Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1961



Indice degli avvenimenti importanti nel 1961

Gennaio 1961 Il canile di Totò, l'"Ospizio dei trovatelli" ha un nuovo ospite, molto famoso: il pastore tedesco, pluridecorato, Dox, in forza alla Polizia di Stato. Collocato in pensione, rischiò di non avere più una casa, ma il suo padrone (il Brigadiere Maimone) fece un appello, subito raccolto da Antonio de Curtis e Franca Faldini che presero con loro la bestiola.

Gennaio 1961 Viene presentata una richiesta al Comune di Cava De' Tirreni dal legale del principe Antonio De Curtis relativa all’acquisto di un quadro che è nell’aula consiliare e raffigura un Camillus De Curtis, antenato del popolarissimo Totò. («L'antenato che Totò non potè comprare»)

21 marzo 1961 L'ex tenutaria del canile di Via Forte Boccea, Elide Brigada, ha citato in causa Antonio de Curtis, con l'intento di essere reintegrata nella gestione del canile.

22 luglio 1961 Viene assegnata ad Antonio de Curtis la "Grolla d'Oro" al merito del cinema. Impossibilitato a ritirare il premio, fu assegnato ad Alberto Sordi

27 settembre 1961 Antonio de Curtis riceve la "Maschera d'argento" per il cinema

2 dicembre 1961 a Roma viene assegnato ad Antonio de Curtis il "Trapezio d'Oro"

Indice della rassegna stampa dei film per il 1961

Totò, Peppino e... la dolce vita Distribuzione: 23 febbraio 1961

Sua eccellenza si fermò a mangiare Distribuzione: 17 marzo 1961

Totò Truffa '62 Distribuzione: 7 agosto 1961

I due marescialli Distribuzione: 5 dicembre 1961

Altri artisti ed altri temi


Totò

Articoli d'epoca, anno 1961

26 Giu 2014

Totò, il principe che amava gli animali

Totò, il principe che amava gli animali Un cane idrofobo fu seviziato e ucciso per aver morso un bambino. Tre o quattro ragazzacci gli spaccarono la testa a pietrate e poi lo gettarono nel Tevere con le zampe legate. Io piansi per quella povera…
Daniele Palmesi - Federico Clemente
13688
05 Giu 2015

Dox, il poliziotto del principe de Curtis

Dox, il poliziotto del principe de Curtis Antonio de Curtis ebbe anche cani “suoi” (ammesso che non considerasse propri tutti i “trovatelli” che faceva personalmente curare, ospitare ed accudire). Accolse infatti nel suo canile i due cani poliziotto…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
7900

«Corriere della Sera», 2 gennaio 1961


«Corriere della Sera», 16 gennaio 1961 - «Dox, il poliziotto del principe de Curtis»


Con il generoso intervento del popolare attore napoletano è stata risolta una situazione disperata, ma tutti possono aiutare le povere bestiole destinate alla camera a gas

Sandro Delli Ponti, «Il Piccolo di Trieste», 16 gennaio 1961


«Gazzetta di Mantova0187, 20 gennaio 1961


Salerno 20 gennaio, notte.

Il Consiglio comunale di Cava dei Tirreni, nella sua odierna riunione, s’è dovuto fra l’altro occupare di una richiesta presentata dal legale del principe Antonio De Curtis relativa all’acquisto di un quadro che è nell’aula consiliare e raffigura un Camillus De Curtis, antenato del popolarissimo Totò.

I consiglieri, pur valutando il motivo sentimentale della richiesta, non hanno ritenuto opportuno accoglierla. La famiglia De Curtis, tra il 1500 e il 1600, ha dimorato nel Salernitano e, particolarmente, a Cava dei Tirreni. Nella basilica di Maria Santissima dell’Olmo, una lapide funeraria del 1600 ricorda un Nicola De Curtis. Inoltre, documenti conservati nell’archivio di Stato di Salerno tramandano che un ramo dei De Curtis faceva parte dei patrizi di Ravello.

