Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1953


Rassegna Stampa 1951


Totò


1953 01 11 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Messaggero», 11 gennaio 1953


1953 01 11 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Tempo», 11 gennaio 1953


1953 01 11 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Giornale dell'Emilia», 11 gennaio 1953


1953 01 18 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Messaggero», 18 gennaio 1953


1953 01 18 Il Tempo Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Tempo», 18 gennaio 1953


1953 01 18 Il Giornale dell Emilia Nobilta L

«Il Giornale dell'Emilia», 18 gennaio 1953


1953 01 18 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Messaggero», 25 gennaio 1953


1953 01 25 Il Tempo Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Tempo», 25 gennaio 1953


1953 01 25 Il Giornale dell Emilia Nobilta L

«Il Giornale dell'Emilia», 25 gennaio 1953


1953 01 27 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Messaggero», 27 gennaio 1953


1953 01 27 Il Tempo Marziano Lavarello Nobilta L

«Il Tempo», 27 gennaio 1953


1953 01 27 Il Giornale dell Emilia Nobilta L

«Il Giornale dell'Emilia», 27 gennaio 1953


Pallidissimo Totò in tribunale

Eh già, è sorto qualche altro pretendente al trono di Bisanzio e i tribunali devono occuparsi. Totò si difende...
Sangue blu, che nostalgia !
Io, vi parrò plebeo, ma quando vedo sui cartelloni cinematografici quel viso beffardo nella corona di donnine procaci, penso che Darwin ha sbagliato direzione: non è l'uomo venuto dalla scimmia, ma è l'uomo che va verso... la scimmia. (E mi scusino le scimmie se manco di rispetto!)

«L'Unione Monregalese», 17 gennaio 1953


10, 17, 24 e 26 gennaio 1952. La fase finale del processo che vede Totò contro Marziano II di Lavarello ed il suo seguito di consulenti e assistenti. Oltre a difendersi dall'accusa di diffamazione e di appropriazione impropria di titoli nobiliari, ha denunciato Marziano II per diffamazione a mezzo stampa. A piè di pagina, la rassegna stampa.


1953 05 08 Momento Sera L uomo la bestia 2 T L[...] Assai intelligente era anche la scelta di Totò e Orson Welles per l'interpretazione dei due personaggi principali [...]. Si deve dire che tuttavia Totò e' un interprete molto bravo e [...] in definitiva il film strappa più di una sincera risata [...]

Tommaso Chiaretti, 1953


[...] La suggestione della vivace farsesca de “L'uomo, la bestia e la virtù”, che dissimula la sua sotterranea amarezza in un'allegra frenesia materiata di boccaccismo è pronta, contagiosa e irresistibile. Steno, lo stesso regista cui si deve fra l'altro, in collaborazione con Monicelli, l'eccellente “Guardie e ladri”, ha fatto di Totò “l'uomo”, di Orson Welles “la bestia”, e di Viviane Romance “la virtù”. La scelta non poteva essere migliore. Il grande Totò, è fatto apposta per dare figure corpo l'uomo. La virtù è stato giudizioso raffigurarla nella fatalissima Viviane Romance, donna e attrice di grandi qualità, piena di inquietudini e contraddizione. E la corposità violenta della ”bestia” si addice ad un magnifico sanguigno attore qual è Orson Welles, l’ex enfant-terrible della cinematografia americana. Questo formidabile trio italo-franco-americano, per ibrido che sembri è invece è felicissimo.
Con l'aiuto dello scrittore Vitaliano Brancati, Steno ha sceneggiato il soggetto. Ma i motivi di richiamo e i ”grandi nomi” di questo film eccezionale, che è stato impossibile presentare al Festival di Cannes perché non ancora pronto, non terminano qui. Infatti alla firma di Luigi Pirandello, all'interpretazione del trio Totò- Welles- Romance e di una schiera di ottimi attori quali Franca Faldini, Clelia Matania, Mario Castellani, Rocco D'Assunta, alla regia di Steno e alla sceneggiatura di Vitaliano Brancati va aggiunto il magnifico Gevacolor con cui il film è stato realizzato.
“L’uomo, la bestia e la virtù” ha dunque, in realtà, tutte le carte in regola per essere giustamente considerato il film più atteso dell'anno. Ed appunto per questo suo carattere di eccezionalità, il film non verrà programmato in altri locali nella presente stagione.

