Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1955


Rassegna Stampa 1955


Totò


Secondo me la vera canzone napoletana è effettivamente in decadenza: la colpa però non è degli autori, bensì del pubblico, il quale oggi purtroppo non canta più ma balla, non sente più la canzone col cuore ma con i piedi. Se il motivo è a rumba o a beguine tutto va bene; e cosi la canzone invece di rimunero sul piano classico e artistico di quando era nata si va sempre più commercializzando, e, sulla falsa riga di quelle poche di successo tipo Anema 'e core, Luna rossa, ’Nu quarto 'e Luna, Munastero ’e Santa Chiara etc., si va degenerando in una vera e propria inflazione di motivi standardizzati. Credo insomma che oggi la canzone napoletana non esista più, ma che esista invece solamente il ballabile napoletano.

Antonio de Curtis, «Epoca», 1955


1955 01 01 L Europeo L Oro di Napoli intro

La scuola cinematografica napoletana si sta liberando dei suoi difetti o li impiega a scopi d’arte

Questa volta, con L'oro di Napoli, De Sica regista ha fatto veramente centro. E con lui Marotta e Zavattini collaboratori nella sceneggiatura del miglior film a episodi che ci abbia dato in questo suo secondo o terzo periodo la cinematografia italiana rinata dopo la guerra. Giuseppe Marotta, l’autore del libro da cui sono state tolte le diverse storie del film, ha dato, oltre ai suoi personaggi, l’avvio alla rappresentazione cinematografica, con impeto, con generosità, diremmo con robuste braccia; e poi si è seduto di slancio a poppa, le gambe in acqua; sicché l’intera navigazione è ravvivata e rallegrata da questa sua spavalda e fanciullesca positura.

Prima di tutto a ogni attore è stato assegnato il suo ruolo, il ruolo per cui era nato. Ecco infatti, nel primo episodio, Totò che fa la parte del «pazzariello» nel la cui casa un ex, molto ex-compagno di scuola divenuto guappo, si insedia con l’aria di volervi rimanere per sempre. Solo a motivo di un falso infarto cardiaco costui si lascia scacciare dal debole ospite; ma saputo da una nuova diagnosi che egli è sano ed ha un cuore di ferro, riappare come uno spettro alla famiglia di Totò durante la festa «della liberazione». Non una delle tante smorfie di Totò viene fatta qui a vuoto; e il pezzo della marcia del pazzariello per le più napoletane vie di Napoli lietamente sconvolte dai preparativi del Natale è un pezzo, non si esagera, che Charlot si farebbe rigirare al rallentatore per studiarselo meglio.

[...] In conclusione, L’oro di Napoli dimostra che la scuola napoletana è veramente una forza della cinematografia italiana ed europea. Si sta addirittura liberando dei suoi difetti, o meglio, comincia a impiegare i suoi difetti a scopi d’arte.

e. r., «L'Europeo», anno XI, n.1, 1 gennaio 1955


1955 03 12 Il Messaggero Toto e Carolina T L

Un'allegria non esplosiva, ma garbata, nell’arguto e bonario film "Totó e Carolina", di Mario Monicelli. La sua derivazione da "Guardie e ladri", che lo stesso Monicelli diresse insieme con Steno, è implicita nel tema e nel suo svolgimento. [...] In "Guardie e ladri", Fabrizi era l'agente e Totò era l'uomo da custodire; nel nuovo film l'agente è Totò e Anna Maria Ferrerò è la ragazza ch’egli deve ricondurre al suo paese [...] Pare che su "Totò e Carolina" si siano esercitati i rigori della censura. L’edizione proiettata, espurgata o no, non rivela nulla che offenda o turbi le istituzioni e la quiete e la moralità. Suppongo che esistano davvero agenti come Caccavallo Antonio e ragazze come Carolina. Svaporato lui e assillato solo dall’attesa d’una promozione; svaporata lei e piuttosto proclive a recitare che a consumare il suicidio. [...] Ma se i caratteri sono nella stereotipia delle commediole dialettali, è il caso di sottolineare che "Totò e Carolina", benché ricalcato sul precedente film, ha andamento vivace, sveltezza di sceneggiatura, qualche trovatina nei dialoghi. E' un lavoro di ricalco, ma festoso: di maniera, senza ardimenti, senza novità, ma non privo di malizia. Totò conferma la sua attitudine a trasformarsi da marionetta in essere umano: e la Ferrerò si adatta facilmente alla parte di graziosa scervellata.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 4 marzo 1955


Un agente dal cuore buono salva una ragazza infelice. [...] "Totò e Carolina", che è firmato da Mario Monicelli, è una pellicola che ha avuto molto da fare con la censura. Cosi com'è, appare del tutto innocente; sembra perciò piuttosto goffa la didascalia messa dopo i titoli di testa che spiega che si tratta di opera di immaginazione, ecc. ecc. Certi tabù paiono, in una democrazia, perfettamente inutili e fuor di proposito. Peccato che "Totò e Carolina" sia alquanto scadente sul piano dell'arte. E' grazioso ma gracile; ha alcuni buoni frizzi e trovate, ma vi abbondano pure i punti morti. Per dare un giudizio equo occorrerebbe tuttavia conoscere il contenuto del tagli operati dalle forbici di Anastasia. Gli interpreti sono efficienti, e Totò in ottima forma.

P.B., «Corriere d'Informazione», 5 marzo 1955


06 03 1955 Epoca Toto e Carolina intro

Felicitiamoci con la Celere per aver superato il suo complesso di inferiorità. A questo e non altro si poteva ascrivere la proibizione di Totò e Carolina, proibizione che sollevò un anno fa tante proteste e tanti commenti. Naturalmente, quando si seppe che era proibito tutti a Roma cercarono privatamente di vederlo, e così lo vidi anch’io. Ci trovai una svelta e divertente commedia, è vero con qualche saporito granello qua e là di politica e malizia, però nulla che uscisse dai limiti di un costituzionale sfottò. Ma ammesso pure che i censori lo avessero giudicato eccessivo, mi parve strano che per poche battute facilmente rettificabili si fosse impegnata addirittura l’autorità dello Stato con una condanna cosi recisa e solenne, creando al film un esagerato piedestallo di scandalo, quasi un’aureola di conculcata libertà.

Pensai dunque che, dovendo a ogni costo trovare un motivo, l’unico forse era quello, pregiudiziale, di aver messo indosso l’uniforme della Celere a Totò, e di avere cosi compromesso in un personaggio farsesco il decoro di un Corpo armato dello Stato. Questo incubo del vilipendio, prodotto di una mentalità arretrata e meschina, è tanto diffuso che mi raccontarono che a suo tempo i produttori di Pane, amore e fantasia passarono i loro patemi nel dubbio che l’amabile macchietta del Maresciallo potesse essere stupidamente interpretata come un oltraggio alla nobile Arma dei Carabinieri. [...]Ebbene si può prevedere sin d’ora che questo diventerà un personaggio popolarissimo. Non solo perché ha una grande carica comica, ed è uno dei migliori Totò mai visti (anche Anna Maria Ferrero esce molto bene), ma perché nella sua ingenua burbanza, e travettistica umiltà, e confusionario zelo, è puro un personaggio simpatico e umano. Sicché alla fine la Polizia ci farà un buonissima affare, e anche senza il predicozzo iniziale che non serve a niente, questo film gioverà probabilmente alla sua popolarità presso il pubblico italiano, molto più dei marziali vocalizzi della Attualità Incom.

Ma Totò e Carolina vale soprattutto perché rappresenta un tentativo purtroppo rarissimo tra noi, di farsi intelligente. Infatti pur avendo radice in un dramma, so stanzialmente l’andamento è di farsa, anzi in più di un punto ne prende addirittura il ritmo precipitosamente motorio. Farsa, e tuttavia intelligente perché, salvo qualche accidentale caduta, come nell’episodio dell’osteria e del bidone di latte, Flajano soggettista e Monicelli regista sono riusciti a tenerla su un costante livello di ingegnosa invenzione e di comica classe, mai vista nel nostro cinema dove il comico è sempre o stupido o scurrile; e da questo punto di vista interesserà seguire il responso degli incassi. Quanto alle battute rimaneggiate o soppresse, si potranno deplorare queste amputazioni per ragioni di principio, ma anche se gli hanno tolto talora senso e mordente non si può dire che abbiano pregiudicato il film. Ringraziamo a ogni modo che sia stato conservato uno dei passaggi più scabrosi: quello in cui il celerino in camionetta, che era balzato furioso a terra per fare una scenata credendosi tamponato da un autocarro di «rossi», si mette immediatamente sull’attenti e chiede scusa, appena si accorge che si tratta invece di boy scouts guidati da un reverendo. È una cosa da nulla, solo una piccola, innocua boutade laica. Ma il fatto che, a questi chiari di luna, si sia osato tanto è confortante. Forse una nuova era si apre per la Patria.

