Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1956


Rassegna Stampa 1956


Totò


«Tempo», 6 gennaio 1956

Maggiori approfondimenti


1956 01 10 La Stampa Sindacato artisti L intro

Il popolare attore Totò si è iscritto al Sindacato attori della Federazione unitaria lavoratori dello spettacolo (Fuls) aderente alla Cisl. Nel consegnargli la tessera, il segretario generale della Fuls, Claudio Rocchi, ha espresso al principe de Curtis la simpatia dei lavoratori dello spettacolo. L'attore ha a sua volta dichiarato di considerarsi lieto di essere entrato a militare nelle file di un sindacato libero.

«La Stampa», 10 gennaio 1956


1956 04 13 Momento Sera La banda degli onesti T L intro


Scaduti gli impegni che lo vincolavano se non erro alla Ponti-De Laurentiis, Totò ha fondato una Casa di Produzione. Ottima idea. Quale avrebbe dovuto essere il primo pensiero di un Totò che abitasse in Totò, che gli volesse effettivamente bene? Quello dei copioni e dei registi. Mannaggia. Totò aveva gli indirizzi degli uomini di penna e di manovella usati per lui dalla Ponti-De Laurentiis, e ad essi, immediatamente, ha fatto cenno. Che ve ne pare? È amico o nemico dell’arte sua, l’ineguagliabile Totò? Così abbiamo avuto "Il coraggio" (un fallimento) e adesso abbiamo "La banda degli onesti", un film quasi apprezzabile nel suo genere, abbastanza gaio, ma che certo non ripiglia il Totò di "Napoli milionaria" o dell’"Oro di Napoli". Infatti "La banda degli onesti" avrebbe anche potuto chiamarsi Totò portinaio o Totò falsario, alla vecchia maniera; nessuno ci avrebbe rimesso, né gli autori del testo, né gli interpreti, né la regia. [...] Muse napoletane, abbiamo tante volte mangiato cocomeri o lupini insieme, aiutatemi a dire tutto il male e tutto il bene possibili di Totò. Chi è più attore e meno artista di lui? Chi, se non Totò, è l'unico, il massimo denigratore che Totò abbia, l'ospite furtivo, il cugino povero, il visitatore umile, frainteso, balbettante, di se stesso? Chi, o lacere e fulgide Muse napoletane, si inganna, si disconosce, si rinnega più del nostro impareggiabile conterraneo Totò? Poteva, il Creatore dei Petito, degli Scarpetta, dei Viviani, dei De Filippo, realizzare con maggiore talento e con maggiore impegno un lavoretto come Totò? Egli, l'Apollo indigeno (mi permettete di figurarmelo anziano, grigio, arruffato come un "solachianiello", ovverosia come un ciabattino, di Materdei? Gli mettiamo sulle ginocchia un domestico e rognoso mandolino, invece della mitica lira, e siamo a posto, vedeva lontano, chilometri e chilometri, sulla via del comico. [...] Un corpo da funambolo, anzi da fachiro, a tratti disanimato, cadaverico, e a tratti invaso dalle furie, scattante, volante. L'inerzia e il moto, pietre e vento, nel medesimo tempo. Gli arti indipendenti, liberi, dissociati, un braccio o una gamba di Totò è un individuo nell'individuo, un attore nell'attore. Il collo a segmenti, a cannocchiale [...] E infine (Muse napoletane aiutatemi) un volto senza parentele, indefinibile, astruso, un mondo chimerico di fronte occhi naso bocca zigomi, anomali, buffi e terrifici, che agghiaccia e rapisce, che stimola al riso e, contemporaneamente, a non so che umana solidarietà e partecipazione. Mi fa ridere e sospirare la mascella deragliata di Totò. Egli, tanto se avesse dato retta ai suoi connotati surreali (affrancandosi da ogni coerenza), quanto se lì avesse gettati a contrasto nel reale, nei malinconici avvenimenti di ogni giorno, sarebbe stato un pozzo di fìnissìma allegria cinematografica. Ma, debbo ripeterlo, Totò non ha intelligenza di sé, non vive con Totò. Non si è mai cercato o indovinato, mai. Ha trasferito per vent'anni sullo schermo, il Totò del Varietà [...] È amico o nemico dell'arte sua l'ineguagliabile Totò?

Giuseppe Marotta, «L'Europeo», Milano, 7 aprile 1956


Nel lodevole intento di rinnovare il suo repertorio, Totò cerca, nei soggetti prescelti, di incarnare personaggi più umani e consueti, lontani dai lazzi e dalle smorfie e più vicini alla quotidiana realtà. [...] Film modesto, di stanca vena, povero di situazioni, di trovate e di comicità. Lo spunto di partenza — onesti falsari troppo onesti e troppo timidi — era abbastanza felice, ma risulta stiracchiato in motivi e scenette che rivelano, ad ogni momento, la corda e la loro fredda e inutile costruzione slegata dal racconto e dalla vicenda. Totò è comunque sempre attore di grandi doti e a lui, assai bene affiancato da Peppino De Filippo e da Giacomo Furia, il pubblico fa buona accoglienza, scordando spesso, per merito dell'ottimo protagonista, i limiti del modesto filmetto.

P.V., «Il Popolo», 13 aprile 1956


[...] Nel panorama non troppo consolante dei nostri film comici, questa pellicola di Camillo Mastrocinque merita una menzione onorevole. Spigliata, briosa, dotata di un dialogo vivace e di qualche genuina trovata, la storia corre diritta all'onesto scopo di suscitar risate, e bisogna riconoscere che ci riesce, grazie soprattutto all'interpretazione di Totó, nelle vesti del portinaio capo-banda, di Peppino de Filippo che impersona il tipografo mentre Giacomo Furia è il tremebondo pittore.

Vice, «Il Messaggero», 13 aprile 1956


Per anni il film "comico" italiano sorretto dalla mimica di questo o quel divo e dalle avvenenti sinuosità di stelle stelline pur imponendosi sul piano commerciale ha denunciato una carenza di temi e di ispirazione veramente grave; ma, infine, s'è forse capito che non bastano lezzi insipidi, situazioni troppo da pochade, epidermidi in mostra per sorreggere un genere che vanta al suo attivo intenti più nobili, si pensi soprattutto a Chaplin. Ed ecco ne «La banda degli onesti» il regista Mastrocinque presentarci un poveruomo alle prese con una tentazione troppo forte per la sostanza è per le ristrettezze in cui egli si dibatte. [...] Nell'antitesi profilata delle parole del titolo sta il gioco scenico e la morale di questa commedia, comica di effetti ma sostanzialmente tesa a inquadrare motivi di profondo interesse umano, che un'interpretazione sul filo del rasoio fatta ad arte da un Totò che si allontana sempre più dalla tipica macchietta per approfondire i suoi personaggi e da un De Filippo misurato e sensibile, rende evidente gustosa. Fra gli altri interpreti ricordiamo Giulia Rubini, Giacomo Furia e Gabriele Tinti.

Vice, «Il Tempo», 13 aprile 1956


Un altro film che ha solo la pretesa di divertire. E con ciò si è detto tutto: non che mancassero motivi e possibilità per dare alla pellicola un valore più «umano», ma sembra che il regista si sia contentato soltanto di far ridere il pubblico. E, naturalmente, ha permesso a Totò e a De Filippo di dar pieno corso a tutte le loro risorse di comici, senza tenerli un po' a bada con il freno dell'arte. Comunque, il film è "divertente": e chi si contenta gode. [...] Interpreti principali : Totò. Peppino De Filippo, Giulia Rubini, Giacomo Furia. La regia è di Camillo Mastrocinque.

Paglialunga, «Momento Sera», 14 aprile 1956


Lo spunto de «La banda degli onesti» è allettante: come sia inetta la gente per bene, quando si tratti di far tacere liti coscienza. Non è uno spunto nuovo, tra l'altro De Sica lo ha studiato mirabilmente nella piccola borghesia, per «Umberto D.»; e non è uno spunto comico, se mai si presta a un'analisi psicologica. Per ottenere effetti di allegria, i soggettisti di questo film (che erano Age e Scarpelli in origine; ma poi il loro canovaccio ha subito mutamenti sostanziali) hanno sostituito alla crisi morale, ossia alla lotta con se stessi, la crisi della paura, ossia la lotta con la legge. [...] Forzatamente, con storture e deviazioni continue dall’attendibilità, travestendo la colpa in modo che sembri innocenza e viceversa, il film si contorce secondo l'estro degli interpreti. La materia di un dramma è divenuta materia buffonesca e nulla è più che sembra; anche le banconote si trasformano da vere in false. Alla fine, in strana associazione a non delinquere risulta candida più delle sue intenzioni, e un po' meno delle sue intenzioni il film riesce divertente. Peppino De Filippo è l'interprete meglio registrato, con il rilievo che egli dà alle mezze tinte o con gli accenni essenziali, asciutti, che in lui esprimono gli stati d'animo. Grazie a De Filippo, a Totò — che non si discosta dal personaggio sè stesso, ma non manca di determinare comunicativa con il pubblico — e a Furia, questa Banda, pur immiserendo il tema, ottiene un suo rozzo effetto; anche moralmente dicendo, giacché afferma i limiti della libertà di stampa, se applicata alle banconote.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 19 aprile 1956


C'era da aspettarsi di peggio. Mastrocinque ha saputo frenare Totò, limitandone al massimo i lazzi teatrali, e, se così si può dire, ha portato avanti Peppino De Filippo, rendendolo cinematograficamente efficace. Si aggiunga il simpatico Giacomo Furia, ed ecco al completo «La banda degli onesti». Degli onesti, perchè? Perchè questo portinaio, questo tipografo e questo pintore da insegne, venuti in possesso di un perfetto clichè per biglietti da diecimila lire, stampano tanto da diventar milionari, ma al momento di spendere manca loro il coraggio, cd eccoli poveri e onorati. C'è qualche momento (quando le si vede nel terrore del pericoloso gioco in cui si son gettate) in cui le tre figurine acquistano la luce e la consistenza del personaggio.