«Il Messaggero», 9 maggio 1953


Fra le commedie di Luigi Pirandello, "L'uomo, la bestia e la virtù" è certamente una di quelle più sboccate. [...] Nonostante la malizia. Infatti, con cui li aveva brillantemente dipanati, Pirandello aveva affrontato questi temi solo per esprimervi le delusioni e lo sconforto che la natura umana gli aveva cagionato. Il film di oggi, invece, ha volutamente ignorato il carattere sottilmente polemico del testo pirandelliano e, rispettandone solo lo schema esteriore, i personaggi principali, alcune loro battute di dialogo, li ha francamente trasformati in una farsa di immediato effetto comico, grassoccia come una pochade, edulcorata in coda da un inatteso embramassons coniugale e da un subitaneo amore del professore per una fanciullina del luogo che, con tutta evidenza, lo allontanerà dalle vie dell'adulterio, Il pubblico ha riso, ha sorriso, ha battuto le mani. E parte del merito va data anche agli interpreti: Viviane Romance, Totò, Orson Welles. Regia di Steno.

G. L. R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 10 maggio 1953


[...] Il film non rispetta Pirandello, tuttavia Steno ha fatto il possibile per dare al racconto un arguto e salace sapore sfruttando il pittoresco ambiente di un borgo amalfitano, i divertenti effetti comici diversivi e le personali, irresistibili risorse di Totò, al quale, pur dando al maestro una nevrastenia che non risponde all'umile rassegnazione del personaggio pirandelliano, ha tratteggiato una gustosa figura di pasticcione intrigante [...]

Ermanno Contini, «Il Messaggero», Roma, 10 maggio 1953


Un personaggio nuovo è stato inserito nell’edizione cinematografica dell’apologo pirandelliano "L'uomo, la bestia e la virtù", diretta da Steno. E’ il personaggio di una ragazza di paese, offerta a chiunque paga, la cui funzione è quella di confortare l'uomo, ossia Totò, quando la virtù, ovvero Viviane Romance, decide di tornare, fedelmente, al suo marito-bestia, cioè il capitano di mare Orson Welles. La giovane attrice Franca Faldini dà il volto a questo personaggio. L’aggiunta di questa figura, che giustifica anche il mutamento, dell’epilogo, troppo arbitrariamente trasformato, costituisce la più sostanziale modificazione apportata al testo teatrale. Le altre divergenze nascono dal clima stesso del lavoro più che dalla sua stessa consistenza; sullo schermo l’apologo lascia una sensazione di stiracchiato, specie per la inutile prolissità di certi dialoghi, che sembrano fatti apposta per consentire a Totò di esaurire una parte della sua ricca carica di energie, diciamo, mimiche.
Cosi com’è "L'uomo, la bestia e la virtù" risulta piuttosto di Steno che di Pirandello. Se ne é fatto un grottesco vernacolo, fortemente colorito, non solo per l’apporto, del resto dimesso, del Gevacolor. E abbiamo l’impressione che, diversamente da come accadeva in Pirandello, l’uno del tre personaggi, naturalmente quello di Totò, prevalga e soverchi sugli altri due. La farsa originale è greve e distesa, sullo schermo; pensiamo al risultati, certo migliori, che si sarebbero ottenuti se si fosse contenuto lo spettacolo In termini di stringatezza. Buona l’interpretazione, eccellenti le scenografie.

«Corriere d'Informazione», 15 maggio 1953


1953 10 06 Momento Sera Una di quelle T L


Fuori dal set

Durante la lavorazione del suo ultimo film, Totò si è fatto costruire una roulotte nella quale soleva appartarsi, fra una ripresa e l’altra, sensibile com’egli è agli sbalzi di temperatura di questa tardiva primavera romana. La roulotte, organizzatissima, con toillette per il trucco, mobile-bar e qualche disegno di Minei alle pareti, si spostava da uno studio all’altro a seconda delle scene da girare. Totò aveva dato ordine di non essere disturbato durante il riposo pomeridiano, che considerava una sorta di ”buen retiro” nel ritmo serrato delle riprese. Si diede il caso che, durante una di queste sacre pause, il produttore, Giovanni Addessi, dovesse fare una comunicazione urgente al principe di Bisanzio. Il capo-ufficio stampa della casa cinematografica, una bionda "spirituale”, ebbe l’incarico di portare il messaggio. Bussò discretamente alla porta e la socchiuse sfoderando uno smagliante sorriso: «Scusi, principe, posso dirle una parola? ». Totò, che stava seduto nella sua poltrona, paludato in una sontuosa vestaglia con stemma ricamato sul taschino, si alzò correttamente in piedi e, con tono invitante e cerimonioso, rispose: «Purché non sia quella di Cambronne, dica pure».

«Tempo», Roma, 1 giugno 1953


Totò ha spremuto dal personaggio ogni minima occasione per costruire una figura non labile , la cui comicità si colora di una vena crepuscolare, la quale può valere, ancora una volta, di indice delle enormi possibilità, pur sempre vergini, di questo straordinario commediante [..]»

