Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1949


Rassegna Stampa 1949


Totò


1949 Toto parla di canzonette intro

Il marchese Antonio de Curtis, ultimo rampollo di una antichissima famiglia, è assai diverso da quel grande comico che sulla scena il pubblico conosce ed ama come Totò. Rigido, misurato, gentilissimo, estremamente serio, parla a voce bassissima. Ci troviamo nel salotto della sua magnifica casa ai Parioli ed io gli ho già fatto qualche domanda.

- Le canzoni, già, le canzoni… mi piacciono, non c'è che dire. Sono, diciamo, una musica di secondo ordine. Una musica utilitaria, ecco, ma accessibile a tutti: e sotto quest'ultimo aspetto le canzoni sono senz'altro in testa a tutti gli altri generi di musica.

Comprendo benissimo ciò che Totò vuol dire, ma l'argomento merita di essere sviscerato:

- Come ha detto, Marchese?

- Ecco, il mio parere è che in tutte le forme di spettacolo in qualsiasi modo il pubblico sia chiamato ad ascoltare, vedere, giudicare, far… da pubblico Insomma, c'è il genere cosiddetto plateale che piace alla massa ma non ai palati delicati; c'è il genere cosiddetto fine che piace ad una esigua minoranza di critici, esteti, ecc. Ma lascia completamente indifferenti tutti gli altri. L'ideale è il genere che soddisfi incondizionatamente tutti.

Mi piace sentirlo parlare, con quel suo tono basso e cortese e quello spiccato accento napoletano, per questo chiedo:

- Non potrebbe spiegarsi con qualche esempio?

- Ma certo… la musica classica, da camera, sinfonica piace a pochi intenditori e buongustai. Il teatro di Ibsen, lo stesso, la comicità cinematografica di Stan Laurel e Oliver Hardy manda in visibilio la massa ma fa storcere il naso agli esigenti, e così via. Di contro, per rimanere nei generi presi ad esempio, ecco qua: il teatro di Shakespeare piace a tutti, la comicità di Charlie Chaplin piace a tutti, la musica di Verdi piace a tutti.

Magistrale, che vede pare? Ma insisto:

- Verdi, d'accordo… ma noi parlavamo di canzoni…

- Non sembri irriverente ciò che dico, ma Verdi è il più grande compositore di canzoni, oltre al resto, si capisce. La Messa di Requiem e l'Otello sono capolavori, d'accordo, ma sempre per quella minoranza. Ma tutti, assolutamente tutti, almeno una volta al giorno, fischietteranno o canteranno: La donna è mobile… oppure: Alfredo, Alfredo di questo cuore… oppure: Va’ pensiero sull'ali dorate…

Non vi pare che Totò abbia ragione? A me sembra di sì. Giungere al cuore di tutti, popolino e persone fini dall'istruzione completa, ecco il segreto.

Shakespeare, Verdi, Chaplin e Totò ci sono riusciti. Beati loro.

Antonio de Curtis, 1949


1949 01 Musica Toto L

«Canzoniere della Radio», gennaio 1949


1949 01 02 L Europeo Articolo Toto intro

Roma, dicembre

Totò aspetta ancora il suo regista. Nel corso di parecchi anni vari registi si sono provati a fargli fare il cinematografo. Il primo, o uno dei primi, è stato Palermi con il « San Giovanni decollato ». Si videro in quell’occasione le grandi possibilità che aveva Totò di trasferire sullo schermo i personalissimi effetti del suo estro, la sua leggera e aerea follia, le sue evasioni dalla realtà che si esplicano in certi giri d'occhio, in certi suoi improvvisi e silenziosi fervorini durante i quali l’attore sembra uscire dal mondo e navigare nell’etere.

L’effetto di queste sue reazioni di fronte agli avvenimenti è straordinariamente comunicativo e fa sempre centro arrivando in maniera irresistibile a tutte le categorie di spettatori, dal più raffinati intellettuali ai ragazzini dei cinema rionali. Totò è tutto lì. Egli non può essere costretto in un personaggio normale sia pure comico. Perchè egli dia tutti i risultati di cui è capace dev'essere sempre lui in contrapposto alla situazione alla quale lo si mette di fronte qualunque essa sia. Bisogna provocare le personali reazioni del personaggio Totò.

Nei vari film dei quali egli è stato protagonista, gran parte di questi è andata sempre perduta e ciò perchè, interpretando personaggi che non siano soltanto lui, Totò appare un comico come ce ne sono tanti, un attore brillante di ordinaria amministrazione che non merita si faccia un intero film sulla sua persona. Un film che riuscisse a mettere a fuoco quelle qualità, che poi rappresentano la vera personalità di Totò, direbbe qualcosa di nuovo nel campo del film comico. Questi problemi non si è posti Mattoli con Fifa e arena, farsa di corrente e sbrigativa fattura congegnata su misura con una serie di situazioni molto tese nelle quali Totò, in seguito ad alcuni equivoci obbligati, viene sottoposto ai più esasperati adattamenti: vestito da donna su un aereo nel ruolo di hostess, costretto suo malgrado a toreare in una corrida a Siviglia. Alcuni episodi fanno ridere. Ma la farsa cinematografica per Totò rimane ancora da fare. [...]

