Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1945


Rassegna Stampa 1945


Indice della rassegna stampa dei film per l'anno 1945

Il ratto delle Sabine (Distribuzione 23 novembre 1945)


Totò

Articoli d'epoca, anno 1945

14 Gen 2017

Pugni a Totò

Pugni a Totò Con la compagnia di rivista Totò-D’Albert dell’impresario Remigio Paone, Totò aveva intrapreso, nel gennaio 1945, una tournée in Toscana. Era in scena una seconda versione teatrale di «Imputati, alziamoci», scritta dal commediografo…
Simone Riberto, Daniele Palmesi, Federico Clemente
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1945 01 06 La Voce Repubblicana Toto Pubblicita L

«La Voce Repubblicana», 6 gennaio 1945


1945 03 11 La Nazione del PopoloUna battuta di dubbio gusto, inserita nella rivista che la Compagnia di Totò sta recitando alla Pergola, ha provocato il risentimento di qualche spettatore, che ha voluto dare una tangibile dimostrazione del proprio malcontento. Sembra che in una scena dei lavori si svolgesse un dialogo, nel quale Totò - al secolo Antonio de Curtis di anni 47, da Napoli - con il solito dito in aria e il solito contorcimento di collo, affermava non esistere alcuna differenza fra camerata e compagno.
Al termine dello spettacolo, Totò ha veduto presentarsi nel camerino uno sconosciuto, il quale dapprima gli ha chiesto una fotografia e poi gli ha domandato, con aria ingenua, di spiegargli ancora che differenza passasse fra camerata e compagno. L'artista, così spigliato sul palcoscenico, è rimasto confuso e non ha saputo cosa rispondere; o, forse, non ne ha avuto il tempo, in quanto l'altro gli ha sferrato un pugno in pieno viso e se n'è poi andato. Il macchinista teatrale Silvio Viglino, di anni 43 abitante in via della Pergola 4, è intervenuto ma affrontato da altri due sconosciuti, ha avuto a sua volta un pugno.
L''Ospedale di S.M.Nuova, a Totò veniva riscontrata una ferita lacero contusa al labbro superiore e una ferita allo zigomo destro veniva riscontrata al Viglino. I due sono stati riscontrati guaribili in dieci giorni.

«La Nazione del Popolo», 11 marzo 1945


1945 05 31 Il Tempo Un anno dopo T L

«Il Messaggero», 31 maggio 1945


1945 06 02 Il Tempo Un anno dopo L

«Il Tempo», 2 giugno 1945


Un anno non è bastato ad esaurire gli argomenti dell'attualità politica, sociale ed economica che la liberazione di Roma ha messo a disposizione degli estensori di riviste: ed anche questa, che viene presentata proprio un anno dopo l'arrivo degli alleati, ripete più o meno quanto ha formato pretesto di scherzo, di satira o di ironia negli spettacoli che l’hanno preceduta. Simile ripetutone di temi, per quanto mascherata con una certa abilità di variazioni, ha finito per dare un’aria alquanto monotona alla rappresentazione. Per fortuna la presenza di Totò con le risorse della sua personalissima comicità, ha valso a sollevare il tono dei quadri ai quali partecipava e a portare felicemente in porto lo stanco spettacolo. Al quale hanno validamente collaborato Lucy d'Albert, elegantemente briosa, la Vidali col suo bel canto, la Locchi, il Bente, il Sinaz, il Castellani e tutti eli altri sotto la regia di Biancoli. Fantasiosa le scena di Onorato. Cordiali applausi ad ogni quadro ed alla fine della rappresentazione. Da ieri sono cominciate la repliche.

