Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1954


Rassegna Stampa 1954


Totò


1954 01 03 L Europeo Questa e la vita intro

Roma, dicembre

Verso quei film a episodi, legati per tradizione alla letteratura, e che racchiudono in un aneddoto un intero racconto, va rivolgendosi in questi ultimi anni l’interesse dei nostri registi. Cominciò Rossellini con Paisà, in cui i diversi episodi, sebbene frammentari, legati com’erano fra loro da un comune significato, davano al film una certa unità. Film come questi però devono la loro organicità più che all'esser legati ad uno stesso argomento, all'esser girati da uno stesso regista. Questa e la vita, il film che si sta girando in questi giorni a Roma, è diretto invece da altrettanti registi quanti sono gli episodi. Si tratta di quattro novelle di Pirandello che Fabrizi, Luigi Zampa, Soldati e Giorgio Pàstina non potevano onorare meglio che facendole rivivere sullo schermo. [...] «La patente», di cui Luigi Zampa ha voluto affidare la parte principale a uno degli attori preferiti dai pubblico italiano: Totò. Si tratta di un povero diavolo che rimasto vittima della mania di superstizione dei suoi compaesani trova il modo di ricavare dalla sua disgrazia alcuni vantaggi. Da quando e stato definito jettatore infatti Rosario Chiarchiaro, che nessuno vuole più vicino per paura del suo influsso malefico, è caduto nella più nera miseria. Scacciato dall'impiego e senza possibilità di trovarne un altro, Rosario Chiarchiaro per uscire dalla terribile situazione in cui è venuto a trovarsi decide di querelare quei compaesani che hanno contribuito alla sua qualifica di jettatore. Chiarchiaro però non mira alla sua riabilitazione che gli permetterà di ritornare quello che era. Il suo scopo è un altro. Da quando ha capito che la disgrazia che gli è capitata può trasformarsi per lui in una fonte di guadagni, non ha perso tempo « Sta bene », ha detto Chia chiaro, « voi avete paura di me? Pagatemi ed io vi starò lontano ». Però perché questo sia possibile, perchè i suoi compaesani lo temano al punto di essere disposti a pagare la sua lontananza, è necessario che la sua qualifica di jettatore divenga ufficiale E nessuno gli sembra più indicato a convalidarla di un tribunale. Per meglio convincere i giudici ad assolvere le persone da lui querelate e concedergli così la patente di jettatore, si presenta in tribunale vestito di un lugubre abito nero. [...]

Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.1, 3 gennaio 1954


1954 02 18 Momento Sera Questa e la vita T L

[...] La patente è la biografia dì uno jettatore [...] L'episodio ondeggia fra il grottesco e la consueta perizia facciale di Totò [...]

Tuttio Ceciarelli, «II Lavoro Nuovo», Genova, 4 febbraio 1954


[...] Alla Patente, interpretata da Totò, nel panni del jettatore sono state date dal regista Luigi Zampa variazioni in chiave di comicità, mentre si trattava di una delle più angosciose vicende immaginate da Pirandello. [...] "Questa è la vita" consegue effetti felici. Interpolazioni e mutamenti fanno guasto.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 5 febbraio 1954


[...] "Questa è la vita" non è una pellicola più malvenuta di molte altre; ma senza dilungarci in analisi faticose, basterà il dire che appare denutrita. senza necessità, priva di mordente e di ambizioni.[...] Totò è ne "La patente" (regia di Zampa) un poveraccio tormentato dalla nomea di essere un jettatore. Dopo un seguito di disgrazie, si fa da pecora lupo; e sfrutta per far denaro la paura che tutti hanno di lui. Si sorride ai lazzi di Totò, ma il raccontino non ha sviluppo. [...] Concludendo. Luigi Pirandello appare il vincitore del film: egli e infatti molto più forte del suol illustratori. A confronto di "Questa i la vita" si vede subito l’originalità di un altro film a episodi, "Amore in città", che se non altro si giovava di soggetti originali, stesi cioè da specialisti in «chiave» cinematografica.

P. B., «Corriere d'Informazione», 6 febbraio 1954


Quattro tra "Le novelle per un anno" di Luigi Pirandello sono state scelte per comporre questo film a «sketch»che, oltre l'identità dell'autore, non hanno altro filo conduttore. [...] «La patente»: interprete Totò, regista Luigi Zampa.E' un episodio paradossale: un tale che ha fama di jettatore e che vuol farsi rilasciare, appunto, la licenza di jettatore per poterci vivere sopra, Totò offre la sua mobilissima maschera al personaggio che Zampa fa muovere in un'atmosfera di rarefatta farsa. [...]

l.c., «L'Unità», 19 febbraio 1954


[...] La patente trasforma in commediola e talvolta in farsa una stridente situazione drammatica, ma Totò è efficace[...]

Mario Gromo, «La Nuova Stampa», Torino, 13 febbraio 1954


I racconti di Pirandello risultano cosi scaduti a semplici spunti per episodi comici o patetici capaci di adeguarsi al livello medio di uno spettacolo genericamente popolare. Ma sarebbe difficile dire, in realtà, chi abbia più perduto in siffatta manifestazione: se Pirandello o il film. [...] La seconda, diretta da Luigi Zampa con Totò e Castellani, sottolinea ai fini comici le malefatte di uno jettatore facendo scivolare un cupo dramma in scherzosa farsa. Vi si narra di un tale che, rovinato dalla fama di portar male, cita in tribunale i suol accusatori per aver la patente di jettatore e sfruttarla a fini di ricatto e di lucro. [...]

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 19 febbraio 1954


1954 03 26 Il Messaggero Dov e la liberta T LResterà sospeso il chiarimento di qualche fatto, non però degli stati d’animo, che maggiormente importano: è probabile che brani previsti si siano omessi nella realizzazione o tolti al montaggio. [...] Ugualmente il film risulta unitario nella sua intonazione grottesca, sorretto dall’audacia stilistica della deformazione. [...] Le fasi deformate in senso espressionistico non esauriscono però il racconto, e anzi la singolarità del film si rivela proprio nel continuo inserimento di dati desunti da una puntuale osservazione della realtà [...]. Tutto il dramma si inscrive sulla maschera di Totò, martoriata e mobilissima [...]. Intensi attimi lirici [...]. Dovè la libertà? è opera originale, non indegna certo del fortissimo artista che l’ha firmata».

Marcello Clemente, «Filmcritica», 1954


[..] Dov'e' la libertà ? ha subito [..] parecchie traversie. Le denuncia tutte, naturalmente, nelle slegature del racconto, nell'approssimazione di alcuni episodi, nelle disparità di tono. [..] Il film si snoda su questo mezzo tono fra il burlesco e il serioso, ma è sempre verso il primo dei due elementi che si finisce per scivolare, nonostante le consuete acrobazie di Totò ; e quando ciò accade ogni cosa rovina, in un grottesco autentico e involontario [...]»

Fernaldo di Giammateo, 1954


Questo film è il frutto di una insolita collaborazione: protagonista ne è infatti Totò e regista Roberto Rossellini. Da questo binomio era lecito aspettarsi o tutto o nulla: la scintilla della reciproca comprensione tra autore e interprete poteva scoccare o non scoccare, istantaneamente determinando la riuscita o meno del film. Invece, cosa strana, il film non è nè bello nè brutto: la storia si svolge dignitosamente e lentamente, tranquilla e inutile, senza infamia e senza lode. E se non fosse per qualche sequenza molto originale e qualche smorfia di umana espressività, non ci si renderebbe neanche conto di essere dinanzi a un grande regista e a un grande comico. [...] Tutto è raccontato in modo piuttosto disuguale. Alcuni episodi veramente ben riusciti, come l'incontro del protagonista con una passeggiatrice e «l'evasione all'incontrario» che egli organizza per rientrare clandestinamente in carcere, si impongono per una bellezza di immagini degna veramente di miglior causa. Ma queste pagine felici sono poi tenute assieme da un tessuto connettivo alquanto opaco, in mezzo al quale il microscopio della buona volontà non riesce a individuare che cellule dal contorni confusi. Cosi la profonda tristezza della vicenda non arriva ad esprimersi in modo abbastanza compiuto da persuadere e commuovere, malgrado la buona volontà di Totò che, per presentare una maschera autenticamente tragica, rinuncia qui al solito repertorio dei suol ben noti lazzi, e di un gruppo di attori (la brava Nyta Dover, Vera Molnar. Franca Faldini, Leopoldo Trieste e Giacomo Rondinella) i cui personaggi raramente assumono una concreta evidenza umana. Bella la fotografia.»

Vice, «Il Messaggero», 27 marzo 1954


[...] Totò, che impersona la figura di un barbiere il quale ha ucciso la moglie per difenderne l’onore, spiega al giudici, che vogliono condannarlo per aver tentato d’occupare un luogo pubblico (il carcere), che a questa decisione è pervenuto dopo aver scoperto le brutture d’un mondo che egli credeva pieno di gioie. Roberto Rossellini ha raccontato questa storia con toccante umanità, creando un personaggio cosi vivo e nuovo da aderire perfettamente alla vasta gamma di cui Totò dispone. Il film ha qualche lacuna e qualche lentezza, ma si fa vedere con piacere e con interesse per l’originalità della vicenda, il gusto con cui è narrato e per la buona interpretazione del protagonista.»