Ercole Patti, «L'Europeo», anno V, n.1, 2 gennaio 1949


1949 01 12 Reggio Democratica C era una volta il mondo T L

«Reggio Democratica», 12 gennaio 1949


1949 01 24 La Stampa C era una volta il mondo T L

«La Stampa», 24 gennaio 1949


1949 03 09 Corriere della Sera Bada che ti mangio T L

1949 03 04 Corriere della Sera Bada che ti mangio R L introSpettacolo ricco di coreografie e di costumi. Buon gusto e sfarzo sono i suol elementi caratteristici. Un complesso di ballerine e di figuranti, elegante e armonioso, fa da contorno a Totò, il quale con le risorse che l'hanno reso beniamino di chi ama la risata facile, ha suscitato anche ieri sera con la sua buffoneria di maschera pulcinellesca, frequenti risate. La parte coreografica è la meglio riuscita. Per essa non sono state fatte economie. Vestiari di pregio e scene di bei colori, offrono una festa per gli occhi. Le musiche vivaci sostengono balli e sfilate. Lo sfolgorante quadro degli scacchi, quello pittoresco spagnuolo, quello della fontana, sono tra i più fantasmagorici. Il testo manca di mordente, sebbene muova da uno spunto ameno e attuale che ha per protagonista un Adamo atomico, impersonato da Totò, che si presenta come uomo meccanico. Applausi molti e calorosi al Totò, alla Barzizza, alla Giusti, al Castellani, alla Brown e a tutti quanti. Alcune scenette dialogate sono di troppo: qualcuna è di dubbio gusto. Teatro gremito e la «Celere» a regolare l'ingresso. Stasera replica.

e. p., «Corriere della Sera», 1 marzo 1949


1949 03 10 Toto A intro

Roma 9 marzo, matt.
Alle tante agitazioni di questi ultimi tempi si aggiunga ora quella dei capi comici delle compagnie di riviste, operette e varietà, causata dallo scontento serpeggiante negli ambienti del teatro minore per la esclusione di quest'uitimo dalle sovvenzioni statali. Del comitato di agitazione, che terrà domani un comizio di protesta alla sala Pichetti, fanno parte fra gli altri Totò, Macario, Nino Taranto, Dante Maggio. Pietro De Vico.

«Corriere della Sera», 10 marzo 1949


1949 03 13 L Europeo De Sica Toto intro

Ne ha bisogno De Sica, per il suo nuovo film.


Roma, marzo

Fra un paio di mesi Vittorio De Sica comincerà a girare un nuovo film. I suoi collaboratori stanno attualmente lavorando alla sceneggiatura. Sono press'a poco gli stessi che hanno sceneggiato - Ladri di biciclette ». De Sica è fedele come pochi altri registi alla propria « équipe », dalla quale si è staccato Sergio Amidei per passare al rango di produttore. La compongono ora Cesare Zavattini, Suso D'Amico, Adolfo Frane! e Mario Chiari. Il film s’intitolerà « Totò il buono », il cui soggetto, com’è noto, è di Zavattini. Benché in origine questo soggetto sia stato scritto proprio per il comico Totò, egli però non sarà il protagonista del film, perchè De Sica e Zavattini non intendono fare nè una farsa nè una satira, dove l’attore potrebbe avere buon gioco, ma una favola moderna in cui tutto quello che appare comico sfuma con tratti più o meno lievi nell’allegoria.

Toto_il_buonoIl personaggio principale del film, come si presenta nel nuovo soggettò, non ha nullo di simile alla personalità comica di Antonio De Curtis, creata per far ridere fin dal primo affacciarsi dell’attore sulla ribalta o sullo schermo, e non gli somiglia neppure fisicamente. Il Totò di De Sica sarà invece un giovane di diciott’anni, un tipo quasi angelico di ragazzo, che crede il mondo fatto di gente come lui.

Il film si svolgerà a Milano, in un quartiere simile a quello dell’Ortica; naturalmente si tratterà di una Milano che sta fra il cielo e la terra, o meglio, fra la realtà e l’immaginazione, ohe in questo caso è la candida immaginazione di Totò.

La voce di De Sica dirà:

« C’era una volta, nella città di Milano, una vecchia chiamata Lolotta che viveva sola in una casetta vicino al Naviglio e tutte le mattine all’alba scendeva nel suo orticello ad inaffiare i fiori... ». E una mattina la vecchia trova un bambino sotto una foglia di cavolo. Cosi al buon Totò è piaciuto di venire al mondo e di scegliersi la propria madre. Ma, dopo pochi anni di vita felice, la vecchia si ammala e muore. Totò è già un ragazzo, che rimasto solo al mondo entra in un collegio di orfani. Qui impara un mestiere e a diciotto anni uscirà marmista, con un impiego che lo a-spetta. Sembra che la vita gli si presenti attraverso una prospettiva abbastanza agevole; senonchè il giovane commette subito gli errori cui è spinto dal suo carattere ingenuo e ottimistico, e viene licenziato. Senza lavoro, Totò si fa i propri amici fra altri come lui, gente che assalta i passanti dicendo; « O la borsa o la vita mia», puntando l’arma verso il proprio cuore. « Come sarebbe a dire? » chiedono gli assaliti, E l’assalitore: « O il portafoglio o mi uccido ».