Giulio Cesare Castello


Un film realizzato da tre attori comici di temperamento differente, quali Totò, Fabrizi, Peppino De Filippo e che denunciano il titolo l'audacia di affrontare, sia pure indirettamente, uno scottante tema sociale da tutti conosciuto, attrae istintivamente il pubblico. La protagonista femminile e Lea Padovani, la quale rinnova, nella sua interpretazione, il successo della personalità estetica, della sensibilità e della coscienza che distinguono sempre da sua recitazione. Altri interpreti del film sono Laura Gore, Nando Bruno, Alberto Talegalli, Giulio Calì, Pina Piovani, Mario Castellani. [...]

«Momento Sera», 10 ottobre 1953


[...] La vena di Aldo Fabrizi regista di cinema non è diversa da quella cui si rifanno nessuno calde virtù di interprete: da una parte, farsa e comicità, dall'altra - secondo le tradizioni più antiche della letteratura romanesca - sentimento e malinconia. Nel film di oggi sono i temi sentimentali a prevalere, ma l’ umorismo, come sempre non è dimenticato. [...] Questa lineare favoletta ha trovato in Fabrizi un narratore cordiale l'umano, a volte piuttosto semplice, ma sempre tutto cuore, affetto e buoni sentimenti e il pubblico, così, lo ha seguito con interesse e affettuosa commozione. gli interpreti, impegnati e sicuri, sono Lea Padovani, Totò, Peppino De Filippo e lo stesso Fabrizi in una fugace apparizione. la fotografia è di Gabor Pogany: le si debbono alcuni scorci di Roma piovosa e notturna di felicissimo effetto.»

«Il Tempo», 9 ottobre 1953


[...] Aldo Fabrizi ha raccontato questa patetica storia con circostanziata prolissità alternando le note sentimentali a quelle comiche e cercando soprattutto di sfruttare le risorse di una facile commozione e di un compiacente ottimismo. Totò e Peppino De Filippo sono i due provinciali e i loro duetti sono assai divertenti. Fabrizi nella parte del medico è il bonario e accomodante deus ex-machina della vicenda. Lea Padovani è la vedova umiliata, offesa e ricompensata.

«Il Messaggero», 9 ottobre 1953


Niente paura; non è «una di quelle», il titolo dice il contrario di quanto espone il film. [...] Dobbiamo rimproverare Fabrizi per aver pensato e diretto questo film? Manco per idea. La conclusione è cosi bella e sana che non possiamo che applaudire, tuttavia l’ambiente del dancing, e parte del seguito, non è per tutti gli occhi. Ci vorrà un po' di prudenza nell'avviare il pubblico giovane d'ambo i sessi a questo film. La mano di Fabrizi si rivela, quale regista, come quella di un uomo che oramai conosce il mestiere e alcune cose sono belle come bella è la fotografia. Il pubblico ride, perchè Totò sa far ridere e cosi Peppino.
Fabrizi truccato da.... Giosuè Carducci, come dice Totò, ci dà un bel tipo di medico buono e generoso condannato alla fatica di medico di «Notturna». In complesso un film divertente e fatto in guisa da accontentare tutti.

c, Tr. (Carlo Trabucco), «Il Popolo», 10 ottobre 1953


Il film italiano Una di quelle, diretto da Aldo Fabrizi, si annuncia invece assai gaio e ricreativo: basti pensare che con Fabrizi, regista e interprete, vi figurano Totò e Peppino De Filippo. [...] Le interpreti femminili sono Lea Padovani - Maria - e Laura Gore - Silvia.

l.p., «L'Avanti», 17 ottobre 1953


"Una di quelle" attesta che, di tutte attività, la più difficile e complessa, in cui non si ottengono apprezzabili risultati senza un coscienzioso tirocinio, è quella della dissolutezza. Onesti si nasce e scioperati e viziosi si diventa. Aldo Fabrizi, che ha diretto questo film da un soggetto che De Benedetti ha sceneggiato, ha cercato di far centro sui toni patetici. C’é nulla di più commovente d'una giovane vedova squattrinata, con un fìglioletto malato, indifesa contro gli ufficiali giudiziari che le mettono all'asta i mobili? Lea Padovani é, nella pellicola, l'infelice in questione: la si commiseri se, in una triste sera, vincendo gli onorevoli scrupoli, si offre, in un ritrovo notturno, al migliore offerente. C’è tutta una flebile letteratura sulle caste a meste creature spinte sul marciapiede dagli ufficiali giudiziari e dal pignoramenti. [...] A tratti, specie nella prima parte, nei duetti Totò-De Filippo, prevale la comicità che è nella natura del due attori e del loro regista. Si sa che Fabrizi, come autore di film, ha dato allo schermo ilari opere sulla buffa famiglia Passaguai. Ma stavolta ha cercato, con assillo, gli struggimenti; tutta la seconda parte di "Una di quelle" gioca sul contrasto sorriso-lagni, ma trasformando una licenziosa impresa in un casalingo e pudico idillio. Psicologia epidermica, senza nemmeno il tentativo dell'approfondimento: figure convenzionali come in una canzonetta; sviluppi scontati sin dal principio. E tuttavia, grazie agli interpreti, tutti bravi — e specialmente bravo Totò, che noi preferiamo in queste parti da uomo piuttosto che in quelle da marionetta — la pellicola non spiace interamente. Si avverte l’Intenzione di rifarsi, nel bozzetto, al clima del fortunato film "Guardie e ladri". Ma quanto piove, in "Una di quelle". Si dice: per le strade non c’é che acqua, questo novembre è cominciato sei mesi fa, andiamo a ripararci al cinema. E invece, anche al cinema ombrelli, impermeabili e dolori reumatici. L’operatore Clabor Pogany ha fotografato cosi bene gli acquazzoni che capita di starnutire, guardando lo schermo.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 4 novembre 1953


