Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1954



Indice degli avvenimenti importanti per l'anno 1954

Gennaio 1954 Antonio de Curtis partecipa alla IV edizione del Festival della canzona italiana di Sanremo in veste di autore, presentando il brano "Con te".

Aprile 1954Ha inizio la penosa trafila burocratica del film «Totò e Carolina». Iniziate le riprese nel settembre del 1953, pronto per la distribuzione nel marzo del 1954, viene bocciato dalla censura cinematografica.

Aprile 1954 Dai cittadini di Catanzaro viene presentata una petizione, che dal consiglio comunale della città arriverà alla Presidenza del Consiglio a Roma, contro una battuta riguardante la città, pronunciata dal Totò all'interno del film «Il più comico spettacolo del mondo» 

Luglio 1954 Antonio de Curtis e Franca Faldini da Montecarlo, dove sono in vacanza, annunciano alla stampa l'attesa di un erede

Settembre 1954 Viene assegnata a Totò la "Maschera d'Argento"

12 ottobre 1954Una tragedia si abbatte su Antonio de Curtis e Franca Faldini: il piccolo Massenzio muore a poche ore dalla nascita, gettando la coppia in uno stato di profonda prostrazione.

3 dicembre 1954 La Suprema Corte di cassazione ha respinto i ricorsi proposti da Marzano Lavarello, dal suo «cancelliere» Luigi Colisi-Rossi e dal suo ex consulente araldico Guido Jurgens, i quali affermarono che il titolo del principe de Curtis non era genuino perchè ottenuto con mezzi illeciti, condannandoli in via definitiva.

Indice della rassegna stampa dei film per l'anno 1954

Questa e' la vita (Distribuzione: 22 gennaio 1954)

Dov'e' la libertà? (Distribuzione: 6 febbraio 1954)

Tempi nostri (Distribuzione: 19 febbraio 1954)

Miseria e nobiltà (Distribuzione: 2 aprile 1954)

I tre ladri (Distribuzione: 16 settembre 1954)

Il medico dei pazzi (Distribuzione: 8 settembre 1954)

L'oro di Napoli (Distribuzione: 16 settembre 1954)

Totò cerca pace (Distribuzione: 20 settembre 1954)

Altri artisti ed altri temi


Totò

Articoli d'epoca, anno 1954

17 Gen 2014

Totò e la nobiltà: la casta è casta e va sì rispettata...

Totò e la nobiltà: la casta è casta e va sì rispettata... Indice Premessa Cronistoria delle vicende processuali Documentazione ufficiale Sintesi della riconosciuta discendenza nobiliare Galleria fotografica e rassegna stampa Gli antagonisti:…
Daniele Palmesi - Federico Clemente
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13 Set 2014

Marziano II Lavarello, Imperatore di Bisanzio?

MARZIANO II, IMPERATORE DI BISANZIO? Totò e Marziano, in lotta per il titolo di Imperatore di Bisanzio: i fatti La vicenda ha inizio alla fine dell'anno 1952 qundo il Conte Luciano Pelliccioni Di Poli (consulente araldico di Totò) presenta alla…
Daniele Palmesi - Federico Clemente
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15 Giu 2015

Massenzio, il piccolo Principe

MASSENZIO, IL PICCOLO PRINCIPE Nel febbraio 1954, una stupenda notizia fece gioire Franca Faldini e Antonio de Curtis: nove mesi dopo avrebbero avuto un figlio tutto loro. Antonio confessò a Franca che, nel caso fosse nata una femmina, avrebbe…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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Per una canzone Napoli contro Totò

Per una canzone Napoli contro Totò La sua partecipazione come autore al festival di San Remo ha scatenato le più accanite polemiche sui giornali napoletani Totò è triste. Nel grande appartamento pieno di sole e di mobili antichi, nei saloni con il…
Emilia Granzotto, «La Settimana Incom Illustrata», Anno VII, n.5, 30 gennaio 1954
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Totò al Festival di Sanremo: affari e sentimento

Totò al Festival di Sanremo: affari e sentimento San Remo, febbraio Quello contro gli italiani è un lamento insistente, diffuso lungo tutto l'arco della Costa Azzurra, ed è sempre lo stesso: i turisti stranieri arrivano, si fermano due o tre giorni…
N. A., «L'Europeo», anno X, n.6, 7 febbraio 1954
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Totò al Festival: a Sanremo ha vinto la sciatica

Totò al Festival: a Sanremo ha vinto la sciatica “Tutte le mamme” di Bertini e Falcocchio ha trionfato al Quarto Festival della canzone italiana facendo leva sull’affetto che gli italiani hanno per la propria madre. Gli autori l'hanno composta tra…
Alfredo Panicucci, «Epoca», anno V, n.175, 7 febbaio 1954
848

Dal 28 al 30 gennaio 1954 ebbe luogo al Salone delle Feste del Casinò Municipale di Sanremo il 4° Festival della Canzone Italiana.
Antonio di Curtis partecipò come autore del brano "Con te!" -
Un dilettante a Sanremo: Totò partecipa come autore al Festival



QUESTA E' LA VITA

Distribuzione: 22 gennaio 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


DOV'E' LA LIBERTA'?

Distribuzione: 6 febbraio 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


«L'Unità», 7febbraio 1954

 


TEMPI NOSTRI

Distribuzione: 19 febbraio 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


Quando un incarico così delicato come quello di giudicare se un film possiede i requisiti morali necessari per essere messo in circolazione viene affidato all’arbitrio di alcuni funzionari, è naturale che questi corrano ai ripari ogni volta che credono di vedere insidiate in un film le istituzioni dello Stato. La mano della censura è sempre stata una mano pesante. Infatti, siccome nessuno può stabilire fino a che punto una scena di un film offenda la morale, la religione o le istituzioni dello Stato, c’è un solo mezzo per non sbagliare: tagliarla in blocco. Entrati in questo ordine d'idee il compito dei membri della commissione di censura diventa estremamente facile.

Perché stare a perdere tempo con inutili riflessioni quando si ha a disposizione un mezzo così sicuro per mettere le cose a posto? Una volta fatta la mano a questa abitudine, che nessuno si può permettere di contestare, era naturale che i membri della censura non si contentassero più dei tagli per dimostrare il loro zelo. Incoraggiati, forse, dalla mancanza di qualsiasi reazione da parte dei produttori, i quali si guardavano bene dal protestare per non pregiudicare ancora di più i loro interessi, i membri della commissione di censura sono arrivati a quello a cui non erano mai arrivati finora. Hanno negato il visto al film Totò e Carolina, il che significa, dato che il loro giudizio è inappellabile, che forse questo film non lo vedremo. A parte il danno materiale che ne deriverebbe al produttore (Totò e Carolina è costato duecentotrenta milioni), la soppressione di Totò e Carolina avrebbe un significato grave. Vorrebbe dire che da qui in avanti in Italia non si potranno più girare film le cui vicende si svolgano nel nostro paese, e che, come al tempo del fascismo, si dovrà ricorrere alla finzione di ambientarli in uno Stato straniero.