«Il Giornale del Mattino», 4 giugno 1945


1945 06 04 Il Tempo Un anno dopo R«Il Tempo», 2 giugno 1945


1945 06 05 Il Popolo Un anno dopo intro

La rivista che domenica è stata presentata al pubblico del 4 Fontane non a nè migliore nè peggiore di tante altre allestite finora. Essa tuttavia sta a dimostrare che senza un artista d'eccezione quando il testo non soccorre, questi componenti non reggono. E senza Totò questa rivista avrebbe il fiato grosso. Totò dunque la conduce in porto. Allora si dovrebbe fare un certo discorso su Totò, e lo faremo prossimamente. Le rivista moralmente è condannablie.

«Il Popolo», 5 giugno 1945


IL RATTO DELLE SABINE (IL PROFESSOR TROMBONE)

Distribuzione: 23 novembre 1945

Il_ratto_delle_sabine

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


1945 12 20 Il popolo Eravamo sette sorelle L«Il Popolo», 20 dicembre 1945

1945 12 23 Il Giornale del Mattino Eravamo sette sorelle2 L«Il Giornale del Mattino», 23 dicembre 1945

1945 12 22 Il Tempo Eravamo sette sorelle L«Il Tempo», 22 dicembre 1945

1945 12 23 Il giornale del mattino Eravamo sette sorelle L«Il Giornale del Mattino», 23 dicembre 1945


1945 12 27 Quarta Parete Un anno dopo

«Quarta Parete», 27 dicembre 1945


1945 12 30 L Europeo n 9 Animali Pazzi intro

Un perfetto sosia, che possa trarre in errore tutti, anche i più intimi, è cosa piuttosto rara nella vita; e forse, a quanto si dice, è riservato soltanto ai dittatori e agli uomini politici molto in vista. Ma nel teatro se nè incontrano a ogni piè sospinto. Per il teatro, il tema del sosia è vecchio- quanto il mondo e si direbbe, a giudicare da esso, che il mondo sìa pieno di sosia.

D’onde, i più ameni equivoci e scambi di persone. Perchè, a differenza della vita, nel teatro la fortuna d’avere un sosia non è riservata agli uomini politici in vista, che se ne possono servire per trarre in inganno gli attentatori, ma piuttosto agli uomini qualunque (vero è che oggi anche gli uomini qualunque sono uomini politici in viste; ma qui usiamo la locuzione nel vecchio significato); preferibilmente agli uomini qualunque giovani, che hanno anche una fidanzata, o un’amante, le quali sono le prime a cadere nell’equivoco. E' chiaro che la predilezione per questo tema è dovuta alla infinita quantità di situazioni comiche a cui esso dà origine e anche al fatto che esso permette a un attore di prodursi in due parti contemporaneamente, con effetti talvolta sorprendenti.

Naturalmente il cinematografo che, in quest’ultimo campo, ha possibilità tecniche ben maggiori del teatro, non poteva mancare d’impadronirsi d’un cosi bel tema. Invece delle rapide entrate e uscite del teatro, al cinematografo i trucchi, i mascherina i diaframmi, le controfigure, possono addirittura presentare l’attore che parla con se stesso, che stringe la mano a se stesso, che incontra se stesso. Tutte cose che sarebbero sorprendenti se il pubblico non fosse ormai ad esse abituato da anni. Per l’appunto circa dieci anni fa in Italia hi fatto un film imperniato sul sosia. S’intitolava « Animali pazzi » e in esso si vedeva Totò, che ne era il protagonista, sdoppiarsi in due parti e per l’appunto incontrare se stesso, stringere la mano a se stesso, parlare con se stesso. Naturalmente c'erano di mezzo un’amante e ima fidanzata, entrambe tratte in errore dalla rassomiglianza.

A un certo punto il Totò n. 1 stava per sposare la fidanzata del proprio sosia, che tardava ad arrivare, ma poi tutto s’accomodava con piena soddisfazione e sbalordimento di tutti i personaggi. Ricordiamo cosi bene la vicenda di quel film perchè, guarda caso, autore del soggetto e della sceneggiatura fu il sottoscritto. Ora, tutto quello che c’era in « Animali pazzi » c’è fedelmente nel « Sosia innamorato », c’è persino, all’ultimo, fedelmente ricalcata, la scena della sposa che, al momento delle nozze, viene piantata in asso dal presunto sposo, che corre a cercare il vero cui egli è sosia e che tarda ad arrivare; e c’è perfino il colpo finale dei due sposi identici che arrivano contemporaneamente da due partì, col particolare degl’invitati alle nozze che sbalorditi passano con gli occhi dall’uno all’altro.