Si tratta di un film di attori. Uno di essi, Fabrizi, s'é incaricato bonariamente della regia; gli altri, Lea Padovani, Totò, Peppino De Filippo, gli danno valorosamente una mano con amabilità di buoni compagni. Erede, sotto molti aspetti, della commedia dell’arte, il cinema è anche questo: uno spettacolo creato assieme da specialisti che cercano, senza darsi troppe arie, di combinare qualcosa di divertente e, soprattutto, di non noioso.
Si é ovviamente lontani con "Una di quelle" dalle pellicole originali e profonde, che tutti discutono, che i critici ricordano, e che, come anche si dice, lasciano il segno. Ma il cinema, come ogni altra forma di spettacolo, ha pur bisogno di cose non troppo impegnate, purché gradevoli e di buon gusto, per riempire i vuoti e per offrire una continuità di produzione. Film come" Una di quelle" sono opere feriali; divertono e sono subito dimenticate. [...] Come regista, Fabrizi ha saputo dosare accortamente la parte faceta e quella sentimentale della vicenda. Totò fa appena il minimo per ricordare il comico caro a tutte le platee per le sue lepidezze, e mostra di poter essere, quando vuole, interprete misurato ed efficace.

P. B., «Corriere d'Informazione», 5 novembre 1953


1953 08 02 L Europeo Toto L

«L'Europeo», 2 agosto 1953


«Epoca», 2 agosto 1953


1953 09 19 Il Tempo Un turco napoletano T LFinalmente un film con Totò non mette accanto a Totò degli attori che si danno invano da fare per colmare il distacco di comicità che li separa da lui, non è costruito su un soggetto e un dialogo che portino in film - peggiorandole - le sciocchezze della rivista, non mostra nella regia l'imperativo del far presto.

Sergio Frosali


Totò ha fatto rivivere una farsa del famoso Eduardo Scarpetta, ch'ebbe straordinario successo al primi del secolo. [...] Le situazioni che ne vengono fuori sono immaginabili e consentono di far ruotare intorno al finto turco, in una piccante intimità, le attrattive di Isa Barzizza, Franca Faldini, Primarosa Battistella. Totò naturalmente ci sguazza, con tutto il suo repertorio, ultimo erede della commedia dell'arte, d’una tradizione popolaresca che risale ben più indietro dell'età di questa farsa. La regia di Mario Mattoli ha puntato molto sulla prospettiva, con una intonazione evocativa che contribuisce senza dubbio a ravvivare le parti più convenzionali della vicenda, a far risaltare quelle ancor oggi brillanti e saporose. L'ambientazione è curata, c'é una scena di bagni al mare condotta con molto umore.

«Corriere della Sera», 17 settembre 1953


"II turco napoletano" è la trasposizione cinematografica, salvo qualche accorto adattamento, di una farsa del famoso Eduardo Scarpetta, ch'ebbe moltissima fortuna, al primi del secolo, nel teatro San Carlino di Napoli. Da Scarpetta a Totò, mai come in questo film il comico é apparso erede d'una mimica popolaresca, d'una commedia dell'arte che incomincia assai più indietro che mezzo secolo fa. Per il resto, tutta la farsa é ambientata e intonata come una rievocazione, e la prospettiva rende accettabili, accanto a certe parti vive e grassocce, altre che oggi diversamente sembrerebbero sbiadite e inutili. [...] La regia é di Mario Mattoli, che ha curato con gusto l’ambientazlone; intorno a Totò ruotano Isa Barzizza, Franca Faldini, Primarosa Battistella.