Mosca, «Corriere d'Informazione», 20 aprile 1956


La casa di produzione che fa capo a Totò ha realizzato finora un solo film di rilievo, quel "Coraggio" di cui si è parlato alcuni numeri fa. Ma "Destinazione Piovarolo", e ancor più questo "La banda degli onesti", rivelano unicamente l’esigenza di buttar fuori in fretta e furia un prodotto comico adatto a far fronte alla nutrita concorrenza che esiste in questo settore del cinema italiano.

A rigor di logica, e basandosi su certe esperienze del passato, dovrebbe bastare un film con in cartellone due nomi di sicuro richiamo come Totò e Peppino De Filippo: in altre occasioni film anche più banali di questo hanno, come si suol dire, fatto soldi.

E invece "La banda degli onesti" non attira il pubblico come era nei voti dei realizzatori. Spiegare questa parziale defezione di spettatori non è facile, perché non è neppure esatto affermare che la gente non va a vedere i film mediocri. Probabilmente nel caso di "La banda degli onesti" è valida la considerazione che per reggere una vicenda banale non bastano due attori comici famosi, ma ce ne vorrebbero almeno il doppio (come è il caso di "Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo" che è appena uscito e a cui arriderà certamente un successo maggiore). [...] Trattato con un certo coraggio, ed eventualmente puntando su un tono amaro e sarcastico, questo soggetto poteva fornire parecchi spunti di indagine del costume. Ma il buon Mastrocinque si è comportato come sempre (meno che come quando fece l’attore nel film di Germi "In nome della legge") e ha risolto ogni notazione sul piano fin troppo abusato della macchietta regionale.

Per rendersi conto, del resto, di come il film sia mancato basterà pensare a quello che, pur su un piano altrettanto modesto, riusciva a dire un analogo filmetto americano: "L’imprendibile sig. 880". Un umorismo gradevole, anche se superficiale, una serie di situazioni congegnate con garbo facevano di questa vicenda del falsario dilettante una cosa godibile.

«Cinema Nuovo», 10 maggio 1956


1956 04 04 Momento Sera A prescindere L intro

1956 04 04 Momento Sera A prescindere L fotoTotò cerca una soubrette perché ha deciso e confermato di tornare al teatro, e precisamente a quello di rivista. Vero e certo altresì che il suo impresario, il signor Errepì è alla ricerca della «stella», che dovrà brillare intorno al nostro astro maggiore, e del satelliti minori per inserire nel firmamento Totò.

Al riguardo - strano, incredibile, ma vero - Remigio Paone tace e non interviene con le sue abituali chilometriche lettere, lasciando correre tutto ciò che zelanti e fantasiosissimi cronisti scrivono per far noto all'inclita che Totò ritornerà in passarella, di volta in volta altalenando i nomi più vari, con Diana Dors, Abbe Lane, Sheree North e ultima, in ordine di tempo, Yvonne Ménard, la fulgida «stella» che nel '46 riuscì ad entrare alle «Folies Bergère - come «mannequin» nudo e si affermò definitivamente nella rivista «Une vraie folie».

Mentre si può smentire che Totò e Paone non hanno mai pensato seriamente alle prime tre menzionate, occorre rilevare che trattative sono state iniziate e intercorrono con la bellissima Yvonne Ménard che... ha 30 anni, bruna, con due occhi verdi un po' perfidi, un grazioso nasetto all'insù e forme scultoree: m.1 e 72 di altezza, 90 cm di petto, 57 di vita, 89 di anche, 34 di polpacci, 20 di caviglia...! Canta e danza, e veste elegantissima. Il suo splendido corpo le ha permesso di far carriera, ma non è detto che le sue pretese permetteranno a Paone di farla apparire accanto a Totò.

In quanto a nomi «nostrani » si son fatti quelli di Franca Gandolfi e di Luciana Florenzano. Franca Gandolfi — per chi nol sapesse — è la moglie del chitarrista Modugno e la debuttante sedicenne Luciana è la sorella di Anna Maria Moreno attualmente subrettina di Macario.

Le musiche spettacolo saranno di Armando Trovaioli, le coreografie di Gisa Geert, i costumi di Folco, l’autore del copione ancora sconosciuto. Il debutto, previsto al romano Sistina, in ottobre.

Andrea De Pino, «Momento Sera», 4 aprile 1956


«Corriere della Sera», 23 aprile 1956


1956 04 25 Corriere della Sera A prescindere

Totò, l'argutissimo Totò, l’inesauribile Totò, è a Milano. Ma da buon napoletano soffre di nostalgia della sua terra. Cosi, ieri nel pomeriggio scortato da Remigio Paone e da Peppino De Filippo, ha voluto essere fra la «sua gente emigrata» nel Settentrione. Dove poteva andare se non al «Club Napoli», un circolo di recente inaugurato e di cui è presidente l’instancabile Paone?

Ma Totò ha un’altra, segreta nostalgia: quella del teatro di rivista. Fra la «sua gente», ha annunciato ufficialmente II suo ritorno al palcoscenico. Torna nel suo mondo dopo quasi sette anni di assenza con Io stesso entusiasmo di un attore giovanissimo al primo debutto. Totò ha detto: «Io fremevo dal desiderio di ricalcare le tavole del palcoscenico. Paone l’ha saputo, s’è commosso e mi ha fatto la compagnia».

Franca May e Yvonne Ménard saranno al suo fianco: avranno i loro nomi sulla «locandina» alla stessa altezza, del medesimo corpo tipografico. Saranno, in definitiva, due «stelle» alla pari. L’una sarà la «soubrette» italiana, che reciterà, canterà; l’altra rappresenterà la grande attrazione internazionale. Il «cast» comprenderà anche Mario Castellini, la fedele «spalla» del comico napoletano, Dino Curdo, Franca Gandolfi, Antonio La Raina e molte ballerine già appartenenti al corpo delle «Bluebell». Gisa Geert curerà le coreografie; Trovajoli e De Curtis, alias Totò, penseranno alle musiche.

La rivista si intitolerà «A prescindere», oppure «Sono un uomo di mondo»: segretissimo il nome dell’autore del copione. Si parla di Michele Galdieri, ma non è certo.

Rivista, commedia musicale o operetta? Totò è esplicito. «Farò una rivista all'italiana, alla maniera mia con tre ingredienti fondamentali: ilarità, eleganza e belle donne. Ripeterò vecchi sketches solo nelle serate d’onore e se il pubblico li richiederà».

Il debutto i previsto a Perugia per la metà di novembre. Totò col suo complesso si trasferirà poi al teatro Sistina di Roma e, nel febbraio 1957, al Nuovo di Milano. Un’altra informazione: giovedì, Totò e Franca Faldini saranno ospiti della rubrica televisiva di «Lascia o raddoppia».

L. Bar., «Corriere della Sera», 25 aprile 1956


1956 04 25 Corriere della Sera Lascia o raddoppia L intro[...]Dunque anche Totò, molto probabilmente lo vedremo come ospite dopodomani a «Lascia o raddoppia»[...]

«Corriere della Sera», 25 aprile 1956


1956 04 27 La Stampa Toto lascia o raddoppia L intro[...]Ieri sera, solo il previsto intervento di Totò è riuscito a ravvivare per qualche attimo una fra le più deludenti edizioni di «Lascia o raddoppia». Ma quello di ieri sera era soprattutto il principe Antonio de Curtis, un personaggio dall'aria ufficiale che solo a tratti ha lasciato il posto a Totò, all'irresistibile Totò dalla battuta pronta e pittoresca. Tuttavia la sua breve apparizione sul palcoscenico del quiz ha avuto il potere di dare un pizzico di brio a una scialba serata [...]

«La Stampa», 27 aprile 1956


1956 06 04 Corriere della Sera A prescindere L intro

Roma 4 giugno.