Filippo Sacchi, «Epoca», anno VI, n.231, 6 marzo 1955


[...] Ancora una volta Totò ha dimostrato di non sapere uscire dallo stato di macchietta al quale troppi mediocri registi lo hanno condannato: la sua vena comica, aiutata da un fisico straordinariamente adatto, è innegabile, ma il tentativo di crearsi una "maschera" come quella di Charlot è miseramente fallito. Totò non manca di spontaneità e neppure di umanità, ma le sue trovate sono troppo spesso in funzione di una scadente sceneggiatura e di una regia disinvolta e affrettata [...] 

Angelo Solmi, «Oggi», Milano, 11 marzo 1955


Le cronache ignare dell'effettivo valore di questa povera e modesta storia, avevano dedicato, per certe decisioni della censura, eccessivo spazio questo film. La censura, dal canto suo aveva riscontrato nel personaggio della guardia di pubblica sicurezza impersonato da Totò troppe licenze ed un atteggiamento che dà bonario diventava irriverente nei confronti dell'autorità costituita.
Anche con provvidenzialità gli, però, se si è potuta dare al film la possibilità di liberamente circolare per gli schermi, è scaturita chiaramente la povertà sostanziale della vicenda, il suo carattere stupidamente polemico, la sua satira epidermica, il marionettare dell'attore che da mimo si è trasformato in un personaggio da avanspettacolo. [...] A parte le deficienze narrative e la carenza di un articolazione di situazioni e personaggi, il film è tecnicamente assai mal realizzato, e neppure le smorfie di Totò o il viso tormentato di Anna Maria Ferrero riescono a concedere dignità a questo pessimo prodotto dovuto a Mario Monicelli.

«Il Popolo», 13 marzo 1955


Anche questo film è un esempio lampante dell'eccessivo zelo che induce talvolta la censura a dar corpo alle ombre, a mal applicare una legge superata, a scambiare per illecito quanto é soltanto malizioso o, quel che forse è peggio, a non saper stare allo scherzo. E’ il caso, appunto, di «Totò e Carolina» che fu proibito perchè il protagonista, un agente della Celere, era stato supposto di compromettere il decoro della polizia per il solo fatto di essere interpretato da Totò e coinvolto in burlesca serie di comiche avventure. (Altri inconvenienti, per la verità molto plausibili, dovuti ad alcune scene che si svolgevano in una parrocchia e che avevano un tono troppo evidentemente tendenzioso. erano state sollecitamente eliminate dai produttori con opportuni tagli). In realtà la vicenda era non soltanto innocua (la personalità di Totò toglie qualsiasi realistica concretezza ai personaggi e alle vicende che muove), ma finiva per mettere in buona luce il cuore e l'umanità dell’agente destinato, per la sua bonaria storditaggine, per la sua paziente e goffa sollecitudine, per la sua ingenua buona fede, a guadagnarci tutte le simpatie del pubblico e a rifletterle sul corpo al quale appartiene. Ma per far capire cose tanto evidenti c‘è voluto un anno intero.

[...] Tutto questo è narrato dalla sceneggiatura di Flaiano e dalla regia di Monicelli con amabile e mordente brio, non privo di tocchi indulgenti e patetici, in un articolato seguito di scene di felice impianto farsesco e di umoristica vivacità, le quali danno modo a Totò di fornirci una delle sue più spassose e riuscite esibizioni comiche e ad Anna Maria Ferrero una fresca e viva interpretazione. I tagli della censura non incidono troppo, per fortuna, sulla concatenazione dei fatti e degli effetti.

«Il Messaggero», 14 marzo 1955


Mentre i fulmini della censura si sono abbattuti su "Le avventure di Casanova" è giunta al pubblico la precedente vittima dei visti e delle cesoie, che non chiamerei illustre ma soltanto ben nota: "Totò e Carolina". [...] I tagli operati dalla censura non si vedono (anche la durata è quella di un'ora e mezza) e non possiamo dire fino a che punto il film ne abbia sofferto. Dobbiamo giudicare quello che abbiamo visto, e quello che abbiamo visto è un tentativo non riuscito di ritrovare la vena ed i significati di "Guardie e ladri". Le intenzioni sociali, nell'avvicinamento di due personaggi miseri e "vittime", sono evidenti. Ma qui danno prevalentemente fastidio, come danno fastidio certe battute che sembrano scusare ed ora condannare il suicidio. Dal punto di vista comico, poi, si ride ben poco, anzi il film è prevalentemente serio, nonostante la presenza di Totò. E questo può giustificare le ire della censura, dato che il personaggio dell'agente è quello di un perfetto idiota, e un idiota non da farsa ma realistico. Probabilmente, "Totò e Carolina" era un film nato male che la censura, invece di agire da provvida levatrice, ha fatto venire alla luce quasi un morto.

Vinicio Marinucci , «Momento Sera», 15 marzo 1955


06 03 1955 Epoca Toto e Carolina intro

II film «Totò e Carolina» ha un'aureola di martirio che si si addice poco; nel senso che un anno e più di battaglie con la censura e i trenta tagli subiti costituiscono un fardello troppo pesante per il suo scheletro gracile. Non è sempre vero che la persecuzione dia grandezza a chi la soffre; talvolta semplicemente fa piccolo e ridicolo chi la esercita. Nel caso di «Totò e Carolina» nasce addirittura questo sospetto: le ragioni che hanno mosso l'ira della censura forse sono le stesse che "prima" avevano impedito al regista Mario Monicelli di realizzare compiutamente il film (la metà che resta è buona, gradevole, diverte e talvolta anche intenerisce; ma la metà non fatta lascia un vuoto, più grande del divertimento).

Vediamo infatti come potrebbe essere ricostruita la storia di «Totò e Carolina» (mi rendo perfettamente conto dell'arbitrarietà del procedimento, da Corte d’Assise, ma non trovo mezzo migliore per spiegarmi). L'idea prima dei film è molto bella. A un agente di polizia viene affidata una ragazza che vuol morire; l’agente ha il dovere di impedirle di morire, non ha il diritto di imporle di vivere. Tutto qui: un nodo drammatico di grande vastità, perchè propone l'antico conflitto fra società e individuo in termini così elementari che la soluzione diventa impossibile. Entrambi i protagonisti infatti sono, hanno da essere creature semplici, lì mio suicidio, dice lei, è motivo di scandalo e lo credo; ma allora tu metti fine all'altro scandalo, cioè toglimi dalla condizione di dovermi uccidere. Il che non è possibile, perchè la società nè te lo chiede nè te lo consente. E allora? Allora non c’è via d'uscita. E' la logica irresistibile dei semplici, quella che chiede i conti finali a tutto, eserciti imperi monopoli codici tavole. La società viene messa in crisi dalla caparbia infelicità di una servetta e dalla fedeltà apparentemente idiota, sostanzialmente eroica di un agente di polizia alla legge. Il fatto poi che un dramma di questo genere abbia uno svolgimento comico, anche questo è naturale, perchè c’è una straziante assurdità nei problema stesso.[...]

A meno che la censura non abbia trovato intollerabile Totò nella uniforme di agente di polizia. Se cosi fosse, sarebbe davvero estremamente buffo, perchè la censura anche in questa ipotesi, commettendo un errore, avrebbe inconsapevolmente messo il dito su una critica di tutt’altro genere, ma probabilmente esatta. Totò ancora una volta ricade nella eterna caricatura di un personaggio immaginario, che non è il personaggio di questo film nè di qualsiasi altro film. Il divertimento che ci procura — un divertimento a tratti intenso e prolungato — ci costa tutta l’umanità che quell’agente di polizia avrebbe dovuto avere. Ma nemmeno Anna Maria Ferrerò è del tutto adatta alla parte. I tempi degli attori presi dalla vita per un personaggio che non può avere una faccia diversa, sono ormai lontani.