«Corriere della Sera», 21 gennaio 1961 - «L'antenato che Totò non potè comprare»


TOTO', PEPPINO E... LA DOLCE VITA

Distribuzione: 23 febbraio 1961

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


«Corriere d'informazione», 22 marzo 1961 - «L'Ospizio dei Trovatelli»


1951 03 31 Novella aXLII n13 Toto intro

Se scoppia un incendio, se una nave cola a picco, se crollano i lampadari, se qualcuno cade morto all’improvviso, la colpa è dello “iettatore”: così assicurano gli esperti in materia e così assicura l’autore di questo servizio, che si vanta di conoscere i tre più famosi iettatori di Napoli ma che, da buon napoletano, si guarda bene dal nominarli

[...] Ora io, concludendo, sarei tentato di raccontare certe strabilianti storie di iettatori napoletani, ma faccio forza a me stesso e me ne astengo per i motivi ai quali ho già accennato. Preferisco invece rievocare, per chi non l’abbia presente, una nota commedia di Luigi Pirandello, La Patente, un atto unico del 1918 che qualche anno fa è stato messo anche in film e che ha avuto come protagonista Totò.

Il signor Rosario Chiarchiaro, dunque, ritenuto da tutti i suoi conoscenti un formidabile iettatore, si riduce sul lastrico. Ma finalmente egli ha una idea geniale: querelerà alcuni di coloro che lo additano quale iettatore, ma li querelerà non per vederli condannati, bensì per vederli assolti. Egli stesso fornirà agli avvocati avversari le prove che è iettatore, in maniera appunto da far assolvere i suoi diffamatori.

1961 03 31 Novella aXLII n13 Toto f1Totò mostra l'enorme corno portafortuna che, come quasi tutti i napoletani (sebbene qui in proporzioni alquanto insolite), il. popolare comico conserva nella sua abitazione, contro la iettatura. Qualche anno fa Totò è stato l'interprete, in un film, di un episodio tratto da una commedia di Pirandello, in cui interpretava lui stesso la parte di uno iettatore

Il ragionamento che fa Rosario Chiarchiaro è semplicissimo: una volta assolti coloro che lo definiscono iettatore, egli verrà automaticamente riconosciuto a termini di legge come iettatore, avrà insomma una autentica patente di iettatore. E sarà da questa patente che egli trarrà i mezzi di vita. In che maniera? Ma fermandosi, per esempio, accanto alla vetrina di un negozio e accettando di allontanarsi soltanto quando il proprietario, preoccupato per le sventure che egli potrà causargli, non gli avrà versato una congrua mancia Oppure accettando di recarsi a casa di Caio a portargli male per incarico di Sempronio dal quale si sarà fatto adeguatamente pagare. Rosario Chiarchiaro supplicherà, nella commedia pirandelliana, il giudice D’Andrea di assolvere i querelati. «Ho figli, debbo vivere!», è il grido di Chiarchiaro. Il giudice D’Andrea è imbarazzato. La legge non ammette la iettatura e quindi egli dovrà condannare i diffamatori di Chiarchiaro. Ma ecco che la iettatura incomincia ad abbattersi proprio sul giudice...

Come il giudice D'Andrea, io non credo alla iettatura anche perché, come ho detto, ho avuto occasione di frequentare i tre più famosi iettatori di Napoli e non me ne è mai incolto male. Anzi non voglio fare a meno, a conclusione di queste pagine, di far giungere ad essi, che certamente si saranno riconosciuti, i sensi più alti della mia affettuosa e devota amicizia. Nonché un caloroso abbraccio.

Vittorio Paliotti, «Novella», anno XLII, n.13, 30 marzo 1961


SUA ECCELLENZA SI FERMO' A MANGIARE

Distribuzione: 17 marzo 1961

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


«Corriere d'informazione», 2 aprile 1961


Peraltro non mancheranno le novità. Entro maggio dovrebbe essere varato un nuovo super-show, addirittura con Totò, Sandra Milo, Anita Ekberg e Dorian Gray; il super-show si chiamerebbe «Lady Fortuna» e sarebbe congegnato in chiave di chiromanzia.