Il regista del « Sosia innamorato » non fa niente di più — quanto a trucchi tecnici, mascherini e controfigure — di quel che fece a suo tempo Carlo Ludovico Bragaglia, che di « Animali pazzi » fu regista; anzi, il buon Carletto fece di meglio. Le sole differenze tra i due film sono:

a) che al posto di Totò c'è E. Powell;

b) che il « Sosia innamorato » è fatto dalla Metro Goldwyn Mayer con mezzi ben maggiori di quelli impiegati per « Animali pazzi » della Titanus;

c) che la sequenza centrale della clinica dove sono ricoverati gli animali pazzi è, nel « Sosia innamorato », sostituita dalla sequenza della parodia dei più noti attori di Hollywood; e, in un certo senso, si può dire che anche qui siamo, più o meno, fra animali pazzi.

Conclusione: si può dire che i due film imperniati sul tema del sosia sono l’uno il sosia dell'altro.

a. c., «L'Europeo», anno I, n.9, 30 dicembre 1945


Altri artisti

1945 01 17 La Voce Repubblicana Aldo Fabrizi«La Voce Repubblicana», 17 gennaio 1945 - Aldo Fabrizi


1945 02 03 Star Mario Mattoli intro

Domenica scorsa all'associazione culturale cinematografici italiana c'è stata inattesa conferenza di Mario Marioli che lui trattato, in sede culturale, l'argomento «Arte, commercio e giornalisti». Cercheremo di fare una breve cronaca della seduta. 

Un insolito fermento si notava, prima che lo spettacolo avesse inìzio, nella sala del Cine Attualità. Alla consueta folla di attori attrici ed uomini del cinema, si aggiungevano, stavolta rudi e misteriose figure dai visi poco rassicuranti. Occorre dire subito che fra il gruppo dei sostenitori del regista della «Vispa Teresa» la figura piu umana era quella dello stesso Mattoli il quale pur con le sue intemperanze verbali, con la sua sviscerata ammirazione per se stesso ha mostrato un certo temperamento sta pure vendicativo ed eccitabile. ma anche cordiale. Frattanto i torvi e cupi sostenitori sparsi poliziescamente nella sala generavano negli spettatori un vago senso di inquietudine. Torbidi personaggi dai visi bluastri crepitanti di barba granulosa come polvere da sparo si appoggiavano alle portiere dando l’impressione che nascondessero la mitragliatrice sotto i cappotti nocciola chiaro. 

Anna Magnani in pantaloni e con un cane in braccio, Maria Mercader con un civettuolo basco, Anna Proclemer sensibile e intelligente entro una spumeggiante pelliccia, Dina Sassoli con l'impermeabile abbottonatissimo fin sotto la gola, liscia liscia, semplice e un po’ ostile a tutti ed altre attrici di cui ci sfugge il nome ingentilivano un poco l'aria greve di mercato nero e di imminente retata che aleggiava nella sala. Marioli aveva organizzato le cose per bene. Doveva prendersi la sua rivincita per un decennio di critiche ostili L'ottimo Mattoli furente di non essere mai stato preso sul serio dai critici voleva sfogarsi. Troppo giusto. Per raggiungere meglio il suo scopo aveva organizzato una specie di spettacolo Zabum. C’era anche Fabrizi a spalleggiare le argomentazioni del regista.