Con questi amici Totò è andato a costruirsi la baracca in un prato abbandonato, vicino alia scarpata della ferrovia. Li, in poco tempo, nasce uno di quei villaggi fatti con vecchie lamiere, che appunto dal finestrino del treno si vedono talvolta entrando in una grande città. Ciascuno vive come può, di elemosina o facendo qualche lavoretto. Totò continua, in proprio, il suo mestiere di marmista, e rivela perfino qualche velleità di scultore, tanto da mettersi a fare statue di gesso, ammirato soprattutto da una ragazza muta che si è innamorata di lui. Nella piccola comunità nessuno sospetta di vivere su un terreno ricchissimo; basterebbe che qualcuno facesse un buco un po’ più profondo atri normale per vedere scaturire una colonna di petrolio. E difatti così avviene. Ma i poveracci devono fare i conti con i potenti. C’è un ricco industriale che acquista subito il terreno e che vuol mandar via quelli delle baracche, i quali invece non si muovono, non sapendo dove andare. Vengono usati stratagemmi, però senza risultato. Entra allora in azione la forza pubblica con lancio di gas lacrimogeni.

A questo punto Totò si sente chiamare dalla voce materna. Lolotta gli consegna una colomba, rubata ai prati del cielo, perchè egli possa sconfiggere i suoi nemici. Con quella colomba, qualunque desiderio di chi la possiede si trasforma in realtà. Totò farà quindi molti miracoli: il primo, di far tornare i gas lacrimogeni sul viso di chi li ha lanciati, poi di dar vita ad una statua di gesso, che si trasforma subito in una bella fanciulla senz’anima, che tresca con tutti; infine di accontentare i desideri innocenti dei suoi amici. Ma proprio quando i poliziotti, con grande spiegamento di forze, attaccano il villaggio, accolti dalle risa degli abitanti che si sentono sicuri del fatto loro, proprio allora gli angeli portano via la portentosa colomba a Totò. Così tutti vengono arrestati, caricati nei cellulari e condotti verso le carceri di San Vittore. Ma Lolotta, con un secondo atto d’indisciplina che preoccupa seriamente gli angeli, riesce a consegnare ancora una volta la colomba a Totò, che ne approfitta per liberare sè e i suoi compagni dalla prigione. Essi verranno inseguiti fino a piazza del Duomo, nel momento in cui una squadra di spezzini sta pulendo il lastricato. I fuggiaschi, sull’esempio di Totò e della ragazza muta, che in quegli istanti ha improvvisamente acquistato la parola, strappano le scope di mano agli spazzini, vi montano a cavallo e come le streghe dell’antica leggenda si involano da questa terra per non farvi più ritorno.

Questa, per linee assai sommarie, la favola che De Sica racconterà sullo schermo. Ne uscirà un film notevolmente diverso da quelli che avevano ispirato finora questo regista, ma non poi del tutto diverso. Anche attraverso il racconto schematico e inadeguato che ne abbiamo fatto ora. risulta abbastanza chiaro che il mondo e i personaggi del nuovo film sono sempre quelli da lui prediletti, nè cambia di molto la conclusione morale. Evidentemente De Sica vuol dire le stesse cose di prima, ma con altro umore e con la voglia di far divertire il suo pubblico. Intanto sta cercando un giovane di diciotto o vent’anni, cui affidare la parte di Totò, e una ragazza altrettanto giovane, ma bellissima e disposta a dare alla sua bellezza la stupidità di una statua concepita da un innocente scalpellino come Totò.

G. Visentini, «L'Europeo», anno V, n.11, 13 marzo 1949


1949 04 16 Il Messaggero I pompieri di viggiu T L

Dal titolo di una canzone di pessimo gusto che i microfoni della radio hanno trasmessa con una insistenza esasperante, il cinema italiano ha voluto trarre motivo per uno spettacolo in pellicola, che non ha precedenti nella storta del nostri schermi. Mobilitate le « forze » del teatro di rivista italiano, con i suoi copioni e con i suoi complessi, si è voluto tentare il genere della rivista musicale, con un risultato completamente negativo. Certo genere di umorismo, tollerato per i palcoscenici di rivista (che raccolgono soltanto un determinato pubblico) è qui Invece offerto a tutti, grandi e piccini, con quale gusto ed opportunità è facile intendere. Ma alle riserve di carattere morale vanno aggiunte quelle prettamente cinematografiche che non consentono allo spettatore, attento e sereno, di sopportare una simile penosa deformazione del cinema.

«Il Popolo», 17 aprile 1949


Un filmetto leggero che dà l'occasione per presentare al pubblico alcuni dei più riusciti quadri delle ultime riviste di Totò, di Nino Taranto e di Wanda Osiris. Mattoli ha diretto consueto garbo e l'interpretazione si mantiene su un livello discreto.