«Il Piccolo di Trieste», 8 aprile 1961


«Corriere della Sera», 22 luglio 1961 - «Totò, i premi, i riconoscimenti»


TOTO'TRUFFA '62

Distribuzione: 7 agosto 1961

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


«La Stampa», 15 agosto 1961


«Momento Sera», 19 agosto 1961


«La Stampa»,16 settembre 1961 - Quattro canzoni di Antonio de Curtis vengono escluse dal «Festival di Napoli»


«Corriere della Sera», 29 settembre 1961 - «Totò, i premi, i riconoscimenti»


«Tutto - ha detto - è nelle mani delle case discografiche, anche le trasmissioni della R. A. I.»

Roma 24 novembre, notte.

L’attore Totò non comparirà sui teleschermi: lui stesso ha smentito stamane le notizie apparse su qualche giornale' a proposito di uno spettacolo televisivo che i dirigenti della R.A.I. avrebbero ideato apposta per lui e che avrebbe dovuto essere sottoposto all’approvazione di Sergio Pugliese.

Il principe De Curtis però ha smentito queste voci: «Non farò della televisione perchè è un genere che non mi interessa. Quanto al canovacci della commedia dell’arte sarebbe interessante riproporli ad un pubblico moderno, ma nascerebbero molti problemi di censura: lasciare intatte le trame, quasi tutte a sfondo licenzioso e impostate su doppi sensi ed equivoci, sarebbe inopportuno; Rimaneggiarle e sfrondarle porterebbe a trarne cose del tutto diverse».

Totò non ha mancato di riaprire la sua polemica preferita sul mondo delle canzoni e sulle difficoltà che incontrano parolieri e musicisti per raggiungere il successo quando non siano legati a una casa editrice . musicale o discografica. «Oggi la canzone è un’industria — ha detto il principe De Curtis — e come tale deve essere sempre sottoposta ad un razionale ed accurato "piano di produzione". Chi scrive musica e versi per il piacere di farlo non può più sapere, attraverso il pubblico, se ciò che fa è bello o è brutto».

«Nessun musicista dilettante — ha aggiunto l’attore-compositore — può sperare di raggiungere la radio o i dischi: ogni cantante è legato da contratti che gli impediscono di mettere in repertorio brani che non siano quelli fomiti dalle case da cui dipende. E la R.A.I. mette in onda solo canzoni che le giungono attraverso case editrici musicali o industrie discografiche. Io perciò scrivo canzoni e me le tengo nel cassetto: le scrivo soltanto per me. L’ultima è intitolata "L’ammore avesse a essere": un motivo moderno, anche se non 'urlato', che però forse nessuno sentirà mai».

«Corriere della Sera», 25 novembre 1961


«Il Messaggero», 1 dicembre 1961 - «Totò, i premi, i riconoscimenti»


I DUE MARESCIALLI

Distribuzione: 5 dicembre 1961

Qui la rassegna stampa e la scheda completa del film


«Cinema Nuovo», dicembre 1961


Altri artisti ed altri temi

Articoli d'epoca, anno 1961

19 Gen 2023

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1961 Epoca Eduardo De Filippo intro

La televisione ha chiesto a Eduardo De Filippo di approntare una serie di recite per il secondo canale. Si tratta di una decina di sue commedie. Vorrei sapere dallo stesso De Filippo se, nel mettere in onda le sue commedie, incontra particolari difficoltà dovendo servirsi di un nuovo mezzo espressivo. (L. Stefano, Napoli)

Quando mi sono accinto a ridurre per edizioni televisive alcune mie commedie, temevo e non mi nascondevo le difficoltà che mi aspettavano al varco. All’atto pratico le mie previsioni erano forse più nere di quanto si stia dimostrando la realtà. In qualunque forma del nostro lavoro, le situazioni difficili da risolvere e superare non mancano certamente mai, ma debbo dire che, ili certi casi, questo nuovo mezzo espressivo, lungi dal crearmi degli ostacoli, si è dimostrato invece un ottimo alleato.