«Il Popolo», 27 marzo 1954


Nell'opera di Rossellini il tema degli uomini privi di cristiana carità è certo tra i più fondamentali. Di solito però egli poeticamente se ne vale per giungere a conclusioni implicitamente o esplicitamente positive attraverso un drammatico procedere di argomentazione polemiche. Nel film di oggi, invece, il tema è sentito in tono minore, con scarsi approfondimenti umani in un clima che, pur mirando all'apologo, non trova mai una sua esatta morale. [...] il pubblico segue l'azione con un certo interesse vuoi per quel clima spesso caricaturale che la domina, vuoi per la presenza di Totò nelle vesti del protagonista: un Totò amarissimo, acido, acre, ancora piuttosto inedito. Al suo fianco Vera Molnar, Nyta Dover, Leopoldo Trieste, Giacomo Rondinella, Franca Faldini e Vincenzo Talarico.»

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 27 marzo 1954


Da qualche tempo Rossellini si pone problemi sempre più generati dell'umanità e del vivere civile. "Dov'è la libertà" si chiede stavolta ed esemplifica con la storia di un detenuto che, dopo aver trascorso 22 anni in carcere, ne esce. [...] Riassunto paradossale inspiegabile ed inspiegato. Tutto il film si svolge traballando, e cade da posizione e situazioni moralistiche a situazione e farsesche senza alcun nesso. I vari tipi sono introdotti nella vicenda casualmente, senza logica narrativa, e non riescono a dir nulla che appaia un po' intelligente, o almeno grottesco, satirico, o qualcos'altro. Nulla. Un film sconcertante, questo di Rossellini: sconcertante proprio per la gravissima sperequazione che vi si avverte fra il nome insigne del regista (e quelli degli sceneggiatori), ed il risultato. E' sconcertante questa vacanza della intelligenza e dell'animo, questa disattenzione ad ogni elemento realistico, questa trasandatezza di linguaggio. In definitiva spiace dolorosamente il disprezzo - è una parola grossa ma chiarisce il nostro pensiero - verso il pubblico e i suoi sentimenti. Il personaggio principale è interpretato da Totò, che riesce a sorreggere qua e là la tenue vicenda con il suo abile gioco mimico.»

l. c., «L'Unità», 27 marzo 1954


Il proprietario di una nota casa di spedizioni romana, Mario Piperno, ha fatto chiedere lori dal suo avvocato al questore di Roma la sospensione della programmazione del film "Dov’è la libertà", di cui è regista Rosselllni e protagonista Totò. Il Piperno ritiene di aver identificato se stesso e la tristissima vicenda vissuta dalla sua famiglia al tempo dell’occupazione tedesca in uno degli episodi del film. Nella pellicola. Infatti, è descritta tra l'altro la storia di un tale Abramo Piperno che fu internato dai tedeschi nel campo di concentramento di Auschwitz insieme con la sua famiglia. Sua moglie Ester, suo padre, sua madre e un suo fratello furono uccisi; unico superstite. lui. Perchè mai, al suo ritorno, non rese noto il nome del suoi delatori? Il film, alla fine, lo spiega con la frase: «Anche Abramuccio si era messo d’accordo con i suol aguzzini per non pagare le tasse». Ora, l'autentico signor Piperno — che non si chiama, come nel film Abramo, ma il cui nome è Mario — ha riconosciuto nell'episodio, come si è detto, la sua vicenda, anche per numerosissime coincidenze: la data della deportazione (ottobre ’43), il luogo della deportazione, il numero del congiunti deportati e la loro qualità di parentela con il Piperno, il nome — Ester — della moglie. l'età del Piperno allorché avvenne il tragico fatto (circa 35 anni) ed ; infine il fatto che fu lui soltanto il superstite. E' assolutamente lesivo — sostiene la parte In causa — affermare, alla conclusione del film, che quel tal Piperno «si era messo d’accordo con i propri aguzzini». Di qui il ricorso diretto a ottenere un provvedimento che valga a porre termine alla programmazione del film, provvedimento che potrebbe preludere al sequestro o comunque alla soppressione delle scene incriminate.»

«Corriere della Sera», 6 aprile 1954


1954 06 16 La Stampa Miseria e nobilta Articolo L

Antonio de Curtis, in arte Totò, è stato interrogato dal giudice Corrias in merito alla causa intentata contro la Società Cinematografica Ponti-De Leurentiis dal commerciante Piperno, assistito dall'avvocato Roberto Antonelli.
Il Piperno si è ritenuto diffamato da una frase pronunciata dal popolare attore nel film "Miseria e nobiltà" (?). In tale pellicola figura un personaggio con il suo stesso nome e cognome che, secondo quanto afferma Totò, «si sarebbe messo d'accordo coi suoi aguzzini per non pagare le tasse.»

«La Stampa», 16 giugno 1954

L'articolo fa riferimento al film "Dov'è la libertà?"  


Anche con "Dov’è la libertà?" come con "Europa ’51", Roberto Rossellini ha voluto fare un film polemico. In tutt’altra chiave, naturalmente, e con diversi mezzi, adatti al suo interprete maggiore, che è Totò, stavolta. In "Europa '51", la protagonista, in segno di protesta contro la società ipocrita e cattiva, si appartava, stanca e nauseata, in una casa di cura per psicopatici; qui, Totò, tornato libero dopo ventidue anni di prigione, la di tutto per rientrarvi; la compagnia del galeotti gli sembra preferibile a quella della gente che ha la fedina penale senza macchia. La libertà è nella segregazione, ossia nella rinuncia ad ogni rapporto con il prossimo.
Solo apparentemente, nel processo imbastito in questo film, (l’imputato è Totò; il vero atto d’accusa à lanciato contro la società, ossia contro noi, voi e Rossellini. Tutti, insieme, siamo colpevoli d’insincerità, d’infingardia, di disonestà; il che, detto così brutalmente, implica una generalizzazione paradossale e denuncia, con le intenzioni, anche il tono del film, che è satirico. Di una satira (riconosca Rossellini, autore del soggetto, come della regia) che sembra sovvertitrice ed è abusata e convenzionale. Se si vuol dimostrare che la gente davvero savia sta in manicomio e la gente davvero per bene sta nel penitenziario, non è una tesi anarchica, è il luogo comune di tutti gli amareggiati, un sarcastico aforisma che si ripete da sempre.[...] Più strano sembra che Rossellini abbia fatto un film cosi sbandato e discontinuo, in bilico fra il dramma e la beffa, e non mai dramma veramente e non mai beffa. Qua e là, qualche buona inquadratura, ben curata dal regista e dall’operatore Tonti; qualche buon momento di Totò e del suoi compagni, specialmente di Nyta Dover, fra le molte donne del film. Ma l’insieme non appartiene al genuino Rossellini; è squallido, mal connesso e non significante. Bisogna appagarsi delle Intenzioni; il regista stavolta, progettava un grottesco, voleva divertirsi. La prossima volta, non ne dubitiamo, si riprometterà di divertire i suoi spettatori.»

lan., (Arturo Lanocita) «Corriere della Sera», 28 aprile 1954


La libertà è nelle prigioni, sostiene paradossalmente Salvatore Loiacono, protagonista di questo film di Roberto Rossellini. Proprio il giorno prima della presentazione di "Dov'è la libertà", il regista aveva affermato, davanti ai pubblico dei «lunedi letterari», di ritenersi in perpetua ricerca, non pago del cospicui frutti raccolti in passato. Toni farseschi, scorci realistici/motti di spirito, situazioni buffonesche e patetiche: c'è di tutto in "Dov'è la libertà", che ha molti difetti ma non è senza dubbio scevro di originalità. [...] "Dov’è la libertà" si giova di alcune lepide invenzioni, di un paio di situazioni imbroccate e di una controllata interpretazione di Totò, che conferisce alla figura di Salvatore accenti di intelligente comicità. Come film appare però slegato ed incerto; manca soprattutto di «vis comica». Si direbbe che il soggettino è troppo inferiore alle qualità del regista; forse Roberto Rossellini ha voluto concedersi un «divertimento», che a noi appare troppo al disotto delle sue possibilità di regista. E' un po come se Coppi partecipasse per un capriccio a una gara domenicale di «Juniores», Tra l'altro, il problematico, teso difficile Rosselllni che tutti conosciamo, difficilmente potrebbe imbroccare un film dai significati modestamente paradossali come "Dov'è la libertà". Gli difetta la necessaria inclinazione. Non si è ridanciani a comando: le «teste leggere» lo sono in genere contro la loro volontà.»

P. B., «Corriere d'Informazione», 29 aprile 1954


Chi non noterà nel film di Rossellini gli stessi tipi umani e gli stessi ambienti che ci ha offerto Moravia nei suoi Racconti romani? (...) La forza di Rossellini è nel descrivere la realtà, non nel capovolgerla. E infatti, il suo film è dominato da un contrasto tra la favola della vicenda e la sua esecuzione verista. Per fortuna, però, Rossellini riesce continuamente a far dimenticare la favola. Egli d’istinto si tuffa nella realtà. Come narratore cinematografico egli è nato per ritrarre il vero, il vero che è stato capace di scoprire, di sorprendere. Parlare per apologhi non è affar suo. E in Dov’è la libertà? Roberto Rossellini ci ha dato stupendi quadri dal vero. Parliamo della balera suburbana – dove si fa la maratona di danza; dell’infimo dormitorio dalle pareti lebbrose dove Totò va ad alloggiare dopo uscito di prigione; e di quella famiglia di affaristi e strozzini che vive nell’appartamento carpito a ebrei deportati. Ricordiamo la giovanissima “serva” dall’aria ingenua di cui Totò sembra innamorarsi e che gli rivelerà di essere incinta. In lei, qualsiasi sentimento è assente, e la creatura che porta nel seno le ispira solo queste squallide parole: “Ne ha da scucì de quattrini”, alludendo al padrone che la prese minorenne. Anche qui siamo nella “materia” cara allo scrittore Moravia. Totò è stato attore intelligente, sensibile. Rossellini gli ha ispirato uno dei personaggi più belli della sua carriera. Qui non siamo al macchiettismo spicciolo in cui, troppo di frequente, cade il principe dei comici. In questo personaggio c’è un’anima. E se “fa ridere di meno” è perché commuove e convince di più (...)»

