Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1962


Rassegna Stampa 1962


Totò


1962 02 28 Il Tempo toto contro maciste T L

«Il Tempo», 28 febbraio 1962 (Data distribuzione: 17 febbraio 1962)


«Comicità di casa nostra e di grana grossa, con questo film, dove il nostro comico più popolare, valendosi di una "spalla" d'eccezione come Nino Taranto, fa una sorta di parodia alle egizianerie con muscoli [...] È materia di facile divertimento per chi a Totò chiede soltanto i consueti lazzi mimici e verbali. Ha diretto Fernando Cerchio, tentando di mettere in burletta un genere da lui stesso coltivato: ma è difficile fare la parodìa della parodia. »

Leo Pestelli «La Stampa», Torino, settembre 1962


«Per Totò è quasi un ritorno, e non solo per il fatto che il popolare attore s'era a poco a poco allontanato dallo schermo e perfino dalle cronache. In questo totalscope diretto da Fernando Cerchio egli ha infatti ripreso apertamente i modi dello avanspettacolo, la comicità semplice e bonaria che non disdetta i più ingenui giochi di parole, i doppi sensi, la mimica e la farsa più alla mano. [...] Comunque sia, Totò fa ridere ancora e noi possiamo caritatevolmente esimerci dal giudicare gli altri aspetti del film, cui partecipano Samson Burke (Maciste). Nadine Sanders, Nerio Bernardi, Luigi Pavese e il solito numeroso cast di generici e di comparse.»

Vice, «Il Messaggero», 26 marzo 1962



«[...] I giochi di parole, i doppi sensi non mancano, come non mancano belle figliole che espongono generosamente le loro grazie soddisfacendo l'occhio. E' un film comico senza pretese sostenuto più che altro dal mestiere di Totò, di Nino Taranto sua valida "spalla", di Nerio Bernardi ed una schiera di altri attori [...]»

Vice, «Momento Sera», 26 marzo 1962


«[...] Potevano i produttori italiani lasciarsi sfuggire un'occasione d'oro come quella di fare indossare a Totò i panni di un antico egizio? Nonostante Totò si ride poco e male: per la semplice ragione che come parodia sono molto più divertenti quelle avventure che pretendono di essere serie. Ma perché Totò non sceglie meglio i soggetti da interpretare? Tanto i buoni film glieli pagano come quelli brutti. [...] Quel che infastidisce, inoltre, è la sciatteria della messinscena spettacolare ; si respira veramente aria da cinema muto, non c'è più nemmeno l'ipocrisia di voler salvare le apparenze di un decoro tecnico. I lazzi del dialogo sono da avanspettacolo di provincia, Totò e Taranto ispirano più pena che disturbo».

Morando Morandini, «La Notte», Milano, 14 giugno 1962


«[...] Il film condotto sul filo della modesta satira, ha dato la possibilità a Totò di dare sfoggio della sua mimica che, seppure superata, riesce a far ridere ancora. Nino Taranto gli fa egregiamente da spalla [...]».

«L'Avanti», 1962


«Una farsa come quella che Totò ha oramai interpretato a decine nella sua lunga carriera [...] Nino Taranto, si esibiva in spettacoli di forza truccati. Buon per lui che alla fine Maciste, che intendeva spodestare il faraone difeso invece da Totò, viene sconfitto da un misterioso Intervento.»

Vice, «Corriere dell'Informazione», 15 marzo 1962


«Totò interpreta Totokamen Sabachi. Totokamen, insieme al suo compare Tarantenkamen (Nino Taranto), si esibisce in un locale di Tebe, facendosi passare per l'uomo più forte del mondo, in quanto figlio del dio Ammon. I suoi trucchi sono talmente efficaci da trarre in inganno persino il gran dignitario di corte, il quale gli propone di battersi contro Maciste. Il gigante, innamorato di Nefertiti, la figlia del Faraone, è diventato nemico della sua gente per aver bevuto un filtro magico che gli ha stravolto la personalità e sembra invincibile.»

Matilde Amorosi


1962 04 08 L Unita Toto diabolicus T L

«L'Unità», 8 aprile 1962 (Data distribuzione: 2 aprile 1962)


« Impegnato sul «set» - Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, non teme il cambiamento dei tempi o la concorrenza delle nuove leve. Infatti l’attività del popolare comico è intensissima. Ad un amico che in questi giorni lo aveva invitato sulla Costa Azzurra, Totò ha risposto: «Non posso recarmi nemmeno ad Ostia per un’ora. Sono impegnatissimo nei teatri di posa; ora sto girando Diabolicus; appena sarà terminata questa pellicola, incomincerò subito un altro film, Totò di notte N. 1.»