Vittorio Bonicelli, «Tempo», anno XVII, n.11, 17 marzo 1955


1957-05-06-Gazzettino-Sera-Malattia

I registi Steno e Monicelli sono uniti non soltanto per una lunga consuetudine di sceneggiature e di film realizzati in tandem, ma anche singolarmente, per la medesima sventura che li ha colpiti quando hanno rea lizzato due opere diverse, senza che l’uno si interessasse all’altro. Perchè sia Steno sia Monicelli sono stati le più recenti vittime della censura clericale, gli involontari protagonisti di due clamorosi episodi. Si tratta, per Mario Monicelli, del film di cui pubblichiamo la storia in queste pagine, Totò e Carolina; mentre per Steno (il cui vero nome è Stefano Vanzina) si tratta del film Le avventure di Giacomo Casanova.

li caso di Totò e Carolina è noto perchè molto se ne è parlato. Il film è pronto da più di un anno, ma non è potuto apparire prima sugli schermi perchè la censura si è impuntata come un cavallo imbizzarrito. Le nostre lettrici, scorrendo la storia del film, non troveranno certamente nulla che possa ledere, come era stato detto, la famiglia, la morale, la patria e le forze armate Non vi troveranno nulla di rivoluzionario e di tremendo Si tratta soltanto della storia di un agente di polizia che non ha una terribile grinta, ma si dibatte nei suoi problemi umani: un uomo come gli altri, visto con ironia, ma con patetica comprensione. Ecco dunque una patente offesa alle forze di polizia secondo le concezioni della censura clericale. Ed ecco i tagli, le sforbiciate a man bassa. Si è giunti a tirare e mollare cinque o sei volte, e si dice che il film sia stato visionato addirittura dall’onorevole Scelba, prima che fosse concesso il sospirato « visto ». Si è giunti a vette di ridicolo, come quando si è preteso che un gruppo di comunisti che appaiono ad un serto momento nella storia non cantassero Bandiera rossa ma la canzone Osteria del Piave.

Il che fa pensare che forse i nostri censori sono regolari frequentatori di osterie e il loro lavoro ne risente parecchio. Tuttavia non si può dire che proprio l’onorevole Scalfaro sia un frequentatore di osterie. Egli è un frequentatore di locali più lussuosi, e fu proprio in uno di questi che compì la storica impresa di schiaffeggiare una signora che, a suo avviso, aveva le spalle troppo scoperte dall’abito estivo. Con l’onorevole Scalfaro la morale è in buone mani. E per fare onore alla sua nomèa egli ha tolto dalla circolazione, dopo un mese dalla programmazione sui pubblici schermi, il film, di Steno Le avventure di Giacomo Casanova. Il sottosegretario allo spettacolo ha motivato l’incredibile provvedimento con il fatto che, dopo avere concesso il «visto» egli aveva avuto una serie di proteste da parte degli aderenti alla Azione Cattolica. Egli, invece di consigliare agli aderenti alla Azione Cattolica di non andare a vedere film che potrebbero turbare la loro vita intima, è ricorso a provvedimenti più draconiani.

La cosa è assai grave, ed ha suscitato, com’è noto, un vespaio in ogni campo. Basti pensare che il giornale della Azione Cattolica, il Quotidiano si è dato d’attorno a raccogliere dichiarazioni di solidarietà con Scalfaro ma non è riuscito a trovarne una, una sola, che provenisse da un uomo di cinema. Gli uomini di cinema, in questa occasione, sono stati più solidali che mai, nella indignazione e nella protesta. Essi non hanno esitato un attimo a prendere posizione. E’ intollerabile, infatti, che le sorti di un film (che costa non solo milioni in denaro ma soprattutto sforzi e fatiche da parte di tanti uomini e donne in esso impegnati) sia posto alla mercè di un sottosegretario che ad ogni passo rivela di essere un incosciente oltreché un incompetente.

A noi non interessa, infatti, sapere se Le avventure di Giacomo Casanova è un buon film o un cattivo film. Di ciò farà giustizia il pubblico, decretando, a suo parere davvero insindacabile, il successo o l’insuccesso. Il problema non è questo, in questa sede. E’ un problema di libertà, che interessa il cinema, come ogni altro settore della cultura e della vita nazionale. Il problema è quello della carenza della legge o, peggio, della intollerabile legge fascista. Occorre dunque, urgentemente, che vi sia una legge nuova e precisa, che limiti i confini della censura e tolga ad un uomo di governo quei poteri che egli oggi dice di avere e che usa in questo modo assolutamente dittatoriale.

V. C., «Noi Donne», anno X, n. 13, 27 marzo 1955


Non sempre il Censore commisura prudentemente le cause agli effetti, le azioni alle conseguenze loro; fatto sta che il suo ultimo corruccio culturale l'ha indotto a cancellare Totò dalla faccia degli schermi nazionali. Il popolare comico napoletano, infatti, s’è permesso d’interpretare un film, Totò e Carolina, nel quale impersona nientemeno che un ‘celerino’, la qual cosa, da sé sola, sembra passibile di severa reprimenda. Lo svolgimento spregiudicato e sincero della vicenda è apparso inoltre di tale gravità, da indurre il censore dapprima a proporre al direttore del film trentadue tagli, non uno di più né uno di meno, e poi a vietargli definitivamente la proiezione. Questo tra i tanti atti di ostilità compiuti dal 1947 in poi verso il cinema italiano, è indubbiamente il più grave. Puccini racconta fra l’altro che nella sequenza di villa Borghese c’è un celerino che apre e chiude la portiera di un’auto mormorando “Scusi, eccellenza”, battuta che qualcuno ha proposto di modificare in un più neutro “Scusi, commendatore”. E conclude offrendo un giudizio critico assai equilibrato su Totò e Carolina, che “ è un piacevole film umano e distensivo, raccontato in forme e modi satirici. Qui sta il centro della questione. Questa è l’imperdonabile ‘colpa’. Anzi è una colpa in due. Una volta si voleva che la gente ‘dimenticasse’, attraverso le commediole rosa ambientate in Ungheria. Oggi si può tollerare che rida, a patto che lo stimolo al riso sia fornito da capataz e da bandoleri sudamericani. Totò e Carolina invece castiga ridendo costumi e fatti e persone a noi vicini, ma tutto sommato con l’intento, pienamente riuscito, di dare dimensione “normale”, bonaria e appunto distensiva a un’Italia dove non è vero, come non è vero, che un celerino debba essere sempre e per forza un manganellatore.

Gianni Puccini, «Il Contemporaneo», 3 aprile 1954 


2008 03 17 Corriere della Sera Toto e Carolina Censura intro

Perché tanto accanimento contro il film che Mario Monicelli cominciò a dirigere nel settembre del 1953, ma che riuscì ad arrivare sugli schermi solo nel marzo 1955, continua a restare un mistero. È vero che la Rosa Film, la società produttrice di proprietà di Carlo Ponti, ma gestita dal marchese Altoviti, non aveva voluto chiedere il «giudizio preventivo» sulla sceneggiatura (pratica andreottiana che di fatto equivaleva a un vaglio censorio sul film prima ancora che si iniziasse). È vero che il celerino interpretato da Totò non aveva certo la statura dell' eroe, ma piuttosto quella del «povero fesso» (come ribadisce anche l'ultima battuta del film) che finisce dentro a un ingranaggio più grande di lui e che cerca di cavarsela alla meno peggio, chiedendo ora una mano ai manifestanti comunisti (per trascinare la sua camionetta fuori da una scarpata), ora a un ladro (Maurizio Arena, non ancora povero ma bello). Ma la storia dell' agente «dell' Urbe» Caccavallo Antonio che deve ricondurre a Poggio Falcone l'infelice Carolina, arrestata a Villa Borghese e decisa a togliersi la vita perché incinta di un mascalzone che l'ha piantata, non sembra certo uno di quei soggetti così anticonformisti da scatenare le ire della censura. Eppure il film fu davvero massacrato, togliendo battute e allusioni (come quella sui poveri che non hanno nemmeno la libertà di suicidarsi «perché è roba da ricchi»), «obbligando» un gruppo di manifestanti a non cantare «Bandiera rossa» ma «Di qua, di là del Piave» e sostituendo il troppo nostalgico «dell' Urbe» con «di Roma». L' edizione in dvd della FilMauro rende finalmente disponibile il lavoro filologico fatto da Tatti Sanguinetti e dalla Cineteca di Bologna che hanno ricostruito la versione originale prima degli interventi censori, praticamente battuta per battuta e scena per scena. Manca solo, rispetto al testo pubblicato da Sanguinetti all' interno della ricerca Italia Taglia, la lunga scena con il parroco e il sor Torquato, che però Monicelli sostiene di aver tagliato per ragioni di ritmo. Peccato che l' assoluta mancanza di extra o di testi di spiegazione renda d' impossibile comprensione per il pubblico normale un lavoro di ricostruzione filologica davvero straordinario.