In ogni paese democratico sono stati girati e si continuano a girare film in cui attori comici interpretano la parte del poliziotto come Totò in questo che è stato soppresso, e nessuno ci ha mai trovato niente da ridire. Basta ricordare i film di Ridolini e di Charlot dove i poliziotti appaiono addirittura in mutande. In Totò e Carolina invece non si arriva mai a questi estremi. Il film è soltanto una garbata satira di un poliziotto che prende troppo sul serio la sua professione. Essere un poliziotto non significa che un uomo debba essere perfetto, quasi che il fatto di indossare una divisa lo preservi dalle debolezze degli altri uomini. Del resto l’agente Totò di questo racconto cinematografico di Ennio Flaiano, il quale oltre a scrivere il soggetto ne ha anche curata la sceneggiatura insieme al regista Monicelli, non è neppure un cattivo poliziotto, anzi la sua colpa è quella di eccedere troppo nel fare il proprio dovere. [...]

Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.15, 11 aprile 1954


Un concorso nazionale col premio di un milione, oltre, naturalmente, al diritti di autore, e con scadenza al 31 ottobre, ha bandito la Spettacoli Errepì per il copione (solo testo) di un grande spettacolo coreografico musicale in due parti per il prossimo ritorno alle scene di Totò con una apposita Compagnia che avrà per prima donna una cantante.

«Corriere della Sera», 25 febbraio 1954


MISERIA E NOBILTA'

Distribuzione: 2 aprile 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


«L'Europeo», 9 maggio 1954


«La Stampa», 11 aprile 1954 - Primo stop della censura cinematografica per «Totò e Carolina» La nostra rassegna stampa del travagliato percorso d'uscita del film.


Catanzaro 13 aprile, notte.

Catanzaro è in subbuglio per un film di Totò. Si tratta della pellicola «Il più comico spettacolo del mondo» proiettata in questi giorni in un locale cittadino: a un certo momento, il noto attore napoletano si rivolge a un'attrice, truccata da negra, e le chiede di che paese sia. La ragazza risponde: «di Catanzaro», al che Totò aggiunge un suo commento salace.
La battuta ha provocato la reazione degli spettatori, che hanno ritenuto di cogliere nella frase un'offesa al decoro della città. Alcune centinaia di cittadini hanno firmato una petizione al sindaco e un consigliere ha presentato oggi al Consiglio comunale un ordine del giorno .che è stato approvato all'unanimità.

Nell'ordine del giorno, rilevato il tono offensivo della frase quanto mai «lesiva della dignità, dell'onorabilità e del buon nome della città» si dà mandato alla Giunta comunale, e per essa al sindaco, di intraprendere Immediatamente tutte le azioni necessarie, non esclusa quella legale, per la tutela della dignità, del buon no-mè e degli interessi della città tutta ». Dal canto suo il sindaco, avv. Francesco Bova, ha inviato al produttori un telegramma chiedendo l'immediata eliminazione della battuta incriminata.

«Corriere della Sera», 14 aprile 1954


1954 04 29 Gazzetta del Popolo Toto Catanzaro intro

Confessiamo che grande sarebbe il nostro imbarazzo se ci chiedessero di stabilire con precisione di confini se e fino dove la vita sia rappresentazione cinematografica e quando il cinema sia edificante interpretazione della vita. Peggio ancora poi quando la vita si inserisce nella finzione di celluloide e diviene spettacolo nello spettacolo. Pochi giorni or sono su un lucido e ponderoso tavolo della Presidenza del Consiglio a Roma, s'è posata un’accesa petizione di molti cittadini di Catanzaro, i quali chiedevano il taglio di un passo da una pellicola cinematografica » nella quale Totò si abbandona ad un giudizio per niente lusinghiero nei confronti di quella forte gente di Calabria.

Pensiamo proprio che quel severo tavolo si sia alquanto spostato dalla sua solita ubicazione, come percorso da un prurito ci stupore. Abituato ad accogliere istanze magari strane, magari assurde ,si deve certo essere meravigliato che dei cittadini italiani questo secondo scorcio di secolo, facessero giungere a Roma la loro voce, non già per sollecitare un sussidio, una licenza, una onorificenza ma solo ed esclusivamente per difendere un civico onore. Dicendo della metaforica sorpresa del tavolo ministeriale (e nostra), non intendiamo affatto emettere un giudizio e meno ancora avallare la incriminata allocuzione di Totò.

E ’ comunque da convenire che in tempi come i nostri in cui il successo arride ai funamboli del compromesso ed agli equilibristi della morale, fa un certo effetto sentir parlare di «question d’onore». Sarà questione di Natura. In Calabria, dove la terra, come il viso degli uomini sono arsi dal sole, non v’è posto per i chiaroscuri : ogni pietra come ogni sentimento conosce il bruciore di una luce esasperante e nella consunzione scottante d’ogni cosa creata v’è forse la catarsi d’una vita rimasta sincera e sempre uguale. Persino il mare, qui in Calabria, non conosce mollezze e blandizie d’altre riviere : batte mordente contro le erose scogliere e il suo forte respiro flagella l’interno sino a strinare l'intonaco bianco e abbacinante d’una bicocca o la pelle caprigna e rugosa d’un pescatore.

In Calabria tutto è conquista: la vita, l ’amore e persino la morte. Qui la volontà vai più della Natura. Qui il progresso deve essersi arrestato alle soglie della farmacia o del caffè di provincia, ai tempi in cui la vita si infilava spensieratamente nel guanto da gettare in faccia all’ offensore ed in cui l’onore colpito veniva inalberato sulla punta aguzza d’una spada da duello. In Calabria non dev’essere ancora giunto l’alito viscido e greve di quel civile compromesso che è l’asfalto. Come si potrebbe diversamente capire questa strana difesa dell’onore, in momenti in cui l’onore è divenuto un'arma retrattile, in cui più nulla riesce ormai a tinger di rossore l’anima, ed in cui il bimbo più non crede al mondo incantato delle fate bionde, ed alla favola bella del principe azzurro, paladino dell’onore, mentre si trastulla per non più d’un giorno con un infernale balocco meccanico che troppo presto gli apprende la prevalenza della Forza sulla Giustizia?