Vice, «L'Europeo» Milano, 9 maggio 1954


Dev’essere stato tutt’altro che facile montarlo e non si può nemmeno dire se i volonterosi che hanno provato ci siano riusciti, perché del film non si capisce quasi niente. [...] Del resto, se vi capita tra le mani il fascicoletto pubblicitario distribuito dalla Lux, provate a dargli un’occhiata: troverete che il soggetto era alquanto diverso. Inoltre troverete fotografie di scene che nel film non ci sono: e non ci sono non per un intervento della censura [...] ma proprio perché, fatti i conti, egli non era più capace di ficcarcele dentro. [...] Dov'è la libertà appartiene dunque al periodo dei film di Rossellini che non si capiscono e non si possono montare. Un esempio abbastanza clamoroso fu già quello della Macchina ammazzacattivi. Con quest’altro lo sfacelo dell’artista è completo. [...] La verità è che non si può far del cinema con il dilettantismo e la strafottenza; le intuizioni di un paio di minuti non bastano. Poi occorre un paio d’anni per cercar di mettere assieme il materiale. [...] Anarchia e misticismo [...] si danno la mano [...] confermando la decadenza di colui che fu uno dei più grandi registi del cinema italiano».

Guido Aristarco, «Cinema Nuovo», 15 maggio 1954


[...] Nel film non esiste né il grottesco satirico, né una farsa libera di sovrastrutture. Di tale impaccio risente lo stesso Totò che, privato dì pretesti validi, sia pure su un piano esteriore, fatica a tenere in piedi il fantoccio protagonista [...] SÌ aggiunga che da un punto di vista sintattico, grammaticale e tecnico, il film, come spesso accade quando Rossellinì «non ne ha voglia» o esce dall'ambito che è suo, sembra l'opera di un principiante, dal quale assai poco ci sia da sperare per l'avvenire [...]»

Giulio Cesare Castello, «Cinema», Milano, 31 maggio 1954


Totò si ribella all'Italietta ipocrita: «Dov' è la libertà?» di Rossellini: Lo storico e unico incontro tra Roberto Rossellini e Totò non fu tra i più felici. Il regista di "Roma città aperta" spesso era assente dal set, i soldi mancavano e il film venne finito da Monicelli, che girò la scena del tribunale. «Dov' è la libertà?» è comunque importante ed emblematico per capire gli umori degli anni 50, e per questo è presente nella rassegna domenicale «Capolavori sconosciuti» curata da Paolo Mereghetti. Una cappa plumbea di conformismo è calata sul Paese, la censura è più forte che mai. E Salvatore Lojacono (Totò), che esce di prigione dopo vent' anni (aveva commesso un delitto passionale), si ritrova circondato da ipocriti e farabutti. La conclusione (alla sceneggiatura collaborano Brancati, Flaiano e Pietrangeli) non è una sorpresa, ma è così paradossale e provocatoria che è stata ripresa più di una volta nel nostro cinema.»

Alberto Pezzotta - "Corriere della Sera", p.52, 13 marzo 2005


1954 03 26 Momento Sera Tempi nostri T L

[...] Totò e Sophia Loren , comicità e sesso [...] disperatamente aggrappati alla coda del film si agitano come due naufraghi e danno un senso di pena perchè non si può in alcun modo soccorrerli [...]»

Luigi Chiarini, 1954


Con La macchina fotografica , breve sketch comico sensuale con Sophia Loren e Totò siamo di nuovo all'aria sbagliata del prologo [..] la parte più infelice e meno riuscita [..] . Il film si alza nelle storie serie e cade in quelle comiche [...]»

Alberto Moravia, 1954


Blasetti — lo dice il numero segnato a fianco di questo suo Zibaldone — ha voluto continuare un discorso ed una indagine insieme, intrapresi con «Altri tempi». L'errore dell’autore è stato inevitabile. Nel descriverci il mondo attuale è scivolato in quel convenzionalismo che così bene aveva saputo evitare nel raccontarci storie di «altri tempi». Forse per la facilità che gli italiani hanno a rievocare gli ultimi anni dell'altro secolo ed i primi del nostro, forse soprattutto perchè a quel mondo romantico e crepuscolare appartiene Blasetti, egli sembra non partecipare alle ansia ed ai problemi dei «tempi nostri». [...] Ma noi temiamo che sia il distacco da un certo mondo e da certi problemi che abbia lasciato quest’opera col flato mozzo, infatti, là dove, come nel «Don Corradino» ai Giuseppe Marotta (episodio con il quale sarebbe stato opportuno concludere il film senza quella posticcia appendice de « La macchina fotografica» di Totò) Blasetti s'incontra con la spregiudicatezza ed il fascino di una Napoli che è quella ili sempre, egli ci dà una delle sue pagine più belle [...] Speriamo comunque che il pubblico si diverta, ma abbiamo imparato a conoscerlo e sappiamo che non accetta i compromessi.

Vittorio Sala, «Il Popolo», 24 marzo 1954


A Blasetti spetta in Italia la paternità di quelle antologie cinematografiche che, sulla scia del suo primo «Zibaldone », Altri tempi, godono oggi fra noi di una larghissima voga. Eccoci, ora, al secondo «Zibaldone», dedicato questa volta non più ai tempi dei nonni, ma ai nostri, e animato, perciò, da quelle intenzioni polemiche che sempre Biasetti rivela quando tratta di cose contemporanee. La faccia della nostra epoca, infatti, è ancora segnata dalla guerra; le sue conseguenze le possiamo trovare dovunque. Ma — si domanda il regista — come si è giunti a quello stato di cose? Per rispondere egli ricorre a tre racconti d'anteguerra (Scusi, ma... di A. G. Rossi, Il bacio, di Campanile, Gli innamorati di Patti) che, commentati dalle spensierate cadenze del «Quartetto Cetra» ci esprimono un clima quasi di farsa, l'indifferenza di quei giorni: un indifferenza che all'improvviso, mise tutti di fronte alla cruda realtà. [...] Certo il film, con quel prologo così volutamente superficiale e uno sketch farsesco aggiunto in coda, a mo' di conclusione (La macchina fotografica, di Age e Scarpelli con Totò e Sophia Loren), può sembrare abbastanza ineguale, ma alcune sue pagine splendono di limpido ardore drammatico: e son quelle che resteranno [...]

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 26 marzo 1954


A partire dal felicissimo «Altri tempi» di Alessandro Blasetti la nostra produzione di film a episodi ha preso un ritmo davvero incalzante. Oggi è lo stesso Blasetti a tornare alla carica con questo zibaldone n. 2, dedicato ai «Tempi nostri», che, speriamo concluda definitivamente la pia lunga serie. La suddivisione in più parti di un fllm solo occasionalmente può infatti condurre a risultati di notevole interesse artistico; assunta invece a sistema, rischia piuttosto di compromettere l'unità stilistica dell'insieme come appunto e accaduto in quest'ultima pellicola che nella sua generosa lunghezza accoglie gli uni accanto agli altri, episodi ben riusciti e quadretti di nessun rilievo. Era forse intenzione degli sceneggiatori mostrare attraverso i vari racconti il progressivo mutare dei costumi dall'altro dopoguerra a oggi. [...] In tutti questi episodi, dunque la recitazione è ottima, la fotografia altrettanto, la regia saggia e spesso ispirata. La loro brevità ha però costretto Blasetti a sorvolare su momenti che invece avrebbero avuto bisogno di essere maggiormente approfonditi, sicché a volte si ha l'impressione di certa sfocata superficialità il cui sospetto danneggia la validità del racconto. Tale sospetto diviene poi certezza nella farsa finale che ci mostra un Totò in montgomery alle prese con la formosa Sophia Loren e con una ribelle «Macchina fotografica». [...]

 Vice, «Il Messaggero», 26 marzo 1954


La seconda antologia cinematografica, o meglio lo “Zibaldone numero 2”,di Alessandro Blasetti ha trovato i suoi spunti nella novellistica contemporanea. I nove episodi di cui è costituita abbracciano circa 30 anni di esistenza dell'attuale generazione che ha raggiunto la maturità. Blasetti, con questa sua nuova fatica, ha dato vita a un film piacevole, arguto, insomma non è riuscito a superare se stesso, cioè a superare quella abilità di causer cinematografico, dimostrata in “Altri tempi”. [...] Totò e Sofia Loren sono i protagonisti del racconto più vicino agli attuali giorni, la macchina fotografica. “Tempi nostri”, anche se non è una delle più felici produzioni di Alessandro Blasetti, attrae e diverte il pubblico che si sente toccare da alcuni quadri della sua vita di ogni giorno.

Luigi Taplei, «Momento Sera», 27 marzo 1954


1957-05-06-Gazzettino-Sera-Malattia


Quando un incarico così delicato come quello di giudicare se un film possiede i requisiti morali necessari per essere messo in circolazione viene affidato all’arbitrio di alcuni funzionari, è naturale che questi corrano ai ripari ogni volta che credono di vedere insidiate in un film le istituzioni dello Stato. La mano della censura è sempre stata una mano pesante. Infatti, siccome nessuno può stabilire fino a che punto una scena di un film offenda la morale, la religione o le istituzioni dello Stato, c’è un solo mezzo per non sbagliare: tagliarla in blocco. Entrati in questo ordine d'idee il compito dei membri della commissione di censura diventa estremamente facile.