Paolo Mereghetti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2008


1955 09 02 Corriere della Sera Siamo uomini o caporali T L intro

In 'Siamo uomini o caporali' Totò ha un poco ritrovato se stesso, dopo essersi perduto dietro a tutta una serie di farse scucite e sciatte, prestandosi ad esibirsi nei lazzi più risaputi. [...] Certo, il soggetto, che è dello stesso Totò, si poteva prestare a ben altro tipo di satira [...]

Aldo Scagnetti, 1955


Il più recente, e non tra i peggiori, film di Totò è questo «Siamo uomini o caporali» (1955) che il regista Mastrocinque ha diretto con particolare cura forse per farai perdonare i peccati di tanti film raffazonati assai disinvoltamente. Il soggetto è dello stesso Totò che, gli sceneggiatori Metz, Nelli e Mangini aiutando, vuol riproporre l'eterno contrasto tra chi ubbidisce e chi comanda, o se volete, tra i fessi e i furbi: insomma, per dirla con Totò, tra gli «uomini» e i «caporali». In chiave farsesca naturalmente, ma non senza una sua spicciola filosofia, amara come la conclusione che vuole l’uomo soccombente di fronte al caporale. Ed ecco Totò, preso per pazzo, raccontare allo psichiatra tutti i suol guai per cui in guerra, in campo di concentramento, nella vita civile, e persino in amore, ha sempre finito per trovarsi alle prese con i «caporali» e per averne ogni volta la peggio. Il film non nasconde le ambizioni satiriche che vediamo esercitarsi anche contro aspetti attualissimi del nostro costume (Totò, «figlio del secolo», coinvolto in una vicenda che potrebbe anche ricordare il caso Montesi). Ma la satira rimane a fior di pelle e non sempre è di buon gusto; e, per strappare la risata, si preferisce ricorrere a trovate ed espedienti già collaudati. Però — e anche qui si nota un progresso — ci s'affida meno alla volgarità e lo stesso Totò, efficacemente sostenuto da Paolo Stoppa che via via impersona i vari «caporali», appare meno convulso ed esagitato del solito. In alcuni momenti il suo viso si atteggia in una maschera cosi umana che fa rimpiangere le occasioni perdute da questo grande attore comico.

«La Stampa», Torino, 27 agosto 1955


Meglio elaborato del soliti film con Totò, questo "Siamo uomini o caporali", di Mastrocinque, che prende le mosse dall'interrogativo reso di nuovo famoso dal popolare comico, stavolta però il protagonista non interroga, ma asserisce: siamo uomini o caporali. Ed afferma che gli uomini si divìdono in due categorie. Una esigua minoranza di «caporali» ed una moltitudine di uomini qualunque che li subiscono. Poi narra le sue peripezie ad uno psichiatra, dai tempi difficili della guerra, quando aveva da fare con caporali autentici, italiani e tedeschi, agli anni successivi durante i quali quegli esseri abominevoli portavano altre uniformi. Ma «caporali» nell'animo se ne trovano anche fra i borghesi, e Totò ne incontra uno sotto forma d un direttore senza scrupoli d'un giornale scandalistico, il quale lo trasforma in «figlio del secolo», destinato a finire in gattabuia. Tutti questi «caporali» che rendono grama l'esistenza di Totò, hanno il ghigno di Paolo Stoppa. Entrambi in ottima forma, costituiscono una coppia riuscita, alla quale si unisce la graziosa Fiorella Mari. La quale, adorata dall'uomo qualunque, finisce naturalmente fra le braccia del «caporale». Finale patetico, ma senza dubbio coerente, d’un film esilarante.

«Corriere d'Informazione», 3 settembre 1955


Il mondo è costituito nella grandissima maggioranza di deboli, i quali si imbattono sempre in qualcuno più fortunato o più furbo per averne la peggio. Questi tartassatori sono i «caporali» della vita, quelli che comandano ai poveracci. In tutti i campi e In tutte le circostanze. L'ingiustizia e la fatalità ispirano il film «Siamo uomini o caporali» nel quale Totò è vittima dei soprusi della immancabile figura del gallonato dell’esistenza riuscendo talvolta a fargliela, ma a cui finisce per soccombere durante e dopo la guerra, mandato in un campo di concentramento e persino in manicomio. Durante la prigionia conosce una Sonia di cui si innamora e che dopo la liberazione porta con sé a Roma, nella sua baracca, ma la ragazza gli è insidiata dal «manager» di un teatro americano e poi gli viene soffiata da un ricco giovane che la sposa. Totò diverte, naturalmente, e non manca di cercare note di umanità. Se non che il film, diretto da Camillo Mastrocinque, si sperde presto in una commedia comica nella quale il tema Iniziale riaffiora soltanto alla fine, commedia interpretata nelle parti principali anche da Fiorella Mari, da Nerio Bernardi e da un Paolo Stoppa al quale riescono ottimamente le molte trasformazioni di personaggio.

«Corriere della Sera», 3 settembre 1955


Il pubblico si è trovato di fronte a una opericciola con gusto e bonario compiacimento ironico-satirico, senza gravi cedimenti, ma anzi congegnata su una serie di trovatine, se pure non eccessivamente originali, tuttavia sufficientemente estrose e piacevoli. Alle facili battute del dialogo il pubblico ride e si diverte, non dimenticando, nel suo spasso, l'interpretazione gustosa e sapida del suo beniamino Totò.

Vice, «La Voce Repubblicana», Roma, 4 settembre 1955


Il mondo - dice Totò - è diviso in due grandi parti: gli uomini e i... caporali. I primi sono la maggioranza, i secondi la minoranza ma vogliono ugualmente comandare facendo la “faccia feroce”. Così, nel film “Siamo uomini o caporali”, diretto con brio da Camillo Mastrocinque, Totò narra la sua vita oppressa dal caporalismo. Egli lavora come comparsa in un film? Ci sarà il caporale di turno a spaventare la povera gente che vuole lavorare ad ogni costo. Scoppia la guerra? Appaiono all'orizzonte nuove facce di caporali. In un campo di concentramento tedesco Totò si trova coinvolto in episodi non troppo piacevoli per aver voluto aiutare le donne prigioniere in uno “stalag”. Anche in questo caso domina la figura del “deutschen Kaporalen” - come dice Totò.
Sfuggito alla fucilazione il bravo comico riesce a sfuggire anche al campo di concentramento e a raggiungere Roma insieme a Sonia, una deliziosa ragazza conosciuta in prigionia. A Roma, per sbarcare il lunario, cerca lavoro fra le truppe americane. Un Maggiore americano - dall'aspetto... caporalesco - si invaghisce di Sonia e Totò ancora una volta è costretto ad andarsene maledicendo la cattiva sorte.
Nasce l'epoca dei “memoriali” e il bravo uomo alle prese con un direttore di giornale si mette in un nuovo impiccio dichiarando di essere al corrente delle varie fasi di un delitto. Il film, che ha un finale patetico, vuol essere, come si vede, una satira. Ma è una satira che non va avanti solo in chiave di farsa: ci sono annotazioni e situazioni dolorose nelle quali Totò si rivela un grande attore, in altre parti è il solito ”mimo” che conosce l'arte di far ridere. Certa lentezza di ritmo nella regia è superata da una recitazione accurata di tutti i personaggi a cominciare dal dinamico Paolo Stoppa che appare sotto molteplici aspetti... caporaleschi.