Ma dove, a nostro giudizio, i querelanti di Catanzaro hanno sbagliato è stato, come dicevamo all’inizio, nell’inserire uno spettacolo nello spettacolo. Non hanno capito, i forti cittadini di Catanzaro, che chi parlava nel film in questione era, nient’altro che una maschera. Se a parlare fosse stato il principe Antonio De Curtis, con quel che segue, poteva forse valere la pena di offendersi e stampargli sul viso con aria di superiore disprezzo il classico schiaffo come s’addice a gente d’onore e di spada. Ma con le maschere no, non ci si può offendere! Le maschere non si sa da dove vengano: son nate con l’uomo, stanno in piedi sorrette dalle miserie nostre, la loro vita è lunga quanto la durata d’una risata, e profonda quanto la puntura d’un sarcasmo. Ogni uomo che nasce dà vita alla sua maschera: il carattere d'ogni maschera si fissa nel gran palcoscenico della Vita per quel tanto di fisso e di reperibile che è in ogni lato miserevole della natura umana. Spesso però le maschere soffrono della loro finzione e nessuna creatura umana è più triste d'un pagliaccio destinato solo a far ridere gli altri ed è per questo che a volte dalla bocca stirata e senza denti d’una maschera esce una tirata che trascende il singolo ed il caso per insegnare a tutta l’Umanità, così come sull’occhiaia vuota d’una maschera può salire la lacrima più sincera e più sofferta sulla sorte d'un triste genere umano.

Meglio avrebbero fatto i cittadini di Catanzaro a indirizzare la loro petizione al Re delle Maschere, perchè fosse redarguita la maschera Totò e salvaguardato l'onore dell’antica città calabrese: al cinema, come a teatro, v’è posto solo per maschere e fantasmi. Per redarguire il principe De Curtis, nella vita vera, ci vuol la carta da bollo, e in queste cose si sa, tutto diventa serio, col rischio finale di rovinare lo spettacolo. Sui tavoli ministeriali di Roma c’è posto ormai solo per l’onore delle categorie: l’onore dei commercianti, degli industriali, degli artigiani, delle Nazioni, dei Popoli. O che forse Totò e Catanzaro sono una di queste cose? Piuttosto a consolazione nostra, dei cittadini di Catanzaro e degli uomini di tutto il mondo, vorrei citare ciò che in proposito pensava Montaigne: «Ogni persona onorata preferisce perdere l’onore piuttosto che la coscienza»

Bruno Galvani, «Il Popolo», 29 aprile 1954


«La Stampa», 25 aprile 1954


1954 05 20 Il Messaggero Festival canzoone napoletana Esclusione Toto intro

«Il Messaggero», 20 maggio 1954


Nizza 8 luglio, notte.

Totò intenderebbe assumere, fra due anni, la cittadinanza del Principato di Monaco dove poi si stabilirebbe. Da qualche giorno egli si trova a Montecarlo, accompagnato da Franca Faldini, la quale aspetta un bambino per il mese di novembre. Entrambi lasceranno il Principato verso la fine di agosto, ma vi ritorneranno ai primi di novembre, perchè Totò desidera che suo figlio nasca a Montecarlo. Franca e Totò hanno già dichiarato che il loro figlio, se sarà un maschio, si chiamerà Massenzio, come l'imperatore romano sconfitto da un antenato di Totò; se, invece, sarà una bambina, si chiamerà Teodora.

«Corriere della Sera», 9 luglio 1954


Montecarlo. Franca Faldini e il principe Antonio de Curtis, ovvero Totò, attendono un bimbo. Se sarà un maschio, ha confidato l'attore, si chiamerà Massenzio; se sarà una bimba, invece, avrà nome Teodora.

«Epoca», 18 luglio 1954

1954 07 08 Gazzetta d Italia Franca Faldini Massenzio intro

Nizza Marittima, 7 luglio

«Se sarà un maschio, lo chiamerò Massenzio, col nome di un valoroso imperatore romano mio lontano antenato; e se sarà una femmina la chiamerò Teodora, cioè col nome dell’imperatrice di Bisanzio». E’ Totò, il popolare comico, ultimo discendente degli imperatori d’Oriente, che s’è espresso cosi ai giornalisti, mollemente allungato su una sedia a sdraio nella terrazza di un albergo di Montecarlo.

Il fausto evento che la moglie di Totò, Franca Faldini attende, riempie di gioia il comico. A Montecarlo Totò sta cercando un bell’appartamento che dovrà diventare la «villa dei suoi sogni». Franca Faldini, farà ritorno a Monaco alla fine del mese di ottobre mentre Totò — il quale sembra deciso a ritirarsi dalle scene fra tre anni — terminerà il prossimo film, in cui sarà un capostazione particolarmente disgraziato in amore, perchè afflitto da una moglie e da un’amante, molto cattive. E Totò capostazione si precipiterà fuori al passaggio di tutti i treni per implorare i viaggiatori e propor loro di portar via l’una o l’altra delle due donne, o meglio tutte e due insieme.

«Gazzetta del Popolo», 8 luglio 1954


Montecarlo 9 luglio.

Si assicura che Totò assumerebbe, tra un paio d'anni, la cittadinanza del Principato di Monaco. Egli si trova ora a Montecarlo insieme a Franca Faldini la quale aspetta un bimbo per il mese di novembre Essi lasceranno il Principato alla fine di agosto per tornarvi in autunno, poiché Totò vuole che il figlio nasca a Montecarlo. Ha già scelto il nome: Teodora se sarà una bambina, altrimenti Massenzio.

«Corriere dell'Informazione», 10 luglio 1954


«La Stampa», 20 luglio 1954 - Il ritorno al teatro di Totò


Se sarà un maschio, il figlio che Totò e Franca Faldini aspettano per novembre si chiamerà Massenzio. L'erede del trono di Bisanzio vuoi ricordare con questo nome la vittoria che uq suo antenato riportò sopra l'imperatore romano che si chiamava appunto Massenzio. Se invece sarà una femmina porterà il nome della più famosa sovrana bizantina: Teodora, che dal palcoscenico fu assunta alla dignità del trono. Comunque il bimbo, che i coniugi hanno deciso debba nascere a Montecarlo, avrà un nome imperiale. Nulla si sa invece a proposito del nome che verrà imposto al figlio che, secondo l'indiscrezione di un giornale australiano, dovrebbe nascere a Elisabetta d'Inghilterra. La Corte di Londra non ha nè smentito nè confermato la voce (nella foto, la regina tiene a battesimo la figlia di Lord Euston). Ugualmente senza conferma e senza smentita è la notizia che circola negli ambienti del cinema che Silvana Mangano stia attendendo il suo terzo bambino.

«Tempo», 22 luglio 1954


1954 07 24 Il Messaggero Filmografia virtuale L

«Il Messaggero», 24 luglio 1954


«Radiocorriere TV», settembre 1954


1954 09 01 Gazzetta del Popolo Toto intro

Napoli, 31 agosto

Ha fatto la sua comparsa oggi, al Palazzo dì Giustizia dì Napoli, un personaggio di eccezione: il principe De Curtis, il quale, sceso dalla sua Cadillac, è stato immediatamente ricevuto dal procuratore della Repubblica dott. Fasanotti. Il popolare Totò era accompagnato dal suo legale. I motivi del colloquio non sono stati resi noti dall’attore; sembra si tratti della querela sporta contro certo Carlo Battaglia, che, a Napoli, gli avrebbe rivolto parole ingiuriose.