Per esempio, il mezzo televisivo « risolve » certe situazioni in un modo migliore di quanto le risolva il teatro tradizionale: in un primo luogo la scena acquista maggior vivezza, attraverso una ricchezza di particolari che in teatro possono più facilmente sfuggire, quando poi non siano del tutto improducibili; inoltre, attraverso lo schermo televisivo si possono sottolineare alcune determinate battute che, con altri mezzi scenici, ottengono un risalto minore. Naturalmente la mia esperienza di regista cinematografico mi è stata molto utile in questa nuova attività.

In quanto all’ipotesi, formulata da molti, che una commedia originariamente scritta per il teatro possa essere falsata nel suo successivo adattamento televisivo, ritengo che essa sia teoricamente accettabile. Sta ai tecnici, in primo luogo a) regista e allo sceneggiato-re, lo scongiurare questa eventualità, attraverso uno studio e una elaborazione seria e approfondita dell'opera che stanno trattando.

Eduardo De Filippo, «Epoca», 1961


1961 Epoca Ettore Petrolini intro

Nelle "assurdità” del comico romano si anticipano i motivi di tutta una scuola satirica che da Rascel e da Totò arriva fino a lonesco.

1961 Epoca Ettore Petrolini f1Quando, incisa in quei dischi pieni d’anni e di fruscii, ascolto la voce di Petrolini mi pare tutto un sogno: che ci sia stata quell’Italia, voglio dire, l'Italia fino al ’36, l'anno in cui il grande attore morì, poco dopo la proclamazione dell’Impero; e che, affondata nella polpa di quell’Italia, ci sia stata quella voce, che scavava come un baco in un frutto; ed era meglio il baco.

C’è in quella voce l’antica tristezza italiana, la cui radice si perde nei secoli, quello scetticismo feroce e insieme malinconico, quella monumentale solitudine che ci sono stati lasciati in eredità da una storia illustre e cenciosa. Quella voce acida e irridente, quel tragico sogghigno sono davvero oggi, per noi italiani, un richiamo della memoria inconscia. L’acuto Pietro Bianchi ha ragione quando, nella prefazione ad una recente raccolta di testi petroliniani, scrìve che Petrolini «era il rappresentante più forte, più tipico dell’antica Italia, frenetica, rissosa, dolorosa, del ’600. Era l’ultimo superstite di una grandezza che non andava più d’accordo coi tempi moderni». Questo vedere il grande comico stagliato sullo sfondo di una luce caravaggesca è indubbiamente un’idea, oltre che una felice immagine poetica.

Ma quali sono i testi che qui vengono offerti al lettore, tolti dalle varie pubblicazioni che ne fece a suo tempo Petrolini stesso? Sono quasi tutti i più noti, le famose tiritere, le filastrocche, i couplets delle immortali macchiette, da «Gastone» a «Giggi er Bullo» a «Fortunello». Ci sono il bozzetto Romani de Roma, la commedia in tre atti L’ottobrata, 1 atto buffonesco del Nerone, gli stornelli del «Sor Capanna» e molte altre cose ancora. Manca, per ragioni di proprietà editoriale (ed è un peccato) quella che è certo la miglior commedia di Petrolini autore: Chicchignola.