«Corriere dell'Informazione», 7 febbraio 1962


«Totò sei volte diabolico sul set - Il popolare comico interpreta il suo ottantesimo film - Trentlcinque anni di cinema, ottanta film: questo e Totò. l'intramontabile, l'instancabile Totò che continua imperterrito ad interpretare una pellicola dietro l'altra. In questi giorni il principe attore è impegnato nel suo ottantesimo film: ma è come se fosse impegnato contemporaneamente in ben sei film, in quanto interpreta contemporaneamente non uno ma addirittura sei personaggi. [...] Per essere Antonino, Totò deve vestirsi da prete, perchè questo fratello e monsignore. La pellicola è un «giallo», il primo cui Totò prende parte.»

«Corriere dell'Informazione», 25 febbraio 1962


«Esiste ancora un pubblico per Totò ? Esiste. Basta tenere il conto del numero dei film che, salute permettendo, il più geniale dei nostri comici gira ogni anno. Con qualche eccezione sono film, i suoi per i quali si usa una frase: "E' stupido ma diverte". Una frase in cui l'aggettivo si riferisce ai film, sconsolanti per balordaggione e banalità, e il verbo all'interprete che sa sempre trovare, magari in una sola scena, gli antichi lampi [...].»

Morando Morandini


«[...] La comicità di Totò raggiunge un «diapason» altissimo quando veste i panni della sorella plurivedova, nella sequenza del chirurgo miope che, mentre sta operando, perde gli occhiali e durante l'interrogatorio cui il fratellastro-malvivente sottopone un malcapitato postino. Ma la «verve» e il brio del popolare e grande comico non vengono mai meno durante tutto il film, che è uno dei migliori che egli ha «girato». Interprete femminile la bella e conturbante Beatrice Altariba.»

Vice, «Il Messaggero», 7 aprile 1962


«Totò moltiplicato per sei nel film "Totò diabolicus", col quale il regista Steno mette in burla i luoghi comuni più collaudati dei film polizieschi e «del terrore». [...] Ciò cha conta ai fini dello spettacolo è il fatto che tutti i fratelli del marchese sono interpretati dallo stesso Totò, il quale ha escogitato per ciascuno una serie di gesti, di intonazioni e di invenzioni mimiche ben definite e talvolta felicissime. E se i ritratti del generale fascista nostalgico, dell’alto prelato e dell’ergastolano sono spassosi e godibili, quelli del chirurgo miope e nevrastenico e della baronessa, gran consumatrice di mariti, ci sembrano felicissimi. Vianello, Beatrice Altariba e un gruppetto di disciplinati caratteristi fanno cerchio attorno all’impegnatissimo e infaticabile comico.»

«Corriere della Sera», 29 aprile 1962

«Ricordate Sangue blu quel film inglese in cui ha Alec Guinness nelle vesti di un Patrizio Britannico uccideva una serie di parenti per entrare in possesso dell eredita di famiglia (interpretando da solo tutti i parenti uomini e donne)? Questo "Totò diabolicus" lo imita passo passo anche se com'è chiaro sostituisce l'humor alla parodia e la commedia alla farsa aggiungendo qualche variante gialla sulla scia di più recenti film del terrore. [...] Totò cinque o sei volte protagonista, riesce a suscitare in platea la voluta allegria specie nell'imitazione del fascista maniaco ed esaltato e della nobildonna con tanti grilli per la testa [...]»

«Il Tempo», 7 aprile 1962


«Totò in questa vicenda, che già forni lo spunto per il gustoso Risate in paradiso interpretato da Alec Guinness, diabolico lo è veramente [...] tutti questi personaggi, e anche quello del serafico assassino, sono interpretati dal comico napoletano, al quale non mancano quindi le occasioni per muovere al riso. Il soggetto, che pure era già stato sapientemente sfruttato dal regista inglese Mario Zampi, non ha però per nulla ispirato il nostro Steno, il quale ne ha cavato piuttosto il canovaccio per una rivistina d'avanspettacolo. Lasciato a se stesso anche Totò si è prodigato nell’elargire quanto di più superficiale e di meno apprezzabile c'é nella sua arte.»

VIce, «Corriere dell'Informazione», 30 aprile 1962


«Totò Diabolicus, che il principe gira nel febbraio del '62, è una parodia, ma assai particolare. Il film preso a modello è Sangue blu, un giallo interpretato nel '49 da un sir Alec Guiness impegnato virtuosisticamente in ben otto ruoli. Antonio de Curtis, che nei suoi film si è già più volte sdoppiato e triplicato, ne interpreta in tutto sei; alcuni si incontrano insieme nella stessa inquadratura e questo obbliga l'interprete a rigirare più volte, con camuffamenti diversi, la medesima scena. L'impegno dunque è più gravoso del solito ma Totò, a sessantaquattro anni appena compiuti, continua stoicamente a lavorare.»