Vice, «Momento Sera», 4 settembre 1955


"Siamo uomini o caporali" non è evidentemente per Totò, autore del soggetto e collaboratore alla sceneggiatura, soltanto una battuta, esprime bensì una teoria che il popolare comico, capitato in un manicomio dopo aver combinato un sacco di guai a Cinecittà, ha modo di chiarire col dottore che lo esamina. Non si tratta dei terribili "caporali di giornata", ma di tutti quegli uomini che, qualunque posto nella vita occupino, (e generalmente sono quelli di comando), vanno avanti con la mentalità del caporale che è così tipica, così definita che, qualunque posto nella vita e una vittima in ogni contingenza umana; e, nel film in questione Stoppa è il caporale, Totò è la vittima e le situazioni sono varie, a Cinecittà, durante il periodo bellico, in un campo di concentramento tedesco, durante l'occupazione Americana a Roma, nel periodo del dopoguerra caratterizzato dall'uscita dei "memoriali".
Lo spunto era abbastanza buono, come pure le intenzioni satiriche che ne sono alla base, ma di questa materia ben poco convincente è riuscito a farne Mastrocinque, qui non perdoniamo quel finale così dichiaratamente chapliniano, risolto in maniera del tutto infelice e con molto poco gusto. Saper copiare, almeno! Un discorso a parte va invece fatto per gli interpreti: bravissimo Stoppa nelle varie caratterizzazioni misurato e sufficientemente comico Totò, spontanea e suadente la brava Fiorella Mari, un po' acerba in verità, ma ricca di buone possibilità.

«Il Tempo», 5 settembre 1955


Secondo una semplicissima teoria che Totò espone in questo film il genere umano si divide in due categorie: quella degli uomini e quella più ristretta dei caporali. I primi lavorano, si affaticano e sono tiranneggiati per tutto il corso della loro esistenza; gli altri sono quelli che comandano e che - dotati di una naturale faccia tosta - riescono sempre a dominare incontrastati. Qui l'uomo e Totò e il suo caporale Paolo Stoppa, che lo tiranneggia e lo segue come un'ombra [...] il film che vuole riecheggiare in tono minore un altro film presentato alcuni mesi fa, senza approfondire alcuno dei temi proposti, è ricco soltanto degli sberleffi di Totò. Paolo Stoppa ha reso bene nei vari personaggi.

«L'Avanti», 6 settembre 1955


La celebrità, talvolta, fa perdere il senso delle proporzioni. Solo con questa considerazione si può spiegare — e giustificare — la mania di Totò di voler esporre una sua ''filosofia” della vita. Da anni, i suoi film ci avevano abituato a questa domanda in apparenza sibillina: siamo uomini o caporali? Oggi, lo stesso Totò ha scritto un soggetto in cui sono sviluppati su un piano vagamente satirico i concetti della sua filosofia spicciola. Per Totò, il mondo si divide in due categorie: della prima fanno parte gli uomini per antonomasia, cioè i buoni e i poveracci. I caporali, invece, sono gli sfruttatori e coloro che rendono la vita impossibile agli -'uomini qualunque” (non a caso nel film è usata questa espressione, nel corso di una lunga tirata programmatica del protagonista). La trama del filmetto — diretto alla meno peggio da Mastrocinque — sviluppa codesta semplicistica e non documentata suddivisione in buoni e cattivi. Totò è sempre buono, Paolo Stoppa è sempre caporale. Nei vari episodi. si assiste di volta in volta alle disavventure di Totò con un aiuto-regista autoritario, con un milite fascista, con un colonnello tedesco in un lager, con un ufficiale americano nella Roma dell'immediato dopoguerra, con il direttore di un grande settimanale in cerca di testimoni oculari di un delitto. Nell’ultima inquadratura, Totò si vede portar via la fanciulla del cuore da un industriale milanese, ultimo e definitivo caporale (sempre Paolo Stoppa, particolarmente efficace nelle singole caratterizzazioni).
Ridendo e scherzando, c’è la storia di quindici anni di vita italiana, minimizzata in una serie di scenette inconcludenti. Il solo episodio del milite fascista ha una certa forza satirica, ma subito dopo la scena del lager è di cattivo gusto mentre l’episodio del delitto
— presa in giro del caso Montesi
— tende a sottovalutare con un paio di innocue risate la gravità e i retroscena di uno scandalo clamoroso.
Concludendo, Siamo uomini o caporali? è uguale a tanti altri film di Totò, con l'aggravante del tema ambizioso sfruttato in maniera sbagliata.

Vice, «Cinema Nuovo», Milano, 10 ottobre 1955


1955 09 10 Il Tempo Franca Faldini

Il Principe Antonio De Curtis, in arte Totò, secondo quanto si è appreso in questi giorni, si sarebbe sposato con la signorina Franca Faldini, con la quale era da tempo fidanzato. Il matrimonio è stato celebrato alla presenza soltanto di pochi intimi, ma ad annunciarlo è stato lo stesso Totò, il quale si è poi rifiutato di fare qualsiasi altra dichiarazione.

Il Principe e la bella moglie si tono imbarcati su un panfilo, l'Alcor nel porto di Fiumicino e faranno il viaggio di nozze via mare.

«Tempo», 10 settembre 1955


1955 09 10 Toto Franca

Allo stato civile di Napoli, dove il matrimonio avrebbe dovuto essere registrato, il popolare attore figura celibe

Roma 9 settembre, notte.

Il popolare Totò, al secolo principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis di Bisanzio, ha sposato l’attrice Franca Faldini? La notizia dell’avvenuto matrimonio è stata data — secondo il settimanale «Oggi» — dallo stesso Totò, a bordo di uno yacht ancorato nel porto di Fiumicino. «Non c’è bisogno di aggiungere altro, mi pare — ha detto l’attore a un inviato del settimanale, lasciandosi fotografare accanto a Franca Faldini con l’anello matrimoniale al dito. — Più chiaro di così si muore.»

Matrimonio segreto celebrato qualche tempo fa, dunque, hanno pensato i giornalisti appena s’è diffusa a Roma la notizia. Naturalmente, non c’era altro da fare che chiedere la conferma al diretto interessato ai suoi familiari. «Non so che dire — ha risposto Eduardo Clemente, cugino e segretario dell’attore, a chi gli domandava una precisazione in proposito. — Debbo prima parlarne con lui».

Più tardi, al numerosi giornalisti che chiedevano del principe o del signor Clemente, il personale di servizio di casa De Curtis rispondeva invariabilmente che l’attore e i suoi familiari non erano a Roma.

Secondo alcuni intimi amici dell’attore, le nozze, già annunciate un anno fa, quando Franca Faldini era ricoverata in una clinica romana, dove dette alla luce un bimbo vissuto poche ore, non sono state ancora celebrate. Totò, infatti, risulterebbe tuttora celibe allo stato civile di Napoli, dove è nato, e dove il matrimonio avrebbe dovuto essere registrato.

Allora, si sono chiesti i giornalisti, che cosa intendeva dire, con quelle parole riferite dal settimanale? Forse voleva riferirsi esclusivamente alle numerose, errate interpretazioni cui aveva dato adito, recentemente, la sua incerta posizione matrimoniale. Infatti, nel luglio scorso, alcuni giornali pubblicarono la fotografia della moglie dell’ attore, signora Diana, affermando che egli era separato da alcuni anni da lei e aveva intenzione di iniziare le pratiche per annullare il matrimonio. In realtà, già a quel tempo le cose stavano diversamente; il matrimonio del principe Antonio De Curtis, celebrato il 6 marzo 1935 nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma, è stato annullato il 13 dicembre 1939 con sentenza della Corte d’appello di Perugia.