Il fatto singolare è che molti di tali testi, anche privati della vita che dava loro quella voce inimitabile, stanno in piedi benissimo. È inutile ricordare che Petrolini è alla radice di tutto un teatro. Non c’è, si può dire, comico di rivista che non abbia contratto con lui dei grossi debiti; ma mentre quasi tutte le filastrocche di Rascel o i testi delle macchiette di Totò (tanto per citarne due dei più tipici fra i tanti) sono puramente funzionali. certe «assurdità» di Petrolini precedono di tren-t’anni, con molte pagine di Campanile, il teatro di Ionesco. Esempio: Domenica scorsa i coniugi Alfani sorbivano tranquillamente il caffè sul balcone della loro abitazione quando, in seguito a un falso movimento, cadde la conversazione. Alcuni passanti la raccolsero esanime sul marciapiede sottostante. Oppure, nella immortale serie dei «Salamini»: Mi chiamo Ambrogio - Ho l’orologio - che segna sempre - le ventitré - Chi sa perché. - E quando piove - riparo dove - l'acqua non cade - sopra di me. - Chi sa perché. E ancora: Fiore di virgoletta e di bacillo - quando ti vedo mi fa male un callo. - Ti amo come si ama il coccodrillo. -Fiore di pippa spenta in bocca a un pollo - sei bella più del grasso del cappello - più di una busta senza francobollo.

La forza di sconsacrazione del luogo comune, del cliché di moda, del vacuo sentimentalismo, della retorica letteraria, di certi tromboneschi atteggiamenti politici fa di Petrolini un’immagine guizzante, un fantasma beffardo volta a volta in frac e cilindro («Gastone»), in parrucca rossa e zoccoli ( «Ti ha piaciato?»), in giacca corta e pantaloni attillati a quadrettini («Giggi er Bullo»). «Sguaiato, scettico, disordinato, dispregiatore, ironico, crudele, quello che interessa a Petrolini è di rovinare e mandare a male tutto quello che gli capita tra le mani o, meglio, tra le labbra», scrisse Alberto Cecchi, brillante scettico blu della critica romana tra il ’24 e il ’33.

Fin troppo facile scoprire, sotto tutto ciò, il risvolto tragico. Il dolore era segnato secondo linee geometriche su quel suo volto triangolare, misterioso, pallido. L'antico corrigendo (era stato mandato da ragazzo, per un fallo da poco, in un riformatorio piemontese) era arrivato a interpretare Pirandello, aveva recitato Il medico per forza di Molière alla Comédie Francaise, era riuscito a scrivere una bella commedia, Chicchignola. Ormai era noto e acclamato in tutto il mondo. Gli piombò addosso il male. Non si arrese. Come racconta Ghigo De Chiara in un documentato libretto su Petrolini, continuava a casa sua, fra letto e poltrona, il suo teatrino privato. Il medico badava a ripetergli: «Mi raccomando, immobilità assoluta, ne va della sua vita...». «Non mi sono mosso», lasciò scritto Petrolini: «La notte, dalla finestra, entrò un ladro mascherato e, rivoltella alla mano, mi gridò: “Se lei si muove è morto!’’. “Lo so”, gli risposi, “me lo ha detto anche il dottore...’’.» E quando s’accorse che era finita: «A cinquantanni! Morire a cinquant’anni, che vergogna!».’ Una battuta enorme, un punto esclamativo scagliato come un fulmine.

Lo vidi da ragazzo, una volta, al vecchio «Filodrammatici» di Milano. Recitava in una commedia che non era gran che. Ma quando nell’intermezzo Venne fuori con la chitarra a tracolla, a cantare le strofe dei «Salamini», naso adunco, bocca a fessura di salvadanaio, occhi tristi; e a un certo punto si interruppe e gridò con voce a taglio di coltello: «Be’, si può sapere cosa c’è da ridere?», passò come un gelo nella schiena d’ognuno. Allora, nel silenzio allibito, lui scoppiò in una grande, fresca, fanciullesca risata e ricominciò: «Ho comprato i salamini e me ne vanto - Se qualcuno ci patisce che io canto...».

Roberto De Monticelli, «Epoca», 1961


1961 Epoca Raffaele Viviani intro

L'artista fece incidere nel suo studio un motto che riassumeva la sua vita: “Ce ne stanno fatiche!”