1945 02 03 Star Mario Mattoli f1

1945 02 03 Star Mario Mattoli f2

In questo clima inquietante, tra il religioso silenzio degli astanti, si è iniziato il dibattito. Sin dall'inizio della sua prolusione Mattoli impostò con chiarezza ed eleganza la questione delle mutande, che poi doveva essere il motivo dominante del discorso. Egli sostenne con foga e un leggero tremito di sdegno nella voce, che i giovani critici cinematografici hanno tutti pedicelli sul viso e le mutande poco pulite. Fu con curiosa insistenza che il Marioli si soffermò sulla pulizia delle mutande dei giovani critici fino a dare la sensazione che questo pensiero delle mutande lo assillasse particolarmente per ragioni non chiare. Da più parli della sala si levò infatti il grido incitatore: «Mutande! Mutande!». 

Definita la questione delle mutande, che il Marioli aveva alternalo ad incondizionati elogi ai suoi film, l’oratore passò a parlare di orinatoi, pitali e minzioni identificando i film d’arte in quelli che riproducono scorci di vespasiani in mezzi primi plani con personaggi intenti a mingere. Il tono di Marioli era pacato ma non privo di leggere sfumature di minaccia. A proposito dell’arte egli affermò, dopo di aver esaltato gloriandosene la sua assoluta ignoranza, che egli Intendeva fare soltanto dei film commerciali sdegnando i cosiddetti film d’arte; ma aggiunse — e qui la sua voce divenne ammonitrice — che se egli volesse, generando furai e vapori nelle scene mediante l'uso degli apposita apparecchi fumogeni, riuscirebbe a produrre eccellenti film d’arte che piacerebbero ai più raffinati. Non lo vuol fare ma qli sarebbe facilissimo farlo. 

Lo strano concetto dell’arte vinta sotto forma eminentemente gassosa enunciato dall'irritato Mattoli venne applaudito dai torbidi elementi che, sfuggiti al controllo delle maschere, si erano introdotti nella sala. Si respirava odore di polvere. Scorrendo i suoi appunti Mattoli proseguì affermando che gli incassi di «Ore nove lezione di chimica» avevano battuto quelli dei film di Greta Garbo e mostrò chiaramente che non avrebbe gradito essere contraddetto su questo punto. I torbidi elementi dai visi butterati sottolinearono con applausi questa affermazione. 

Quindi Mattoli, ribadendo il concetto già enunciato della sua totale ignoranza su tutto, affermò che i critici dovrebbero fare dei film molto belli prima di parlare. Altrimenti debbono starsi zitti, e colse l'occasione per accusare qualcuno di essi di aver lavorato a sceneggiature ricevendone dei compensi. Qui il Mattoli fece capire a chiare note che egli non ammette che il lavoro degli sceneggiatori venga compensato. Dovrebbero lavorare gratis. Solo il Mattoli deve essere pagato e bene. 

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In sostanza il Mattoli attribuì i giudizi sfavorevoli che tutta la critica italiana in blocco ha dato da anni sui suoi film al tutto che i critici vorrebbero produrre dei film come i suoi e non riuscendoci, per invidia, si sfogano conico di lui. Non ammise che possano esistere dei trini che pur essendo commerciali, siano fatti con un minimo di gusto e non grossolanamente rifritti su vecchie ricette. Esaltò a lungo il suo film «Stasera niente di nuovo» e, dopo di aver inneggiato alla serie dei «film che parlano al vostro cuore» dovuti tutti alla sua regia, non nascose la sua aperta ammirazione per «Labbra serrate» (pure esso dovuto a lui e classificato dallo stesso produttore fra i «capolavori Manenti») per il quale la critica, a suo tempo, ebbe a scrivere bruschi e irriverenti giudizi. 