G.S., «Il Paese», 17 aprile 1949


Quale fu il primo film prodotto in Italia ci dispiace di non ricordarlo. Ma siamo certi che, da allora ad oggi, non ostante tutte le nequizie perpetrate a danno del nostro cinema, non si arrivò mai al punto di presentare sullo schermo una pellicola più sciagurata di questo I pompieri di Viggiù. Onestà vuole che se ne informi il pubblico, anche se ciò è doloroso per tutti coloro che oggi difendono con unghie e denti l’esistenza del cinema italiano. Ma il cinema va difeso con il decoro dello spettacolo (anche quando lo spettacolo mira soltanto a fare quattrini), con il senso di responsabilità di chi lo finanzia e vi lavora, e, in primo luogo, con un minimo di rispetto umano: rispetto per coloro che magari vanno al cinema solo a Pasqua e nelle altre feste comandate dell'anno, per poi trovarsi offesi nell’intelligenza e nella pazienza. Perchè questo film non fa neppure ridere una sola volta. Non è nulla. E' peggio di nulla: è soltanto uno gesto screanzato.

«Il Messaggero», 18 aprile 1949


Non è un film, non è una rivista ma una serie di sketches pallidamente fotografati da Mario Mattoli che dimostra, ancora una volta, di non saper adoperare la macchina da presa. Attori: Totò, Taranto, Campanini, Dapporto e altri classici. Censurate abbondantemente le ballerine.Abbiamo un governo che pensa a tutto».

e.b. [Enzo Biagi], «Giornale dell'Emilia», Bologna, 24 aprile 1949


Il titolo della nota canzone in voga fa da etichetta al film I pompieri di Viggiù, che è un altro della serie Mattoli e ha il senso e il gusto delle riviste musicali. Come tale va preso e tutto quello che si può dire di queste avventure di palcoscenico di un gruppo di pompieri volontari, pronti ad accendersi fra tante beltà, è citare i nomi dei principali interpreti che sfilano sulla passarella: Wanda Osiris, Totò, Nino Taranto, Dapporto, Campanini, Laura Gore, Harry Feist, Ave Ninchi, ai quali fa da contorno tutto l'elemento scenico e tersteoreo di questo genere di spettacoli.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 29 aprile 1949


Bisognerebbe coniare una nuova parola per definire adeguatamente questo ignobile susseguirsi di quadri di rivista mal fotografati, cuciti insieme dalla trama più stupida che si possa immaginare. Ma non ne vale certo la pena. C'è solo da deplorare che nomi illustri, o quasi, del nostro cinema e del nostro varietà abbiano apposto la loro firma a questa roba. Pare che la pellicola abbia fatto parecchi soldi; ne farà ancora, ma ciò non significa che il pubblico, che ha poi tanto cattivo gusto, ne sia rimasto edificato.

a.a [Alberto Albertazzi], «Intermezzo», n. 8-9, Roma, 15 maggio 1949


1949 05 05 Il Paese Bada che ti mangio intro

Totò può mettere lo spettacolo di iersera tre i più fausti della sua fortunatissima carriera di comico. L'Adriano era gremito in modo così strabocchevole che spettatori avevano occupato i corridoi e s’erano arrampicati perfino sulle balaustre e le scalette della pedana. Per oltre quattro ore — chè tanto dura lo spettacolo — dalla platea al loggione non s'è fatto che ridere e applaudire. La rivista di Michele Galdieri «Bada, che ti mangio», per quanto con un filo conduttore cosi leggero e fragile da perdersi net variare delle coreografie, tra la ridda dei colori e nell'accavallarsi degli sketches, è piaciuta in ogni quadro. Tutti gli interpreti bravissimi, sono stati calorosamente festeggiati e chi ha colto la palma del trionfo è stato Totò.

«Bada che ti mangio» vuole essere un avvertimento e più encora una sintesi burlesca delle vicende, spesso cannibalesche della vita moderna, dove il più forte aggredisce il più piccolo. Il prepotente ha ragione del mite e tutti gli appetiti si scatenano nel grande banchetto delle ambizioni umane. In questo tema Totò ha un ruolo di personaggio surrealista: è l'eroe atomico. Che cosa abbia potuto tirar fuori, da un simile personaggio Totò, non staremo a dire, nè sarebbe cosa facile. Il lepidissimo comico degli inesauribili slogamenti stavolta ha superato se stesso, dandoci un burattino di carne ed ossa quale non si era mal visto nelle nostre ribalte. La sua meccanica e poliedrica comicità è straripata violenta e continua, suscitando fino allo spasimo ondate di ilarità. Data la stura al fuoco d'artificio delle sue parossistiche trovate, non ha concesso al pubblico un attimo di respiro.

L’ora e lo spazio non consentono di elencare i quadri della rivista che hanno incontrato maggiore successo; sono troppi. La rivista presentata in una sfarzosissima cornice sfolgorante di luci e di colori, con dovizia di ottime e gustose coreografie di Gisa Geert, ha indubbiamente superato quanto finora s'era fatto in queste genere di spettacoli. Il quadro delle fontane luminose, con i poderosi multicolori getti d’acqua, ha mandato il pubblico in delirio.