«Corriere della Sera», 10 settembre 1955

1955 09 11 Corriere della Sera Toto Franca 2 L

ROMA 10 settembre. — «Quando ieri sera i genitori di Franca Faldini hanno letto sui giornali romani la notizia del matrimonio segreto dello loro figliola con Totò, si sono messi a ridere. Sono ormai molti mesi che l'attrice e sposata a Antonio De Curtis. Evidentemente questa notizia nasce dalle parole dette distrattamente dallo stesso Totò mentre salutava gli amici alla sua partenza sul panfilo «Alcor» da Fiumicino; così ha detto stamane uno persona molto vicina ai genitori di Franca Faldini. Da parte sua, come si sa, Totò ha detto di si e il suo segretario, Edoardo Clemente, afferma diplomaticamente di «non sapere cosa dire». D'altro canto, un dato preciso esiste ed è negativo: l'accertamento fatto ieri sera all'ufficio di Stato Civile di Napoli, città natale dell'attore, dove il matrimonio dovrebbe essere stato registrato e dove invece Totò risulto celibe, almeno stando a ciò che hanno dichiarato i funzionari del Comune interrogati ieri.

«Corriere della Sera», 11 settembre 1955


1955 09 11 Corriere della Sera Toto Franca 3

Nemmeno all’ufficio dello stato civile di Roma il presunto matrimonio è stato registrato

Roma 10 settembre, notte.

Totò non si è risposato. Questa sera la figlia del popolare attore, signora Liliana Buffardi ha infatti dichiarato: «Sono sicura che il matrimonio tra mio padre e l’attrice Franca Faldini, di cui hanno parlato stamane i giornali, non è mai avvenuto. Posso aggiungere che, almeno per ora, mio padre non ha nessuna intenzione di risposarsi».

Come è noto, si era parlato di matrimonio segreto tra il principe Antonio Focas Flavo Comneno De Curtis di Bisanzio, in arte Totò, e la giovane attrice Franca Faldini, che attualmente si trovano in crociera nel Tirreno. Le nozze sarebbero avvenute subito dopo il ricovero in clinica dell'attrice, che nei mesi scorsi dette alla luce un bimbo vissuto poche ore. E’ certo, ora, e non solo per le dichiarazioni della figlia di Totò, che il matrimonio non e mai stato celebrato. Infatti, all'ufficio di Stato civile di Roma, comune di residenza dei due attori, entrambi risultati non sposati.

In proposito, è stato fatto rilevare da funzionari dell'ufficio capitolino che, anche se il principe De Curtis e Franca Faldini si fossero sposati senza aver fatto le pubblicazioni, il matrimonio sarebbe stato registrato a distanza di pochi giorni.

«Corriere dell'Informazione», 11 settembre 1955


1955 09 11 Stampa Sera Toto Franca

Forse la notizia dello sposalizio è nata da un equivoco. la verità si saprà fra una decina di giorni, quando il noto comico e la giovane attrice torneranno da una crociera

Roma, sabato sera.

La notizia diffusa da un settimanale milanese, secondo cui il comico Totò si sarebbe unito in matrimonio con l'attrice Franca faldini, è ben lontana dall'essere stata confermata. Anzi: da alcuni elementi sembra che si tratti di una voce prematura.
Totò - al secolo Principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis di Bisanzio - secondo alcuni amici, avrebbe sposato la Faldini un anno fa, quando la giovane era ricoverata in una clinica di Roma, dove aveva dato alla luce un bimbo che non visse che per poche ore. Da un anno, dunque, l'attore e l'attrice sarebbero marito e moglie - a stare alle dichiarazioni dei «beninformati». Ma se il matrimonio fosse stato celebrato, la registrazione sui libri dello stato civile di Napoli (dove Totò ha la sua residenza, e dove è nato) non mancherebbe. Invece tale registrazione non esiste e dai documenti all'anagrafe della città partenopea il principe De Curtis risulta tuttora celibe.

Antonio de Curtis si era sposato il 5 marzo 1935 nella chiesa di San Lorenzo in Roma con una giovane dalla quale aveva avuto una figlia. Tale unione, però, era stata annullata nel dicembre 1939 con una sentenza della Corte d'Appello di Perugia. Dal giorno della pubblicazione della sentenza i registri anagrafici recano l'addizione «celibe», dizione che - ripetiamo - non è stata ancora mutata.
Le notizie del matrimonio di Totò sono nate forse da un equivoco. Pochi minuti prima di imbarcarsi su uno yacht ancorato a Fiumicino, un giornalista aveva avvicinato l'attore di aveva chiesto, indicando l'anello che il principe portava al dito, se era vero che egli avesse sposato la faldini. Totò allora rispose: «Non c'è bisogno di aggiungere altro, mi pare. Più chiaro di così si muore», e non volle davvero aggiungere parola.
Non è stato possibile ottenere conferme o smentite dai due interessati, i quali sono in viaggio e non torneranno a Roma che fra una decina di giorni. Il segretario di Totò, Edoardo Clemente, non ha voluto fare e rivelazioni: «Non so che dire - ha risposto ai giornalisti - devo prima parlare con Totò». La stessa evasiva dichiarazione ha fatto il maggiordomo e l'intero gruppo dei domestici di casa di Curtis.

«Stampa Sera», 11 settembre 1955


1955 09 10 L Avanti Toto Franca Faldini

Il popolare attore non ha voluto svelare quando è avvenuto il matrimonio

MILANO, 9. — Totò si è sposato per la seconda volta e Franca Faldini è divenuta la principessa De Curtis: questa la notizia pubblicata dal settimanale «Oggi» con una fotografia in cui gli sposi appaiono entrambi con l'anello matrimoniale al dito. Quando e come ti siano sposati non si sa, perché Totò, dando l'annunzio a un giornalista, ha prevenuto qualsiasi domanda dichiarando in tono conclusivo: «Non c'è bisogno di aggiungere altro mi pare, più chiaro di così si muore!».

E poiché quest’anno si è deciso a fare ben due mesi di vacanze, trascorse in crociera sullo vacht «Alcor» prestatogli di un amico, ai suppone che il matrimonio (le precedenti nozze di Totò furono annullate) sia stato celebrato immediatamente prima dell'imbarco, e che la crociera sia stata il viaggio di nozze.

Adesso i principi De Curtis sono tornati e mentre Totò ha ripreso il suo lavoro cinematografico, non soltanto come attore ma anche come produttore, sembra che Franca non intenda più fare l'attrice, dedicandosi invece al documentari.

«L'Avanti», 10 settembre 1955


1955 09 13 Stampa Toto Franca

ROMA, martedì sera.

Negli ultimi giorni si era sparsa la voce che il matrimonio di Totò con la bella attrice Franca Faldini — di cui era stata data notizia — non fosse mai stato celebrato in quanto, allo Stato Civile di Roma, non è mai giunta nessuna comunicazione in merito. La voce venne poi avvalorata dalle dichiarazioni attribuite alla Signora Buffardi, figlia dell'attore. Oggi però si può affermare che il matrimonio è stato realmente celebrato in una cittadina svizzera al ritorno da un viaggio in Francia, viaggio effettuato nello scorso mese di luglio dai due attori. Per questo motivo l'Ufficio dello Stato Civile di Roma, loro comune di residenza, essi non risultano ancora sposati.

«Stampa Sera», 14 settembre 1955


1955 10 08 L Unione Monregalese Toto Franca Critica L

«L'Unione Monregalsese», 8 ottobre 1955


1955 12 22 Il Messaggero Racconti Romani T L intro

«[...] De Sica e Totò , con le loro scene costituiscono quasi un numero a parte e lo fanno con piacevole condiscendenza. Totò vi ripete la divertente trovata del "babbo" costruendovi su, come Paganini, numerose variazioni [...]»