Perché stare a perdere tempo con inutili riflessioni quando si ha a disposizione un mezzo così sicuro per mettere le cose a posto? Una volta fatta la mano a questa abitudine, che nessuno si può permettere di contestare, era naturale che i membri della censura non si contentassero più dei tagli per dimostrare il loro zelo. Incoraggiati, forse, dalla mancanza di qualsiasi reazione da parte dei produttori, i quali si guardavano bene dal protestare per non pregiudicare ancora di più i loro interessi, i membri della commissione di censura sono arrivati a quello a cui non erano mai arrivati finora. Hanno negato il visto al film Totò e Carolina, il che significa, dato che il loro giudizio è inappellabile, che forse questo film non lo vedremo. A parte il danno materiale che ne deriverebbe al produttore (Totò e Carolina è costato duecentotrenta milioni), la soppressione di Totò e Carolina avrebbe un significato grave. Vorrebbe dire che da qui in avanti in Italia non si potranno più girare film le cui vicende si svolgano nel nostro paese, e che, come al tempo del fascismo, si dovrà ricorrere alla finzione di ambientarli in uno Stato straniero.

In ogni paese democratico sono stati girati e si continuano a girare film in cui attori comici interpretano la parte del poliziotto come Totò in questo che è stato soppresso, e nessuno ci ha mai trovato niente da ridire. Basta ricordare i film di Ridolini e di Charlot dove i poliziotti appaiono addirittura in mutande. In Totò e Carolina invece non si arriva mai a questi estremi. Il film è soltanto una garbata satira di un poliziotto che prende troppo sul serio la sua professione. Essere un poliziotto non significa che un uomo debba essere perfetto, quasi che il fatto di indossare una divisa lo preservi dalle debolezze degli altri uomini. Del resto l’agente Totò di questo racconto cinematografico di Ennio Flaiano, il quale oltre a scrivere il soggetto ne ha anche curata la sceneggiatura insieme al regista Monicelli, non è neppure un cattivo poliziotto, anzi la sua colpa è quella di eccedere troppo nel fare il proprio dovere. [...]

Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.15, 11 aprile 1954


1954 04 22 Il Messaggero Miseria e nobilta T LIl successo riportato dalla popolare commedia di Scarpetta nella ripresa eseguita l’autunno scorso da Eduardo De Filippo, ha suggerito questo adattamento cinematografico di Mario Mattoli: Il cinema manca troppo di fantasia per rinunciare spesso a scegliere i propri argomenti e prenderli belli e fatti di rimbalzo. E proprio il successo teatrale deve aver consigliato regista e riduttori a lasciare pressoché immutato li testo, fotografandone la rappresentazione come se fosse recitata su un vecchio teatrino di provincia, e a servirsi di alcuni attori usati da De Filippo. Nonostante la vitalità scenica della vicenda nella quale si ritrovano i succhi e i temi farseschi del teatro comico di ogni tempo, la mancata rielaborazione della commedia, specialmente del dialogo riprodotto con tutte le sue prolissità e senza cercare equivalenza cinematografiche di sviluppi e di effetti, ha reso il film verboso e lento accentuando quanto c'è di frusto e di vecchio. L’interpretazione è vivace e colorita: Totò ripete gustosamente sè stesso nella parte di Sciosciammocca ben coadiuvato da Gianni Cavalieri, Enzo Turco, Sophia Loren, Dolores Palumbo ai quali vanno aggiunti il Porelli, il Pastorino e il Croccolo.

E. C. (Ermanno Contini) «Il Messaggero», 23 aprile 1954


"Miseria e nobiltà" era certo una delle più solide e piacevoli commedie di Eduardo Scarpetta. [...] Sulla scena la vicenda, imbastita secondo gli schemi più brillanti del teatro ottocentesco francese, ma tutta ravvivata da un'intima vitalità genuina, rivelava un clima che, nonostante qualche cedimento, solo raramente denunciava un'atmosfera farsesca, Mario Mattoli, invece, traducendo la commedia per lo schermo, l'ha francamente risolta secondo le cadenze più aperte e più vistose della farsa, accentuando all'infinito le situazioni comiche e mettendo sempre nel massimo rilievo quanto poteva offrire al pubblico occasione di divertimento immediato. Il malizioso sapore dell'antica commedia è cosi scomparso quasi del tutto, ma il film è parso egualmente raccogliere abbondanti risate: per merito, forse, di Totò che, nelle vesti di don Felice Sciosciammocca, prima affamato e poi finto principe, ha allegramente dato il via a una serie multiforme di colorate caratterizzazioni. Al suo fianco Sophia Loren, Franca Faldini, Dolores Palumbo, Enzo Turco, Carlo Croccolo. Ferraniacolor.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi) «Il Tempo», 23 aprile 1954


Non è questa la prima volta che il binomio Totò-Mattoli si cimenta nel repertorio di attore ed autore di Eduardo Scarpetta. Oggi è di turno il migliore lavoro ideato è realizzato dal commediografo napoletano: "Miseria e nobiltà". Sia il regista che l'attore, portando sullo schermo questa avventura di Don Felice Sciosciammocca, il protagonista delle diverse incarnazioni dell'anima napoletana come la vedeva lo Scarpetta, si sono preoccupati con evidenza di restare il più possibile fedeli al concetto dell'autore. A mio parere, essi sono riusciti nell'intento. Totò, infatti, in questa riduzione cinematografica è, come al solito, comico e talvolta addirittura caricaturale, ma anche contenuto. Ha saputo, cioè, sorvegliare le sue speranze ed anche se ha riempito la scena di sè lo ha fatto con modestia, oserei dire con reverenza nei riguardi dello Scarpetta, facendo ottenere, in tal modo, alla sua maschera una maggiore comicità e comunicando gli spettatori colpi di ilarità che hanno determinato un nuovo successo del suo allegro dinamismo.
Se il film ha qualche negligenza di dettaglio essa dovuta più che altro al fatto che è stato girato interamente in studio, ma si può affermare che la cosa non da fastidio. Buono il risultato del Ferraniacolor.

Luigi Tupini, «Momento Sera», 24 aprile 1954


Retrospettivo. In certo senso, anche "Miseria e nobiltà", di Mario Mattoli: qui, però, l’ispirazione viene dal vecchio teatro dialettale. La commedia che Edoardo Scarpetta scrisse e recitò nel 1887, e fu la più fortunata delle tante di questo scrittore-autore napoletano, torna, sullo schermo In un'edizione quasi integralmente fedele ai testo. Mattoli, prudente, non ci ha messo nulla di suo, o quasi nulla; e ha lasciato briglia sciolta a Totò, il quale ha ripetuto, con felicità di estro, nella parte dello scrivano Felice Sciosciammocca, gli atteggiamenti comici che tanto piacquero in Scarpetta, più di sessantanni fa. [...]
Anche le battute del lavoro originale sono quasi sempre riportate nel film, che è a colori; e a cui Totò, come doveva, ha dato, con la sua maschera grottesca, i toni e le invenzioni della commedia dell’arte. Il vecchio canovaccio acquista nuova lucentezza grazie a lui e grazie ai suoi compagni, Enzo Turco e Dolores Palumbo e Carlo Croccolo e Gianni Cavalieri specialmente. Sophia Loren e Franca Faldini s'accontentano d'apparire procaci. Le scenografie sono troppo visibilmente di carta; autentici, invece, gli spaghetti e i polli e i salami di cui si fa grande consumo. Questa é la commedia del lunghi appetiti e delle voraci spanciate; tutto vi si traduce in masticazione; usciamo dal cinema come se avessimo partecipato alla crapula, sazi sino al disgusto. Stasera si digiuna.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 29 aprile 1954


"Miseria e nobiltà" è del puro e semplice teatro in scatola, quindi ci interessa assai poco. La vicenda [...] riesce a farci sorridere solo vagamente anche perchè il regista Mario Mattoli ha rinunciato a restituirci la caratteristica aura della commedia di Eduardo Scarpetta. Tutto appare falso ed abborracciato; tratti veristici e anche patetici (il bimbo cacciato di casa) si alternano con disinvoltura a passi di una stravagante buffoneria. Il gran problema dei due compari e delle loro donne è quello di trovare il modo di «calare» gli spaghetti nella pentola; che è un po’ poco, a questi lumi di luna. Totò ha, al solito, qualche momeno felice.

P.B., «Corriere d'Informazione», 30 aprile 1954


1954 05 09 L Europeo Toto Pubblicita L

«L'Europeo», 9 maggio 1954


1954 05 09 L Europeo Dov e la liberta intro

È una felice coincidenza che il titolare di questa rubrica, Alberto Moravia, sia in Spagna e perciò non possa occuparsi dell'ultimo film di Rossellini. Moravia, uomo tra i più modesti, non avrebbe mai detto che Dov’è la liberta? è il film «moraviano» di Renzo Rossellini, mentre si tratta della annotazione più saliente. L'autore della Romana, intendiamoci, non ha collaborato al film; il suo nome non appare nei «titoli di testa» accanto a quelli di Vitaliano Brancati e di Vincenzo Talarico; egli direttamente non c'entra. Ma forse questa è l’opera cinematografica che, in un certo senso, più gli appartiene, certamente più, per esempio, della Provinciale, film tratto da un suo racconto, ma profondamente trasformato dalla inclinazione «estetizzante» di Soldati, che è lontanissima da Moravia.