Particolarmente divertenti sono apparsi il quadro del cabaret degli esistenzialisti e lo sketch del commissario, una gustosa satira della polizia di Scelba. Indovinato e ricchissimo di costumi scenari il quadro della partita a scacchi tra capitale e lavoro.

Dovremmo ora elencare i bravi interpreti, con Isa Barzizza, Elena Giusti, Mario Castellani e Mario Riva in testa: ma anche questo elenco sarebbe troppo lungo. Tutta Roma accorrerà a vedere questo eccezionale spettacolo e giudicherà. Da stasera le repliche.

«Il Paese», 5 maggio 1949


1949 05 29 Il Tempo Bada che ti mangio T L

«Il Tempo», 29 maggio 1949


Totò all'Adriano. Se Totò non ha trovato ancora secondo il suo merito, un suo regista e una sua storia cinematografica, dominava però la rivista con il suo fortunato vampo di battaglia. Ma con Bada che ti mangio, pretenziosa quanto scipita rivista di Michele Galdieri, Totò perde molti punti nei confronti di altri protagonisti di rivista, come ad esempio la Wanda Osiris. Quando nell'ultima rivista della Osiris era buon gusto, arguzia, freschezza di riferimenti e spunti polemici, altrettanto qua è banalità, cattivo gusto, pigri luoghi comuni.
Il pubblico numeroso ha cercato con la più volenterosa disposizione di divertirsi, e Totò non ha lesinato la sua grande tecnica di comico per compensarli di tanta cordialità. Lo spettacolo ricchissimo di costumi, di messinscena, di ballerine, di stelle di rivista di primo piano fra cui Isa Barzizza, Elena Giusti, Adriana Serra, Dorina Coreno, ecc. inizia da stasera le sue repliche.

Socrate, «L'Unità», 30 maggio 1949


1949 06 15 Stampa Ingiurie Toto intro

Roma, martedì sera.

Del celebro comico Totò si parlerà alla Camera. Ma i rappresentanti del popolo non si occuperanno nè delta sua bazza nè della sua inarrivabile comicità che manda in visibilio le platee.

A Montecitorio Totò comparirà idealmente, nella veste di imputato. E a ben considerare, l'Imputazione non è lieve: insieme all'autore della rivista Buon appetito, che con tanto successo interpreta ora in un teatro romano, Totò è accusato di «espressioni ingiuriose verso II Parlamento», reato perseguibile ai sensi dell’art. 290 del Codice Penale.

Il deputato napoletano Nello Caserta, avvocato e filosofo, che ha chiamato sul banco dagli accusati il suo conterraneo Totò con una Interrogazione a Da Gasperi e Scelba, afferma che le «espressioni ingiuriose verso il Parlamento — perseguibili in base al Codice Penale — sono chiara manifestazione di una mentalità antidemocratica e incivile».

A chi gli chiedeva spiegazioni su questo suo perentorio giudizio, l'On. Caserta ha risposto vibratamente: «Proprio così: mentalità antidemocratica a incivile. In quanto democrazia e civiltà hanno diritto ad accusare specificamente gli indegni di rivestire cariche politiche, ma non consentono la dlffamazione collettiva e anonima che infanga i singoli parlamentari e discredlta la fondamentale istituzione di una nazione libera».

Coma si vede Totò, al secolo principe De Curtis, ha di che preoccupersi, tanto più che l'interrogante chiede al presidente del Consiglio e al ministro dell'Interno «quali provvedimenti hanno preso o intendono prendere» contro lo stesso Totò e l'autore della rivista in cui al denigra il Parlamento.

Vittorio Statera, «Nuova Stampa Sera», 15 giugno 1949


1949 06 21 Stampa Ingiurie Toto intro

Totò non c’entra. Egli non è responsabile di aver vilipeso il Parlamento, l'istituzione basilare dei paesi democratici. L’inarrivabile comico ci scrive infatti una lettera per precisarci che la rivista «Buon appetito» in cui sono contenute offese al Parlamento non fa parte dei suo repertorio, ma di quello di un altro comico: «Carlo Dapporto». «Io — dice in sostanza Totò — non conosco affatto il copione della rivista e pertanto non posso essere accusato di aver vilipeso il Parlamento».

Totò, al secolo principe De Curtis, precisa poi che nella rivista che egli interpreta, mai si soffermò nella satira politica e delle istituzioni democratiche. E gli va dato atto di tutto ciò. L'equivoco nacque per una Interrogazione del deputato democristiano Nello Caserta al Presidente del Consiglio e al Ministro dell'Interno contro alcune battute, riferentesi ai parlamentari, contenute nella rivista «Buon appetito» che a Montecitorio si riteneva interpretata da Totò, mentre, come questi precisa, lo è da Dapporto.