«Corriere d'Informazione», 18 settembre 1953


A quanti proclamavano la sua discendenza dalla commedia dell'arte, Petrolini rispondeva che discendeva, invece, ogni mattina dalle scale di casa sua punto Ma se non è stato possibile trovare origini e derivazioni letterarie alla genialità tutta personale ed unica di Petrolini, non è difficile ritrovare nella inesauribile vena di Totò quella tradizione di comicità quasi estemporanea che ebbe a suo tempo, negli spettacoli del napoletano Teatro San Carlino, la sua espressione più fertile, più colorita e più viva.
E non è così per puro caso se Totò è riuscito a trovare una parte che mette in risalto le sue virtù comiche senza averle sul piano guitto delle improvvisazioni convenzionali. [...] Il personaggio del donnaiolo napoletano [...] perfettamente si adatta alle più genuine doti farsesche di Totò, alle sue fresche e pur controllate ironie, ai suoi più lieti, ma semplici atteggiamenti. Il film, così, diretto da Mario Mattoli in costume d'epoca con intenzioni non di rado parodistiche felicemente aderisce all'allegria del suo protagonista e diverte anche se i suoi temi sono facili, i suoi personaggi sono soltanto macchiette e la sua costruzione narrativa unicamente si affida i canovacci vecchiotti del vecchio teatro comico. Un difetto, però, quest'ultimo, che a confronto delle pallide e stentate farse dei nostri giorni, diventa, per l'efficacia dei suoi argomenti, sboccate ma robusti, un grandissimo pregio. [...]

 G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 21 settembre 1953


Principe bizantino e napoletano di nascita, quindi turco-napoletano anche nella realtà. Totò è l'interprete di questa farsa. La regia di Mario Mattoli fa scorrere il film con scioltezza e vivacità. [...] Accanto a Totò il consueto complesso di belle ragazze e di indovinati attori tra i quali Isa Barzizza, Carlo Campanini, Franca Faldini, Enzo Turco, Primarosa Battistella.

«Momento Sera», 22 settembre 1953


Il nerbo del film è la situazione di Totò finto eunuco [...] Il nostro mimo profonde il meglio del suo repertorio e fa quasi sempre centro. Qualche lazzo è troppo insistito, qualche altro volgaruccio, ma in complesso la farsa regge e diverte, anche per l'accurata ambientazione e per il suo forte umore caricaturale [...]

Leo Pestelli, «La Nuova Stampa», Torino, 23 settembre 1953


Un turco napoletano è il più osceno e pornografico film che sia stato prodotto in Italia da parecchi anni. [...] Il film è una speculazione commerciale operata dai produttori su un pubblico sempre meno reattivo. Il pubblico italiano si trova, generalmente, in uno stato di passività che richiede, come indispensabile, la battuta volgare, il lazzo scollacciato, il meschino doppio senso; e nessuno è più bravo dei nostri comici nell’accontentarlo. [...] Le stesse masse popolari più attive, al cinema subiscono, secondo la mentalità propria della decadenza borghese. [...] Questa situazione è ormai stabilizzata. Potrà durare parecchi anni, anche se Totò verrà a noia e gli si sostituiranno altri comici mimicamente meno dotati di lui, anche se la mediocre fantasia degli umoristi si farà sempre più fiacca e se le scollature delle attrici I...] si saranno ridotte di superficie.

I film comici italiani, Fernaldo Di Giammatteo, «Rivista del cinema italiano», n. 3, marzo 1954


La comicità di Totò

La comicità di Totò nasce da un meccanismo ben congegnato. Egli più che un attore è un mimo e perciò raramente gli accade di creare un personaggio vero e nuovo, ma perlopiù dispiega sopra il «cliché» dell'uomo intraprendente e libertino (in contrasto con la sua fisionomia) tutto il virtuosismo dei suoi gesti e delle sue battute. È come un commediante dell'arte a cui l'intreccio non sta molto a cuore, ma per amore del lazo e della smorfia non esita a spezzare la logica di una situazione, la coerenza di un personaggio, la credibilità di un sentimento. Ma questo virtuosismo seppur divertente, rivela a lungo andare qualche cosa di meccanico poiché si fonda sui soliti espedienti. E anche qualche cosa di scarsamente umano. Mentre l'umorismo del miglior Chaplin consiste in una visione personale del mondo resa con i contrasti più impensati, quello di Totò (ed è un confronto puramente esplicativo) non è che una smorfia bizzarra.