Per circa un’ora e mezzo Mattoli, indisturbato, lodò la sua opera e quella del produttore Manenti il quale, introdottosi abusivamente nella sala, stazionava, con un viso che non prometteva nulla di buono, contro uno dei pesanti tendoni scuri. Ad un cenno di Mattoli (che aveva in precedenza organizzato minuziosamente lo spettacolo fissando appuntamento alle nove del mattino, al Caffè Greco, ad alcuni fidati elementi Zabum) venne avanti con greve lentezza il comico Fabrizi. Sin dalle prime battute di Fabrizi si diffuse nella sala come un fiato di bruscolini in un clima da teatro Jovinelli. Fabrizi fu lento, sprezzante, gigionesco, sicuro del fatto suo e, con voce da posteggio notturno, spezzò la sua lancia a favore dell’ignoranza totale spinta fino all’analfabetismo, già esaltata dal Mattoli. Fabrizi lodò anch’egli se stesso proclamandosi autentico ed unico rappresentanle dell'anima del popolo romano ed ebbe frasi di commiserazione ed anche di scherno per coloro che hanno una cultura sia pure limitata. 

Ad un cenno del Mattoli Fabrizi si ritirò lentamente, convinto di essere un grande attore. 

Mentre tutti, nell'accentuato clima Jovinelli che si era creato intorno, si aspettavano di veder apparire alla ribalta il comico Cacini, si fece largo il colto produttore Manenti che alterna le cure per l’arte alla gestione di un’avviata tabaccheria in Via Uffici del Vicario. Con tono collerico il Manenti affermò che se l’Italia gode di un certo prestigio cinematografico all'estero ciò si deve ai «capolavori Manenti» che si sono imposti nel Balcani. A tal proposito il Manenti fece un erudito e asintattico parallelo fra certi critici bulgari o rumeni che a suo dire avevano sperticatamente lodato «Labbra serrate» e quelli italiani che avevano, con ragione, giudicato il sullodato film una ignobile «puzzonata». Col sangue agli occhi e con voce aperta e distesa, da Tor di Nona, il Manenti concluse il paragone a netto svantaggio del critici italiani qualificandoli in blocco degli imbecilli. Dopo di che si ritirò ancora con la schiuma alle labbra, salutato dagli applausi di alcuni elementi eterogenei che facevano pensare alla disciolta e forse già ricostituita banda del Gobbo dal Quarticciolo. Il «numero» del Manenti risultò leggermente sinistro. L’adunanza si sciolse lentamente affollandosi all'uscita in una voga atmosfera di borseggio. 

E’ bene insistere su queste manifestazioni improntate alla cultura e all'intelligenza; esse giovano ad innalzare il livello del rinascente cinematografo italiano. 

Ercole Patti, «Star», 3 febbraio 1945

* * *

Caro Patti, 

domenica 28 marzo Mattoli nel corso della sua conferenza all'A.C.C.I. mi ha citato come autore, anzi, autore capo della rivista «Ma dov'è quest'amore» presnetata al Valle dalla Compagnia De Sica-Merlini-Melnati. Ha il dovere di dire che non ho minimamente collaborato alla suddetta rivista. 

Grazie dell'ospitalità e saluti da

Cesare Zavattini


1945 11 06 La Tribuna del popolo Macario«La Tribuna del popolo», 6 novembre 1945 - Macario