Totò torna in passerella. Totò farà ancora la rivista. La notizia non è nuova: è già stata diramata, ufficialmente, or è un mese e più. Tuttavia molto restava ancora oscuro. Totò aveva annunciato i nomi di due «stelle»: Ivonne Ménard e Franca May. Per il resto era reticente. Reticente era Paone, l'impresario di ferro che rientra nell'agone teatrale soltanto perché si tratta di mettere In piedi la compagnia di Totò. Ignoto era il nome dell'autore del copione. Si parlava di un incarico affidato generalmente a Michele Galdleri. Ma la voce, come ora si è rivelato, non aveva il benché minimo fondamento. Soltanto oggi si é saputo che il copione lo scriveranno non uno, ma due autori: e precisamente Nelli e Mangini. Dopo oltre un mese di segretissimi riserbi, ecco finalmente l’Indiscrezione: Nelli e Manglnl (e naturalmente Totò) sono già sotto pressione: la trama ò già cosa fatta, qualche sketch potrebbe già essere messo in scena. Un'altra indiscrezione: Totò, che sarà il protagonista massimo di «A prescindere» (è questo il titolo definitivo della rivista) indosserà i panni di un «uomo di mondo» burlone e svanito, costantemente alle prese con la propria coscienza. Totò parlerà, intavolerà lunghe discussioni con la coscienza. E si tratterà di una coscienza tangibile, corposa, La coscienza di Totò sarà Franca May.

«Corriere della Sera», 5 giugno 1956


1956 06 11 Corriere della Sera Franca May 2 intro

Franca May, la soubrette che Totò ha voluto al suo fianco per il rientro in teatro, ha ricevuto sabato nel pomeriggio il premio «passerella club», istituito per premiare le qualità di quell'attrice che mostra, per capacità ed attitudini, di poter diventare la «stella eli domani». Capacità ed attitudini che Franca May ha ampiamente dimostrato di possedere, al punto da inserirsi, nel breve volgere di due anni, fra le vedettes della rivista. Nel corso di un cocktail, Franca May ha ricevuto il distintivo del «passerella club»: un pentagramma sovrastato da un paio di gambe stilizzate. Un distintivo tutto d'oro che ogni giovane soubrette desidererebbe avere nello scrigno porta gioielli.

Franca era commossa sorrideva e ringraziava. Ringraziava soprattutto i compagni di lavoro della Scarpettiana, che le erano intorno per festeggiarla: Franco Sportelli, Beniamino Maggio, Vera Nandi e tutti gli altri. Distribuiva sorrisi e strette di mano a Pina Renzi, a Giustino Durano, a Franca Gandolfi, a Ettore Conti, a Domenico Modugno. Ma un grazie particolare deve aver sussurrato, mentre gli invitati le si serravano intorno, a Remigio Paone, all'impresario che praticamente la aveva «scoperta», al vecchio (d'esperienza) uomo di teatro che aveva intuito le sue possibilità e che in lei aveva avuto fiducia.

A Franca May é stato attribuito il «passerella club» per la brillante Interpretazione nella rivista «Siamo tutti dottori», uno spettacolo messo in scena da Remigio Paone e animato dai due comicissimi fratelli siamesi della passerella: Riccardo Blli e Mario Riva.

E' la quinta soubrette, alla quale viene consegnato l'ambito pentagramma: prima di lei, l'hanno avuto Marina Doge, Flora Medini, Dorian Gray e Delia Scala.

La sera, qualche ora dopo la premiazione, il camerino della attrice, al teatro Nuovo, era invaso di fiori, mentre sulla toilette si ammucchiavano lettere e telegrammi. Un telegramma affettuoso di Totò e una lettera anche più affettuosa di Wanda Osiris, che si diceva spiacente di non poter essere presente a causa del postumi della brutta caduta in palcoscenico, di cui rimase vittima al Lirico mesi or sono. In un angolo del camerino, appeso come un trofeo beneaugurale, il ricco abito che Franca May ha indossato in occasione dell'investitura del «passerella club»: un vestito ampio, sfarzoso in taffetà di seta a fiori.

Gilda Marino andrà con Totò?

Una voce, soltanto una voce. Pare certo che prima ballerina della Compagnia, che il redivivo Totò capeggerà nella prossima stagione, sarà Gilda Marino. L'interessata, attualmente a Cannes, é irrintracciablle: quindi non si può avere una conferma o una smentita. Come è noto. Gilda Marino è rimasta assente dal teatro per un anno, gestendo un atelier di moda. Ma, dopo dodici mesi, la nostalgia della passerella ha avuto il sopravvento.

L. Bar., «Corriere della Sera», 11 giugno 1956


1956 06 22 A prescindere Di Gilio L intro

Mario Di Giglio, l'imitatore fenomeno, l'autentica sorpresa di «Senza titolo» che si replica al Nuovo, la sera della prima tradiva una violentissima emozione. Non si aspettava tanti applausi, nè si immaginava di poter suscitare un così fragoroso entusiasmo. Poi, in camerino, durante l'intervallo, sono cominciate le soddisfazioni: i complimenti dei compagni di lavoro, degli amici che gli assestavano vigorose manate sulle spalle, di sconosciuti che gli ripetevano all'orecchio un simpatico ritornello:«Bravo!».
Ma la visita più attesa doveva essere quella di Remigio Paone, il quale è stato [...]

«Corriere della Sera», 22 giugno 1956


RUDI BAUER é stato uno dei primi scritturati da Totò per la rivista «A prescindere». Il nome di Rudi Bauer dirà ben poco a coloro che degli spettacoli non conoscono i retroscena: infatti Bauer è il più apprezzato direttore tecnico di palcoscenico da almeno trenta anni cioè da quando venuto in Italia con la compagnia Schwarz non ne riparti più trattenuto dapprima dal regista Mattoli poi da tutti coloro che cominciarono ad apprezzare le qualità dolcemente dittatoriali del piccolo viennese.

Dal 1916, quando ha cominciato a Vienna la sua attività, Rudi Bauer, ha allestito oltre 1000 spettacoli. I maggiori comici Italiani sono stati da lui tenuti a battesimo (Dapporto, Rascel, W. Chiari) e cosi pure la «regina della passerella », Wanda Osiris, Con Totò fu anche in Africa Orientale, nel 1939. Ora Totò ha voluto di nuovo, tra le quinte, il prezioso Rudi. Nelli e Mangini hanno pensato a scene di particolare difficoltà tecniche e Rudi avrà, come al solito, brillanti soluzioni. Le prove della rivista di Totò cominceranno a metà ottobre al Sistina di Roma, dove é pure previsto il debutto, un mese dopo.

«Corriere della Sera», 4 agosto 1956


«Corriere della Sera», 20 settembre 1956


«Epoca», 14 ottobre 1956


«Epoca», 28 ottobre 1956


1956 10 19 Corriere dell Informazione A prescindere

Roma 18 ottobre.

«Ho ubbidito al richiamo della foresta. Torno alla rivista dopo sette anni, e posso affermare che mi sento emozionato al solo pensiero di incontrarmi di nuovo con il mio pubblico. Farò una rivista classica, stile francese, anche se con spirito moderno. Non è vero che la rivista sia morta, come sostengono alcuni. La commedia musicale, che talvolta ha preso il sopravvento, non è nè una rivista nè una commedia: è una formula ibrida. Mi farò alcuni nemici, affermando ciò, ma non me ne importa niente».

Il principe Antonio De Curtis, il popolare «Totò», ha annunciato con queste parole, nell’atrio di un albergo di via Veneto, il prossimo esordio della sua Compagnia, che avverrà il 23 novembre al teatro Sistina, in Roma.

Totò era attorniato da uno stuolo di bellissime donne: «soubrettes», ballerine, attrici che lo hanno sollevato di peso dopo l'annuncio e l’hanno condotto in giro nell'atrio.

«Attualmente — ha detto quindi l'attore — sto terminando la lavorazione di un film, in cui vi sono, naturalmente, Totò, Peppino, e alcuni fuorilegge. Ho dovuto portare a termine i miei impegni precedenti. Non mi son lasciato suggestionare, alla mia rentrée, dal miraggio di altre formule artistiche: secondo me, la rivista classica è l’ossigeno per il pubblico».

Remigio Paone, impresario della Compagnia, ha detto che il titolo dello spettacolo è «A prescindere».

«Si tratta di uno dei famosi slogans di Totò — hanno soggiunto gli autori, Mangini e Nelli —. La rivista non è legata da altro filo conduttore che la presenza dell'attore. Niente politica, molte battute».

Le «soubrettes» si facevano fotografare con il principe.

«Corriere dell'Informazione», 19 ottobre 1956


1956 10 19 A Prescindere Articolo

Il principe Antonio de Curtis in arte Totò, si ripresenterà fra breve tempo sui palcoscenici, dopo alcuni anni di assenza, durante i quali si è dedicato a una intensa attività cinematografica. Il debutto avverrà naturalmente a Roma, dove il simpatico attore gode larga popolarità. Ieri mattina, nella sala di un grande albergo della nostra città, la compagnia si è riunita per la prima volta ed ha avuto luogo un cordiale incontro dei suoi componenti con i giornalisti.

Totò ben volentieri ha lasciato che fotografi lo ritraessero accanto alla bella Franca May, Franca Gandolfi, Franca Faldini, Elvy Lissiak, e Yvonne Menard, interpreti con lui della nuova rivista, e, come qui lo vedete, tra le seducenti e longilinee ragazze dai nomi esotici che formeranno il balletto.