«Il Biellese», 29 settembre 1953


«Se vi capitasse in questi giorni di percorrere la via Appia Nuova, potreste imbattervi in un gippone, guidato da un brigadiere e con a bordo una bella e giovane ragazza. Guardando bene, vi accorgereste che l'arcigno brigadiere non è altri che il popolare attore Totò, il quale per l’occasione porta un paio di fieri baffetti, e che la ragazza dall’aria dimessa e un po’ triste è Anna Maria Ferrero. Dietro qualche curva, infine, scoprireste il regista Mario Monicelli, in agguato dietro la macchina da presa per ‘girare’ i vari passaggi dello strano gippone.
Il film che Mario Monicelli, questa volta da solo e non più in coppia con Steno, sta realizzando, si intitola Totò e Carolina, e si ricollega, per lo spirito, il soggetto e l'interpretazione principale, a Guardie e ladri e a Totò e i re di Roma di Steno e Monicelli. Queste opere cinematografiche, come si sa, hanno detto qualcosa nel campo del film comico popolare; risultati assai felici sono stati raggiunti in Guardie e ladri, mentre su Totò e i re di Roma il giudizio è reso difficile dai feroci tagli che la censura ha imposto. In questi film, comunque, la comicità nasceva quasi sempre da una osservazione realistica, a volte anzi amara, della realtà quotidiana. [...] Durante una sosta, ci avviciniamo a Totò, ovvero al principe Antonio de Curtis, per scambiare con lui quattro chiacchiere. Totò, che si mostra interlocutore cordiale e premuroso, ci spiega come egli divide i suoi film in due categorie: quelli fatti di un umorismo meccanico e gratuito, che si basa su situazioni assurde o piccanti e su battute particolarmente efficaci, e quelli in cui invece l’umorismo scaturisce da situazioni tristi, o drammatiche, o addirittura tragiche; e fa i nomi di Napoli milionaria, di Yvonne La Nuit, di Guardie e ladri. [...] Prima di allontanarci, chiediamo a Monicelli un suo parere sul problema della censura e della libertà del cinema, che tanto appassiona l’opinione pubblica in questi giorni. ‘Non posso fare altro - risponde Monicelli - che rilevare l’assurdità della censura, soprattutto della censura preventiva; questa finisce col determinare nei registi una sorta di complesso che li costringe a vedere le cose in modo diverso da quello che essi vorrebbero. Tutto ciò appare ancora più assurdo quando si pensa che i film meno bersagliati dalla censura sono quelli che contengono vere e proprie offese al buoncostume. Se na censura dev’esserci, essa, tutt’al più, deve limitarsi alle offese al buoncostume, ma per il resto lasciare ai cineasti la più ampia libertà creativa.”»

Franco Giraldi, «L'Unità», 29 settembre 1953


1953 09 09 Il Messaggero Toto maschera d argento A LRoma, 8 settembre.

Questa sera il sindaco di Roma Rebecchini, nel corso di una eccezionale serata di gala, alla quale partecipavano numerosi gli attori, autori, musicisti del teatro di rivista e della musica leggera anche radiofonica, ha consegnato i premi delle «Maschere d'argento» assegnati a coloro che si sono maggiormente distinti nella nata di corsa nel campo dello spettacolo leggero.
Per il teatro sono stati premiati: fuori concorso Michele Galdieri, Wanda Osiris e Totò: il principe De Curtis anche questa volta ha ricevuto il riconoscimento, sebbene da anni abbia abbandonato le scene per lo schermo.
Figurano poi nell'elenco l'impresario Remigio Paone, gli autori Armando Curcio, Garinei e Giovannini, i comici Renato Rascel e Carlo Dapporto e la soubrette Lucy D'Albert, gli attori fantasisti Billi e Riva e le sorelle Nava, il presentatore della radio Nunzio Filogamo, i cantanti Maria Paris e Giacomo Rondinella [...]

«Il Messaggero», Roma, 9 settembre 1953


1953 12 07 Il piu comico spettacoio del mondo L

1953 06 06 Festival intro

«Sudato, accaldato, svociato, il regista Mattoli si agitava davanti a un microfono per trasmettere gli ordini alle comparse lontane e soffriva le pene dell’inferno, accucciato com’era sotto la macchina da presa, crollato su se stesso, cotto a fuoco lento dai raggi incrociati dei riflettori. La pancia onoratissima e rispettabile di Mattoli pareva si gonfiasse di più al caldo e, in mezzo a tanti clowns, lo rendeva simile a un clown appena struccato, che si senta crollare per i troppi capitomboli eseguiti».