«Gazzetta del Popolo», 1 settembre 1954 


I TRE LADRI

Distribuzione: 16 settembre 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


IL MEDICO DEI PAZZI

Distribuzione: 8 settembre 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


L'ORO DI NAPOLI

Distribuzione: 16 settembre 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


«Epoca», 13 giugno 1954


TOTO' CERCA PACE

Distribuzione: 20 settembre 1954

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


Confessiamo che grande sarebbe il nostro imbarazzo se ci chiedessero di stabilire con precisione di confini se e fino dove la vita sia rappresentazione cinematografica e quando il cinema sia edificante interpretazione della vita. Peggio ancora poi quando in vita si inserisce nella finzione di celluloide e diviene spettacolo nello spettacolo.

Pochi giorni or sono su un lucido e ponderoso tavolo della Presidenza del Consiglio a Roma, si è posata un’accesa petizione di molti cittadini di Catanzaro, i quali chiedevano il taglio di un passo da una pellicola cinematografica nella quale Totò si abbandona ad un giudizio per niente lusinghiero nei confronti di quella forte gente di Calabria. Pensiamo proprio che quel severo tavolo si sia alquanto spostato dalla sua solita ubicazione, come percorso da un prurito di stupore. Abituati ad accogliere istanze magari strane, magari assurde, si deve certo essere meravigliato che dei cittadini italiani in questo secondo scorcio di secolo, facessero giungere a Roma la loro voce, non già per sollecitare un sussidio, una licenza, una onorificenza ma solo ed esclusivamente per difendere un civico onore. Dicendo della metaforica sorpresa del tavolo ministeriale (e nostra), non intendiamo affatto emettere un giudizio e meno ancora avallare la incriminata allocuzione di Totò.

E' comunque da convenire che in tempi come i nostri in cui il successo arride ai funamboli del compromesso ed agli equilibristi della morale, fa un certo effetto sentir parlare di «question d’onore». Sarà questione di Natura. In Calabria, dove la terra, come il viso degli uomini sono arsi dal sole, non v'è posto per i chiaroscuri: ogni pietra come ogni sentimento conosce il bruciore di una luce esasperante e nella consunzione scottante d’ogni cosa creata v'è forse la catarsi d'una vita rimasta sincera e sempre uguale. Persino il mare, qui in Calabria, non conosce mollezze e blandizie d’altre riviere: batte mordente contro le erose scogliere e il suo forte respiro flagella l’interno sino a strinare l’intonaco bianco e abbacinante d’una bicocca o la pelle caprigna e rugosa d’un pescatore.

In Calabria tutto è conquista: la vita, l’amore e persino la morte. Qui la volontà vai più della Natura. Qui il progresso deve essersi arrestato alle soglie della farmacia o del caffè di provincia, ai tempi in cui la vita si infilava spensieratamente nel guanto da gettare in faccia all'offensore ed in cui l’onore colpito veniva inalberato sulla punta aguzza d'una spada da duello. In Calabria non dev’essere ancora giunto l’alito viscido e greve di i quel civile compromesso che è l'asfalto. Come si potrebbe diversamente capire questa strana difesa dell’onore, in momenti in cui l’onore è divenuto un'arma retrattile, in cui più nulla riesce ormai a tinger di rossore l'anima, ed in cui il bimbo più non crede al mondo incantato delle fate bionde, ed alla favola bella del principe azzurro, paladino dell’onore, mentre si trastulla per non più d’un giorno on un infernale balocco meccanico che troppo presto gli apprende la prevalenza della Forza sulla Giustizia?

Ma dove, a nostro giudizio, i querelanti di Catanzaro hanno sbagliato è stato, come dicevamo all’inizio, nell'inserire uno spettacolo nello spettacolo. Non hanno capito, i forti cittadini di Catanzaro, che chi parlava nel film in questione era, nient’altro che una maschera. Se a parlare fosse stato il principe Antonio De Curtis, con quel che segue, poteva forse valere la pena di offendersi e stampargli sul viso con aria di superiore disprezzo il classico schiaffo come s’addice a gente d’onore e di spada.

Ma con le maschere no, non ci si può offendere! Le maschere non si sa da dove vengano: son nate con l’uomo, stanno in piedi sorrette dalle miserie nostre, la loro vita è lunga quanto la durata d'una risata, e profonda quanto la puntura d’un sarcasmo. Ogni uomo che nasce dà vita alla sua maschera: il carattere d’ogni maschera si fissa nel gran palcoscenico della Vita per quel tanto di fisso e di repetibile che è in ogni lato miserevole della natura umana. Spesso però le maschere soffrono della loro finzione e nessuna creatura umana è più triste d’un pagliaccio destinato solo a far ridere gli altri ed è per questo che a volte dalla bocca stirata e senza denti d’una maschera esce una tirata che trascende il singolo ed il caso per insegnare a tutta l'Umanità, cosi come sull’occhiaia vuota d’una maschera può salire la lacrima più sincera e più sofferta sulla sorte d’un triste genere umano. Meglio avrebbero fatto i cittadini di Catanzaro a in dirizzare la loro petizione al Re delle Maschere, perchè fosse redarguita la maschera Totò e salvaguardato l’onore dell'antica città calabrese: al cinema, come in teatro, v’è posto solo per maschere e fantasmi. Per redarguire il principe De Curtis, nella vita vera, ci vuol la carta da bollo, e in queste cose si sa, tutto diventa serio, col rischio finale di rovinare lo spettacolo. Sui tavoli ministeriali di Roma c'è posto ormai solo per l'onore delle categorie : l'onore dei commercianti, degli industriali, degli artigiani, delle Nazioni, dei Popoli. O che forse Totò e Catanzaro sono una di queste cose? Piuttosto a consolazione nostra, dei cittadini di Catanzaro e degli uomini di tutto il mondo, vorrei citare ciò che in proposito pensava Montaigne: «Ogni persona onorata preferisce perdere l’onore piuttosto che la coscienza».

Bruno Galvani, «Il Popolo di Novi», 27 settembre 1954


12 ottobre 1954. Nato e subito deceduto Massenzio, figlio maschio di Franca Faldini e Antonio de Curtis. Il parto, avvenuto in una clinica dei Parioli, è stato laboriosissimo. Le condizioni di Franca Faldini, giudicate gravi in un primo tempo, questa sera erano soddisfacenti. Sconvolto dal dolore il popolare attore, che per ragioni procedurali inerenti alla sua posizione di divorziato non ha potuto ancora sposare la giovane attrice, non ha voluto ricevere giornalisti e conoscenti e la notizia è trapelata in un primo tempo fra pochi intimi.

