Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1945
Indice degli avvenimenti importanti nel 1945
Marzo 1945 - Totò è in tournée con la sua compagnia a Firenze. Viene malmenato da uno spettatore per uno spiacevole disguido...
Indice della rassegna stampa dei film per l'anno 1945
Il ratto delle Sabine (Distribuzione 23 novembre 1945)
Totò
Articoli d'epoca, anno 1945
«Compagno? No, camarade»: la battuta che scatenò un pugno in faccia a Totò (Firenze 1945)
“Ehi, della Gonda, quale novità?” – «Star», 16 giugno 1945 – Totò e la comicità in rivista secondo Vincenzo Talarico
Il ratto delle Sabine - Il Professor Trombone (1945)
Imputati, alziamoci! (1945)
Un anno dopo (1945)

«La Voce Repubblicana», 6 gennaio 1945
Totò percosso da uno spettatore adirato
Uno spiacevole episodio di cronaca avvenuto al Teatro della Pergola di Firenze, dove la compagnia di Totò era impegnata in una rivista: a causa di una battuta giudicata di dubbio gusto, nella quale l'attore affermava che non vi fosse alcuna differenza tra "camerata" e "compagno", uno spettatore ha aggredito fisicamente l'artista nel suo camerino al termine dello spettacolo. L'episodio è culminato nel ferimento di Totò e di un macchinista intervenuto in sua difesa, entrambi giudicati guaribili in dieci giorni dai sanitari dell'Ospedale di Santa Maria Nuova.
- L'incidente scatenante: Una battuta satirica sul palcoscenico riguardante l'uguaglianza tra i termini "camerata" e "compagno" ha suscitato il forte risentimento di una parte del pubblico.
- L'aggressione nel camerino: Uno sconosciuto si è introdotto nel camerino di Totò fingendo di chiedere una fotografia, per poi colpirlo con un pugno in pieno viso dopo avergli chiesto spiegazioni sulla battuta.
- Coinvolgimento di terzi: Il macchinista Silvio Viglino, intervenuto per sedare la lite, è stato a sua volta aggredito da altri due complici dell'assalitore.
- Conseguenze fisiche: Totò ha riportato una ferita lacero-contusa al labbro superiore, mentre il Viglino è stato colpito allo zigomo destro.
Si evidenzia l'estrema tensione politica e sociale nell'Italia del 1945, dove anche la satira teatrale poteva scatenare reazioni violente. L'episodio della Pergola è emblematico delle difficoltà incontrate dagli artisti del varietà nel navigare tra le opposte fazioni ideologiche del dopoguerra. L'articolo documenta un raro momento in cui la maschera di Totò si scontra duramente con la realtà della cronaca nera, evidenziando come la libertà d'espressione artistica fosse ancora soggetta a rischi personali diretti in un Paese appena uscito dal conflitto.
Una battuta di dubbio gusto, inserita nella rivista che la Compagnia di Totò sta recitando alla Pergola, ha provocato il risentimento di qualche spettatore, che ha voluto dare una tangibile dimostrazione del proprio malcontento. Sembra che in una scena dei lavori si svolgesse un dialogo, nel quale Totò - al secolo Antonio de Curtis di anni 47, da Napoli - con il solito dito in aria e il solito contorcimento di collo, affermava non esistere alcuna differenza fra camerata e compagno.
Al termine dello spettacolo, Totò ha veduto presentarsi nel camerino uno sconosciuto, il quale dapprima gli ha chiesto una fotografia e poi gli ha domandato, con aria ingenua, di spiegargli ancora che differenza passasse fra camerata e compagno. L'artista, così spigliato sul palcoscenico, è rimasto confuso e non ha saputo cosa rispondere; o, forse, non ne ha avuto il tempo, in quanto l'altro gli ha sferrato un pugno in pieno viso e se n'è poi andato. Il macchinista teatrale Silvio Viglino, di anni 43 abitante in via della Pergola 4, è intervenuto ma affrontato da altri due sconosciuti, ha avuto a sua volta un pugno. L''Ospedale di S.M. Nuova, a Totò veniva riscontrata una ferita lacero contusa al labbro superiore e una ferita allo zigomo destro veniva riscontrata al Viglino. I due sono stati riscontrati guaribili in dieci giorni.
«La Nazione del Popolo», 11 marzo 1945
Roma, maggio-giugno 1945