Lo spettacolo che segnerà l'atteso ritorno di Totò alla ribalta, ha per titolo una locuzione resa ormai proverbiale dal comico napoletano, «A prescindere».
Il copione è stato scritto da Nelli e Mangini, la coreografia verrà curata da Gisa Geert, i costumi da Folco, le scene da Artioli; le musiche saranno di Carlo Alberto Rossi.

«L'Unità», 19 ottobre 1956


1956 10 19 Corriere della Sera A prescindere 2 intro

Roma 19 ottobre.

Sketches, battute, riferimenti, allusioni, legati, soltanto dal filo conduttore dell’arte inimitabile di Totò, costituiranno la rivista con la quale il popolare comico tornerà sulle scene, la sera del 23 novembre prossimo, dopo una parentesi cinematografica di sette anni. L'annuncio del «ritorno» è stato dato dall’attore nella hall di un albergo di via Veneto, dove é stata presentata, dall’impresario Remigio Paone, la nuova Compagnia. Totò ha precisato di aver sentito il «richiamo della foresta» verso la formula classica della rivista, al di fuori di ogni esperimento di spettacoli ibridi quali le commedie musicali degli ultimi anni. Lo spettacolo si intitola «A prescindere», da un frequente modo di dire di Totò. Si tratta di uno slogan che gli autori, Nelli e Mangini, hanno applicato alla rivista come già ad un film fu applicato un altro detto del comico. «Siamo uomini o caporali?» [...]

«Corriere della Sera», 20 ottobre 1956


«Noi donne», 20 ottobre 1956


«Settimana Incom», ottobre 1956


1956 11 21 La Stampa A prescindere L intro

Perugia, mercoledi sera.

Dopo un'assenza di cinque anni, il popolarissimo comico Totò è tornato sulle scene, ieri sera al teatro Morlacchi, richiamando un pubblico d'eccezione che gremiva la sala. E' stata data la prima rappresentazione della rivista "A prescindere", di Nelli e Mangini", che ha ottenuto un caloroso successo. Insieme a Totò sono stati applauditi gli attori della sua nuova compagnia, tra cui Franca May, per la prima volta nel ruolo di soubrette, e la ballerina Yvonne Ménard.

«La Stampa», 21 novembre 1956


Tournée 'A prescindere' - Roma, novembre-dicembre 1956

«Il Messaggero», 22 novembre 1956


«Il Messaggero», 23 novembre 1956


«Il Messaggero», 26 novembre 1956


«Il Messaggero», 5 dicembre 1956


«Il Messaggero», 25 dicembre 1956


1956 11 23 L Unita A Prescindere Articolo L

Stasera alle 21:15, serata di gala per il ritorno alle scene dopo sette anni di assenza, di Totò, nella rivista di Nelli e Mangini “A prescindere”. Lo spettacolo, presentato da Remigio Paone, coreografie di Gisa Geert, scene di Artioli, costumi di Folco, musiche di C.A. Rossi ed un cast di primissimo ordine: l'attrice Franca May, Yvonne Menard, celebre soubrette delle Folies-Bergère, Enzo Turco, Franca Gandolfi, Mario Di Gilio, Elvy Lissiak, Alvisi Curcio, La Raina, sette coppie di ballo e sette showgirl. Orchestra di Mariano Rossi. Il teatro, ad eccezione di parte della galleria è completamente esaurito.

«L'Unità», 23 novembre 1956




«Corriere della Sera», 24 novembre 1956


1956 11 24 Il Messaggero A prescindere R L

Il ritorno di Totò alle scene ha richiamato al «Sistina» il più bel pubblico di Roma che ha gremito la sala per festeggiare il suo beniamino. E al suo primo apparire gli applausi sono stati eccezionalmente calorosi. Dopo una presentazione alquanto lunga durante la quale Totò, sotto le vesti di un uomo di mondo che sa abilmente barcamenarsi, ha presentato un campionario delle sue più tradizionali formule comiche, la rivista ha preso felicemente avvio con un seguito di quadri indipendenti l'uno dall'altro, ma felicemente congegnati ed eseguiti con incalzante vivacità.

Le originali coreografie di Gisa Geert dominate dal sapiente e raffinato stile di Ivonne Menard, svolte con ritmo intenso e serrato dal bravissimi gruppi di soliste e di solisti coadiuvati dalle show-girls (notevoli una drammatica «Makumba» e un frenetico «Rock and Roll»); le variate apparizioni di Franca May che canta, balla e recita con maliziosa grazia; le riuscite e gustose parodie di Gandolfi delle quali è stato chiesto un bit; i briosi intermezzi affidati alla Gandolfi, alla Lissiak, all'Aloisi al Curcio, al La Raina; il valido e rapido avvicendarsi di sketches di balli, di canzoni, di cori sullo sfondo dei pittoreschi scenari di Artioli fra lo sfolgorio dei costumi di Folco, hanno costituito una rappresentazione colorita, stimolante, mossa e quanto mai gradevole. Anche se il testo non è molto ricco nè molto spiritoso, la parte visiva sostenuta da una vivida fantasia di coreografie e di variazioni, ha pienamente approvato l'aspettativa del pubblico che si molto divertito.

Su questa attraente trama spettacolare si sono inseriti e intrecciati gli interventi di Totò, sul quale pesano, evidentemente, i sette anni di attività cinematografica che lo hanno disabituato dall'improvvisazione scenica e, soprattutto, gli hanno impedito di aggiornare l'estro inventivo. La sua comicità è rimasta legata a espedienti alquanto superati, qualche volta perfino di gusto dubbio, basati su doppi sensi ed equivoci verbali che non trovano più la rispondenza di una volta. Ciò non toglie che l'innato umorismo di Totò, il suo istinto del grottesco e le sue trovate mimiche abbiano a poco a poco, nel calore della recita, ritrovato slancio e sapore: cosicchè alla fine anche le sue scene hanno avuto piena risonanza.

Il pubblico lo ha vivamente applaudito insieme a Enzo Turco e a tutti gli altri bravissimi esecutori chiamandoli e richiamandoli innumerevoli volte sulla passerella. Lo spettacolo, che ha un tono, un livello e un entrain del tutto insolito, si replica da stasera.

E. C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 24 novembre 1956


1956 11 24 L Unita A Prescindere L

L'applauso interminabile che è scrosciato ieri sera all'apparire di Totò sulla ribalta del Sistina ha testimoniato in maniera evidente la affettuosa cordialità con cui il pubblico accoglie il ritorno del popolare attore alla rivista, dopo sette anni di assenza. E Totò ha ben ripagato i suoi spettatori, mettendo in opera tutte le sue risorse mimiche e di recitazione che lo rendono inconfondibile e che fanno di lui un maestro del lazzo, dello sberleffo, della comicità scatenata al limite dell'assurdo e dell'irreale. Peccato, grosso peccato che il copione di Nelli e Mangini servisse molto mediocremente le straordinarie doti del protagonista e dell'ottimo complesso di interpreti che gli erano accanto.

"A prescindere" si presenta come un seguito di quadri o volutamente slegati l'uno dall'altro, ma privi anche (e qui è il guaio) di un minimo di coesione tra loro, nel contenuto e nella forma. Non mancano gli spunti tratti dal costume corrente o dalla cronaca: i concorsi televisivi, la crisi del cinema e i colossi di cartapesta, il Rock'n'Roll; la materia è però elaborata quasi sempre con superficiale facilità, e scade a più riprese in situazioni e battute accentuatamente sboccate.

La parte coreografica, curata da Gisa Geert, offre momenti di buon gusto accanto a soluzioni risapute e anche stantie, ma ha comunque modo di dare sostegno alle esibizioni di Yvonne Menard, una ballerina francese dalla splendida corporatura e dalle movenze conturbanti, e a quelle della brava e simpatica Franca May.

Si deve a loro soprattutto (oltre che a Totò) se allo spettacolo, nonostante i difetti cui si accennava, è arriso un successo lietissimo. Da ricordare anche l'eccellente Enzo Turco, il Curcio, l'Alvisi, il La Raina, sacrificati purtroppo dalla fiacchezza del testo, la Graziosa Franca Gandolfi, Elvy Lissiak, la Maver, la Silli, lo strabiliante imitatore Di Gilio, i due gruppi di danzatrici e il gruppo di danzatori. Scene adeguate, di Artioli; costumi eleganti, di Folco, musiche di normale livello, del maestro C.A. Rossi. Passerelle in gran numero. Da oggi si replica.

ag. sa., «L'Unità», 24 novembre 1956


1956 11 25 Corriere della Sera A prescindere R L

Roma 24 novembre, matt.

Poche battute sono state necessarie ieri sera a Totò, per annullare di colpo i sette anni che è restato lontano dalla rivista: presentando al teatro Sistina lo spettacolo «A prescindere», l'attore ha dimostrato di ritrovare se stesso. la sua insuperabile arte di comico, la sua comunicativa con il pubblico ormai rassegnato a vederlo comparire soltanto sullo schermo.