1945 12 27 Quarta PareteCritica intro

Fu di gran moda qualche anno addietro, un certo genere di critica teatrale, cinematografica o musical che raccomandava il suo buon successo unicamente al completo disinteresse che lo scrittore ostentava verso la «pièce», il film o la musica dei quali avrebbe dovuto scrivere e che invece non si degnava di citare, forse, che per un attimo, per uno o due righi, proprio in fondo al pezzo, così, quasi per isbagllo, come per concessione di pura cortesia. Cominciò Bruno Barilli su un grande settimanale illustrato (una sorta di ideal modello di tutti i settimanali illustrati) (Omnibus, n.d.r.); lo seguì Savinio con la sua consueta grazia e gravita'; si adeguarono alla moda, ben presto, altri giornalisti e scrittori grandi e piccoli così che dopo poco non ci fu verso di poter leggere nè sui quotidiani nè sui settimanali una critica autorevole ed esauriente di una commedia, di un film o di un concerto senza essere costretti a centellinarsi graziosi ricordini d'infanzia dell'autore sue impressioni personalissime sui cialdoni con la panna, ovvero notizie del lutto gratuite sulla salute della famiglia, o indiscrezioni sulla spettatrice che sedeva alla sua destra o sul cappellino della matrona alla sua sinistra. Si disse «Che originaloni però questi critici!» e quando l'originalità in parola divenne diffusissimo costume e quasi regola obbligatoria del «buon gusto» e della «eleganza» si andò in cerca dei giornali che riportavano le critiche più svagate, più distratte più assenti dalla critica, e fu una vera gara di birichinate, di gaie bizzarrie, di trovatine pazzarellone, che si risolveva, alla fine, nel privare senza remissione il pubblico e gli appassionati degli spettacoli di un qualsiasi giudizio positivo o negativo, benevolo o acido, un giudizio insomma purchessia. Si volle attribuire un .simile vezzo collettivo ai dilettantismo dei critici: «vedete — si diceva — quello che succede ad affidare la critica a scrittori, sia pure di primo ordine, ma che con la critica non hanno nulla a che fare!». Senonchè il numero del «critici mondano-svagati» era salito in tal misura da far sospettare una vera inflazione di autentici-scrittori-poco-critici. Perfino il redattore teatrale della «Gazzetta di Terontola» che fino allora non aveva dato prove definitive delle sue qualità di grande scrittore, si diffondeva nel «pezzo» per il concerto della banda.in piazza, sulle sue simpatie per il giardinaggio e per le stazionane con aiuole e lontanine.

Caduta la tesi della competenza si cominciò a mormorare «sotto i mantelli» che era tutta una questione politica: c'erano, film, concerti o commedie di cui bisognava dir bene per forza, obbligatoriamente, per ordine del Minculpop, e altre di cui bisognava dir male per forza in virtù degli stessi ordini; e allora i turbi scrittori se la cavavano così, prendendosi gioco, in un sol colpo, del film, degli spettatori, dei lettori, e del ministero. Certo sembrò improbabile ai più accorti che il ministero si preoccupasse, sia pure attraverso i suoi organi periferici, dell'andamento delle arti in quel di Matera o di Barletta, ma tant'è, la tesi piacque sopratutto perchè faceva dispetto a «quelli là» e non ci volle altro che un pezzo «svagato-mondano» per immettere un giornalista nel novero ampio e sempre fluttuante degli «intellettuali d'opposizione». Un'aura di intesa sorniona e furbacchiotto si stabilì con solidità attorno a certe redazioni di giornale con particolare riguardo alla «stanza dei critici». Si lessero molto attentamente quelle «critiche» niente affatto critiche e si attese, settimana per settimana, la burletta che il tal giornalista, il tale scrittore avrebbero tirate fuori per la commedia di C. raccomandato di ferro o per il concerto K. protetto dall'Ambasciata tedesca.

Il guaio era che la moda non taceva differenze di fede politica e anzi era addirittura costretta a serbarsi imparzialmente uguale per tutti, onde non scoprire la sua trama di congiuretta ironica e collettiva, congiurala, in fin dei conti, abbastanza accomodante e comoda se permetteva a tanti «intellettuali d'opposizione» di collaborare senza collaborare, di dire senza dire, di aderire senza aderire, eccetera. A causa di questa imparzialità, per vari anni non sì ebbe, da rei, critica giornalistica che non fosse quella ufficiate o semiufficiale obbediente alle supposte o vere disposizioni ministeriali.