Vittorio Statera, «Nuova Stampa Sera», 21 giugno 1949


1949 08 13 Corriere della Sera Maschere d argento intro

Nella festa per l'assegnazione delle «Maschere d'argento» non si sa come un premio toccò a tutti quanti.

Roma, agosto.

Una giuria di giornalisti specializzati ha distribuito sabato scorso le «Maschere d'argento» ai protagonisti dell’arte varia, ai comici, ai musicisti, alle soubrette, alle spalle, ai fantasisti, definizioni divenute ormai classiche, serissime. Fu una festa lunga, complicata, che Nino Capriati organizzò con estrema abilità, mescolando, in una cornice borghesemente mondana, tutti gli elementi necessari alla riuscita di una grossa rivista teatrale. Scelse, a sfondo, la pineta del Foro Italico, che, duramente illuminata di verde, divenne falsa quanto un fondale, e tutto intorno la piscina coperta, i campi del tennis inondati di luna, le attrezzature sportive, il ristorante, il bar, sembravano pronti ad accogliere i quadri intitolati « Ed ora.. un buon tuffo!» oppure «Dàgli, racchetta mia!».

1949 08 13 Corriere della Sera Maschere d argento intro

Totò, esemplarmente vestilo da gentiluomo napoletano, recitava con serenità il suo ruolo numero 2, quello di Altezza Imperiale bizantina: non appena si toglie la bombetta o l'armatura, non appena rinuncia all'elaborata balbuzie del suo ruolo numero 1, Totò assume le caratteristiche elegantemente mostruose del riassunto storico, e la sua bazza, cosi utile in scena per esprimere ammirazione nei riguardi di Isa Barzizza, gli riesce preziosa nella vita privata, per stabilire un parallelo con il naso dei Borboni, o il labbro degli Absburgo. [...]

Irene Brin, «Corriere della Sera», 13 agosto 1949


1949 11 24 La Stampa Bada che ti mangio T L

1949 11 24 La Stampa Bada che ti mangio R titolo intro

Pubblico strabocchevole al Teatro Alfieri e applausi che si sono prolungati sino oltre la una e mezza. Insomma dopo lo spettacolo vi è stato un altro spettacolo, anche perché una voce, nell'altoparlante aveva assicurato che vi sarebbe stato il servizio tranviario. Infatti c'era. Se non vi fosse stato la gente sarebbe tornata in teatro a pretendere un terzo supplemento, tanta era la violenza dell'acqua che veniva giù scrosciando.
Totò, dunque, dopo la rivista Bada che ti mangio, quando già aveva quasi esaurito il suo personale e… inesauribile programma, poiché si trovava ad avere tra le mani la bacchetta direttoriale, intonava e faceva intonare al pubblico che lo aveva asserragliato sulla passerella, le canzoni alpine. E allora lo spettacolo, dal palcoscenico, passò in platea ove, gentili e tremebonde vocine di signore, davano lo spunto delle strofe. E la rivista era stata bella, ricca, anzi ricchissima, forse anche stracarica di ricchezza.

1949 11 24 La Stampa Bada che ti mangio foto

Notevole, sotto un punto di vista tecnico il getto dell'acqua sul palcoscenico, lanciato da una fontana monumentale.
L'acqua vera cangiante di colore, sorgente da una dozzina di tubature, si alzava e si abbassava sul ritmo di uno dei più noti ritmi di Gershwin. La sequenza dei numerosissimi quadri, condotta con ritmo veloce e preciso, non ha dato respiro al pubblico che si diletta a tal genere di spettacoli. Oltre a Totò, più che mai lepido e spassoso, specialmente quando indossa il suo caratteristico tight, Lia Origoni, elegante munita di una bella voce e di molta grazia, il Lauri, la Molfesi hanno avuto la loro larga parte di applausi.
Il "fantasista" Campos, di una comicità meccanica irresistibile ha mandato gli spettatori in visibilio. Da questa sera Bada che ti mangio inizia le repliche.

e.q. (Enrico Quaglietti), «La Stampa», 24 novembre 1949


1949 11 29 La Stampa Yvonne la nuit T L

«La Stampa», 29 novembre 1949


In « Yvonne la nuit » di Giuseppe Amato, soggetto di Fabrizio Sarazani, che si svolge negli anni felici precedenti la prima guerra mondiale, rivive quel caratteristico ambiente del teatro di varietà e insieme il piccolo mondo di un reggimento di cavalleria. [...] L’interesse della prima parte è dato dalla rievocazione del tempi, del luoghi, delle fogge: nella seconda dalla decadenza di Yvonne che Olga Villi, com’è stata prima brillante e innamorata, rende con dolorosa e umana verità. L’ufficialetto è Frank Latimore. Il burbero e indulgente colonnello del reggimento Gino Cervi, il padre lontano Giulio Stival in una parte di avvocato figura Eduardo De Filippo. Quanto a Totò, che è il fedele compagno di Yvonne, non compone soltanto un tipo comico; sa essere, pur sempre alla sua maniera, sentimentale e alla fine cerca, nella figura e nell'azione, di raggiungere note di rassegnata e umile bontà.