La rassegna stampa nazionale nel nostro articolo La nascita e la morte di Massenzio, il piccolo principe erede di Totò. Approfondimenti sul tema, nel nostro articolo Massenzio, il piccolo principe


L’accusa: ingiurie e insinuazioni - Il processo si svolgerà alla prima sezione penale del tribunale di Napoli

E' stato fissato per il 16 febbraio del prossimo anno — presso la I Sezione penale del nostro Tribunale — il processo intentato da Totò, al secolo il principe Antonio De Curtis, all'avvocato Carlo Felice Battaglia, del Foro di Roma. Secondo quanto si legge nella citazione, l'aw. Battaglia (che difese senza successo un denigratore del principe De Curtis che gli contestava il titolo) è imputato del reato di cui all'articolo 81 e 595 1° comma, del Codice penale, perchè «con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, ed in tempi diversi, parlando o scrivendo a più persone — e precisamente e tali Salvatore D'Angelo e Gennaro De Curtis — aveva offeso la reputazione del celebre attore con le più volgari espressioni ed insinuazioni».

Fu nell'agosto scorso che Totò mise in moto la macchina della giustizia presentando in tribunale la sua querela. Egli era venuto a conoscenza delle libertà concessesi dall'avvocato romano, polche furono proprio i due individui prima nominati, cioè il De Curtis (semplice omonimo di Totò) e il D'Angelo, ad informarlo nel corso di una visita che essi gli fecero il 12 agosto all'«Hotel Excelsior» di Napoli, dove Totò si trovava temporaneamente. I due gli raccontarono che circa due mesi prima erano stati avvicinati dall'avv. Battaglia, che si disse Incaricato dallo stesso principe De Curtis per assumere informazioni sul conto di Gennaro De Curtis. Senonchè durante la conversazione l'avvocato avrebbe affermato che Totò era un bugiardo, trovandosi cosi in contrasto con quello che aveva precedentemente asserito circa le ragioni della sua ambasceria.

Gli incontri continuarono, ma alla fine il De Curtis e il D'Angelo si convinsero che gli scopi giurie e insinuazioni ma sezione penale del del Battaglia erano a dir poco oscuri. Essi troncarono perciò i loro rapporti con lui. Ma l'avvocato Battaglia non disarmò: cominciò da Roma a scrivere ai due delle lettere nelle quali ripeteva le frasi ingiuriose all'indirizzo di Totò, già dette a voce, ed altre altrettanto ingiuriose all'indirizzo di Franca Faldini che, a quell'epoca, attendeva Il bimbo il quale, com'è noto, non visse che poche ore. Tutto ciò, come abbiamo detto, fu riferito al principe De Curtis durante la conversazione all'«Excelsior» di Napoli. Egli ottenne di fotografare alcune lettere e di venire In possesso degli originali di altre. Copie fotografiche di queste lettere si trovano allegate agli atti del processo. Tutti gli atti Istruttori sono stati compiuti nel giorni scorsi con l'interrogatorio della parte lesa, dell'Imputato e del due testimoni.

«Stampa Sera», 26 novembre 1954


Roma 3 dicembre, notte.

Le condanne inflitte alle tre persone, che, nel giugno 1951, misero in dubbio la discendenza imperiale del principe Antonio Angelo Flavio Comneno Lascaris de Curtis, in arte Totò, incorrendo nel reato di calunnia, sono divenute definitive.

La Suprema Corte di cassazione ha respinto, per quanto riguarda codesto reato, i ricorsi proposti da Marzano Lavarello, dal suo «cancelliere» Luigi Colisi-Rossi e dal suo ex consulente araldico Guido Jurgens, i quali in un esposto alla Procura della Repubblica affermarono che il titolo del principe De Curtis non era genuino perchè ottenuto con mezzi illeciti. I tre incorsero anche nel reato di diffamazione perchè, durante una conferenza-stampa tenuta in un albergo della Trinità dei Monti, affermarono che era stata iniziata un'azione per dimostrare che il principato di Totò non era autentico. Per questo secondo reato la Cassazione ha ritenuto di applicare l’amnistia dello scorso Natale.

«Corriere della Sera», 4 dicembre 1954

Per maggiori dettagli sulla vicenda, tutta la rassegna stampa dell'epoca nel nostro articolo Antonio de Curtis e la nobiltà


«Madama Follia» è la rivista che vide impegnato Macario nel 1927. Al Lirico, nel corso delle repliche, Macario fu costretto a cambiare compagnia. Disse all'impresario, preoccupatissimo: «All'Apollo c’è un giovanotto che fa delle macchiette divertenti. E’ l’unico che possa sostituirmi. E' un attore che sicuramente farà strada». Quel giovanotto era Totò.

Luigi Barbara, «Corriere della Sera», 14 dicembre 1954

«Cinema», dicembre 1954


Altri artisti ed altri temi

Articoli d'epoca, anno 1954

Venticinque gonne negli armadi di Sofia Loren

Venticinque gonne negli armadi di Sofia Loren Il celeste pallido e il verde sono i colori che più si addicono alla bellezza della Loren Sofia Loren si è rimessa da poco da una broncopolmonite, presa durante la lavorazione del suo ultimo film.…
«La Settimana Incom Illustrata», anno VII, n.15, 10 aprile 1954
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Vacanze selvagge di Sofia Loren

Vacanze selvagge di Sofia Loren Sulle rive del lago di Vico, fra canneti e cani randagi, l’attrice è vissuta sola in una tenda; gli abitanti del luogo se ne sono accorti troppo tardi. L’ATTRICE NAPOLETANA ha improvvisato una variante del classico "tuo…
«Tempo», anno XVI, n.33, 19 agosto 1954
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Sophia sul fiume

Sophia sul fiume Il regista Mario Soldati ha girato a Comacchio il suo primo film a colori per mostrarci paesaggi e uomini di una zona suggestiva e fra le meno conosciute d'Italia. Comacchio, novembre Nel vasto e arroventato capannone per la…
Alfredo Panicucci, «Epoca», anno V, n.214, 1 novembre 1954
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27 Lug 2021

Le memorie di Mistinguett sono una lettera d'amore

Le memorie di Mistinguett sono una lettera d'amore “Quando penso a Maurice Chevalier” ha detto la vecchia attrice che ha ormai ottantasei anni “provo ancora una stretta al cuore. Allora mi odio, mi odio perché sono invecchiata” Parigi, maggio Più…
Nantes Salvalaggio, «Epoca», anno V, n.188, 9 maggio 1954
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10 Lug 2021