La vena dolorosa e arguta di Raffaele Viviani ha messo foce in questi anni. Sta acadendo per l'autore-attore napoletano quanto è accaduto per Carlo Bertolazzi : che cioè a una relativa indifferenza del pubblico e della critica in vita seguono un acuto interesse e addirittura il successo dopo la morte dell'artista. L'ostilità che il Viviani dovette subire durante quei suoi duri pellegrinaggi di capocomico d’una compagnia napoletana fu dovuta all’atmosfera politica del ventennio fascista: quel suo sciorinare sul palcoscenico i panni di una Napoli per nulla folcloristica e pittoresca ma aspra ed amara, l'evidente socialità del suo teatro, danno fastidio; e, su sollecitazioni della cultura ufficiale, venne bandita la famigerata campagna contro il dialetto. Questo, per quanto riguarda l'ostilità. Ma l’indifferenza, la scettica disinvoltura con cui i grossi critici del giornalismo d'allora lasciarono cadere la sua offerta di poesia, restano il frutto di una singolare insensibilità alle voci italiane più autentiche e disperate.

Del resto, con quale dispettoso ritardo quei signori capitolarono davanti al genio di Pirandello. Aveva ragione Viviani quando, sulla fine della vita, fece incidere nel suo studio il motto: «Ce ne stanno fatiche!».

Il nome di Pirandello non è fatto a caso. Se si prende per esempio questa Figliata, rappresentata dalla compagnia di Nino Taranto con la regia del figlio dell'autore, Vittorio Viviani, è impossibile non ritrovarci il contraccolpo di certe invenzioni pirandelliane. Lo scrittore siciliano parte, in più d'una sua commedia, dal candore; da una specie di fiducia ingenua dei personaggi in quelle che sono le regole della morale di convenzione; poi gli mette sotto i piedi la miccia di quella sua logica micidiale e quei poveri pupazzi saltano per aria.

Ne La figliata, con assai meno preoccupazioni dialettiche, semplicemente abbandonandosi alla pateticità d un caso umano, Viviani ripete un'operazione del genera Questo suo Don Gennaro, infatti, piccolo impiegato dei lotto, brutto, fortemente miope, un povero diavolo insom-ma. vive senza saperlo appoggiato al paravento di carta di un'apparenza. Ha spoeto una bella ragazza di cui è innamorato ma non sa che, tra lei e la madre, l'hanno preso nel laccio aH'ultimo momento per coprire un guaio; non sa che il figlio che deve nascere non è suo, ma di un uomo che la moglie ama ancora, a sua volta sposato e con figli. E proprio costui, che gli fa l'onore di mandargli una serenata sotto le finestre la notte in cui la moglie sta partorendo, il candido Don Gennaro colma di gentilezze e carezze, se lo coccola, vuole che gli tenga a battesimo il neonato, come padrino. Il vicinato, pettegolo e perfido, sa tutto e se la ride. Quando poi, proprio durante la festa del battesimo, il poveruomo, tramite la moglie gelosa di quell'altro, viene a scoprire la verità, il lampo è troppo abbagliante per quei suoi occhi meschini. Si scaglia sul rivale e tenta di strozzarlo. Nemmeno a questo riuscirà. Il buio gli è sceso improvvisamente sulle pupille, se ne va barcollando e gridando : «Io nun ce veco... Io nun ce veco...».

Quest’ultima scena, violentissima e persino un po’ «granguignolesca», accende il corto circuito fra gli spettatori, che hanno sempre saputo fin dalle prime battute, e il protagonista che conosce la verità solo in quel momento; ma sul dissidio fra apparenza e realtà, tipico tema pirandelliano, tutta la commedia è costruita; da tale contrasto esce il grottesco. Tutt’altra cosa Il vicolo, che fu il primo atto unico scritto dal Viviani nel 1917. Mentre ne La figliata il milieu sociale è quello impiegatizio piccolo-borghese, qui siamo decisamente in mezzo al popolo. Ci sono le premesse dei grossi affreschi popolari dipinti più tardi. Null'altro che un vicolo di Napoli e i suoi personaggi, non già visti attraverso la lente sentimentale ma nella prospettiva d'una dura obiettività, d'un distacco che già allude, pur temperato com’è dall'ironia, a quel c teatro epico» che stava nascendo negli stessi anni in Germania. Le poesie e le musiche di Viviani sono deliziose. C’è inoltre in esse, senza alcuna compiacenza, un riflesso della grande stagione del Café-chantant napoletano, un patetico barbaglio della Belle Epoque. Taranto e i suoi compagni - l'efficacissima Luisa Conte, l’interessante Angela Luce, Ugo D’Alessio, Amedeo Girard, Nino Veglia non potrebbero essere più bravi.