«Corriere della Sera» 30 novembre 1949


Quante cose una parabola del genere avrebbe potuto o narrarci, o additarci, o lasciarci intuire: dai tempi beati anteriori alla prima guerra, dai tempi degli «Eden» e dei «Trianon», che erano il regno delle varie Yvonne la Nuit, giù giù fino alle conscie e inconscie crudeltà della vita d'oggi. Il film, invece, s'attacca alla vicenda, in sé, di Yvonne; e la narra a quadretti che ne sono altrettante puntate, in sé fin troppo compiute, esaurienti, e non certo aiutate da un dialogo spesso verboso e discettante. Tocchi gustosi, particolari azzeccati non mancano; ma non sono molti; [...] mi pare che questa Yvonne sia un po' raccontata con la tecnica dei racconti a fumetti. Ci si sorprende di dover ascoltare questi dialoghi dagli altoparlanti, e di non vederli sbocciare, a palloncino, dalle labbra di Olga Villi, o Totò, o degli altri attori. Fra i quali la sola Villi ha qualche istante efficace, soprattutto nell'ultima parte, e quando l'auto-doppiaggio, con le sue manchevolezze, glielo consente.

Mario Gromo, «La Stampa» del 30 novembre 1949


Il film ci riporta ai bei tempi anteriori alla prima guerra mondiale, quando la vita al si svolgeva al ritmo tranquillo delle carrozze a cavalli, le automobili erano poche e considerate come eccentricità di cattivo gusto. Il «cafè chantant» trionfava con le danzatrici di can-can. [...] Tratto da un indovinato soggetto di Fabrizio Sarazani, il film è diretto con piacevate garbo da G. Amato e ricrea con delizioso sapore l’atmosfera e il clima di quegli anni ormai così lontani. Olga Villi è una protagonista piena di grazia, vivacità e accorata umanità, assecondata brillantemente da Totò più che mai divertente assieme a Gino Cervi, Frank Latimore e E. De Filippo. [...]

Vice, «Il Messaggero» 4 dicembre 1949


[...] Vicenda patetica, idilliaca, raccontata con stile elementare ed immediato. Yvonne è Olga Villi: elegantissima nel primo tempo, stracciona e sdentata nel secondo. Nel complesso però fresca e gentile. [..] Nino è Totò: amaramente grottesco.

«Il Lavoro Nuovo», 11 dicembre 1949


1949 12 83 La Stampa Art

«La Stampa» 3 dicembre 1949


1949 12 08 La Stampa La vergine di Tripoli T L

«La vergine di Tripoli» è una curiosa mescolanza di favola orientale e di avventura all’americana, una specie di contaminazione fra il «western» e le Mille e una notte, una antologia di pezzi classici dell’uno e dell'altro genere: le danze sinuose di Yvonne De Carlo, le cavalcate d! George Brent, sultani, marinai, tuaregh e palazzi incantati [...] slittando a poco a poco verso la parodia, complice un cammello filosofo e parlante al quale Totò presta i suoi inconfondibili accenti napoletani. [...] II film schiera, accanto ai due protagonisti, una felice accolta di caratteristi.

Arturo Lanocita, «Il Corriere della Sera», 11 dicembre 1949


«Tribuna Illustrata», 18 dicembre 1949


1949 12 21 Il Tempo Toto le Moko T L


1949 12 31 Il Mondo Toto Cerca casa R introParecchi anni fa, quando cominciava a formarsi quel suo pubblico che non l'ha più abbandonato, l'attore Totò subiva un'intervista dell'«Italia letteraria», che scrisse di lui cose molto « intelligenti », nel tono messo di moda da Cocteau per trattare dei clowns e dei circhi equestri. Vi si accennava a Charlot e alla Commedia dell’Arte, al fumismo e al funambolismo. Altri articoli seguirono in altri giornali; in uno si lanciava l’ipotesi, sempre a proposito di Totò, di «un matrimonio tra Aristofane e Pierrot . Probabilmente Totò non legge quello che si stampa sul suo conto, lo ha dimostrato restando insensibile ai cambiamenti, restando fedele al suo istinto comico, anzi alle sue vecchie battute, che ogni tanto ancora oggi ripete, come se il tempo non fosse nemmeno trascorso da quando caracollava sulle tavole del teatro Principe. In un mondo teatrale cosi sconnesso, Totò rimane un punto fermo. E’ certo un attore inimitabile, che non è mai volgare, perchè i suoi gesti più volgari diventano arabeschi da contorsionista e le sue battute hanno la forza delle domande stupide. Oggi Totò è talmente definito che si è messo a fare un film dietro l'altro, non avendo nemmeno bisogno di una trama ma di una situazione. I titoli dei suo film recenti (Fifa e arena, Totò le moko, Totò cerca casa) fanno pensare che il suo pubblico non sia di eccessive pretese per quanto riguarda le storie, che vada al cinema per veder muovere, scattare, ridere Totò, come gli ha visto fare in teatro: libero dall'osservanza di un testo, padrone di fare e di dire ciò che vuole. Perlomeno, sullo schermo Totò dà questa piacevole sensazione, di inventarsi la parte man mano che il film procede. Come per la serie infantile di Pinocchietto, arriveremo a un Totò al Polo Nord, a un Totò garibaldino, a un Totò nel serraglio. I suoi incontri sono ormai fissati dalla pratica, e anche i personaggi .di contorno: una bella ragazza, un rivale, un amico (o «spalle»), che gli prepara le battute e sopporta ogni guaio. Totò si veste da donna, da bandito, da artista, da torero. Non ci sono limiti ai suoi travestimenti, e nemmeno ai suoi film, che ripropongono la vecchia «comica finale». Se il progresso cinematografico supererò alcune difficoltà pratiche, Totò potrà darci un film nuovo ogni sera.