Italo Dragosei, «Festival», 6 giugno 1953


[...] Tra le mostruosità che hanno sulla coscienza tanto Mattoli quanto Totò, "Il più comico spettacolo del mondo" è certo la più madornale. [...] Col tempismo che spesso li contraddistingue i nostri produttori sono arrivati, per così dire, a battaglia finita, quando ormai gli spettatori danno chiari segni di impazienza, di fronte all’impaccio degli occhiali: così che, dopo due o tre giorni di proiezioni in 3D i locali si sono affrettati a sostituire la copia con quella normale, basando per di più su questo fatto la loro pubblicità [...] Karl Struss ha affidato le sue macchine al nostro Fernando Risi di cui riconosce l’eccezionale bravura, e se ne sta intorno al set con l’aria incantata di un turista americano che stia a guardare i monumenti della Roma dei Cesari; alcuni dicono che Struss cerchi soltanto di sottrarsi all’infernale ambiente del set sul quale convergono gli infuocati fasci di luce di decine di riflettori [...] Totò ha trovato una buona scappatoia per entrare sicuramente nella storia del cinema: interpretare il primo film italiano in 3D.

Giulio Cesare Castello, «Cinema» n.108, 30 aprile 1953


"Il più comico spettacolo del mondo", di Mario Mattoli, é il primo film Italiano a tre dimensioni. Non crediamo che ne debbano seguire molti altri: la stereoscopia ha subito fatto il suo tempo. Si tratta, almeno all'Inizio, d'una parodia del "Più grande spettacolo del mondo", di De Mille: storia di un pagliaccio da circo equestre inseguito dalla polizia. Sfrutta, con il solito lancio di oggetti verso la sala — fiori, palle, getti d’acqua, proiettili — e possibilità emotive del rilievo. E sfrutta il surrealismo marionettistico della più consueta comicità del maggiore interprete, Totò. Due o tre episodi, e specialmente un «quadro» da rivista, quello di Totò parrucchiere e massaggiatore, riconducono al clima degli altri film di Mattoli. La conclusione frettolosa, una flebile preghiera recitata da Totò, perde di vista il tema del film e sembra messa il per dare una soluzione purchessia alla vicenda, più corta di fiato del solito. A May Britt e a Franca Faldini, ma meglio ancora a Tania Weber, è affidato il compito di dare risalto, diciamo, al risalto; ossia di lasciare intendere, nella procacità di certe ostentazioni, a quale prestigio volentieri si affidi la riuscita della stereoscopia; il prestigio della corposità.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 3 dicembre 1953


Un estroso e misurato, espressivo e godibile Totò è al centro di « Il più comico spettacolo del mondo»; alla fine anzi, quando egli raduna intorno a sè i compagni d'arte e di rischio del circo equestre dove, a somiglianza del film quasi omonimo di Cecil De Mille, lo spettacolo si svolge, e pronuncia parole di congedo nelle quali è tanta umanità, un senso di vero ed un moto di consentimento compensano la fatica di Mario Mattoli, anche per quella parte in cui l'adattamento, abile sempre, rimane allo scoperto. Al film, la cui avvincente materia si presta a quadri ed a scene pittoresche, ha collaborato con le sue attrezzature, i suol artisti, le sue belve il circo Togni e, trattandosi di un saggio tridimensionale a colori, campo nel quale si mostra così di saper scendere anche noi vittoriosamente, va ammesso che miglior destro per raggiungere singolari effetti non poteva venire offerto ad una fantasia che si sviluppa ricca e fertile di trovate, nonché di soluzioni anche in campo tecnico. Con il suo reale e il suo parodistico, i suoi effetti spettacolari, gli episodi gustosi, la sua simpatica gente, il film riesce a prendere e a divertire.

«Corriere d'Informazione», 3 dicembre 1953


Alle smorfie e ai lazzi di Totò sembrano affidati, da qualche tempo, tutti i tentativi e gli esperimenti più azzardati del nostro cinema ieri era la volta del primo film realizzato con un sistema a colori italiano, oggi è toccato al primo film in 3D (brevetto americano, però). Di fronte al tentativo dichiarato, così, il giudizio sul risultato spettacolare non deve essere troppo ingeneroso perché anche se da vicenda prendendo le mosse da un tentativo di parodia che si rifà, fin dal titolo, a un film americano sulla vita dei circhi, finisce per essere soltanto una sbiadita antologia dei più famosi numeri delle riviste di Totò. Il pubblico, che ha eletto il comico napoletano proprio beniamino, ride, comunque si diverte, applaude. Che desiderate di più?
In 3D si possono ammirare oltre al mento di Totò, le grazie fiorite e fiorenti della dolce May Britt, della sempre più bella Tania Weber e di Franca Faldini. La regia di Mario Mattoli, Ferraniacolor.