Costruita con facile brio, la rivista ha dato modo a Totò di «ringraziare la marcia» sul palcoscenico: il pubblico ha ritrovato il suo vecchio beniamino, ma ha ritrovato, contemporaneamente. la genuina forma della rivista. «A prescindere» non è una commedia musicale, come se ne sono viste molte In questi ultimi tempi: è una vera «rivista», così chiamata perché passa in rassegna in chiave umoristica ed a volte lievemente satirica, •le manifestazioni più appariscenti della vita. Tòtò ha voluto prescindere, come egli stesso ha affermato, da ogni schema, da ogni cliché prefabbricato. Ed il successo con il quale il pubblico romano lo ha accolto ha dimostrato che egli ha avuto ragione. E con Totò sono state applauditissime Franca May, soubrette bionda, fresca e spumeggiante; la bella e brava Franca Gandolfi; Jvonne Menard, delle «Folies Bergère»; oltre al simpatico Enzo Turco.

Al debutto della compagnia di Totò la folla é accorsa numerosissima. Anna Magnani, Gina Lollobrigida con il marito Milko Scofic, Eleonora Rossi Drago, Alberto Sordi ed una miriade di «stelline» del cinema e della rivista erano presenti al Sistina, dove erano convenuti pure il sottosegretario allo spettacolo Giuseppe Brusasca e numerose altre personalità dei mondo politico ed artistico. Se la serata ha registrato il successo di Totò, un vero trionfo é toccato a Remigio Paone, l'impresario che é riuscito a riportare li comico dallo schermo al palcoscenico. Ma per questo, Paone ha avuto come ottima complice la nostalgia, quel sentimento che Totò ha già definito «il richiamo della foresta». E l'attore, ieri sera, era sensibilmente emozionato: un'emozione che gli veniva dal ritrovarsi a diretto contatto con il pubblico.

«A prescindere» porta la firma di Nelli e Mangini, ed è stato uno spettacolo riuscito anche se, a volte, il copione denunciava qualche lentezza rieccheggiando motivi conosciuti. Buona la regia. La personalità esuberante di Totò si è imposta anche nella parte musicale: molte canzoni, oltre a quelle dei maestro Carlo Alberto Rossi, sono sue. Apprezzati i costumi di Folco e le scene, eseguite su bozzetti di Artioli. Misurati, piacevoli e quindi applauditi gli altri attori componenti il cast: Dino Curcio, Antonio La Raina. Alvaro Alvise, il simpatico e bravissimo Imitatore Mario di Giglio, le belle Elvi Lissiak. Marisa Mayer, Luana Silli.

Sette danzatrici del balletto di Gisa Geert, sette «show-glrls», sette danzatori, come i sette anni di assenza, hanno compiuto miracoli: il quadro del «Rock and roll» ha rivelato, insieme ad intenti satirici, la loro bravura. La critica romana ha accolto favorevolmente lo spettacolo, che non era soltanto una «prima», ma un avvenimento nel campo artistico. Per questo forse il teatro è riuscito a stento a contenere tanto pubblico. Applausi, bis e «passerelle» a ripetizione.

«Corriere della Sera», 24 novembre 1956


1956 11 25 Momento Sera A prescindere R intro

1956 11 25 Momento Sera A prescindere R L fotoDopo sette annidi assenza dalle scene, Totò si è ricordato che Giuseppe Verdi sosteneva «torniamo all'antico e faremo del nuovo» ed ha chiesto al suoi autori Nelli e Mangini non la solita commedia musicale ora di moda, bensì una semplice rivista, sapida di belle donne, allegra e sgambettante in libertà, senza quel filo conduttore che spesso imbriglia l’estro. Infatti «A prescindere» è uno di quei motti cari a Totò perché dicono tutto e non dicono niente!

Lo spettacolo, sotto l'egida Errepi, è giunto a Roma dopo due giorni di rodaggio a Perugia. Pochi. Fra una settimana godrà di quella carburazione perfetta di cui ieri sera difettiva. Amico di Paone, amico di Totò, non amico del giaguaro, ma soprattutto amicissimo dei miei lettori, scrivere una critica del debutto al Sistina non è cosa facile. Dire che ha deluso, è indubbiamente eccessivo. Dire che è stalo inferiore alla aspettativa, è onesto. Remigio Paone ed Antonio De Curtis sono uomini di teatro di tale probità artistica da rendersi lealmente conto delle zone grigie di ieri sera.

Totò ci ha detto qualche cosa di nuovo? No. Anzi ha drogato il testo con le trovate sceniche ed i lazzi a lui sempre cari, anche se oramai velati dalla patina del tempo, a costo di farla da padrone sugli autori, travolti — talora forse loro malgrado — da una personalità artistica talmente violenta da annullare qualsiasi copione: ci fosse o non ci fosse. Le sue caratterizzazioni umoristiche (il viveur, il già noto Commissario di P.S., il produttore cinematografico, Napoleone e persino Otello) sono sempre irresistibili. Mi consente duuque di risparmiargli il solito, sia pure meritato, inno. La sua carriera teatrale, quanto ad inni, é tutta — ed ancora — una marcia trionfale dell'Aida. Due quadretti di preparazione e si salta di palo in frasca: Elvis Presley, il cantante isterico, il ragazzone sportivo che preferisce la partita di calcio a quella propostagli dall'ardente fidanzatina, le generichette «tuttofare» in cerca di produttori, eccetera. Le coreografie di Gisa Geert incidono notevolmente sulla classe dello spettacolo. La Makumba, in cui ammiriamo Yvonne Ménard nel ruolo di una vergine offerta al mulatto Bob Curtis, in funzione di coccodrillo sacro (ma di buon appetito), e il Notturno sulla nave, ove vediamo una passeggera (Franca May), sofferente d’insonnia, concedersi una rapida espeirenza erotica con un robusto fochista negro (Ted Barnett) mi sembrarono quadri di ordinaria amministrazione. Ma il travolgente Rock and Roll, l'arioso finalissimo, e soprattutto la Leggenda siciliana, racconto d'amore e di morte, sono composizioni pantomimiche degne delia magistrale firma di Gisa Geert.

Per Franca May sciolgo volentieri le riserve fatte in altre occasioni, relative alla mancanza di maturazione per un ruolo tanto impegnativo, frutto di una carriera troppo accelerata: tipo «Tutto l'Inglese in 24 lezioni», oppure «Imparate a ballate per corrispondenza». Elegante, avvenente, volenterosa, allorché nel monologo romanesco, non più ossessionata dalle pastoie di un subrettiname di maniera, ha recitato sinceramente e - facile facile -, si è rivelata valida attrice.

Yvonne Ménard, quanto a mezzi vocali, è una chanteuse de charme, ma — vedi la canzoncina dello « spogliarello * — di quale delizioso charme! Come ballerina ha dimostrato che non a torto il suo veccho impresario parigino, Paul Derval, la definì «un vrai démon qui mec le feti aux planches». Benché evidentemente spaesata in uno spettacolo italiano, tenne costantemente i vigili del fuoco in preallarme.

Franca Gandolfi ha avuto tutto dalla vita teatrale: un bel marito, e per di più armato di chitarra. Domenico Modugno; una bellezza tale da farla apparire. come l’amato oggetto del tenore del «Ballo in maschera», tutta estasi, raggiante di pallore, un aspetto da figurino di Vague ed ora persino un successo secondo ruolo, nel quale sfoga brillantemente. Avrei veduto volentieri affidare ad Elvi Lissiak, che è ottima attrice, parti di maggior rilievo.

Marisa Mayer e Luana Silli fanno con lodevole impegno quel poco che (non) hanno dato loro da fare. Eccellente in bravura, un tantino meno in misura, Enzo Turco. Ammirevoli Aivisi, Curcio e La Raina nel cavar fuori sangue dalla rapa dei vari personaggi loro adeguati. L'imitatore Mario Del Giglio — rifacendo l'esteta Muriannini, il gastronomo avv. Rossi, Tina Pica ed altri — è stato uno spasso. Il pericolante primo tempo gli mandi un telegramma di ringraziamento per grazia ricevuta.

Musiche di C. A. Rossi oneste quanto insignificanti, malgrado gli sforiz eroici del Maestro Mariano Rossi per ormonizzarle con la sua orchestra. Scene di Artioli diligenti: di gradevole effetto il finalissimo. Costumi di Folco: un altalenare di buonissime o di banali idee. Ottime le sette coppie di danza, dalle quali emergono per particolare bravura, la svitata Josè Hargreaves, in evidente cura dimagrante, lo stilizzato Sandro Domini ed il plastico mulatto Ted Barnett ,con le svettanti show girl, le coppie sono state a volte pregevole quadro ed altre preziosa cornice.

La celebre «cosetta» di tutta la Compagnia al seguito di Totò, sul patriottico motivo della marcetta del Bersaglieri, ha concluso la serata in bellezza, coprendo qualche lieve dissenso e galvanizzando la platea, mentre dall'alto dei dell'italico Stellone — che è sempre una grande risorsa — faceva da faro e da moccolo.