Un anno non è bastato ad esaurire gli argomenti dell'attualità politica, sociale ed economica che la liberazione di Roma ha messo a disposizione degli estensori di riviste: ed anche questa, che viene presentata proprio un anno dopo l'arrivo degli alleati, ripete più o meno quanto ha formato pretesto di scherzo, di satira o di ironia negli spettacoli che l’hanno preceduta. Simile ripetutone di temi, per quanto mascherata con una certa abilità di variazioni, ha finito per dare un’aria alquanto monotona alla rappresentazione. Per fortuna la presenza di Totò con le risorse della sua personalissima comicità, ha valso a sollevare il tono dei quadri ai quali partecipava e a portare felicemente in porto lo stanco spettacolo. Al quale hanno validamente collaborato Lucy d'Albert, elegantemente briosa, la Vidali col suo bel canto, la Locchi, il Bente, il Sinaz, il Castellani e tutti eli altri sotto la regia di Biancoli. Fantasiosa le scena di Onorato. Cordiali applausi ad ogni quadro ed alla fine della rappresentazione. Da ieri sono cominciate la repliche.
«Il Giornale del Mattino», 4 giugno 1945
Totò al Quattro Fontane
La rivista che domenica è stata presentata al pubblico del 4 Fontane non a nè migliore nè peggiore di tante altre allestite finora. Essa tuttavia sta a dimostrare che senza un artista d'eccezione quando il testo non soccorre, questi componenti non reggono. E senza Totò questa rivista avrebbe il fiato grosso. Totò dunque la conduce in porto. Allora si dovrebbe fare un certo discorso su Totò, e lo faremo prossimamente. Le rivista moralmente è condannablie.
«Il Popolo», 5 giugno 1945
IL RATTO DELLE SABINE (IL PROFESSOR TROMBONE)
Distribuzione: 23 novembre 1945

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film

L'articolo La Critica, scritto da Giuseppe Di Brizio e pubblicato sulla rivista Quarta Parete il 27 dicembre 1945, analizza l'evoluzione e la crisi della critica teatrale e cinematografica in Italia. L'autore contesta un particolare stile di critica svagata e mondana che, nato anni prima con Bruno Barilli e Alberto Savinio, si era diffuso fino a privare il pubblico di giudizi tecnici autorevoli. Di Brizio evidenzia come questa tendenza a divagare su ricordi personali o dettagli futili fosse diventata, durante il regime, una forma di opposizione silenziosa per evitare di sottostare alle direttive del Minculpop, ma auspica ora un ritorno a una critica costruttiva capace di indirizzare artisti e registi verso il miglioramento.
- La moda della critica svagata: L'articolo descrive un genere di recensione che ignorava quasi totalmente l'opera per concentrarsi su impressioni personali, ricordi d'infanzia o indiscrezioni sul pubblico.
- I modelli letterari: Vengono indicati Bruno Barilli e Alberto Savinio come gli iniziatori di questo stile elegante ma poco informativo, presto imitato da molti altri giornalisti.
- La critica come elusione politica: Durante il periodo fascista, molti critici utilizzavano le divagazioni per non dover obbedire agli ordini ministeriali che imponevano di lodare o criticare determinati film o commedie.
- Il fallimento della critica d'opposizione: L'autore paragona ironicamente questa resistenza passiva a chi crede di abbattere un regime rovinando qualche foglia di lattuga, sottolineando come per anni sia mancata una vera critica giornalistica libera.
- Appello al rinnovamento: Di Brizio esorta i critici dei settimanali a superare questa moda passata, tornando a fornire giudizi concreti su recitazione, regia e testi, con lo scopo essenziale di aiutare l'arte.
- L'arte come patrimonio nazionale: Il testo conclude sottolineando che l'arte è la maggiore ricchezza dell'Italia e che gli avvenimenti artistici meriterebbero più spazio e attenzione rispetto a calcoli puramente mercantili.
L'importanza di questo documento risiede nella sua funzione di manifesto per una nuova critica nell'Italia del dopoguerra. Scritto in un momento di transizione democratica, l'articolo di Di Brizio segna la fine dell'epoca delle birichinate nate per sfuggire alla censura, rivendicando per la critica un ruolo di guida morale e tecnica per la rinascita del teatro e del cinema nazionale. Rappresenta una testimonianza preziosa del dibattito intellettuale del 1945, volto a restituire dignità e serietà professionale al giornalismo culturale italiano.
«Quarta Parete», 27 dicembre 1945

