la Tiber Film nel 1917 il nostro Oreste interpreta «Il trono e la seggiola» con Tullio Carminati e Ivonne De Fleuriel, regìa del Genina, e un anno dopo, per la Itala Film, sempre con la regìa geniniana, «Femmina» con Italia Almirante, Lido Manetti e Alfonso Cassini.

Da lbsen a Bertelli

Pastrone (il famoso realizzatore di «Cabiria») è il regista di «Hedda Gabler», dal dramma di Enrico lbsen, che il Bilancia interpreta nel 1919 accanto all’Italia AImitante ed a V. Rossi Pianelli. Segue nel 1920 «L'inverosimile» con Letizia Quaranta, regìa di Carpo Campogalliani, e successivamente «Il controllore dei vagoni letto» con Leonia La Porte, Alberto Collo e Vittorio Pieri, regìa di Mario Almirante; «La statua di carne» con Italia Almirante, Lido Manetti e Alberto Collo, regìa di M. Almirante; «Amore rosso» con Maria Jacobini e Amleto Novelli, regìa di Gennaro Righelli; «Addio Musetta» con Diomira Jacobini e Lido Manetti, diretto dal Righelli; «La casa di vetro» con Maria Jacobini e Amleto Novelli, regìa di Righelli; «Il fango e le stelle» con Italia Almirante, G. Pasquali e Italia Almirante, regìa di P. A. Mazzolotti; «Le sorprese del divorzio» con Leonia La Porte, Alberto Collo e G. Brignone, regìa del Rrignone; «Largo alle donne» con gli stessi interpreti — più Vittorio Pieri — e lo stesso regista; «Il treno di piacere» con Franz Sala, Alberto Collo e V. Pieri, regìa di Luciano Doria; nel 1924 «L'Arzigogolo», soggetto di Sem Bertelli, con Italia Almirante, Alberto Collo e Annibale Retrone, regìa di Mario Almirante.

Allorquando la cinematografia italiana precipita nel baratro dal quale ora si è finalmente rialzala, Oreste Bilancia è impegnato dai cineasti tedeschi. In Germania vive per cinque anni e lavora al fianco di Conrad Veidt, Henry Porten, Ossi Oswalda, Werner Krauss, ecc.

Con la fine del film muto, il Bilancia trapianta le tende a Parigi e negli stabilimenti della «Paramount» prende parte ai primi film parlati accanto a Maria Jacobini, a Livio Ravanelli e ad alcuni fra i maggiori divi della cinematografia francese.

Oreste Bilancia ha già la pancetta ma è sempre un rubacuori: ed eccolo assorbito dal teatro della rivista, ritornando attore. Il primo amore riaffiora, per quanto tradito per gettarsi nel vortice dell'avventura cinematografica. Le tavole del palcoscenico scottano, ma non se ne può restare lontani lungo tempo.

Quattro passi fra le nuvole

La rivista — croce e delizia degli scavezzacolli — trova nel Bilancia un personaggio ilare, tuttocuore, giulivo e sereno. Dopo un anno di permanenza nel babelico ambiente rivistaiolo francese, il cav. uff. Oreste Bilancia ritorna in Patria ed entra nella formazione Riccioli-Primavera per un lungo giro attraverso l'Italia con una nuova edizione di «Wunder Bar». Successivamente passa con la Compagnia di riviste Spadaro-Milly, poi è ancora con lo Spadaro e quindi con la «A.B.C. n. 1» accanto a Rabagliati, Riento, Tina Pica, Marichetta Stoppa, Marisa Vernati, ecc. Ora fa parte della Compagnia Macario e porta con serafica imponenza la sgargiante livrea del maggiordomo nel fantasioso spettacolo «Il grillo al castello».