Toccò a Scarpetta l'eredità di Pulcinella

Toccò a Scarpetta l'eredità di Pulcinella Il grande attore comico napoletano, che creò la maschera di Don Felice Sciosciammocca, è stato commemorato con un'eccezionale rappresentazione del suo capolavoro “Miseria e Nobiltà”, alla quale hanno preso…
Federico Petriccione, «Epoca», anno IV, n.159, 18 ottobre 1954
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MACARIO E CHIARI. Nel giro di due sere, a Milano, da una parte Macario e dall'altra Walter Chiari; come dire la stabile tradizione contro l'irrequieta ricérca della novità: un confronto non facile e, nel caso in questione, combattuto poi ad armi impari, poiché il copione di Tutte donne meno io non è nemmeno lontanamente confrontabile con quello dei saltimbanchi. Insomma. Chiari ha corso su una Ferrari e Macario, tutt'al più, su una vecchia Bugatti. Ma non era di una gara che si voleva parlare; piuttosto di un'antitesi che si è presentata, sui due palcoscenici milanesi, nei suoi termini opposti. Macario è la tradizione, una scuola. il remoto ricordo dei guitti di una giovinezza raminga e, alla sua maniera, romantica; Chiari è l'improvvisazione e l'anti-tradizione, un po' di goliardia, qualche scintilla pazza e perciò stesso estrosa, un temperamento-fiume.

Macario è assai più attore di Chiari, nel senso tradizionale della parola; Macario conosce i toni, i sottotoni, le pause; non ha segreti per lui l'arte delle grimacca, la mimica che fa, di una maschera come quella che egli interpreta da anni, un cangiante personaggio teatrale. Chiari non recita ma parla; è sulla scena come nella vita, irruento, polemico, fragoroso e fanciullesco. Macario nella vita è un tranquillo signore in doppio petto che parla con pacata nostalgia degli attori, di prosa, del tempo che fu; la figura di Chiarì si confonde con quelle d'una serie di giovani del nostro tempo, un po’ sovraeccitati, tirati a mille giri, ma che magari s'arrestano di colpo, tac, chi sa perché, una molla s'è rotta o semplicemente hanno trovato una ragazza che li ha portati alTnltare; di costoro Chiari interpreta assai bene il linguaggio aspro e insieme barocco, infantile e paradossale. Dunque, per Macario, non c'è niente do fare, ci vuole uno spettacolo costruito secondo le dimensioni normali. Per Chiari va bene lo spettacolo-rivoluzione.

Il fatto è che spettacolo normale non vuol dire la povertà di copione di Tutte donne meno io. Lo spunto, si sa, era ottimo; era una idea che Macario rigirava dentro di sé da parecchio tempo, quella di presentare uno spettacolo in cui l'unico uomo fosse lui e, intorno, tutte donne; un'idea che fa parte anche di quella sua galante funzione di Diogene della passerella, sempre in cerca di belle donnine da lanciare. Ed era un'idea anche quella di mettergli accanto Carla Del Poggio. Soltanto, sia per lui sia per lei. I due autori, Scarnicci e Tarabusi, non hanno trovato i quadri tipici, funzionali; hanno tratto Macario fuori dalla sua maschera di tonto candido e furbo, ma i nuovi personaggi che egli interpreta non sono al centro di situazioni irresistibili, né originali; e reggono solo per il mimetismo intelligente di questo dotatissimo comico, che è riuscito a dare, per esempio, una nota nuova, fatta di astuzia sorniona, a un personaggio secolare come quello del vieux marchcur. Quanto a Carla Del Poggio, dopo la presentazione. Indovinatissima, che cosa le hanno offerto, i due autori? Assai poco, per la verità. E si che, elegante, pepata e nervosa, la Del Poggio ha dimostrato di avere brio, disinvoltura, una certa vocazione persino; di potere, insomma, diventare un'ottima soubrette. Lo spettacolo, dicono, è stato ora rinsanguato e in parte modificato; è stato chiamuto a collaborarvi, dicono, quell'abile cerusico del cosiddetto teatro minore che è Marcello Marchesi. Dunque, una rivista da rivedere e tonti auguri. Non bastano infatti un titolo, delle buone coreografie e le canzoni di Amru Sani, per fare uno spettacolo.

A Walter Chiari, invece, è andata bene. Ed è andata bene perché, dopo la troppo polemica Controcorrente dell'anno scorso, egli ha trovato la giusta misura, la via di mezzo tra spettacolo e contenuto, fra quel po’ d'apparenza che pur cl vuole, e la sostanza comica, che è fondamentale. Cosi, lontano dall'accentuuto e un po' duretto e talvolta sgradevole broncio satirico dei Fo-Durano-Parenti e dall'intellettualismo amarognolo dei Gobbi, s'è rifatto, in fondo, a quelle che furon le origini della rivista in Italia, dai tempi di Turlupineide a quelli di Zabum: cioè, molta prosa, molte idee, un certo sprezzo del conformismo, senza tuttavia pestar troppo sui piedi alle platee, ché tanto alle prediche fatte dai quei frivoli pulpiti nessuno cl crede; e un intelligente impiego degli attori del teutro maggiore. Il tutto, entro una cornice da rivista, naturalmente. Cosi, Aroldo Tieri e Liliana Tellini - il primo, forse, un po’ sacrificato - portano allo spettacolo una nota particolare, si concedono all'ironia di se stessi, il che è piuttosto divertente, considerato il fatto che, per esempio, Tieri è uno dei migliori primi attori di cui il teatro italiano possa disporre. E cosi, ugualmente funzionali sono Enzo Turco, Franco Scandurra, Antonella Steni e tutti gli altri, dalla coreografa Gisa Geert ai danzatori Jerome Johnson, Wilbert Bradley e Julie Robinson. E poi c'è lui, Walter. Un Walter finalmente equilibrato, non proprio traboccante. E un testo, c’è, che ha persino qualche pretesa lette raria. Complimenti.

R.D.M., «Epoca», 1954


G. D'Eramo, «Epoca», 1954


«La Settimana Incom Illustrata», anno VII, n.2, 9 gennaio 1954


Il “teatro minore” è già agitato, chiudendosi l'attuale stagione, da una ridda di notizie, di previsioni, di voci riguardanti la stagione prossima e le battaglie sotterranee che la preparano. Progetti per Totò...

Morando Morandini, «Tempo», anno VI, n.8, 25 febbraio 1954


Potrei avere, attraverso «Vie Nuove», ima risposta diretta di Peppino De Filippo sulle ragioni che lo hanno indotto a passare dai teatro dialettale al teatro in lingua?
Giuseppe Marra, Benevento.

risposta di PEPPINO DE FILIPPO...


Maria Frau, la ragazza sarda che fu una santa nel suo primo film e una sultana nell’ultimo, possiede, secondo gli esperti, la più bella capigliatura dello schermo italiano. Ora andrà a Parigi, dove sarà l’interprete del film "Avevamo sette figlie".