Nino Capriati, «Momento Sera», 25 novembre 1956


1956 12 06 Tempo A prescindere intro

Al termine di un “rodaggio” di tre giorni a Perugia è andata in scena a Roma la rivista “A prescindere”, che segna il ritorno al palcoscenico di Totò dopo una lunga parentesi cinematografica

TOTO’ ha voluto, tornando alle scene dopo sette anni di attività cinematografica, che la rivista con cui si ripresentava al pubblico portasse come titolo una sua celebre interlocuzione: ”A prescindere...”. E’ una rivista all’antica, afferma Totò; una rivista che vuol soltanto divertire, non far sensazione. Nel copione di Nelli e Mangini, ha larga parte il commento . ..all'attualità, la satira della vita di ogni giorno. Un paio di quadri si ^ tqcc^ipano della mania del momento, il "Rock and roll”, e di "Guerra e pace”.

FRANCA MAY e la francese Yvonne Ménard sono le prime donne della rivista. Con loro è una terza soubrette, Franca Gandolfi. Lo spettacolo, che costa circa un milione per sera, è andato in scena in ”anteprima” a Perugia, dove è stato presentato per tre sere; poi ha debuttato ufficialmente a Roma pochi giorni fa, il 23 novembre. Nella foto in basso: l’impresario Remigio Paone si congratula con Totò dopo il successo che ha coronato la "prima” romana.

UN TOTO’ NAPOLEONICO compare qui alla ribalta, affiancato dai suoi principali collaboratori. Per la prima volta, dopo molti anni, Totò si è presentato in scena senza la sua "spalla” prediletta, Mario Castellani, che da tempo si è dedicato alla prosa. Il suo posto è stato preso dal notissimo comico napoletano Enzo Turco. Il complesso artistico si è riunito molto presto. Ha provato a lungo nei deserti teatri di posa della "Safa-Palatino", poi si è trasferito a Palazzo Brancaccio, nei saloni che tradizionalmente vengono utilizzati per le prove di tutte le compagnie che si formano a Roma. In uno dei quadri, Totò doveva arrivare in scena su un motorscooter; ma il quadro è stato soppresso, perchè la prima prova si è risolta in un ruzzolone, fortunatamente senza conseguenze.

LE COREOGRAFIE, curate da Gisa Geert, sono affidate ad un balletto di sette uomini e sette donne. Grande curiosità hanno destato le "Show Girls”: sette ragazze inglesi la più piccola delle quali è alta soltanto un metro e novanta. Nella foto a sinistra si vede, dietro un ballerino, Yvonne Ménard (conosciuta a Parigi come ”la femme nue”: in Italia, naturalmente, si è vestita un po’ di più). Le musiche che accompagnano lo spettacolo sono state composte dal m° Carlo Alberto Rossi.

«Tempo», anno XVIII, n.49, 6 dicembre 1956


1954 10 24 LEuropeo intro

Alla «prima» romana il celebre comico piangeva come un bambino, Franca Faldini singhiozzava perdutamente dietro le quinte e Paone si raccomandava, senza alcun successo, perchè fossero risparmiate certe battute alquanto pesanti

Sergio Sollima, «La Settimana Incom Illustrata», anno IX, n.49, 8 dicembre 1956


1954 10 24 LEuropeo intro

Prima dell’andata in scena a Roma, Remigio Paone aveva trasferito a Perugia l’intera compagnia per un debutto d’affiatamento. Doveva essere una rappresentazione un po’ alla buona, qualcosa di più di una prova generale, ma il Morlacchi di Perugia fu quella sera invaso dal pubblico più esigente...

L.N., «Settimo Giorno», anno IX, n.50, 8 dicembre 1956


«L'altra sera al teatro Sistina Totò si è ripresentato al suo pubblico dopo sette anni di disputabili successi cinematografici [...] . Un applauso interminabile alla sua prima uscita e poi acclamazioni e risate durante quasi tutto il primo tempo sino alla improvvisa esplosione del Rock and Roll. Il secondo tempo è piaciuto meno e io credo che tutto lo spettacolo guadagnerebbe parecchio se lo si ridimensionasse, tagliando con coraggio in quella seconda parte a cominciare dal finalissimo e sostituendolo con il Rock and Roll. Anche riequilibrato in questo modo nessuno griderebbe al capolavoro. Per un ritorno cosi importante era lecito attendersi un testo più vivo e serrato e invenzioni più divertenti. Siamo ben lontani dal Totò a Capri e dal Totò nel vagone letto delle sue grandi stagioni di alcuni anni fa. E tuttavia lo spettacolo vale la spesa. Totò era più disorientato che stanco, e mi dicono che ha fatto presto nelle recite successive a ritrovare quasi tutta la sua verve e il suo scatto. E, in ogni modo, egli è sempre e di gran lunga l'apparizione più esilarante del nostro teatro di rivista [...]».

Sandro De Feo, «L'Espresso, Roma», 2 dicembre 1956


«Totò rimane il comico di razza che tutti conosciamo.»

Raul Radice, A prescindere da Totò la rivista continua a decadere, «L’Europeo», n. 51, 16 dicembre 1956


«Il palcoscenico ci restituisce, oggi, un attore che il cinema ci aveva usurpato. Chiudiamo finalmente una parentesi di lontananza aperta, nella stagione 1950-1951, con le ultime repliche di Bada che ti mangio! Totò ci ha detto due mesi addietro: - Non ne potevo più -. Queste parole valgono assai più di qualunque altro commento»

I. Mormino, dal programma di sala, 1956


1956 05 03 Il Messaggero Toto lascia o raddoppia T L introChe deve fare Totò in un film intitolato "Totò lascia o raddoppia?" Raddoppia, naturalmente, e vince la posta massima, destreggiandosi come meglio può fra due gangsters dei quali uno ha scommesso che Totò lascia e l'altro che raddoppia. Non è una trovata tale da poter reggere un canovaccio da sola: perciò i soggettisti Metz e Marchesi di questo film di Mastroclnque hanno posto attorno ai comico, nei panni d'un duca squattrinato ed esperto di ippica, la bionda Dorlan Gray e la giovane Valerla Moriconi, quest’ultlma ignara d'essere figlia del duca fino all’ultima sequenza, la prima incaricata di far conoscere una canzonetta che s'ispira alla famosa trasmissione televisiva, in quanto al duca protagonista, ogni volta che lo si appella col suo titolo, egli risponde: «dica». E’ lo sforzo massimo che si sono imposti i dialoghisti di questo scherzo cine-televisivo nel quale gli onori di casa sono fatti, si capisce, da Mike Bongiorno ed al quale partecipa un attore americano, Bruce Cabot, che stavolta fa il gangster per burla dopo averlo fatto tante volte sul serio.

«Corriere della Sera», 4 maggio 1956


Dato il successo del noto telequiz, puntualmente è giunto il film che si propone di sfruttare appunto il successo del telequiz. Pare che il regista lo abbia realizzato con l'intenzione di offrire al pubblico uno spettacolo divertente. Quel che conta, però, è il risultato e il risultato è, nel modo più assoluto, deprimente.

Mario Gallo, «Avanti!», Roma, 5 maggio 1956


Non poteva essere che il cinematografo non facesse suo un grosso successo della Televisione, dopo che molti modesti programmi della Radio erano già stati trasportati sulla pellicola. Ecco quindi «Totò lascia o raddoppia?» diretto da Camillo Mastrocinque, in cui la rubrica di « telequiz» fornisce il pretesto per mostrare i soliti lazzi del principe De Curtis. [...] Quando in scena appare Totò, che è dotato di una innegabile forza comica, il film si regge, ma quando si tenta il dramma o il romanzo d’amore, la vicenda diviene ben povera cosa. Nel film appaiono anche Mike Bongiorno ed Edy Campagnoli, che hanno avuto il buon gusto di non entrare nella azione.

«Corriere d'Informazione», 5 maggio 1956


“Lascia o raddoppia” è il gioco del giorno. Poteva il cinema, che si era interessato di un'altra trasmissione, “Il motivo in maschera”, perdere una simile occasione proprio ora che tutto il pubblico è elettrizzato dal telequiz? Certamente no, ed ecco gli sceneggiatori Metz e Marchesi intessere sullo sfondo della trasmissione un canovaccio in bilico tra il comico, il giallo e il patetico che non mancherà certo di divertire il pubblico, ricco com'è di situazioni paradossali e di battute di dialogo frizzanti e fatte su misura per un Totò in gran forma. [...] Nell'insolito ruolo di uomo elegante vediamo Totò, impegnato in un genere nuovo di comicità, più castigata, più umana, che acquista in intensità quello che perde in lepidezza. Al suo fianco troviamo Dorian Gray, Mike Bongiorno, Valeria Moriconi, Carlo Croccolo e Bruce Cabot. A Camillo Mastrocinque il merito di aver ben inquadrato dell'evento di attualità in questo film che rimane sostanzialmente comico.

«Il Tempo», 5 maggio 1956


[...] Nell'insolito ruolo di un uomo elegante vediamo Totò, impegnato in un genere nuovo di comicità, più castigata, più umana, che acquista in intensità quello che perde in lepidezza.[...]