Un perfetto sosia, che possa trarre in errore tutti, anche i più intimi, è cosa piuttosto rara nella vita; e forse, a quanto si dice, è riservato soltanto ai dittatori e agli uomini politici molto in vista. Ma nel teatro se nè incontrano a ogni piè sospinto. Per il teatro, il tema del sosia è vecchio- quanto il mondo e si direbbe, a giudicare da esso, che il mondo sia pieno di sosia. D’onde, i più ameni equivoci e scambi di persone. Perchè, a differenza della vita, nel teatro la fortuna d’avere un sosia non è riservata agli uomini politici in vista, che se ne possono servire per trarre in inganno gli attentatori, ma piuttosto agli uomini qualunque (vero è che oggi anche gli uomini qualunque sono uomini politici in viste; ma qui usiamo la locuzione nel vecchio significato); preferibilmente agli uomini qualunque giovani, che hanno anche una fidanzata, o un’amante, le quali sono le prime a cadere nell’equivoco. E' chiaro che la predilezione per questo tema è dovuta alla infinita quantità di situazioni comiche a cui esso dà origine e anche al fatto che esso permette a un attore di prodursi in due parti contemporaneamente, con effetti talvolta sorprendenti.
Naturalmente il cinematografo che, in quest’ultimo campo, ha possibilità tecniche ben maggiori del teatro, non poteva mancare d’impadronirsi d’un cosi bel tema. Invece delle rapide entrate e uscite del teatro, al cinematografo i trucchi, i mascherina i diaframmi, le controfigure, possono addirittura presentare l’attore che parla con se stesso, che stringe la mano a se stesso, che incontra se stesso. Tutte cose che sarebbero sorprendenti se il pubblico non fosse ormai ad esse abituato da anni. Per l’appunto circa dieci anni fa in Italia hi fatto un film imperniato sul sosia. S’intitolava « Animali pazzi » e in esso si vedeva Totò, che ne era il protagonista, sdoppiarsi in due parti e per l’appunto incontrare se stesso, stringere la mano a se stesso, parlare con se stesso. Naturalmente c'erano di mezzo un’amante e ima fidanzata, entrambe tratte in errore dalla rassomiglianza.
A un certo punto il Totò n. 1 stava per sposare la fidanzata del proprio sosia, che tardava ad arrivare, ma poi tutto s’accomodava con piena soddisfazione e sbalordimento di tutti i personaggi. Ricordiamo cosi bene la vicenda di quel film perchè, guarda caso, autore del soggetto e della sceneggiatura fu il sottoscritto. Ora, tutto quello che c’era in « Animali pazzi » c’è fedelmente nel « Sosia innamorato », c’è persino, all’ultimo, fedelmente ricalcata, la scena della sposa che, al momento delle nozze, viene piantata in asso dal presunto sposo, che corre a cercare il vero cui egli è sosia e che tarda ad arrivare; e c’è perfino il colpo finale dei due sposi identici che arrivano contemporaneamente da due partì, col particolare degl’invitati alle nozze che sbalorditi passano con gli occhi dall’uno all’altro.
Il regista del « Sosia innamorato » non fa niente di più — quanto a trucchi tecnici, mascherini e controfigure — di quel che fece a suo tempo Carlo Ludovico Bragaglia, che di « Animali pazzi » fu regista; anzi, il buon Carletto fece di meglio. Le sole differenze tra i due film sono:
a) che al posto di Totò c'è E. Powell;
b) che il « Sosia innamorato » è fatto dalla Metro Goldwyn Mayer con mezzi ben maggiori di quelli impiegati per « Animali pazzi » della Titanus;
c) che la sequenza centrale della clinica dove sono ricoverati gli animali pazzi è, nel « Sosia innamorato », sostituita dalla sequenza della parodia dei più noti attori di Hollywood; e, in un certo senso, si può dire che anche qui siamo, più o meno, fra animali pazzi.
Conclusione: si può dire che i due film imperniati sul tema del sosia sono l’uno il sosia dell'altro.
a. c., «L'Europeo», anno I, n.9, 30 dicembre 1945
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