«Tempo», anno XVI, n.22, 3 giugno 1954


Goffredo Lombardo dirige dal 1950 la Titanus, una delle maggiori case cinematografiche italiane. È figlio di Leda Gys, famosa attrice del «muto» e di Gustavo Lombardo, fondatore della Soc. Titanus. È più difficile penetrare nel suo studio che in un teatro di posa mentre si gira. Quando Lombardo è «occupatissimo» una luce rossa si accende sulla sua porta e un’altra sopra il tavolo delle segretarie; segretarie, uscieri e visitatori restano allora spietatamente paralizzati finché non scatta il semaforo.

Lombardo è ottimista nel modo più assoluto. «Per me» egli ha detto «le critiche alle coproduzioni vengono da coloro che hanno tentato senza successo di concludere qualcosa in questo campo o che. conclusi gli accordi preliminari, hanno poi realizzato dei film sbagliati in partenza. É chiaro come il sole che le coproduzioni aumentano la possibilità di espansione della nostra cinematografia e danno modo ai nostri attori e registi di farsi apprezzare di fronte a milioni di spettatori che in caso contrario non li avrebbero mai neppure conosciuti. In Francia, mercato difficile, sono state le coproduzioni che hanno spianato la strada all'affermazione dei nostri film. Sul mercato americano, più difficile di quello francese, potremo penetrare con dei film fatti in collaborazione con l'industria di quel Paese e adatti, per certi lati, alla mentalità americana.»

«Epoca», 13 giugno 1954


LEA PADOVANI. Nota attrice del teatro e del cinema. Lea Padovani ha partecipato a numerosi film italiani e a film di coproduzione e ha interpretato film in lingua inglese. È stata fra l’altro protagonista di un episodio che rivela la diversità di trattamento riservata agli attori stranieri in Italia e negli altri Paesi. Giungendo a Londra per interpretarvi Cristo fra i muratori, la Padovani non aveva, ancora il permesso di soggiorno e dovette riprendere l'aereo per Parigi a causa delle disposizioni che tutelano il lavoro degli attori inglesi : «Bisognerebbe» ha detto la Padovani «che gli interessi degli attori italiani fossero almeno più efficacemente difesi da una migliore organizzazione sindacale.

In quasi tutti i Paesi gli attori di nazionalità straniera non ottengono il permesso di soggiorno se non hanno già un regolare contratto; da noi. gli stranieri vanno e vengono, si trattengono quanto vogliono e aspettano tranquillamente. sulla piazza, un’occasione favorevole, senza bisogno di nessun contratto. Questo non è giusto: il trattamento dovrebbe essere reciproco.» Agli effetti artistici Lea Padovani non crede che le co-produzioni possano nuocere al nostro cinema. «Secondo me in Stazione Termini è stato De Sica ad imporre il suo gusto e le sue concezioni ai due interpreti americani e non viceversa.»

«Epoca», 13 giugno 1954


La morte di Alda Mangini

Roma 20 luglio, notte.

A quarant’anni, nella sua abitazione, ha cessato di vivere l'attrice cinematografica Alda Mangini, da qualche tempo gravemente inferma. Dopo un esordio teatrale, negli spettacoli di rivista, da qualche anno la Mangini dedicava al cinematografo la sua attività Aveva cominciato accettando parti di scarso impegno nel film comici. da Vanità a Fifa e arena, all’Imperatore di Capri, a Totò cerca casa, a I cadetti di Guascogna, ad Atto di accusa a E’ arrivato il cavaliere, a Nerone e a Totò e le donne. Ma la parte che l’aveva messa in luce, di recente era quella, sgradevole e fortemente caratterizzata. di una insinuante mezzana, in una pellicola di Mario Soldati, La provinciale. L’esuberanza del suo fisico e della sua gesticolazione, la tipica espressione del suo viso, ma specialmente l'impegno che ella poneva nella colorita definizione del personaggi avevano dato risalto al suo lavoro.

«Corriere della Sera», 21 luglio 1954


«La Stampa», 21 luglio 1954 - La morte di Alda Mangini


«La Nuova Gazzetta di Reggio», 6 agosto 1954


«Corriere d'Informazione», 13 agosto 1954 - Isa Barzizza


L’attore smentisce la notizia, ma a darle credito sta il suo viaggio al Messico in compagnia dell'avvocato Gino Sotis, specialista in controversie matrimoniali.

N.O., «Epoca», 4 luglio 1954

Anche Fellini risponde all’inchiesta fra gli sceneggiatori, intrattenendosi sui segreti del mestiere: qual è il numero ideale di collaboratori per una buona sceneggiatura? Tre per chiacchierare, dice Fellini, due soli per lavorare...

Federico Fellini, «Cinema Nuovo», 15 luglio 1954

 


1954 10 14 Gazzetta del Popolo WandaOsiris intro

Ciro Poggiali, «Gazzetta del Popolo», 14 ottobre 1954


L'attrice si ritira dalla compagnia che doveva rappresentare la rivista « Siamo tutti dottori »

«Corriere della Sera», 5 ottobre 1954

Isa Barzizza litiga con Mario Riva durante le prove e abbandona la compagnia - Il Tribunale ordina un sequestro di 50 milioni sui beni dell'attrice

«Corriere d'Informazione», 5 ottobre 1954

I due protagonisti della vertenza spiegano le proprie posizioni

«Corriere d'Informazione», 6 ottobre 1954

Flora Lillo, la soubrette che ha lasciato la compagnia Billi e Riva nell'imminenza del debutto, ha presentato querela contro Remigio Paone, il quale non aveva aderito a certe pretese dell'attrice, ritenendole eccessive. Come si ricorderà, Flora Lillo aveva chiesto nove toilettes di una grande sartoria, minacciando, se non fosse stata accontentata, di seguire l'esempio di Isa Barzizza, che già era uscita dalla compagnia. Al secco "no" dell’impresario, Flora Lillo se n’era andata dal teatro Quattro Fontane, dove sono in corso le prove di «Siamo tutti dottori». La soubrette è poi passata all’offensiva giudiziaria, assistita dall’avvocato D’Alessio. querelando Remigio Paone.

Quali ragioni adduce Flora Lillo per giustificare il suo comportamento? L’attrice, che era stata scritturata dopo la defezione di Isa Barzizza, lamenta che le prove della rappresentazione. alla quale essa avrebbe dovuto prender parte, non abbiano mai avuto svolgimento regolare per la mancanza del copione. Da ciò era derivato uno stato di tensione fra lei e l’impresario. Inoltre, Flora Lillo dichiara nel suo esposto che Paone le avrebbe rivolto parole da considerarsi poco riguardose.