I tentacoli pellicolari — fra una pausa e l'altra della rivista — lo riprendono ed eccolo apparire con la sua faccia di gran galantuomo in «Arma bianca» con Leda Gloria, «Una donna fra due mondi» con Isa Miranda, «Fermo con le mani» con Totò, «Taverna rossa» con Alida Valli e «Quattro passi fra le nuvole» con Adriana Bonetti e Gino Cervi.

Se fa quattro passi fra le nuvole e contempla il suo passato di probo lavoratore e di schietto artista, Oreste Bilancia deve essere contento di sè. Egli è stato un celebre divo dello schermo quando si faceva del cinematografo per passione; ragion per cui oggi non ha milioni in banca come tanti divi d'oggi (largo ai giovani!) che non raggiungeranno mai la sua altezza artistica e morale.

A 62 anni (ma non li dimostra) è sulla breccia con l'entusiasmo dei vent'anni. Al fuoco delle luci della ribalta riacquista l'antico spirito. Il maestro Frustaci fa esplodere il ritmo delle sue indiavolate melodie, le donnine di Macario attraversano la passerella ed Oreste Bilancia apre lo spettacolo con la sua calda voce per annunciare che il grillo è arrivato al castello...

Lino Campanini, «Il Piccolo delle ore diciotto», 3 dicembre 1942


1942 12 12 Il Piccolo delle ore diciotto Alda Mangini intro

1942 12 12 Il Piccolo delle ore diciotto Alda Mangini f1E’ ben raro — se non addirittura unico — il caso di trovare in una Compagnia di riviste, sia pure di grande formato, un'artista piena di temperamento e di grazia, che al tempo stesso riassuma in sè le doti di una cantante di ben superiore livello, per bellezza della voce non meno che per la maestria canora.

Salutiamo in Alda Mangini, la simpaticissima e valorosa «diva» della radio e della Compagnia Navarrini, la brillante incarnazione di questo autentico.... fenomeno.

La gentile artista, che ha cominciato molto felicemente la sua carriera nella opera seria — e basta sentirla per convincersene — s’è un bel giorno decisa di cedere alle lusinghe della piccola lirica, verso la quale la spingeva un po' anche il suo vivace temperamento. E non tutti sanno che il primo passo in questo campo destinato a darle tante soddisfazioni, lo ha fatto nella vicina Abbazia, dove era stata prescelta a interpretare, nella festosa cornice del memorabile Festival dell’operetta le parti di soprano brillante nel «Sì» di Mascagni diretto dall'illustre autore e nello «Zingaro barone» di Giovanni Strauss.

Il suo successo fu così pieno e convincente, che poco dopo veniva assunta dall'«Eiar», diva del microfono fra le pili care al vasto mondo dei radioamatori italiani. E appunto con una «formazione» di «divi» ella è già stata fra noi anni addietro, raccogliendo i più cordiali consensi del pubblico trie
stino sulle stesse scene del Politeama Rossetti, dove oggi accanto a Nuto Navarrini seralmente incontra tutte le simpatie ed il fervido plauso degli spettatori.

Dotata di una bellissima voce, armoniosa e squillante, modulata con una perizia che rivela in lei la cantante di razza — (quale agilità e intonazione ad esempio nella gustosa parodia della «Traviata!») — Alda Mangini emerge nel fantasioso «Cortometraggio d'amore» di Navarrini, anche per il suo brio, la disinvoltura e la spontanea comicità.

Ha avuto ancora una volta la mano felice, Nuto Navarrini nel metterla al suo fianco. Glielo dice del resto ogni sera il nostro pubblico al Rossetti, festeggiando cordialmente Alda Mangini nella pittoresca e divertente rivista, che oggi si replica all’ora solita e domani domenica sarà rappresentata nel pomeriggio e di sera.

«Il Piccolo delle ore diciotto», 12 dicembre 1942


1942 Assi e stelle della Radio Alda Mangini intro

Chi ricorda la divertente parodia del « Poeta contadino » è logico che sia curioso di conoscere qualche notizia sulla graziosa interprete. E noi lo accontentiamo subito. Alda Mangini è nata a Milano; ha cantato nella lirica e in operetta; alla radio ha esordito nel 1936 e ancor oggi ci delizia con le sue canzoni e, qualche volta, partecipando al complesso operettistico.