Alberto Anile

«[...] Totò diabolicus è interamente affidato alle risorse del principe, il quale si prodiga nei sei ruoli riuscendo a far ridere anche più di quanto il copione prevedesse.»

«Il Paese», 7 aprile 1962


«Strampalata quanto irresistibile commedia comica, uno strepitoso assolo del principe De Curtis che, tenuto sotto controllo dal fido Steno, si moltiplica da par suo, dando vita a sei personaggi, uno più buffo dell'altro. I due più spassosi comunque sono la nobildonna vogliosa e il barone della medicina che perde gli occhiali proprio mentre opera il povero Pietro De Vico. Un film probabilmente sciocco, sicuramente divertentissimo.»

Anonimo, 1962


In questi giorni Totò ha iniziato un nuovo film, Diabolicus, in cui interpreta sei personaggi diversi: cinque fratelli e una sorella che, per una serie di disavventure, vengono uccisi da un uomo misterioso. In una di queste trasformazioni l’attore si è messo in gramaglie assumendo l’aspetto di una anziana'signora, che rimane vedova d’un funzionario con i baffi: Raimondo Vianello. Già in altri film Totò aveva indossato abiti femminili, mai però impersonando il ruolo d’una vecchia rimasta sola al mondo.

Per assicurare verosimiglianza alla sua interpretazione, il comico napoletano ha scelto un abito prezioso, identico a quello indossato da una autentica nobildonna molti anni fa durante una cerimonia pubblica. La lavorazione del film sarà terminata verso la metà di marzo, poi inizierà il montaggio. Totò si è completamente ristabilito dalla malattia agli occhi che lo aveva colpito quattro anni fa, ma i medici lo hanno invitato a non esporsi troppo a lungo alla luce violenta dei riflettori: perciò l’attore, quando non è in scena, porta occhiali scuri. I suoi film, malgrado sfruttino spesso « macchiette » non molto originali, hanno sempre un buon successo commerciale e sono richiesti anche all’estero: Totò è popolarissimo persino in Russia, in Ungheria e in Polonia.

«Epoca», anno XIII, n.594, 18 febbraio 1962


1962 10 10 La Stampa Lo smemorato di collegno T L

«La Stampa», 10 ottobre 1962 (Data distribuzione: 28 agosto 1962)


«Antonio De Curtis - in arte Totò - è giunto al suo ottantesimo film - Sono con lui sul “set” la Lissiak e la Sanson. Alcune scene ricalcano in chiave di esasperazione grottesca il caso "Bruneri-Canella" [...] Accanto all'infaticabile Totò («Se non lavoro, mi sembra d’essere un uomo finito, ed è per questo che provo tanta gioia nel lavorare ») figurano Tieri, Taranto, Fabrizi, Macario e due donne, Elvi Lisslak e Yvonne Sanson, la bella greca che cominciò a lavorare nel cinema proprio in un film di Totò ed ora si ritrova con lui sul set. Poco vediamo la Sanson nei nostri teatri di posa, perchè ella ha parecchi impegni ad Atene, sua città natale, per la produzione cinematografica locale, assorbita dal mercato del Medio Oriente. Le avevano offerto, in Grecia anche d'interpretare il ruolo di Lisistrata sulla scena ma non ha accettato ed il motivo del suo rifiuto, che ci confida, è assai curioso: «Ho deciso di no per non infastidire i miei compatrioti parlando greco in modo non più purissimo e limpido, ciò che mi capita per le lunghe assenze dal mio paese, e per l’abitudine, ormai, di parlare francese, inglese e italiano». [...] Totò guarda impassibile la opulenta bellezza di Yvonne, e sussurra: "Sfido. Sfidissimo!" ».

Alberto Ceretto, «Corriere della Sera», 29 maggio 1962


«Sergio Corbucci che è un regista attento e di gusto [...] è riuscito ad evitare che si degenerasse, anche nei momenti in cui più Totò vi da dentro, in una farsa. Totò è, come sempre, un comico lepidissimo, che ha trovato una spalla piena d'umore in Nino Taranto[...]»

Vittorio Ricciuti


«La storia celebre di Canella e Bruneri ha ispirato al regista Sergio Corbucci il film Lo smemorato di Collegno dove il protagonista della vicenda che per anni ha appassionato gli italiani è impersonato da Totò: e da un Totò in forma smagliante [...].»