Luigi Chiarini, 1955


Otto racconti di Alberto Moravia, collegati In un’unica storia, ci descrivono le arrischiate avventure di quattro giovanottelli romani pronti ad arrangiarsi pur di guadagnare senza fatica. [...] Vicenda, dunque, tra patetica e umorista, piena di giovanile sconsideratezza, di Ingenua spavalderia, di popolaresca aggressività, maliziosa e bonaria. Beffarda e cordiale che Gianni Franciolini ha raccontata con festosa vivezza. Non vi si ritrova, certamente, l'aspro e amaro, pessimismo del racconti di Moravia, la sua mancanza di pietà e di partecipazione; ma resta il gusto del racconto per il racconto, e quel senso di cronaca diretta che è forse il sapore più schietto delle sue favole. Nel film l’indulgenza e l’ironia addolciscono le figure e gli episodi a conferiscono loro un tono fra di scherzo e di gioco che non fa prendere sul serio nè l’impunita marioleria di Alvaro, nè l’acquiescente leggerezza dei suoi compagni, nè le malefatte nelle quali si ingolfano. Il racconto è articolato per le vie e le piazze di Roma con un’abbondanza e un gusto di ricerca che il cinemascope e il colore (una fotografia di Montuori spesso stupenda) rendono quasi eccessivi. Si ricorre addirittura all'elicottero per mostrare di Roma aspetti nuovi e maestosi: ma l’effetto nel complesso è gradevole e giova perfino al rilievo del personaggi che risultano di viva e pittoresca immediatezza. L'interpretazione è eccellente da parte di tutti: del Fabrizi e della Ralli che sono i personaggi più gustosamente curati, della Pampanini che sta sempre più acquistando in semplicità e spontaneità, della Casilio, del Cifariello, dell'Arena, del Costa. Inimitabili in due divertenti caratterizzazioni De Sica e Totó.

«Il Messaggero», 23 dicembre 1955


Moravia ne ha raccolti sessantuno di racconti romani, e con questi si è guadagnato un premio letterario che è forse il più importante fra quelli che si assegnano ogni anno in Italia.
Sergio Amidei ne ha scelti otto, li ha cuciti insieme con un filo conduttore capace di assicurare unità all’opera cinematografica ed eccoci a questo cinemascope dal titolo «Racconti romani ». Sono gli otto preferiti i migliori? Forse no, ma certo il regista e gli sceneggiatori scegliendo in questo senso, hanno voluto dare dell'opera di Moravia una loro interpretazione che non consente un rapporto tra il film e il testo letterario che gli ha dato origine. S'intende che a volte le esigenze del cinema orientano in modo particolare la scelta pur non rinunciando all’appiglio e al suggerimento letterario. E Franciolini ha soltanto tentato l’analisi del mondo dei furbi; personaggi romani scontenti della semplicità della loro vita, che sognano di mutare la propria condizione contando sulla fortuna e soprattutto sulla propria furbizia.
Il regista ci ha narrato le vicende di quattro scontenti, ma soprattutto ha preferito offrirci uno spettacolo di incomparabile bellezza, creando un film di tipo americano, valendosi del cinemascope per offrire di Roma una visione gioiosa e spensierata, tralasciando cosi quella che avrebbe potuto essere l'indagine sui personaggi più tradizionali della nostra quotidiana cronaca.
Il film è tuttavia opera di grande impegno, commercialmente valida. Raccoglie alcuni nomi fra i pìù popolari del nostro cinema, i quali posso fanno guardare con grande nostalgia ai volti che ha saputo proporci il neorealismo. Forse perciò ci convincono di più la Ralli, Franco Fabrizi, la Casilio e l'Arena, anziché i grandi nomi di cui si vale il cast. Silvana Pampanini, Vittorio De Sica, Mario Riva e Totò, sono i grandi nomi.

«Il Popolo», 23 dicembre 1955


I “bidonati”, i “vitelloni”, i “Bob” fiorentini e i “bulli” romaneschi sono da qualche tempo di moda nel cinema italiano, sia che ve li abbia introdotti da barzelletta, sia che, per giungervi, abbiano seguito strade più accademiche. Chi più chi meno, tutti questi tipi sono presenti anche nel film di oggi, derivato fin dal titolo da una serie di racconti di Moravia, ma quasi sempre mantenuto, nonostante tale origini libresche, sul piano della commedia popolare. [...] Ha tenuto insieme le fila del racconto Gianni Franciolini cercando di legare fra loro in disparatissimi episodi con la cornice romana - antica e nuova - che fa loro sempre da sfondo: questo non gli ha evitato la frammentarietà, così come, in tutto quel bozzettismo spesso di maniera, non ha potuto impedire il ripetersi facile di macchiette e di spunti un po' convenzionali. La comicità di certe situazioni, comunque, e i caratteri abbastanza coloriti di certi personaggi sono riusciti a suscitare nel pubblico la necessaria allegria; grazie anche a un gruppetto di interpreti particolarmente affiatato: Antonio Cifariello, Franco Fabrizi, Giovanna Ralli, Maurizio Arena, Maria Pia Casilio, sostenuto, come ormai è d'uso da alcune partecipazioni eccezionali, quelle di Vittorio De Sica, di Silvana Pampanini e di Totò. Colore cinemascope.

«Il Tempo», 23 dicembre 1955


[...] Tratto da alcuni racconti di Alberto Moravia ampiamente rielaborati, il film si lascia piacevolmente seguire ma appare privo di quella arguzia salace, di quella grazia e vivacità narrativa che avrebbero dovuto - e non difficilmente potuto - improntare il suo svolgimento. La regia di Gianni Franciolini, benché non poco attenta e sensibile, non ha raggiunto il mordente, la levità e il ritmo di altri film sulla Roma ”minore”. Non pochi sono i richiami e le reminescenze, resi più riconoscibili dalla limitata consistenza dell'insieme.
La ripresa in cinemascope ha fatto sorgere, poi, un'istanza turistica tipo ”Tre soldi nella fontana” che ha un po' sviato il tono del film e ne ha reso ancora più leggero il peso specifico.
E’ rilevante il complesso degli interpreti, tutti lodevoli anche se nessuno eccellente, compreso Totò - troppo limitato nello svolgimento del suo personaggio - e De Sica, al quale è stata offerta una caratterizzazione poco precisa. Tra i quattro giovani, Franco Fabrizi fa la parte del leone e, pur avendo un gioco mobile e ricco, non riesce a sottrarsi a un impressione di manierismo e, talvolta, ad accenti alla Sordi. Alquanto sbiadito Antonio Cifariello, preciso e rispondente Maurizio Arena, troppo ”Geppa” il quarto. Delle ragazze, quella che maggiormente si pone in vista è Giovanna Ralli, aiutata non poco dalla parte. Graziosa e vivida la Casilio, pallida la Pampanini, inesistente la Cianni. Poco felici i risultati dell'Eastmancolor.

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 24 dicembre 1955


Il mondo del «bidonisti» romani evocati da Fellinl nel suo dolente e poetico film ci è mostrato in una versione più ottimistica da Gianni Franciolini in questo grazioso "Racconti romani", ispirato da alcuni bei racconti di Alberto Moravia.[...] E' una pellicola assai piacevole, sciolta, vivace, spiritosa. Qualche volta si avverte un certo impaccio nella legatura tra l'uno e l’altro episodio, impaccio che è vinto subito da una nuova trovata. I caratteri sono ben disegnati. I personaggi riescono simpatici sebbene si comportino come gaglioffi. Non è questo un piccolo merito. La interpretazione è abbastanza fusa sebbene gli interpreti non appaiano tutti della stessa qualità. Ci piace tuttavia ricordare quelli che ci sono apparsi più a fuoco: Giovanna Ralli e Franco Fabrizi, Antonio Cifariello e l'arguto Totò.

«Corriere d'Informazione», 24 dicembre 1955


Era fatale, inevitabile che il cinema s'imbattesse nei racconti, centinaia, che Roma ha suggerito ad Alberto Moravia. Non esito a paragonare questa materia a un giacimento di petrolio cinematografico: il film di Gianni Franciolini Racconti romani lo ha raggiunto con una facile sonda, è il fatidico pozzo numero uno della prevedibile Kansas City o Baku specifica, nella quale regista e produttori nostri si avvicenderanno infaticabilmente, potete giurarci, con le loro dannate, magiche trivelle. [...]