Non sappiamo se altri l'abbia già detto, ma a noi sembra fuor di dubbio la spiccata «corrispondenza» tra Rossellini regista e Moravia scrittore. I due uomini hanno certamente una corda in comune ed è la natura particolare della loro ispirazione migliore. Tutti e due respirano a pieni polmoni quando hanno a che fare con un certo tipo di «realtà», quella bullesca e incanaglita del suburbio trasteverino. Chi non noterà nel film di Rossellini gli stessi tipi umani e gli stessi ambienti che ci ha offerto Moravia nei suoi Racconti romani?
Non alludiamo al soggetto di Dov’è la libertà? Esso si muove su una trovata che non ha nulla di moraviano e se mai ha parentele con René Clair. [...] Il tema «si sta meglio in prigione che fuori» non è dei più nuovi (se ne è servito anche il regista di Finalmente libero, uno squallido film con Dapporto che per liberarsi dalle troppe mogli si fa chiudere in cella). Dov'è la libertà? appartiene al genere delle favole morali, e si vale di quell'espediente satirico che consiste nel capovolgere la realtà. Totò, infatti, che interpreta benissimo la parte del condannato, sarà protagonista di una rocambolesca «fuga in prigione», e il suo piano di invasione si varrà degli stessi strumenti e delle stesse astuzie che servono ai detenuti per eseguire i loro piani di evasione. Totò riuscirà a calarsi nell’interno del carcere servendosi della classica fune di lenzuola annodate.

La forza di Rossellini è nel descrivere la realtà, non nel capovolgerla. E infatti, il suo film, è dominato da un contrasto tra la favola della vicenda e la sua esecuzione verista. Per fortuna, però, Rossellini riesce continuamente a far dimenticare la favola. Egli d'istinto si tuffa nella realtà. Come narratore cinematografico egli è nato per ritrarre il vero, il vero che è stato capace di scoprire, di sorprendere. Parlare per apologhi non è affar suo.

E in Dov'è la libertà? Renzo Rossellini ci ha dato stupendi quadri dal vero. Parliamo della balera suburbana dove si fa la maratona di danza; dell'infimo dormitorio dalle pareti lebbrose dove Totò va ad alloggiare dopo uscito di prigione; e di quella famiglia di affaristi e strozzini che vive nell'appartamento carpito a ebrei deportati. Ricordiamo la giovanissima «serva» dall’aria ingenua di cui Totò sembra innamorarsi e che gli rivelerà di essere incinta. In lei, qualsiasi sentimento è assente, e la creatura che porta nel seno le ispira solo queste squallide parole: «Ne ha da scucì de quattrini», alludendo al padrone che la prese minorenne. Anche qui siamo nella «materia» cara allo scrittore Moravia.

Totò è stato attore intelligente, sensibile. Rossellini gii ha ispirato uno dei personaggi più belli della sua carriera. Qui non siamo al macchiettismo spicciolo in cui, troppo di frequente, cade il principe dei comici. In questo personaggio c'è un’anima. E se «fa ridere di meno» è perché commuove e convince di più. Rossellini è stato bravissimo anche nel disegnare gli altri personaggi. Franca Faldini, di solito così inutilmente fastidiosa, ci ha dato scene di forte rappresentazione drammatica. Lo stesso vale per Nita Dover. L’aver trasformato due bambolone insipide in attrici di chiara attitudine ci fa capire le capacità di Rossellini. A dispetto delle contraddizioni a cui prima abbiamo accennato, egli ci ha dato con Dov’è la libertà? un ottimo film, al livello dei suoi tempi migliori.

Vice, «L'Europeo», anno X, n.19, 9 maggio 1954


Dopo il successo del volgarissimo e raffazzonato "II turco napoletano" sembra che le farse di Eduardo Scarpetta siano considerate veicoli ideali per Totò e strumenti infallibili per incrementare i “borderò”. Ecco quindi la più celebre e notevole fra tutte, Miseria e nobiltà che lo stesso Mario Mattoli ha trasferito sullo schermo, in base ad un non dissimile, grossolano e mal inteso senso dello spettacolo. [...] Totò [...] tende naturalmente a ridurre la proverbiale figura dello scrivano don Felice Sciosciammocca alla propria più corrente misura farsesca, anzichè studiarsi di costruire, con una ricerca sul piano del gusto “storico”, la maschera del “mimo” illustre, pietra di paragone per i grandi interpreti della scena napoletana, ultimo fra essi Eduardo De Filippo.

Giulio Cesare Castello, «Cinema», Milano, 15 maggio 1954


1954 04 14 Corriere della Sera Il piu comico spettacolo del mondo A L

Catanzaro 13 aprile, notte.

Catanzaro è in subbuglio per un film di Totò. Si tratta della pellicola «Il più comico spettacolo del mondo» proiettata in questi giorni in un locale cittadino: a un certo momento, il noto attore napoletano si rivolge a un'attrice, truccata da negra, e le chiede di che paese sia. La ragazza risponde: «di Catanzaro», al che Totò aggiunge un suo commento salace.
La battuta ha provocato la reazione degli spettatori, che hanno ritenuto di cogliere nella frase un'offesa al decoro della città. Alcune centinaia di cittadini hanno firmato una petizione al sindaco e un consigliere ha presentato oggi al
Consiglio comunale un ordine del giorno .che è stato approvato all'unanimità.
Nell'ordine del giorno, rilevato il tono offensivo della frase quanto mai «lesiva della dignità, dell'onorabilità e del buon nome della città» si dà mandato alla Giunta comunale, e per essa al sindaco, di intraprendere Immediatamente tutte le azioni necessarie, non esclusa quella legale, per la tutela della dignità, del buon no-mè e degli interessi della città tutta ». Dal canto suo il sindaco, avv. Francesco Bova, ha inviato al produttori un telegramma chiedendo l'immediata eliminazione della battuta incriminata.

«Corriere della Sera», 14 aprile 1954


1954 09 29 Il Popolo di Novi Toto intro

Confessiamo che grande sarebbe il nostro imbarazzo se ci chiedessero di stabilire con precisione di confini se e fino dove la vita sia rappresentazione cinematografica e quando il cinema sia edificante interpretazione della vita. Peggio ancora poi quando in vita si inserisce nella finzione di celluloide e diviene spettacolo nello spettacolo.

Pochi giorni or sono su un lucido e ponderoso tavolo della Presidenza del Consiglio a Roma, si è posata un’accesa petizione di molti cittadini di Catanzaro, i quali chiedevano il taglio di un passo da una pellicola cinematografica nella quale Totò si abbandona ad un giudizio per niente lusinghiero nei confronti di quella forte gente di Calabria. Pensiamo proprio che quel severo tavolo si sia alquanto spostato dalla sua solita ubicazione, come percorso da un prurito di stupore. Abituati ad accogliere istanze magari strane, magari assurde, si deve certo essere meravigliato che dei cittadini italiani in questo secondo scorcio di secolo, facessero giungere a Roma la loro voce, non già per sollecitare un sussidio, una licenza, una onorificenza ma solo ed esclusivamente per difendere un civico onore. Dicendo della metaforica sorpresa del tavolo ministeriale (e nostra), non intendiamo affatto emettere un giudizio e meno ancora avallare la incriminata allocuzione di Totò.

E' comunque da convenire che in tempi come i nostri in cui il successo arride ai funamboli del compromesso ed agli equilibristi della morale, fa un certo effetto sentir parlare di «question d’onore». Sarà questione di Natura. In Calabria, dove la terra, come il viso degli uomini sono arsi dal sole, non v'è posto per i chiaroscuri: ogni pietra come ogni sentimento conosce il bruciore di una luce esasperante e nella consunzione scottante d’ogni cosa creata v'è forse la catarsi d'una vita rimasta sincera e sempre uguale. Persino il mare, qui in Calabria, non conosce mollezze e blandizie d’altre riviere: batte mordente contro le erose scogliere e il suo forte respiro flagella l’interno sino a strinare l’intonaco bianco e abbacinante d’una bicocca o la pelle caprigna e rugosa d’un pescatore.

In Calabria tutto è conquista: la vita, l’amore e persino la morte. Qui la volontà vai più della Natura. Qui il progresso deve essersi arrestato alle soglie della farmacia o del caffè di provincia, ai tempi in cui la vita si infilava spensieratamente nel guanto da gettare in faccia all'offensore ed in cui l’onore colpito veniva inalberato sulla punta aguzza d'una spada da duello. In Calabria non dev’essere ancora giunto l’alito viscido e greve di i quel civile compromesso che è l'asfalto. Come si potrebbe diversamente capire questa strana difesa dell’onore, in momenti in cui l’onore è divenuto un'arma retrattile, in cui più nulla riesce ormai a tinger di rossore l'anima, ed in cui il bimbo più non crede al mondo incantato delle fate bionde, ed alla favola bella del principe azzurro, paladino dell’onore, mentre si trastulla per non più d’un giorno on un infernale balocco meccanico che troppo presto gli apprende la prevalenza della Forza sulla Giustizia?

Ma dove, a nostro giudizio, i querelanti di Catanzaro hanno sbagliato è stato, come dicevamo all’inizio, nell'inserire uno spettacolo nello spettacolo. Non hanno capito, i forti cittadini di Catanzaro, che chi parlava nel film in questione era, nient’altro che una maschera. Se a parlare fosse stato il principe Antonio De Curtis, con quel che segue, poteva forse valere la pena di offendersi e stampargli sul viso con aria di superiore disprezzo il classico schiaffo come s’addice a gente d’onore e di spada.