Ennio Flaiano, «Il Mondo», 31 dicembre 1949


«Nel repertorio dei motivi comici utilizzati dal cinematografo, l'Oriente ha un posto tutt'altro che secondario. Da Buster Keaton, se non sbaglio, a Bob Hope non ha avuto lmiti la serie dei film che, per cercare situazioni e complicazioni divertenti, sfruttano le risorse di un esotico mondo pittorescamente artefatto da un’abbondantissima letteratura straniera. E' un modo assai comodo per inventare e accreditare le più bizzarre peripezie. Metz e i suoi amici sceneggiatori hanno questa volta fatto ricorso alla storia e all'ambiente di Pepè le Mokò immaginando che alla morte del famoso bandito, reso celebre da Duvivier e da Jean Gabin, i componenti della sua banda chiamino a capeggiarli un suo lontano parente, Totò [...] Una meno facile inventiva avrebbe potuto offrire al protagonista più numerosi e gustosi pretesti di comicità; ma Totò è cosi esilarante che riesce a divertire anche ripetendosi. Comunque nel ballo e nel duello ha fatto sfoggio di inediti e spassosi effetti. Diretto con movimentata e colorita scorrevolezza da C. L. Bragaglia, il film si giova anche delia partecipazione di Carlo Ninchi, della Calò e della Canale.»

Ermanno Contini, «Il Messaggero», 23 dicembre 1949


«In un recente film parve che Totò accennasse a comporre in qualche modo un personaggio; in «Totò le Moko», soggetto di Metz e Scarpelli, regia di C. L. Bragaglia, egli ritorna al pretto genere della rivista e la sua comicità questa volta si sbizzarrisce in una immaginarla Casbah algerina, con parodistiche reminiscenze che si indovinano dal titolo, mentre nel suo gioco farsesco e grottesco si lasciano trascinare la Canale, la Calò e Carlo Ninchi.»

«Corriere d'Informazione», 23 dicembre 1949


«"Pepé le Moko" era un film di Duvivier interpretato da Jean Gabin e ispirato alle gesta di un fuorilegge che, per sfuggire alla polizia, aveva dovuto cercar riparo fra i tenebrosi meandri della Kasbah algerina. Questo film, diretto da C. L. Bragaglla, ne tenta una grassa parodia [...] Ancora una volta, però, l’umorismo di simili vicende, è quello facile e dozzinale del teatro di rivista: per ravvivarlo, Totò —che ne é divenuto, ormai, quasi l'interprete di diritto — tenta, come sul palcoscenico, varie improvvisazioni ispirate a dubbi intenti e caricaturali; se questo, però, gli conquista la generosa risata delle platee, non consente a noi di collocare le sue esperienze cinematografiche fra i « classici » del vero umorismo. Peccato, perché di tutti i comici italiani Totò è l'unico cui il cinema potrebbe offrire nobili occasioni di rivelarsi interprete duttile e profondo.»

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 23 dicembre 1949

«Siamo lietissimi di economizzare spazio dicendo che questo film di C. L. Bragaglia non merita nessuna pietà critica. E se il pubblico casca nella trappola abbandonandosi alla risata più beata ciò dimostra che questo ignobile intruglio non è altro che una sfacciata pagliacciata cui schizzi ebeti sporcano lo schermo italiano. Punto e basta.»

t. cl., «Il Lavoro», Genova, 11 gennaio 1950


«[...] Per Totò le Moko non occorre avvertire che si tratta solo di un film comico: la presenza di Totò basta ad annunziarlo. Importante è soltanto sapere se fa ridere. Sì, fa ridere. Siamo però in tema di farsa e bisogna quindi accettare tutti i presupposti della farsa: inverosimiglianza, illogicità, buffonerie.»

Gino Valori, «Cine Illustrato», Milano, 15 gennaio 1950


«[...] Totò ben difficilmente potrà essere un personaggio, ma potrebbe certamente essere una nostra ineffabile marionetta. Un pupazzo che potrebbe avere le malizie e le malinconie dei clown più stagionati, con delle virtù parodistiche di ottima lega. Non sarebbe poco. Ma quando i produttori che si sono dedicati a questo genere di film vorranno comprendere che non c'è nulla di più tremendamente serio della preparazione di un film comico?»

Mario Cromo, «La Nuova Stampa», Torino, 25 gennaio 1950


Articoli d'epoca, anno 1949


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