Vice, «Il Tempo», 5 maggio 1956


Il cinema italiano salda, almeno in parte, il suo credito con la TV. Questa sottrae con «Lascia e raddoppia» spettatori al cinema e il cinema, oggi, con un film ispirato appunto alla celebre trasmissione conta, a ragione, di sfruttarne lo strepitoso successo. In produzioni di questo genere la storia non ha molta importanza. [...] Una sciocchezzuola, insomma, ma amabile, spassosa e allegra anche se non sempre garbata. Una vicenda che si muove più sulle trovati e sul lazzi che sul meccanismo narrativo strappando senza fatica, risate a allegria. Protagonista è l'impagabile Totò: con lui Mike Bongiorno, Valeria Moriconi, Dorian Gray e Bruce Cabot.

P. V., «Il Popolo», 5 maggio 1956


Cotto e mangiato, il film sulla rubrica televisiva giunta agli onori dei resoconti completi sui quotidiani è risultato molto più digeribile di quanto la sua affrettata preparazione facesse prevedere, anzi spesso addirittura gustoso, manipolato a dovere da gli espertissimi "cuochi" Metz e Marchesi è presentato signorilmente dal "maitre" Camillo Mastrocinque, che giustamente ha firmato per esteso la sua fatica. Già, perché Mastrocinque, sul film diretti con la mano sinistra appone soltanto un frettoloso e ammiccante "Mastro5".
Il dilemma che dà il titolo al gioco - ed al quale, finora, soltanto il "controfagottato" Degoli ha risposto negativamente - è posto al malcapitato Totò addirittura con le pistole e di coltelli puntati, per indurlo a decidere in un senso o nell'altro. E la situazione è indubbiamente una felice, parossistica e farsesca esasperazione della tortura delle cabina di vetro di questi moderni "circenses". [...] Totò è Totò e tanto basta. Il saporito musetto di Valeria Moriconi batte, accanto a lui, le lambiccate avvenenza di Dorian Gray e di Rosanna Schiaffino. Anche Rocco D'Assunta è più gangster dell'autentico veterano Bruce Cabot. Mike Bongiorno ed Edy Campagnoli, ciascuno da parte di sé stesso, sono spigliati e cordiali che non dinanzi alle telecamere ed il gioco rivela sullo schermo, anche se ricostruito per burla, tutta la sua spettacolarità, quella carica di interesse umano ed agonistico e ha fatto la sua fortuna.

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 6 maggio 1956


L'imperante voga della noto trasmissione di «quiz» televisivi non poteva rimanere privo della consacrazione cinematografica: ad essa ha provveduto Camillo Mastrocinque, dando vita a questa pellicola che sfrutta con scarsa vena i motivi di attrazione emersi dalla popolare trasmissione televisiva. Inutile parlare. In questi casi, di trama e di interpretazione: il copione è un susseguirsi di «sketches» cuciti alla bell’e meglio, tra i quali soltanto un paio riescono a far centro nel bersaglio della risata, mentre Totò ripete i consueti motivi del suo ben noto repertorio comico. Accanto a lui sono Mike Bongiorno, Dorian Gray, Carlo Croccolo e Valeria Monconi.

Vice, «Il Messaggero», 6 maggio 1956


[...] non una battuta studiata, solo un arruffato e gratuito canovaccio dove Totò è lasciato libero a dar fondo al più sciocco repertorio di giochi di parole.

Vice, «L'Espresso», Roma, 13 maggio 1956


1956 06 07 Corriere della Sera Toto peppino la malafemmena L intro

Dopo una breve apparizione a Milano, corredata dai «flashes» dei fotografi, Totò è ritornato a Roma. Ma soltanto per poche ore. Domani sarà di nuovo in piazza del Duomo (l’ha promesso al vigile ritratto con lui nella fotografia) per cominciare il film «Malafemmina» ispirato alla sua nota canzone che ebbe enorme popolarità pochi anni or sono, contrappuntando le danze estive di una intera stagione.

Nel film, che sarà diretto da Camillo Mastrocinque, reciteranno anche Franca Faldini e Peppino De Filippo. Quest’ultimo è in procinto di partire con la sua Compagnia per l'America del Sud ma, prima, ha voluto assolvere l’impegno cinematografico che lo vede ancora una volta al fianco di Totò.

«Corriere della Sera», 7 giugno 1956


1956 09 07 Corriere della Sera Toto Peppino e la malafemmina T L intro[...] è proprio vero: con Totò e Peppino si ride sempre. Anche se il soggetto è così povero di fantasia, di originalità, di gusto come questo. [...] Se poco ci si mettessero (diciamo gli sceneggiatori, il regista), se sforzassero le loro meningi quel tanto da tirar fuori una storia decente, siamo certi che - attraverso la recitazione di Totò e Peppino - si potrebbero vedere dei film godibilissimi. E invece... [...]

«La Notte», 14 settembre 1956


Si gira a Milano con Totò - Dopo una breve apparizione a Milano, corredata dai «flashes» dei fotografi, Totò è ritornato a Roma! Ma soltanto per poche ore. Domani sarà di nuovo in piazza del Duomo (l’ha promesso al vigile ritratto con lui nella fotografia) per cominciare il film « Malafemmina » ispirato alla sua nota canzone che ebbe enorme popolarità pochi anni or sono, contrappuntando le danze estive di una intera stagione. Nel film, che sarà diretto da Camillo Mastrocinque. reciteranno anche Franca Faldini e Peppino De Filippo. Quest’ultimo è in procinto di partire con la sua Compagnia per l’America del Sud ma, prima, ha voluto assolvere l’impegno cinematografico che lo vede ancora una volta al fianco di Totò.

«Corriere dell'Informazione», 7 giugno 1956


Spunto e clima del film prendono l'avvio da una celebre canzone “Malafemmina” che, risolta la chiave umoristica, da un aspetto patetico e da bene al cliché dell'eroina tipo “Signora delle camelie”. [...] Concludendo, ce n'è per tutti i gusti in questo film diretto da Camillo Mastrocinque col solo intento di presentare ancora una volta i beniamini del pubblico Totò, Peppino De Filippo, Teddy Reno è una conturbante Dorian Gray, tutti molto bravi.

Vice, «Il Tempo», 31 agosto 1956


[...] L’esile trama è tenuta viva dalle consuete gags di Totò e Peppino De Filippo, dalle improvvisazioni canore di Teddy Reno e dalle personali risorse della bella Dorian Gray. La regia è di Camillo Mastrocinque.

Vice, «Il Messaggero», 31 agosto 1956


La comicità di Totò, l'arguzia di Peppino De Filippo, l'eleganza e la bellezza di Dorian Gray, il volto è la voce di Teddy Reno, le musiche di Luttazzi: ecco gli ingredienti con i quali Camillo Mastrocinque ha realizzato una pellicola spassosissima. Il pubblico ha dimostrato di gradirla così com’è, con delle piccole incoerenze ma ricca di umorismo della più buona lega. E le risate hanno riempito il cinema di prima visione. [...] Teddy Reno ha l'occasione di cantare con accompagnamento di chitarra un buon numero di canzoni napoletane a cominciare da “‘Na voce ‘na chitarra, ‘n poco ‘e luna”. Mastrocinque ha corretto la straripante comicità di Totò facendone una figura interessante. A posto tutti gli altri a cominciare dal bravo De Filippo nella parte del campagnolo impacciato. Bella la fotografia in bianco e nero.

Paglialunga, «Momento Sera», 1 settembre 1956


[...] È con i lazzi di Totò e con l'espressione di bifolco al cubo dì Peppino De Filippo che si fanno le migliori risate, anche se le battute, che ricalcano schemi vecchi e conosciuti, non sempre hanno il pregio dell'originalità. Totò e Peppino sono misurati e spassosi.

 Vice, «Corriere Lombardo», Milano, 7 settembre 1956


Si avverte ogni tanto, nei nostri film di recente produzione, un fenomeno alquanto preoccupante. C'è, per esempio, un drammone con tanto di cuori infranti e di eventi apocalittici, ed inspiegabilmente i fatti più idonei a strappare le lacrime vengono dì colpo abbandonati a se stessi per inserire del brani umoristici degni delle « pochades » che rallegrarono i nostri nonni. Avviene qualcosa d’analogo, ma alla rovescia, in "Totò, Peppino e la... malafemmina", di Mastrocinque. Bastano i nomi degli attori promessi nel titolo per far capire che è un film che vuole far ridere. E non è che Totò e Peppino de Filippo, nei panni di due fratelli, contadini meridionali — il primo scroccone e prodigo con i soldi dell'altro, taccagno — si risparmino per tener fede all'aspettativa del pubblico. Ma il loro compito ò reso arduo dagli sceneggiatori, che hanno affibbiato agli allegri fratelli un nipote, studente di medicina e dotato dei mezzi canori di Teddy Reno [...]