L'opposizione latta a quel modo mi fa pensare sempre a una famosa storiella antifascista che racconta di un tal brav'uomo capitato in mezzo a un gruppo di accesi cospiratori dei quali ciascuno al suo turno si andava attribuendo con parole terribili un attentato, o un sabotaggio, una azione rischiosa ed efficace, una operazione di propaganda pericolosa. Alla fine tutti chiesero a quel brav'uomo, che era napoletano, che cosa anch'egli avesse tatto per la causa comune. «Eh — rispose quello — pure io, quando torno a casa la sera passando vicino all'orto di guerra, qualche pianticella la rovino; una foglia oggi, una foglia domani, ho già fregato le piante di lattuga».

Oggi i motivi politici che determinarono la critica in quei senso sono finiti e bisogna dire finalmente che si può leggere su più di un quotidiano, settimanale o quindicinale una relazione di spettacolo intelligente, ben fatta, spesso brillante ed efficace per il pubblico. Ed è già molto. Ma poiché la strada dalla perfettibilità umana non ha limiti, sarebbe molto bello che specialmente i critici di alcuni settimanali dimenticassero per sempre e totalmente la modo passata e serbassero per i loro articoli di cultura o per le loro auto-biografie, che avranno certamente un grande interesse per i posteri, alcune divagazioni evocative personali e del tutto irrilevanti ai fini che le loro rubriche debbono proporsi, divagazioni che li costringono poi, per ragioni di spazio, a condensare in poche parole genericamente elogiative quello che dovrebbé essere il succo della critica e cioè un giudizio sulla commedia, sugli afaori, sulla loro relazione e poi consigli, per quanto cauti e prudenti, consigli che sappiano orientare, indirizzare, suggerire un progresso, un miglioramento agli autori, ai registi, agli allori.

Perchè questo, che sembra essere dimenticato, è lo scopo essenziale della critica periodica, aiutare l'arte; e quello di informazione è lo scopo secondario riservalo semmai ai quotidiani che possono contentarsi di una cronaca degli spettacoli obbiettiva e impersonale. Ma, d'altra parte, qui bisognerebbe fare tutto un discorso sullo spazio dei giornali e sul modo balordo con il quale esso viene sfruttato. Ci chiediamo infatti se per noi italiani gli avvenimenti più importanti, quelli che veramente debbono interessarci direttamente e ai quali bisognerebbe dedicare la maggiore attenzione, anche in base ad un calcolo semplicemente mercantile, non siano gli avvenimenti che si riferiscono al nostro maggiore patrimonio, alle nostre uniche ricchezze, e cioè gli avvenimenti dell'arte.

Giuseppe Di Brizio, «Quarta parete», 27 dicembre 1945


1945 12 30 L Europeo n 9 Sorelle Nava intro

A Milano se ne parla ormai come del panettone. «Sono certo milanesi, con quel cognome lì» dicono con aria soddisfatta gli spettatori. Ma non è vero: Milano le ha scoperte e le» ha lanciate; e poi ai milanesi piacciono perchè, come dicono nel presentarle i compagni della rivista, «sono tre ragazze fatte in casa». Non si danno arie, fanno ridere e stanno allo scherzo. «Sembrano i Ritz», dicano gli spettatori più smaliziati, «avranno molto successo»; Appartengono alla Compagnia Zabum, sono state applaudite nello spettacolo «Pirulì rifulì».

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I loro antenati erano attori girovaghi ; papà, romano, si chiama Brugnoletto, attore comico e drammatico che fece molte tournées ed ha avuto sempre successo; in un numero che i romani si ricordano ancora, suonava una marcia militare e faceva la locomotiva in arrivo. La madre si chiama Nava, è uscita da una famiglia di artisti da circo e in gioventù fu ballerina, del genere classico. Hanno avuto cinque figlioli: le ragazze maggiori sono le tre Nava: Conchita, nata a Roma, Diana e Lisetta nate a Cannero, ventitré, diciannove e sedici anni e mezzo. Sono state quasi sempre all’estero e hanno cominciato presto a recitare: Lisetta a tre anni debuttò in Isvezia in un’imitazione di Joséphine Baker (danza delle banane), Conchita in un numero di creola, con la pelle dipinta di marrone e due gardenie in testa. Poi hanno smesso per studiare danza classica e musica. Lisetta, già «lanciata», si prepara per la seconda liceo.