Ma con le maschere no, non ci si può offendere! Le maschere non si sa da dove vengano: son nate con l’uomo, stanno in piedi sorrette dalle miserie nostre, la loro vita è lunga quanto la durata d'una risata, e profonda quanto la puntura d’un sarcasmo. Ogni uomo che nasce dà vita alla sua maschera: il carattere d’ogni maschera si fissa nel gran palcoscenico della Vita per quel tanto di fisso e di repetibile che è in ogni lato miserevole della natura umana. Spesso però le maschere soffrono della loro finzione e nessuna creatura umana è più triste d’un pagliaccio destinato solo a far ridere gli altri ed è per questo che a volte dalla bocca stirata e senza denti d’una maschera esce una tirata che trascende il singolo ed il caso per insegnare a tutta l'Umanità, cosi come sull’occhiaia vuota d’una maschera può salire la lacrima più sincera e più sofferta sulla sorte d’un triste genere umano. Meglio avrebbero fatto i cittadini di Catanzaro a in dirizzare la loro petizione al Re delle Maschere, perchè fosse redarguita la maschera Totò e salvaguardato l’onore dell'antica città calabrese: al cinema, come in teatro, v’è posto solo per maschere e fantasmi. Per redarguire il principe De Curtis, nella vita vera, ci vuol la carta da bollo, e in queste cose si sa, tutto diventa serio, col rischio finale di rovinare lo spettacolo. Sui tavoli ministeriali di Roma c'è posto ormai solo per l'onore delle categorie : l'onore dei commercianti, degli industriali, degli artigiani, delle Nazioni, dei Popoli. O che forse Totò e Catanzaro sono una di queste cose? Piuttosto a consolazione nostra, dei cittadini di Catanzaro e degli uomini di tutto il mondo, vorrei citare ciò che in proposito pensava Montaigne: «Ogni persona onorata preferisce perdere l’onore piuttosto che la coscienza».

Bruno Galvani, «Il Popolo di Novi», 27 settembre 1954


1954 10 05 Momento Sera I tre ladri T LAl genere dichiaratamente farsesco, basato quasi unicamente su un Totò privo dì inventiva e di freni e che, stancamente, ripete il modulo delle sue macchiette e non ancora di un personaggio, appartiene il fìlmetto dove qualche spunto comico si fa luce specie all'inizio e qualche velleità satirica è ben presto sopraffatta dall'arruffio della vicenda che ha più di un certo avanspettacolo che di cinematografo.

Vice, «Nuova Gazzetta del Popolo», Torino, 28 settembre 1954


E' questa la prima annuale apparizione di Totò. Una scelta felice indubbiamente se si vuole che il massimo attore comico del nostro cinema prolunghi la propria notorietà. Lionello De Felice, il giovane regista per il quale queste cronache sono spesso state prodighe, ha saputo contenere, con abile mestiere e profondo senso psicologico, il funambolismo, non sempre giustificato, di Totò in termini accettabili fino a presentarci l'attore fuori dal suo abituale cliché. "I tre ladri" infatti è la riprova di quanto determinante sia la direzione degli attori in una vicenda — sia pur leggera ed epidermica come questa — che si valga del mezzo cinematografico. Totò è stato attore convincente in "Guardie e ladri", riesce a confermare questa nostra affermazione nel suo recente film e ciò dovrebbe giovargli quale indicazione per le proprie future fatiche cinematografiche. A De Felice il merito di aver saputo narrare con felice intuito e intelligente capacità di sintesi i casi di tre ladri impersonati da Totò, Jean Claude Pascal e Simone Simon e di aver rivelato ad un tempo un Gino Bramieri un attore che pensiamo possa ben figurare in testa alla esigua schiera dei nostri caratteristi. La storia è quella di tre ladri e dei loro fortuiti incontri nel corso della quotidiana attività «professionale». Una vicenda ben articolata che val la pena di seguire attraverso lo schermo anziché dalla fredda cronaca del nostro «resumé». Buon divertimento.

V.S., «Il Popolo», 6 ottobre 1954


[...] Una satira, dunque, o meglio una farsa, senza molte pretese essenza troppo sale. La ravvivano qua e là alcune battute saporite e qualche situazione un poco peregrina. E la ravviva, naturalmente, l'interpretazione di Totò, tutta lazzi, smorfie, sberleffi, nelle vesti del ladro millantatore. Al suo fianco gli attori Simone Simon e Jean-Claude Pascal. La regia, di Leonello De Felice, tenta qua e là cadenze di balletto: sovente con piacevole brio.»

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 6 ottobre 1954


[...] Forse "I tre ladri", tratto da un romanzo di Umberto Notari, avrebbe voluto essere una satira dell'epoca precedente la prima guerra mondiale. In pratica, sotto la regia di Lionello De Felice, che si è trovato davanti una sceneggiatura sprovveduta e dialoghi infelici, tutto si è ridotto ad un pretesto per far ripetere a Totò gesti, cadenze ed invenzioni mimiche ormai collaudati, ma sempre ben accetti, dai suo pubblico. Gli sono affiancati Jean Claude Pascal, manierato ladro gentiluomo, la sfiorita Simone Simon, oltre a Pilotto, Riento, Gazzolo e Giovanna Ralli.

«Corriere della Sera», 7 ottobre 1954


1954 12 23 Il Messaggero L oro di Napoli T2 LChi dunque ci darà un film su Napoli? - chiedeva or non è molto Prisco. Certo è triste, oltre che paradossale, dover concludere, come concludeva Prisco, che i film migliori su Napoli in questi ultimi anni sono quelli girati nella stessa città da locali registi e produttori: i vari Madunnella e Malaspina che stanno al cinema come, sui palcoscenici rionali della stessa Napoli, le "canzoni sceneggiate" stanno al teatro di prosa, e nei quali tuttavia, sia pure con tutto il candore del dilettantismo, è rintracciabile quel volto della città che ancora aspettiamo ci venga offerto da un regista con dignità d'arte e di poesia. [...] Il vero , autentico oro è proprio [..] nel saper guidare e controllare la maturità espresiva di un Eduardo e di un Totò [..]". Dopo aver tentato il «salto di qualità» con il film di De Felice, Antonio de Curtis accetta con grande gioia la proposta di un nuovo film «importante». Girato subito dopo I tre ladri, L'oro di Napoli di Vittorio De Sica è una delle poche vere grandi occasioni che Ponti e De Laurentiis offrono a Totò per migliorare la sua carriera e imporsi, anche fuori dall'Italia, con un prodotto di qualità.

Guido Aristarco, 1954


La Signora Hilda L. mi scrive: « A suo tempo vidi il film L'oro di Napoli, ma il Suo libro, che forse contiene la risposta a una domanda che Le farò, non lo avevo letto; e mi é tuttora ignoto. Non sono meridionale; vivo da parecchio nel Sud, eppure molte cose non hanno ancora finito di sorprendermi. L'episodio del film che m'interessò maggiormente fu quello in cui appariva Silvana Mangano. Ed ecco il punto che non mi riuscì chiaro: quando Teresa, dopo essere fuggita nella notte, si calma, si rassegna e torna indietro, un balcone s'illumina e il portone si apre. [...] Mi sono avvicinato al lavoro di sceneggiatura del mio libro malvolentieri. Avendo nutrito la materia da scrittore, pensavo di poter nuocere alla elaborazione di quella che, a mio parere, deve essere un'opera a sé, libera, con un carattere inconfondibile. Spinto da De Sica, ho finito tuttavia con l'accettare, contento di poter lavorare con Cesare Zavattini, il quale, non avendo le mie remore, poteva permettersi una libera rielaborazione del libro. Ma Zavattini, uomo del nord, avrebbe saputo penetrarne lo spirito? Anche questo dubbio mi ha sfiorato, presto dissolto dalla constatazione che per il talento non c'è materia che tenga. [...]

Giuseppe Marotta, 1954


Io credo che le difficoltà della riduzione cinematografica di L'oro di Napoli saranno chiare a tutti quando avrò detto che a voler ridurre il libro di Marotta così com'è, con tutto quello che di serio e di poetico c'è dentro, sarebbe stato necessario fare un film di settantacinquemila metri. Bisognava invece, da questi settantacinquemila, ricavare tremila metri soltanto, e però non tradire, anzi rappresentare quel mondo dalle mille facce e dai molteplici toni che è la Napoli di Marotta. [...]

di Cesare Zavattini, 1954


Lo si attendeva parecchio, questo film di De Sica. L'ultimo suo era stato piuttosto fiacco, senza una sua impronta (Stazione Termini), al punto da rendercene quasi in creduli. Non per nulla De Sica è il nostro regista sul quale si può maggiormente contare, e il vederlo abbandonarsi a un abile mestiere, ma a un mestiere soltanto, aveva non poco deluso. Costrizioni contingenti di produzione, o stanchezza, o addirittura sfiducia? Forse di tutto un po'; e il regista si rimette poi a fare l'attore e, facendo l'attore, fa un po' di regia per procura, si potrebbe dire della consulenza, senza palesi responsabilità. [...]

Mario Gromo, 1954


Napoli è così sentita da Marotta e da me che ritengo nel film risulterà per quella che è, che è sempre stata; uno dei misteri di Napoli infatti sta in questa sua immutabilità rispetto ai secoli, per cui la gente di Napoli con i suoi costumi, le sue abitudini, la sua filosofia non muterà mai. Io spero che il film abbia rispettato lo spirito del libro di Marotta; e del resto Marotta stesso, che ha collaborato alla sceneggiatura con Zavattini e con me, e stato il più accanito difensore dei suoi racconti. [...]

Vittorio De Sica, 1954


[..] Il primo di cui è protagonista Totò , ci racconta la grande giornata di don Saverio [..] De Sica non si è lasciato prendere la mano dal gusto del pittoresco nemmeno avendone così propizia occasione . La fermezza con cui egli controlla e indirizza la recitazione di Totò è un'altra qualità, in sommo grado apprezabile, dell'episodio.