«Corriere della Sera», 9 settembre 1956


Si parla tanto della necessità di migliorare il cinema italiano, di ridargli respiro, di liberarlo dai limiti del macchiettismo provinciale. Ecco, infatti: si continuano a fare film come «Totò, Peppino e... la malafemmina», una farsa grossolana urlata In dialetto napoletano dalla prima scena all'ultima. Che probabilmente, dato i gusti di gran parte del pubblico, ormai incapace di pretendere dei buoni spettacoli, renderà al produttori parecchi quattrini. Se si va avanti cosi, il mercato cinematografico non avrà più distinzioni, tutta l'Italia sarà «provincia». Il film in questione è avanspettacolo e fumetto della peggiore qualità, nè la presenza di bravi attori come Totò e Peppino De Filippo si fa avvertire, almeno sul piano della buona recitazione. Di Dorian Gray e Teddy Reno come attori dì cinema non mette conto di parlare: si muovono cosi palesemente a disagio da non riuscire neanche ad irritare. Tutto il resto, è meglio dimenticarlo.

Vice, «L'Avanti», 9 settembre 1956


Girato in parte a Milano, Quest'ultimo film di Totò e De Filippo vive e prospera sulle battute, sui dialoghi dei due principali interpreti. La vicenda è creata apposta per favorire questo fuoco artificiale che, seppure non compone sempre nel cielo splendidi giochi di lampeggianti colori, riesce a piacere a quel pubblico che vuol passare due ore in poltrona impegnato a seguire con gusto la complessa mimica del principe De Curtis e quella più misurata del suo compagno [...] Totò e Peppino se la cavano — per quanto li riguarda — con spirito e consumato mestiere. Non altrettanto accade agli altri attori che recitano senza molta convinzione (Dorian Gray è tanto più brava in teatro e Teddy Reno è tanto più a suo posto dinanzi a un microfono) senza cioè nè spirito, nè consumato mestiere.

«Corriere dell'Informazione», 10 settembre 1956

1956 12 26 Il Messaggero Toto Peppino e i fuorilegge T L introA pensarci è una malinconia. Totò è il più estroso comico del nostro tempo, Peppino porta ogni anno sui palcoscenici della penisola la strepitosa allegria dei nostri comici dell'Arte, Titina è, quando il copione l'aiuta, un'attrice che tiene testa a chiunque nella commedia dialettale. Che cosa potrebbero fare insieme se un produttore intelligente spendesse qualche milione in più per la stesura di una sceneggiatura scritta col cervello invece che con i piedi? Comunque, un duetto tra Totò e Peppino vale sempre la spesa del biglietto [...]

Morando Morandini, 1956


La moglie avara e il marito scialacquone; un rapimento simulato, seguito da un rapimento vero; la bisboccia di due compari nel locali notturni di perdizione; c, nello sfondo, l'Idillio di due giovani: questo nel canovaccio clic Vittorio Metz ha dato al regista Camillo Mastrocinque per il film Totò, Peppino e i fuorilegge. Non è tutta materia divertente e meno ancora inedita, sono tipi e situazioni che ci accompagnano fedelmente da molti anni; ma se si collocano nel quadro del teatrino minore, dialettale, dal quale sono assorbiti. non c’é ragione di considerarli con severità e corruccio. [...] Ma la farsetta, recitata con spontaneità e immediatezza dai due De Filippo, da Totò e dagli altri, e priva delle grossolanità licenziose che spesso volgarizzano questo genere di film, scorre senza cigolii sino alla fine. Il musetto di Dorian Gray, la fldanzatina del giornalista, é grazioso e gli occhiali non gli tolgono nulla, la miopia si addice alle stelline.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 6 gennaio 1957


Il tandem Totò - Peppino De Filippo conduce una nuova impresa farsesca e questa volta nel campo della malavita. [...] Camillo Mastrocinque con doviziosa parità di trovate e matte risate che si rincorrono per tutto ti film in un vertiginoso carosello di situazioni incalzanti, di trovate paradossali, di allegre battute. Data la materia si è puntato soprattutto sul lato comico senza indulgere a quelle sfumature patetiche o ricche di umanità che sono la prerogativa dei genere comico proprio, in altre occasioni precedenti, della coppia Totò - Peppino De Filippo. [...] Il complesso degli interpreti che circondano i due protagonisti è imponente e tutti si prodigano per far dal loro meglio. Ha diretto secondo i soliti schemi, Camillo Mastrocinque.

Vice, «Il Tempo», 31 dicembre 1956


Nella serie di Totò, Peppino e qualcos'altro si inserisce, con un tantino di qualità narrative e di trovate, quest’ultimo film in cui si narra di un marito soffocato dalla avarizia della moglie alla quale fa credere di essere stato preso in ostaggio dai banditi.[...] Trovate e soluzioni sono spesso di cattiva lega, tuttavia la comicità immediata di Totò e Peppino De Filippo, il personaggio della avara, abilmente disegnato da Titina, ed alcune caratterizzazioni assicurano al film un certo consenso. E' con questo tipo di produzione che si chiude il 1956. Crisi e film di Totò da una parte, dall’altra, cioè dal fronte degli esercenti, si continua a combattere con successo. E’ di ieri la notizia dell’apertura di un nuovo cinema: il Mignon.

Vice, «Il Popolo», 21 dicembre 1956


Non si può dire che i film italiani abbiano abbondato, sui nostri schermi, in questo periodo di festività: la crisi, purtroppo, non la risolve Papà Natale e quando i film "da festa" non ci sono non si può pretendere che gli esercenti rifiutino i «colossi» stranieri per fai posto agli «scartini» nostrani. Tuttavia, non faremo Capodanno senza Totò e speriamo che questo segno di buonumore sia propizio per il nuovo anno cinematografico. Non staremo, naturalmente, a discettare su di un film come questo che discettazioni davvero non chiede. Si ride e tanto basta. Si potrebbe ridere di più e meglio, è vero: beh, sarà per un'altra volta! Ai punto in cui siamo, contano anche le « presenze »: e il nostro grande comico non è venuto meno alla tradizione, che lo vuole ogni anno ad augurarci nelle sale cinematografiche il tradizionale «buona fine e buon principio». [...] Diretto con svelta pulizia da Camillo Mastrocinque, il film si avvale, oltre che della decisiva presenza del due protagonisti, degli apporti di Titina De Filippo, di una cinematograficamente più matura Dorian Gray, di Franco Interlenghi, Memmo Carotenuto, Teddy Reno e Maria Pia Casiiio.

Vice, «Momento Sera», 1 gennaio 1957


[...] Il provincialotto è Totò, la moglie Titina De Filippo, e il barbiere Peppino De Filippo. Se la cavano tutti o tre da bravi mestieranti, strappando quelle risate di cui poi, subito. ci si pente. Il giornalista è Franco Interlenghi, che da alcuni anni è uno del nostri migliori attori cinematografici senza aver Imparato ancora a recitare, e dimenticavo di dire che c’è anche Dorian Gray, i cui meriti son tutti nella scollatura. Regia alla buona, fotografia alla buona, sceneggiatura idem ma per un pubblico che si contenta di tanto poco, tutto va bene.

Mosca, «Corriere dell'Informazione», 1 gennaio 1957


Dopo la serie dei Pane e amore e dei Don Camillo, abbiamo ora dunque quella dei Totò e Peppino. C’era da aspettarselo, visto che Totò Peppino e la... malafemmina è il film italiano che ha totalizzato gli incassi più alti dell'attuale stagione cinematografica: cosa questa che tanto più colpisce in quanto si tratta di un modesto filmetto in bianco e nero, realizzato senza pretese e privo di particolari attrattive d’ordine spettacolare. L'accoppiamento di Totò con Peppino De Filippo rappresenta evidentemente una buona trovata, capace di fare larga presa sul pubblico; in effetti l’incontro e il contrasto fra la maschera comica dell'uno, cosi mossa, pronta al lazzo e alla buffoneria, con quella dell’altro, fissa su un modulo di serietà grave e un po’ atona, come di chi prende tutto sul serio e capisce sempre a metà; questo incontro riesce realmente ricco di effetti e sa far sorridere lo spettatore nonostante la incredibile banalità del soggetto. [...] Personaggi come quelli incarnati da Totò e De Filippo in questi film di Mastrocinque esprimono a perfezione una situazione di tal genere; poveri diavoli, a metà fatti di grossolana astuzia e a metà di ingenua balordaggine, aspiranti alla bella vita e condannati a tirare a campare, tiranneggiati dai parenti o dagli amici e smaniosi di imporre le proprie trovate balzane; siamo sul terreno della farsa di paese, che si manifesta ormai, con le sue ricchissime tradizioni, l'unica àncora di salvezza cui il nostro cinema sia capace di aggrapparsi.

Ai due protagonisti fanno corona Titina De Filippo con le sue consuete qualità di attrice, Dorian Gray con le sue interessanti scollature, Memmo Carotenuto e Franco Interlenghi, la cui recitazione sarebbe stata trovata seriamente manchevole in qualsiasi filodrammatica di dilettanti.

«Cinema Nuovo», 1 febbraio 1957


1956 10 07 Domenica del Corriere intro

1956 10 07 Domenica del Corriere firma

Antonio de Curtis, «Domenica del Corriere», Anno 58, n.41, 7 ottobre 1956


Articoli d'epoca, anno 1956


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