Offesa, l'attrice avrebbe abbandonato il palcoscenico, ma senza intenzione di disertare: infatti, a suo dire, il giorno successivo si ripresentò alle prove. Ma l’attendeva una sorpresa : l’avevano già sostituita con un’altra soubrette, e precisamente con Franca May, che aveva già appartenuto alla compagnia Billi e Riva. Fiora Lillo lamenta, infine, d’essere stata "protestata" senza che le sia stata comunicata per iscritto la rescissione del contratto che aveva firmato giorni fa negli uffici milanesi della «Errepi».

«Corriere d'Informazione», 25 ottobre 1954


Roma, novembre

Come il calcio, anche il nostro teatro di rivista appare ormai combattuto tra due diverse tendenze: da una parte il metodo, cioè la fedeltà alla vecchia rivista classica, dall’altra il sistema, cioè il nuovo esperimento della commedia musicale all’americana. Con un pubblico diviso tra i due tipi di spettacolo la mossa più abile è quella di mettersi nel giusto mezzo per accontentare gli uni e gli altri.

Age Incrocci, Fulvio Scarpelli e Dino Verde, tre « ragazzi » passati con successo dai giornali umoristici alla radio e al cinema, si sono serviti di questa astuzia per dare ai due comici romani Billi e Riva il bis del successo ottenuto un anno fa con Caccio al tesoro.

Definito il loro lavoro una « peripezia musicale », i tre autori hanno preso lo spunto da una diffusa abitudine italiana di chiamare « dottore » il prossimo, chiunque sia, per presentarci un copione divertente ed animato, appesantito da qualche luogo comune ma privo di volgarità e fitto di deliziose trovate. Con Billi e Riva « siamo tutti dottori » per tre ore di spettacolo, mentre seguiamo le disavventure di due spazzini comunali costretti a prendersi una laurea per poter continuare il loro lavoro. Qua e là, per esigenze di spettacolo, vengono presentati quadri che ben poco hanno a che fare con le lauree, ma il pubblico applaude e si diverte ugualmente alle esibizioni del Quartetto Cetra, delle brave Bluebell, dei quattro ballerini solisti.

La necessità di procurarsi una laurea porta i due comici da una scuola serale ad una farmacia « americana », da un parrucchiere per signora ad un osservatorio astronomico, dal varo di un piroscafo alle lande peruviane, da una partita di rugby ad un incontro con i quacqueri, dalle guerre di secessione alle celle dei condannati a molti dall’alta corte di giustizia al circo di Buffalo Bill, da un indiavolato collegio americano (dove si rubano indumenti femminili) ai sospirati patrii lidi. Cioè, per intendere « nel migliore dei mondi, dove tutto si accomoda nel migliore dei modi ».

A parte la misura, l’arguzia, la bravura e l'immediatezza di Billi e Riva (ormai laureati a pieni voti come due dei nostri migliori comici » e il Quartetto Cetra (finalmeinte valorizzato secondo le proprie possiblità canore, comiche e mimiche), le rivelazioni di questa « peripezia mi sicale » sono l’incantevole dottoressa in chimica Franca May e, soprattutto, lo scenografo Alfonso Artidi. E se da una parte il fascino, la giovinezza e l’impegno della graziosissima soubrette ne ci spiegano perché mai l'impresario le avesse preferito prima Isa Barzizza poi Flora Lillo, sembra inconcepibile che un pittore dotato, arguto, raffinato, maturo come Artioli debba essere soltanto al suo debutto nel teatro di rivista. A Paone, comunque il merito del felicissimo battesimo di questo artista cui scene, dallo spazzino comunale alla stazione ferroviaria, dal varo alle lane azteche, dal collegio yankee alla banchina, dalla partita di rugby al circo, dal tabarin al Campidoglio, potrebbero reggere il confronto con la migliore produzione di Broadway.

Adeguati i costumi di Fosco buone le prestazioni di Diana Dei ed Elvy Lissiak pur sacrificate in ruoli molto modesti; piuttosto scarse, invece, le musiche del maestro Trovaioli. A dare infine allo spettacolo un carattere grande attualità non manca nemmeno l’arrivo della «cosa da un altro mondo », il primo marziano del nostro teatro di rivista.

«Epoca», ottobre 1954


Gran varietà tradizionale all’Andreani, con Carlo Croccolo. La fedeltà allo schema classico e assoluta: tra la canterina e gli acrobati, i fantasisti musicati e il caricaturista, lui stesso, Croccolo, torna all’età d’oro con la macchietta militare e perfino la patetica poesia finale.

Tutto sommato non dispiace. Uno spettacolo cordiale che potrebbe esserlo anche di più togliendo — nel primo tempo — qualche non necessaria scivolala nella volgarità, ormai non più gradila neppure in periferia o, come dicono, «in provincia». Croccolo e‘ simpatico, improvvisa con garbo, effettivamente corregge dal palcoscenico qualche non sempre felice impressione lasciata dallo schermo. Con lui applauditissimi ieri sera — e meritatamente — il trio musicale Randall e gli acrobati Salvini.

Ma hanno avuto la loro parte di consensi anche il velocista della caricatura Drakos, la cantante Montelatici, «Mirabella», il quintetto «Armonia» e infine Vanni nelle vesti di presentatore e di macchiettista di spalla. Teatro gremitissimo.

«La Gazzetta di Mantova», 6 ottobre 1954


«Corriere d'Informazione», 18 novembre 1954


Fu il Rodolfo Valentino del cinema italiano, il viveur, il rubacuori impenitente, lo «scettico blu». E per molti anni trasferì nella vita il personaggio che interpretava sullo schermo; girava in frac, e prendeva il caffèlatte la mattina posando sul tavolo cilindro, guanti e bastone, incurante degli sguardi esterrefatti che seguivano ogni suo gesto. Fuori, sulla strada, si raccoglieva immancabilmente un gruppo di ammiratrici che scrutava, al di là del vetro, le sembianze dell'irraggiungibile principe azzurro.

Fu il partner ideale della Borelli e insieme diedero vita a molti eroi dannunziani. Furono loro a inaugurare il «primo piano» con un bacio rimasto famoso nel film «Ma l'amor mio non muore». Affiancò ben presto all'attività di attore quella di regista seguendo le orme di Gallone e di Campogalliani, e in quest’ultima veste ha continuato la sua carriera cinematografica, dopo l'avvento del sonoro.

Film principali: «Ma l’amor mio non muore», «Florette et Patapon», «Rouge et noir», «La stretta», «La pantomima della morte», «Pupille nell'ombra ».

Franco Calderoni, «Corriere d'Informazione», 18 dicembre 1954


1954 12 18 Stampa Sera Sorelle Nava intro

«Stampa Sera», 18 dicembre 1954


1954 12 21 Gazzetta del Popolo Tognazzi Vianello Gray intro

vice, «Gazzetta del Popolo», 21 dicembre 1954


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