Lorenzo Quaglietti, 1954


Per Giuseppe Marotta, "L'oro di Napoli" è la possibilità, largita da San Gennaro e dalla natura ai suoi abitanti, di far fronte alle traversie della vita, superando quelle ingrate con mia «ereditarla, intelligente, superiore pazienza». La filosofia dei napoletani, «misirizzi» perenni, sempre in piedi dopo le sventure. [...] Vittorio De Sica ha scelto alcuni racconti del libro di Marotta per tessere un bello e piacevole film, popolato di gente vociante, che Ingegnosamente recita i suoi drammi. La strada è il grande palcoscenico, lo spettacolo è senza. suggeritore. In uno del capitoli campeggia Totò, ossia don Saverio. Questo don Saverio è da molti anni succubo di un «guappo», il prepotente del quartiere, don Carmine, il quale s’è insediato in casa sua, mangia la sua pasta asciutta e terrorizza i suoi figli. Un giorno il violento crede di soffrire di mal di cuore. Non può più imporsi; ed ecco che don Saverio, redento dalla paura, prende il sopravvento. Impara a reagire, a difendersi;‘e non importa che don Carmine scopra, subito dopo, di non essere affatto ammalato, oramai don Saverio sa dire «no », il tiranno è crollato. [...] La pellicola che De Sica ha diretto, sulla sceneggiatura che Marotta e Zavattlni hanno preparato, aderisce con fedeltà ai racconti, e stavolta questo è un elogio. Autentica o no, ne risulta una Napoli gustosa, ironica, amabile, come lo scrittore l’ha descritta. Ma il regista ci ha messo del suo; la sua partecipazione come attore, nel bozzetto in cui egli crea, a tutto sbalzo, un ritratto deliziosamente caricaturale; e poi la guida degli attori, per sua e per loro virtù tutti bravi, Totò come la Loren, la Mangano come Stoppa, come De Filippo, come il bambino che gioca a carte. Una galleria colorita e sàpida, per i volti di primo plano e di sfondo. E del suo De Sica ci ha messo nella determinazione dell'atmosfera, ogni volta puntuale: se qualche episodio, come la brillante recitazione del dolore, ottimamente simulato dal vedovo Stoppa, sembra crudele e Insistito, altri, come la scena muta del gioco a carte, tutta affidata alle espressioni del visi, sono saggi di gusto e di bravura. Toni, accenni, parole, gesti calibrati con esattezza. per un affresco di ammirevoli colorazioni.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 24 dicembre 1954


[...] «L'oro di Napoli» è un film delizioso e divertente, ricco di passaggi sapienti e interpretato benissimo dallo stesso regista, da Silvana Mangano (che ha alcuni momenti adorabili), da Sofia Loren. Eduardo De Filippo. Paolo Stoppa. Ci sia lecito però di fare alcune osservazioni marginali. Se il notare alcune affinità con situazioni comiche di film precedenti (per far soltanto due esempi, Io sberleffo del professore di saggezza - ricorda quello di Charles Laughton in «Se avessi un milione», mentre la partita a carte del conte col bambino mostra una certa parentela con quella di Judy Holliday con Broderick Crawford in «Nata ieri») ha solo un'importanza relativa, un appunto a «L’oro di Napoli» come organismo può essere più interessante. Si tratta, in sostanza, di questo. Una pellicola dura un’ora e mezzo, due al massimo. Un racconto filmico ha insomma la dimensione temporale di un racconto lungo. Quando si trasferisce nel cinema un romanzo (vedi il caso recente de «La romana») si pecca per difetto; per eccesso, quando si compendiano in un film di due ore cinque novelle. Il racconto risulta allora troppo breve e affrettato. Vengono a mancare quelle zone d’ombra, quelle cesure che servono a raccogliere l’attenzione; ti sei appena affezionato ai personaggi ed essi ti vengono portati via brutalmente sotto il naso. Si capisce che gli industriali del cinema saranno sempre portati a confezionare film a episodi che permettono una sfilata variopinta di «stars»: ma lo spettatore attento dovrà sempre diffidarne, anche quando si incontri con la favolosa abilità di De Sica nel concentrare in brevi immagini il senso arcano di una vita.

«Corriere d'Informazione», 24 dicembre 1954


"L'oro di Napoli" è certo fra le collane di racconti di Marotta, una delle più vive, saporose e colorite. ci evoca tutta una galleria di personaggi a volte Strambi, a volte singolare, ma sempre, nella loro malinconia nella loro drammaticità, umanissime e perfetti: come umana e perfetta appare la cornice napoletana che li circonda piena di forza e di vita, anche se priva di gaiezza. Il film di oggi, sceneggiato da Cesare Zavattini e diretto da Vittorio De Sica, si rifà a cinque racconti di quella collana, senza però una eccessiva fantasia, con un tono è una cadenza guardi i crepuscolari che ne spengono almeno in il calore, non calore, il calore.
Il primo episodio ci narra dell'atto di forza con cui Don Saverio, un pazzariello, riesce a finalmente a liberarsi da un guappo che, per anni, si è installato in casa sua, brutalizzando lui, la moglie e i suoi figli; il coraggio Don Saverio lo trova solo quando crede il guappo malato, ma anche dopo, quando l'altro ritorna e dichiara di essere in buona salute, la famiglia, superato ormai il terrore che gli incuteva, tutta unita gli tiene testa bravamente. La vicenda, forse, è la più completa di tutte; narrativamente è dotata con molta fermezza, e la sua cornice di poveri vicoli, di povere case, poveri piazzette e quanto mai concreta, accesa, efficace, le dà anche più colore la presenza di Totò nelle vesti del pazzariello; un'interpretazione attenta ad esprimerci, nella misura e nell'equilibrio, il tormento del debole, prima e, dopo, la sua ancora timida e spaurita rivolta. [...] C'è, però, in tutti questi episodi messi insieme un elemento comune, una nota precisa, un valore che poeticamente li trascende? Forse c'è Napoli, la sua gente, il suo dolore, la sua scarsa anche se tanto decantata allegria. Ma nonostante la sapienza stilistica di De Sica, nonostante lo splendore di un linguaggio che sa dare vita e calore anche alle pietre di una strada, stenti a prestarvi fede del tutto, quasi ogni cosa rimanesse sul piano, perfetto ma esteriore, delle esercitazione. Da ricordare, comunque, anche la bella fotografia di Montuori e le musiche amabilissima di Cicognini.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 24 dicembre 1954


Iniziando a «girare» la sua nuova opero Vittorio De Sica aveva dichiarato: "Napoli è una città misteriosa. Quando tu credi di averla in pugno, di averne penetrato il senso più recondito, ecco che te la senti d’un tratto sfuggire di mano. E' una realtà complessa, quella di Napoli, frantumala in mille rivoli e venirne a capo in modo unitario è un compito estremamente difficile"... Altri due fatti importanti dovevano, in quel tempo, preoccupare De Sica:, il suo film era dominio dal libro di racconti omonimo di Giuseppe Marotta, di un autore napoletano, cioè che dà della realtà napoletana una sua personalissima interpretazione e, secondo, si trattava di un film a episodi dove, quasi necessariamente, il pericolo del "frammento" è sempre alle porte. Oggi, vedendo "L’oro di Napoli", dobbiamo, anzitutto, salutare il ritorno di De Sica a una tematica a lui più congeniale, dopo le perplessità che egli aveva suscitato con il non del tutto felice "Stazione Termini". E, subito dopo, dobbiamo aggiungere che, grazie anche alla solida partecipazione di Cesare Zavattini in sede di sceneggiatura, le cento finissime notazioni che si dipanano lungo il film mostrano un volto di Napoli che è di un De Sica svincolato dalle suggestioni marottiane, cosi come la Roma di "Ladri di biciclette" era di De Sica e la Milano di "Miracolo a Milano" era di De Sica. E’ il profondo volto di Napoli, quello mostrato da "L'oro di Napoli"? Esagereremmo se dicessimo di si: diremmo, piuttosto, che, soprattutto in confronto di quello romano cosi felicemente scoperto in "Ladri di biciclette", quello di "L’oro di Napoli" appare un po' limitato nella ricerca, a volte di un approfondimento che ha un poco il gusto del letterario e dell'artificioso. Una unitarietà, invece, regna sovrana, pur nella diversità degli episodi, che mette in luce la sottile capacità introspettiva di De Sica, ed è la malinconia pensosa che pesa sulle varie vicende, pure sulle più divertite. E' il volto drammatico di una città, superficialmente considerata allegra e spensierata, cioè, che sgorga fuori dalle immagini, un volto, alla conclusione, che ti fa riflettete, anche se non particolarmente problematici sono gli episodi, del De Sica problematico dei film più sopra nominati e di "Sciuscià".
Guardate al primo episodio, quello di "O’ pazzariello", un pover’uomo con una moglie stanca e tre bimbi sparuti, costretto a tenersi in casa il re dei «guappi», e a servirlo di tutto punto. La vigilia di Natale, «o' pazzariello» apprendo che il «guappo» è gravemente malato, è ormai un misero straccio. Egli trova, finalmente, la forza di cacciarlo via da casa e quando costui sa da un medico di non essere malato e torna far da padrone, tutta la famiglia solidalmente unita riuscirà a mandarlo via, per sempre. C’è, in questo episodio, oltre a quella lieve malinconia di cui parlavamo, una forte polemica, (la giusta solidarietà che vince sulla forza e sulla soperchicria), espressa con penetrante sintesi dal regista, da un Totò impegnato e dalla semplice, toccante Interpretazione di Lianella Carell, la moglie del disoccupato di "Ladri di biciclette", ricordate? [...] Manca, ci dicono per ragioni di metraggio, l'episodio "Il funeralino", che De Sica aveva girato. Peccato! Poteva essere ancora un motivo di più per muoverci con il regista per le vie di Napoli, così magistralmente fotografate dall'operatore Montuori. Ma è già importante quel che De Sica ci ha dato: ora non resta che attenderlo alla sua nuova fatica di regista-poeta.