Sulla scena il trio è ben equilibrato: due sono brune, una è color mogano; hanno la bocca grande e dipinta allo stesso modo, gli stessi denti grandi e regolari, un neo preciso sul mento, l’identico ricciolo-ne sulla fronte, gli occhi neri e truccati su modello unico, con ciglia a spazzolino e triangoli di matita ai lati, così che arrivano fino sulle tempie. Diana, quella mogano, la più alta ed opulenta delle tre, sta nel mezzo: le altre due ai lati. Ballano, cantano, recitano, si presentano come per fare un numero serio, si pensa alle Lescano; ma di colpo si trasformano in tre clowns irresistibili. Si vede che nessuna delle tre si prende sul serio. Tutte e tre inventano, improvvisano, si danno botte e calci, non è raro che finiscano a gambe all’aria. Diana, quella che pesa settanta chili e ha curve alla Mae West, è la più provocante e fa la donna fatale.

Conchita, la più magra, è la comica della compagnia: è lei che inventa gli scherzi più spassosi, non le importa niente di strizzarsi i capelli in due codine da topo che la imbruttiscono, canta d'amore e d’un tratto viene fuori con un break gutturale da negro. Sa suonare anche il violino: eccola in tenuta da concertista che interpreta con sentimento un valzer viennese. A un certo punto però le viene il solletico e si gratta con l’archetto. Il valzer non s’interrompe: lei lascia cadere il violino su un fianco, come se fosse stanca; il valzer va avanti lo stesso. Conchita suona con la bocca.

Lisetta ha spesso funzione di coro nel trio, di commento e d’invito all'allegria. E' specialista in tip-tap.

Il boogie-woogie poi travolge tutte e tre le Nava. Non si ammaccano quando fanno uno dei loro ruzzoloni? Fin da piccole hanno imparato a cadere, senza neanche imbrattarsi con la polvere delle tavole; e non sentono più neanche gli schiaffi che si distribuiscono a vicenda. Sono di buon umore anche fuori dalla scena; la loro cameriera dice che «è un teatro averle in casa». A Milano dormono fino alle undici, all’Albergo Candidezza; ma in questi giorni hanno girato molto per commissioni.

Per la strada una signora ha fermato Diana per chiederle il nome del parrucchiere che le tinge i capelli. «E’ stata la mamma» le ha risposto Conchita, ma la signora si è spaventata perchè Conchita aveva parlato con voce da ventriloquo.

Tutte e tre sanno andare a cavallo e vanno matte per la zuppa pavese e le bistecche alla Bismàrck. Sono state scritturate per una tournée in America e ci andranno. Tra i film più recenti preferiscono «La mia via», benché sia così serio.

Di ammiratori a Milano ne hanno trovati molti: un ricco setaiolo mandò per cinque sere di seguito grandi mazzi di rose gialle nel loro camerino; volle conoscerle; scherzò con tutte e tre e non si decise per nessuna; gli piacevano tutte e tre allo stesso modo. Diana riceve in dono per lo più statuette di maiolica, che restituisce sempre. Lisetta ha un adoratore cinquantenne che fa il pellicciaio e le offre mantellette di ermellino (respinte anche queste, ci tiene a dichiaralo). Conchita ha suscitato un serio affetto in un musicista di mezz'età «troppo serio, ma simpatico» che le ha mandato una canzone scritta per lei con infilata dentro una tuberosa.

E tutte e tre hanno ricevuto la seguente lettera da un signore: «Coraggio, figliole — diceva — ad altri è capitato d'inciampar nel venir fuori a ringraziare: è effetto di timidezza; vedrete che col tempo non vi capiterà più». Alludeva al ruzzolone cumulativo é inventato da Conchita a una richiesta di bis.

«L'Europeo», anno I, n.9, 30 dicembre 1945