Giuseppe Marotta, 1955


1955 12 29 La Stampa Destinazione Piovarolo T L intro

[...] Il film, che è diretto con piglio allegrotto da Domenico Paolella, tenta un po' la parodia bonaria di tutti quei lunghi anni passati sul capo dell'infelice con il loro carico di miserie interne ed esterne: qualche pagina rivela un certo brio, qualche altra è sinceramente umana e commovente, ma in genere tutto rimane sul piano dello scherzo facile è quasi estemporaneo, solo qua e là colorito da un pittoresco avvicendarsi di personaggi che tendono sempre alla caricatura. Comunque grazie a Totò particolarmente convincente nelle vesti del protagonista, il pubblico presta alla storia un'attenzione fiorita e molte risate. Gli altri interpreti sono Marisa Merlini, Tina Pica, Irene Cefaro, Enrico Viarisio, Paolo Stoppa e Nino Besozzi.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 17 dicembre 1955


Nella storia triste e grottesca del “homunculus” italiano, Totò potrebbe avere una parte di protagonista assolutamente ineguagliabile e questo film ne costituisce la più palese indicazione. [...] Qualche scena, qualche gag e qualche spunto satirico meriterebbero di essere descritti se ne avessimo lo spazio, mentre una più elaborata tessitura ed una più approfondita e contrappuntata polemica avrebbero giovato alla brillantezza del risultato. Accanto a Totò sono da ricordare e positivamente Tina Pica, Paolo Stoppa, Enrico Viarisio, Nino Besozzi, Marisa Merlini, Ernesto Almirante, Arnoldo Foà ed Irene Cefaro.

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 17 dicembre 1955


Le vittime, i poveri diavoli indifesi contro forze incontrollabili più forti di loro hanno sempre richiamato l'attenzione di coloro che si propongono di divertire la gente con i guai dell'umanità, tanto più che una tale materia presta facilmente il fianco a compiaciuti scivoloni patetici di sicuro effetto. E' questa una regola alla quale non è venuto meno il regista Domenico Paolella, che ci ha descritto con sorvegliato mestiere le peripezie di un capostazione destinato ad una sperduta stazione di campagna. [...] Il soggetto del film, appositamente lavorato per l'interpretazione di Totò, pur rinunciando a troppi facili effetti comici, ricalca espedienti narrativi e situazioni ampiamente sfruttate, senza rinunciare ad un pizzico di spirito qualunquistico che aleggia in alcune parti. Totò si dimostra ottimo e misurato attore e felici possono essere considerate le prestazioni di Paolo Stoppa, Nino Besozzi, Ernesto Almirante, Tina Pica e Arnoldo Foà, Marisa Merlini e Irene Cefaro.

Vice, «L'Unità», 17 dicembre 1955


La presa in giro ottiene, per noi italiani, i più sicuri effetti dì critica e il film sollecita i consensi appunto attraverso la caricatura. Il copione è stato eliminato con sapide trovatine che il regista ha adeguatamente tradotto in immagini Totò colorisce in burlesco il personaggio del capostazione, prestandogli alcuni tocchi del suo repertorio abituale; rinunziando a molti di essi, però, è risultato più umano, dimostrando la sua attitudine a trasformarsi da marionetta in essere umano.[...]

Maurizio Liverani, «Paese Sera», 18 dicembre 1955


"Destinazione Piovarolo", di Domenico Paolella, su trama di Gaio Fratini, è un’ occasione buona offerta a Totò, per uno del personaggi umani che egli ora giudiziosamente preferisce. [...] Un divertente bozzetto su spunti malinconici. Con Totò ci sono l'inesauribile Tina Pica e la brava e graziosa Marisa Merlini; oltre a Ernesto Almlrante, qui vecchio garibaldino infrollito, di nuovo appassionato della tromba. E’ la terza volta che Almirante si vede assegnare, in un film, la mania della tromba; sarà una rivoluzione, per la sua vita, l'iniziativa di quel regista innovatore che gli darà da suonare un tamburo.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 6 gennaio 1956


Non ha davvero scelto un anno tranquillo Antonio La Quaglia per vincere, ottocentocinquantesimo di una lista comprendente ottocentocinquanta nomi, il concorso di capostazione di terza classe. [...] Totò è un protagonista efficace, soprattutto quando dimentica la mimica che l'ha reso famoso.

«Corriere d'Informazione», 7 gennaio 1956


1955 12 29 L Avanti Il Coraggio L intro

Oltre all'espressiva recitazione di Cervi e Totò (davvero efficaci certi primi piani sui loro volti) il film funziona grazie a una ben architettata sceneggiatura che dà rilievo anche a personaggi secondari (come l'amante di Paoloni) e al subplot sentimentale della storia fra il figlio di Gennaro e la figlia del commendatore. Per tutti questi motivi Il coraggio si rivela una commedia di grande spessore.

Ileana Cervai, 1955


Liberamente adattando per lo schermo l'omonimo atto unico di Augusto Novelli, Totò e Domenico Paolella hanno preferito sottacerne il substrato contenutistico e conferire al film un tono decisamente farsesco, gratuito, costringendo entro schemi caricaturali alcuni personaggi che risultano così non sono inutili, ma costituiscono vere e proprie sbavature.
La problematica spicciola che si agita nel testo letterario - quali responsabilità può avere il salvatore di un suicida - poteva sembrare addirittura assurda qualche anno fa, ma alla sfiducia il pessimismo dell'uomo moderno le fanno forse un problema di assillante attualità. [...] Totò è un suicida comico e abbastanza convincente, Cervi il salvatore-vittima. Al loro fianco Irene Galter, carina e spigliata, Gianna Maria Canale e la brava Paola Barbara.»

«Il Tempo», 30 dicembre 1955


"Il coraggio", la commedia in un atto di Augusto Novelli è servita da canovaccio per trarne fuori questo film che mantiene inalterato del lavoro originario, solo il titolo. Tutto il contenuto umano, la carica comica delle situazioni e dei personaggi del Novelli, viene qui ignorato è ridotto a delle poco brillanti trovate pazzesche. [...] Totò, pur avendo limitato il repertorio dei suoi gesti, non esce tuttavia fuori dal dal solito schema; Gino Cervi, con la sua bonaria comicità, riesce a sostenere il film e a dargli un'impronta meno farsesca.

«L'Avanti», 31 dicembre 1955


Totò è quel grande comico che tutti conosciamo, ma quanti sono i film tra decine e decine da lui interpretati che si salvano non dico sul piano dell'arte, ma almeno su quello dell'intelligenza e della dignità? Totò ha sempre successo di pubblico perché le sue risorse sono tali da strappare qualche risata anche con le più insulse banalità. Così tutti si aggrappano a lui, anche i giovani registi, come una sicura garanzia di quel successo economico senza il quale non c'è possibilità di carriera. Ma è necessario scegliere sempre la via più facile e banale? Così ha fatto nel Coraggio Domenico Paolella. Il vecchio testo di Novelli, che fu già cavallo di battaglia di Petrolini, poteva offrire lo spunto per realizzare con Totò un gustoso film satirico, solo che il regista si fosse preoccupato di dire qualche cosa anziché accavallare situazioni farsesche del tutto esteriori con l'unico intento di far ridere il pubblico. Il risultato, naturalmente è negativo: questa volta neppure Totò è riuscito a superare la piattezza della sceneggiatura. Ne è venuto fuori un film scolorito e noioso.

Luigi Chiarini, «Il Contemporaneo», 31 gennaio 1956


ATTORI

Durante un’assemblea, per la verità assai tumultuosa, tenuta a Roma dagli attori del cinema e del teatro con l’intento di costituirsi in Sindacato il critico teatrale Andriani ha affermato - se è vero quanto riferiscono i giornali -che la professione d’attore è un sacerdozio. Non eravamo presenti c non sappiamo come questa tesi, o, meglio, « boutade », sia stata sostenuta. Nessuna professione, a parer nostro, è più lontana dal sacerdozio di quella degli attori, almeno se si tien conto della grande maggioranza dei film quali ci vengono scodellati attualmente dalle varie case produttrici italiane e straniere. Proprio non ce la sentiamo di pensare a Totò, tanto per parlare di attori e non di attrici, come ad un sacerdote; anzi ci pare che il solo accostamento abbia in sè qualche cosa di molto simile alla bestemmia. A parte le innumerevoli considerazioni di carattere morale che si potrebbero fare, ci pare inoltre di poter dire che, tenuto conto dei lauti guadagni degli attori cinematografici, si dovrà parlare, se mai, di « sacerdozio di Mammona ».

«L'Azione», 9 dicembre 1955


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