L'Unità», 24 dicembre 1954


1954 06 13 Epoca Toto

«Epoca», 13 giugno 1954


1954 11 12 Il Tempo Il medico dei pazzi T LLa stagione di Totò è passata: siamo al tramonto. Insisti e insisti le mosse del principe comico non ottengono più l'effetto di un tempo, il pubblico di ieri sera ha riso solo due o tre volte, ha protestato anche: è troppo, c'è un limite a tutto. Si può andare anche al cinema per trascorrere due ore liete, per dimenticare i propri guai, ma si approfitta di questa debolezza al punto che, promettendovi quattro franche risate, non si esita, una volta sborsato il prezzo del biglietto, ad offendervi, somministrandovi solo quattro bestialità. Bisogna combattere la convinzione, troppo radicata tra i produttori, che lo spettatore, prima di entrare in sala, assieme al cappotto e all'ombrello, consegni anche la testa al guardaroba.

Mario Gallo, «Avanti!», Roma, 13 novembre 1954


L'arte di Totò è basata su trovate argute, su giochi di parole sparate a bruciapelo, su movenze personalissime. I personaggi che egli interpreta acquistano valore rilievo da questa sua vis comica naturale: ma sbaglierebbe chi si mette a considerare l’artista alla stregua di un semplice mimo capace solo di far ridere le platee. La verità è che in ogni sua nuova interpretazione o caratterizzazione egli vive perfettamente la sua parte con una aderenza alla realtà che è dote peculiare dei grandi artisti. Considerate “Il medico dei pazzi” un film diretto con brio e spigliatezza da Mario Mattoli. Il soggetto in sé è semplice, ricco solo delle situazioni che Scarpetta creava con indubbia felicità di invenzione: ma una sceneggiatura felice, un cast di attori quali meglio non si poteva desiderare hanno assecondato Totò nella sua fatica artistica, dandogli la possibilità di sfoggiare tutte le risorse del suo repertorio. [...] E’ chiaro che in un soggetto del genere Totò ha tutta la possibilità di farsi valere; ma non possiamo non ricordare anche le ottime interpretazioni di Franca Marzi, Maria Pia Casilio, Carlo Ninchi e tutti gli altri che, in un mondo pieno di guai a preoccupazioni, sanno propinare al pubblico due ore di allegria.

Vice, «Momento Sera», 14 novembre 1954


È veramente doloroso constatare come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenuti al più infimo teatro di avanspettacolo, basata com'è sugli effetti scenici provocati dagli equivoci e sull'ambiguità dialogica dì pretto stampo macchiettistico [...]. Totò sfoggia come il solito i tipici atteggiamenti del suo repertorio mimico [...].

Vice, «La Voce Repubblicana», Roma, 14 novembre 1954


La vicenda, tratte dai romanzi farsa di Vincenzo Scarpetta, svolge un intricato groviglio di equivoci e di incidenti provocati dall'inganno nel quale un nipote sfaticato e dissipatore fa cadere un ingenuo e ricco zio di provincia. [...] Il congegno è piuttosto vecchiotto ma serrato, allegramente mosso da una disinvolta inventiva e da una rapida agilità di narrazione. La regia è dell'emerito Mattoli che cerca di sfruttare il meglio possibile le risorse dell'arruffato imbroglio. Totò si lascia trascinare dagli eventi con lepido candore e coadiuvare nel gioco degli equivoci da Franca Marzi, Tecla Scarano, Maria Pia Casilio, Carlo Ninchi, Castellani, Bernardi e molti altri.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 15 novembre 1954


Da una farsa di Eduardo Scarpetta è tratto questo ennesimo film interpretato da Totò [...] questa situazione, che riusciva a divertire, sul principio del secolo, il pubblico di Scarpetta soltanto grazie ad una colorita caratterizzazione di tipi presi dalle strade di Napoli, è intessuto tutto il film la cui grossolanità non riesce nemmeno a raggiungere un tono farsesco capace di provocare le risate generose della platea. Le qualità di attore di Totò, ormai riconosciutissime, sostengono a stento quest’altra prova sempre più offuscandosi dinanzi alla inconsistenza dei personaggi che gli vengono proposti. Fra gli altri interpreti Maria Pia Casilio e Franca Marzi. Regìa di Mario Mattoli.

Vice, «Il Popolo», 15 novembre 1954


L'odierna maschera meglio qualificata, per consenso di pubblico, a rievocare Scarpetta e le sue invenzioni umoristiche, è certamente Totò. Nessuna meraviglia, dunque, che per interpretare Don Felice, sindaco di Roccasanta, si sia chiamato lui. [...] Non è mancata la materia per offrire a Totò le occasioni per i suol lazzi; il peso del film è sopportato tutto dalle sue esili spalle, poiché la presenza del molti suol compagni da Carlo Ninchi a Mario Castellani, da Nerio Bernardi a Giacomo Furia, serve soltanto ad appoggiare le sue battute ed i suoi gesti, mentre l’opulenta avvenenza di Franca Marzi e la grazia di Maria Pia Casilio fanno apparizioni fugaci. La farsa à diretta in economia da Mario Mattoli, che ha lasciato che ognuno se la sbrigasse un po' come vuole. Ora è vero che la tolleranza è una gran virtù, ma non fa per i registi. Tollerabili i colori.

«Corriere della Sera», 16 gennaio 1955


1954 12 17 La Stampa Toto cerca pace T 2 LÈ difficile per Totò sfuggire ai gestì e alle battute che l'hanno reso simpaticamente noto nella rivista; e forse per questo egli è capace di non far naufragare un film che riposi unicamente sulle sue spalle. Contando sulla sua vena, che, pur stracca dall'uso, riesce a zampillare ogni tanto, il regista Mario Mattoli ha girato uno spettacolo di puro divertimento con una vicenda farsesca che basa la sua comicità sulle nozze di due vedovi attempati [...].

Dario Ortolani, «Nuova Gazzetta del Popolo», Torino, 18 dicembre 1954


Tratto da una commedia di Emilio Caglieri, Totò, questa volta, è un napoletano trapiantato a Firenze, commerciante di mobili e vedovo. [...] La farsa tira avanti, per la regia di Mario Mattoli, con qualche trovata divertente ed altre un po' meno, affidandosi, soprattutto, alle capacità più care al pubblico di Totò, il quale, tra l'altro, si diverte a fare il verso al vernacolo fiorentino. [...].

a. sc., «L'Unità», 8 gennaio 1955


In questo fllm diretto da Mario Mattoli e ambientato a Firenze, assistiamo alle disavventure di due vedovi di mezza età [...] La recitazione dei due protagonisti coadiuvati da Isa Barzizza, Enzo Turco e Paolo Ferrari, è attenta, garbata e umana: ma un copione assai insipido e privo di fantasia impedisce loro di essere veramente divertenti, tranne forse nella prima e nell’ultima scena, che sono le migliori dei film.

Vice, «Il Messaggero», Roma, 8 gennaio 1955


Totò cerca pace e noi cerchiamo Totò, quello delle pellicole che facevano ridere. Per la verità, il nuovo film non indulge nella scurrilità che in altre occasioni ci sono spiaciute: è una commediola castigata, anzi, tipo famiglia. E se Totò non disegna un personaggio nuovo è perchè egli stesso è il suo personaggio di sempre. [...] Mario Mattoll ha diretto questa pellicola, che ha fra gli interpreti anche Isa Barzizza. L’allegria del racconto vorrebbe nascere da certi fermenti lugubri che sembrano mal conciliarsi con la comune idea del film comici: si comincia con una visita al cimitero e si finisce con due salme inghirlandate. (il ricordo di "Napoli milionaria"). Invece che a Napoli, l’azione si svolge a Firenze, il che determina alcuni del rari spunti di buon umore, per via dell’eloquio toscaneggiante di Totò: non siamo abituati a sentirgli mangiare la «c». Ma quando il tema è funereo, la sede non cambia nulla: non è detto che i morti di Firenze siano più divertenti del morti napoletani, anzi.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 9 giugno 1955


La serie «Totò» imperversa; evidentemente il principe De Curtis, dimostratosi buon attore in vari film, non disdegna occuparsi a fondo della solidità economica del proprio casato, e perciò si dà da fare a catena. «Totò cerca pace» è un film dello stesso livello artistico di molti altri Interpretati dallo stesso Totò: un livello assai basso. [...] Inutile parlare della regia e degli attori: anche Laurence Olivier non avrebbe fatto gran bella figura in questo film.

Vice, «L'Avanti», 9 giugno 1955


Dai parenti... Nel film "Totò cerca pace" di Mario Mattoli, il popolare comico ha voluto confermare le sue qualità di attore che sa penetrare, o almeno rendere, una parte prescindendo dalle consuete banali forme attinenti alla rivista. Egli ha impersonato la figura dell’anziano negoziante partenopeo Gennaro Piselli trapiantato in Toscana che è perno di una nota commedia di Emilio Caglieri e che, vedovo, conosce e sposa una donna matura e vedova a sua volta, matrimonio che sarebbe per entrambi una tardiva ma buona sistemazione se il parassitismo e l’avidità di certi nipoti non ne turbassero la vita, fino a spingerli ad inscenare una beffarda soluzione liberatrice. Tutto questo, naturalmente, non senza complicazioni di casi farseschi, ai quali partecipano Isa Barzizza, Ave Ninchi, Enzo Turco, Paolo Ferrari ed altri. Ma Totò rinunciando al grottesco, ritrova misura ed espressività e la pellicola, musicata da Carlo Savina, è divertente pure rimanendo pulita.

Vice, «Corriere della Sera», 10 giugno 1955


E' veramente doloroso constatare come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenuti al più infimo teatro di avanspettacolo [...]. Totò sfoggia come al solito i tipici atteggiamenti di quella comicità cosi banale.

«La Voce Repubblicana», 14 novembre 1954


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