Roberto De Monticelli, «Epoca», 1961


«Gazzetta di Mantova», 19 gennaio 1961


«Il Musichiere», 11 febbraio 1961


1961 04 22 Il Musichiere Ubaldo Lay intro

«Il Musichiere», 22 aprile 1961 - Ubaldo Lay


1961 05 05 Il Musichiere Mina intro

«Il Musichiere», 5 maggio 1961 - Mina


1961 07 02 Epoca E A Mario intro

A settantasette anni E. A. Mario componeva ancora con entusiasmo: era celebre ma povero

Aldo Falivena, «Epoca», anno XII, n.561, 2 luglio 1961


«La Stampa», 11 luglio 1961


Le disavventure raccontate da Alberto Talegalli riuscivano a far ridere, anche quelle drammatiche: era questo l’indice più certo della spontaneità dell’attore, scomparso giorni fa in un incidente stradale

Umberto De Franciscis, «Tempo», anno XXIII, n.29, 22 luglio 1961


1961 11 04 Tempo Ernesto Calindri intro

Il figlio di Ernesto Calindri ha preso il nome di Fra’ Massimiliano per ricordare un frate polacco ucciso dai nazisti durante la guerra

Corrado Stajano, «Tempo», anno XXIII, n.44, 4 novembre 1961


Ha cominciato fortissimo. Poi ci fu il crollo di Sanremo e adesso detta ancora legge. Anche per le Kessler, però, è andata piuttosto bene.

al. pi., «Domenica del Corriere», 24 dicembre 1961

1961 Epoca Gemelle Kessler intro

«Noi donne», 1961 - Gemelle Kessler


1961 Epoca Sylva Koscina intro

«Epoca», 1961 - Sylva Koscina


1961 01 Radiocorriere TV Eduardo De Filippo intro

«Radiocorriere TV», gennaio 1961


1961 03 02 Oggi Sylva Koscina intro

«Oggi», 2 marzo 1961 - Sylva Koscina


1961 03 09 Oggi Ernesto Calindri intro

“Possibile”, dice il bravo attore, “che, dopo trent'anni di carriera, il grosso pubblico mi conosca soprattutto per i cortometraggi pubblicitari alla televisione?”

Neera Ferreri, «Oggi», 9 marzo 1961


«Gazzetta di Mantova», 29 marzo 1961


1961 05 05 Il Musichiere Ernesto Calindri intro

«Il Musichiere», 5 maggio 1961 - Ernesto Calindri


1961 06 11 Epoca Dino De Laurentiis intro

Dino De Laurentiis ha concepito il più colossale progetto della storia del cinema: tradurre tutta la Bibbia in un film diretto dai dieci più quotati registi del mondo.

Brunello Vandano, «Epoca», 11 giugno 1961


Sulla banchina del porto non c'era nessuno a salutare il vecchio campione di pugilato che è partito dall’Italia, stanco e deluso, con la speranza di ritrovare un po' di fortuna nel Sudamerica

Luciano Garibaldi, «Tempo», anno XXIII, n.24, 17 giugno 1961


Alberto Talegalli è morto sulla sua modesta millecento, mentre tornava da uno spettacolo nel quale aveva lavorato...

Arturo Gismondi, «Noi donne», 23 luglio 1961


Alberto Sordi, l’attore più popolare d’Italia, non ama essere intervistato ma questa volta ha fatto un’eccezione: gli abbiamo chiesto tutto...

Maria Maffei, «Noi donne», ottobre 1961


Galleria di trafiletti, flani promozionali e copertine