E' moglie (frenate i palpiti del cuore, o ammiratori) di Alfredo Clerici.

«Assi e stelle della Radio», 1942


1942 12 31 Tempo Elli Parvo intro

Elli Parvo ha fatto una strana carriera. Ha un certo nome, senza che mai le siano state affidate parti di rilievo, parti — si potrebbe anche dire — adatte al suo temperamento, che è notevole e tipico. Da qualche tempo, poi, legata da un contratto a una delle nostre maggiori Case produttrici, la si vede apparire in brevi scene che ne giustificano la presenza solo per le sue caratteristiche fisiche di bellezza popolare e provocante e non per particolari esigenze di interpretazione. Sembra quasi che la Casa produttrice, avendola in contratto, l'impieghi comunque per non lasciarla inoperosa, in modo da far fruttare il compenso pagato. Cosi è apparsa in «Don Giovanni» (dove si è vista Carla Candiani in una parte ancora minore di quella della Parvo), anche se il suo nome è stato fatto risaltare, pubblicità del film, in grande e staccato come se si trattasse di una gentile e incalcolabile concessione; cosi apparirà in «Carmen», nella parte di una sigaraia.

Non so se la Parvo è contenta di una valutazione tanto superficiale delle sue capacità artistiche. Non dovrebbe esserlo. Un'attrice sogna sempre qualche cosa di più. Ma forse sono i produttori e i registi che non hanno saputo orizzontarsi sulle sue possibilità, cosa questa che capita per molti attori e molte attrici, i quali spesso sono impiegati a caso, con notevole danno del film.

Se questo non fosse e se le Case produttrici studiassero a fondo i loro programmi anche in rapporto agli attori che hanno in contratto, non si avrebbero tanti film di sconcertante complesso; non si troverebbe Nazzari in una parte più adatta a Cervi, o la Ferida in una parte più adatta alla Lotti, o — per tornare all’argomento — la Parvo in una parte che magari avrebbe potuto essere affidata a un'attrice principiante cui si sarebbe data la possibilità di mettersi in luce. (Ahimè! La questione dei nuovi elementi per il nostro cinema è sempre in piedi. Tutti predicano che bisogna tirar fuori questi nuovi elementi, si fanno magari provini — che non servono a nulla perchè realizzati affrettatamente e senza sincero amore, tanto che si finisce, nove volte su dieci, col ripiegare su elementi conosciuti anche se inadatti alla parte in discussione).



Sono cinque anni che la Parvo ha messo piede nel cinema ma nessuno si è preoccupato di utilizzarla appropriatamente. Fin dal principio è stata l'oggetto di un valutazione approssimativa. Certamente si è detto; «Ecco un bel tipo di ragazza del popolo» — e come tale è stata tenuta presente in quei film grossolani, come «Gatta ci cova» e «Lasciate ogni speranza».

Da questa valutazione, in fondo, non si è più liberata e continua a sopportarne il peso anche se è stata modificata. Infatti oggi si direbbe: «È un bel tipo di ragazza del popolo procace e provocante». Ora, è evidente die non c'è nessun progresso, che la Parvo, come interprete, è rimasta quella di cinque anni fa, se si toglie quel po’ di esperienza che ha ricavato dal lavoro.

In effetti la Parvo può fare molto di più. Bisogna studiarne il tipo, saper valorizzare il suo viso non bello e irregolare ma attraente per un'ambigua carnalità che promana dallo sguardo e dalla risata. I personaggi che le si adattano non mancano, se non ci sono si creano. E’ mia opinione che continuare ad impiegarla come è stato fatto finora non giova nè al film nè a lei.

D. M., «Tempo», anno IV, n.187, 31 dicembre 1942