«Il Tempo», 5 dicembre 1953


C'era da aspettarselo dopo un “Totò a colori” non poteva mancare un Totò tridimensionale. Non che dispiace il fatto che una casa di produzione italiana abbia voluto utilizzare il nuovo mezzo tecnico  la cui funzionalità del resto è piuttosto discutibile; e ciò che deploriamo è che si è creduto che bastasse aggiungere il 3D al nome di Totò per assicurare comunque il successo di cassetta. Il film, almeno nelle intenzioni (e intenzioni sono rimaste)  voleva essere una parodia di “Il più grande spettacolo del mondo”, di Cecil B De Mille. In realtà esso non è che uno scadente canovaccio, il quale permette al Circo Togni di  esibire i suoi artisti e a Totò di dar via libera ai suoi lazzi che  nonostante tutta la buona volontà raramente riescono a strappare qualche risata. Tra l'altro gli sceneggiatori erano così a corto di idee che non hanno esitato a rispolverare alcuni noti sketch di Totò come per esempio quello dei manichini che faceva parte del repertorio teatrale del comico e quello della massaggiatrice, tolto di peso dal vecchio film “Fermo con le mani”. [...]

Vice, «L'Unità», 5 dicembre 1953


[...] La vicenda, se così si vuol chiamare, si limita ad un seguito di non sempre comici interventi di Totò in uno spettacolo di circo equestre. [...] A ridere delle pretese trovate umoristiche sono i soli in spettatori del circo fra i quali si scorgono la Mangano, Fabrizi ed altri attori. I numeri del Circo Togni sono ricchi ed attraenti, i costumi di gusto, la fotografia a colori e assai riuscita, la stereoscopia eccellente. Peccato che tanto impegno produttivo sia così male impiegato. Totò e il regista Mattoli hanno fatto quel che hanno potuto: non si può cavar sangue da una rapa.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 5 dicembre 1953


Abbiamo oggi anche Totò protagonista di un film a tre dimensioni. Il «tre dimensioni» è quello spettacolo che va visto con gli occhiali colorati. Con questi occhiali i personaggi assumono un netto rilievo e quando dallo schermo fanno il gesto di lanciare acqua o «ciche» verso il pubblico, si ha l'impressione che vi arrivino sul naso. Ripetuto questo, che per gran parte del pubblico è cognito, esaminiamo il film in sè e il signor Totò protagonista del medesimo. E qui dobbiamo ripetere quanto abbiamo scritto altre volte; è un vero peccato che un autentico artista come Totò (un attore di potenza non comune) si avvilisca nello sciorinare al pubblico scemenze, gesti osceni e doppi sensi. Lo abbiamo tanto ammirato nella umanissima interpretazione di «Guardie e ladri» e dobbiamo rivederlo invece ancora e sempre nei panni di un personaggio da rivista che si abbassa al livello, spesso, di un attore da avanspettacolo. [...] Il film si chiude con la preghiera serale detta da Totò, cui assiste tutta la compagnia. Dice cosi bene cose vere e delicate da sentirne commozione, ma ecco che con intercalari buffi, che rendono la preghiera irriverente, sconcerta chi ha creduto per un momento che fra tante cose melense, ve ne fosse una intonata. Un esempio: Oh, tu che sei la vera rete di salvezza... C'è tanta gente al mondo che fa piangere... Noi dobbiamo piangere per far ridere... E poi ecco a battuta sciocca: Salvaci dalle unghie delle nostre donne, chè da quelle delle belve ci salviamo noi.

C. Tr. (Carlo Trabucco), «Il Popolo», 5 dicembre 1953


1953 11 18 La Stampa Toto e carolina incidente LTotò, il popolare comico della rivista e del cinema, non potrà essere a Torino sabato sera per presentare al Teatro Alfieri la «vetrina» delle sue canzoni. L'attore ha infatti corso il rischio di annegare nel Tevere e ora si trova a letto con una forte broncopolmonite.
Come è noto, Totò girava in questi giorni il film "Totò e Carolina" a Roma. Una scena del film richiedeva un suo tuffo nel Tevere, ma, naturalmente, sarebbe toccato alla controfigura il piacere di un bagno fuori stagione. Invece, l'altro ieri, mentre girava la scena sulla sponda del fiume, l'attore è caduto in acqua. E' stato subito ripescato, ma l'acqua fredda gli ha procurato un malanno coi fiocchi e Totò non potrà intervenire allo spettacolo di sabato e domenica con l'orchestra Angelini e le attrazioni internazionali, che comunque avrà luogo secondo il programma già fissato.

«La Stampa», 18 novembre 1953


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«La Stampa», 13 dicembre 1953

Inizia il lavoro della commissione giudicatrice per l'ammissione - tra oltre quattrocento candidate - alla fase finale del 4° Festival della Canzone Italiana, che si svolse nel gennaio del 1954 a Sanremo, delle venti canzoni partecipanti.
Tra queste figura "Con te", scritta da Antonio de Curtis.

Leggi l'articolo Un dilettante al Festival di Sanremo...


Articoli d'epoca, anno 1953


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