«Corriere della Sera», 13 settembre 1962


«L'argomento è azzeccatissimo e il film procede a rompicollo fra le mille sfaccettature dello sconcertante personaggio, contrappuntato dalla comicità di Totò [...] Le tribolazioni dello smemorato Totò sono altrettanti pretesti a una certa comicità di buona lega che nasce tanto dalle situazioni quanto dall'efficace prestazione non solo di Totò ma anche di Nino Taranto nella parte dello psichiatra addetto alla risoluzione del caso [...]»

Vice, «Il Tempo», 22 settembre 1962


«[...] Si tratta di una delle solite farse all'italiana dove Totò [...] si prodiga sul suo solito metro [...]»

«La Notte», 1962


«[...] la storia che assai liberamente si richiama a un caso del dopoguerra '15-'18 è una storia amara e sconsolata, fatta di solitudine di egoismo, ma Totò è sempre lui e trova modo di infilare ovunque le sue gags, le sue battute da pochade, i suoi gesti ormai familiari nei quali il suo pubblico lo riconosce e fedelmente lo segue. Sergio Corbucci, il regista, ha saputo ben dosare gli spunti comici con i tristi mantenendo il film ad un livello notevolmente superiore dei soldi filmettini, senza calcare troppo la mano nel dramma. Con Totò ottimo Riccardo Billi in una ben riuscita a caratterizzazione di un ladruncolo, meno a fuoco Nino Taranto.»

Vice, «Momento Sera», 23 settembre 1962


«Ne Lo smemorato di Collegno, girato nel giugno '62, disegna felicemente la macchietta del folle Nicola, amico dello smemorato Totò, con il quale, nella scena più divertente del film, mette sottosopra l'aula di un austero tribunale. Diretto da Corbucci, il film si basa (parodiandolo) sul famoso caso Bruneri-Canella riambientato negli anni '60. Intorno al principe ci sono tanti amici, con alcuni dei quali non lavorava da parecchi anni, Pietro Carloni, Mario Pisu, Riccardo Billi, Yvonne Sanson; con questi, Macario, Nino Taranto, Mario Castellani, Aroldo Tieri e Peppino De Martino paiono stringersi affettuosamente intorno all'amico, ormai anziano, a fargli corona in un film che ha qualche ambizione in più rispetto alla solita farsa ma che annega alcuni momenti di sincero divertimento in un contesto malinconico.»

Alberto Anile


1962 09 15 Il Messaggero Toto Peppino divisi a Berlino T L

«Il Messaggero», 15 settembre 1962 (Data distribuzione: 23 agosto 1962)


«Nel film "Totò e Peppino divisi a Berlino” diretto da Giorgio Bianchi, il principe-attore opera numerosi travestimenti, compreso uno da suora. Tutta la vicenda si basa sulla tragicomica storia di due "magliari" i quali, in seguito alla edificazione del "grande muro" nella capitale tedesca, rimangono bloccati nel settore retto dai comunisti. Per una serie di equivoci vengono scambiati per due temutissime spie e fanno di tutto per sfuggire alla polizia.»

«Sorrisi e Canzoni TV», anno XI, n.16, 22 aprile 1962


«Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, e Peppino De Filippo si apprestano a partire per Berlino dove gireranno gli esterni di un film ambientato nella ex-capitale tedesca.»

A. Ge., «Corriere della Sera», 5 novembre 1961


«Totò si è rifiutato di andare a Berlino - Saranno girate a Porta Portese le scene previste dinanzi alla porta di Brandeburgo. - Totò si è rifiutato di andare a Berlino per girare gli esterni del suo ultimo film intitolato "Totò e Peppino divisi a Berlino". « Con quell’aria che tira laggiù — ha detto il popolare comico — non vorrei che andassimo incontro a guai seri». Il produttore della pellicola, dopo aver cercato invano di convincere il principe Antonio De Curtis, ha deciso di girare le scene a Porta Portese, che assomiglia vagamente alla porta di Brandeburgo.»

«Corriere dell'Informazione», 19 aprile 1962


«[...] La squallida storiella vuole scherzare sulla drammatica realtà del muro di Berlino, ma il risultato è sconsolante. Spiace che due attori di gran classe come Totò e Peppino De Filippo si facciano coinvolgere in simili indigesti minestroni.»

Vice, «Corriere dell'Informazione», 10 settembre 1962


«[...] Totò e Peppino De Filippo ripetono instancabilmente la commedia degli equivoci e delle paure, sfruttando un repertorio che gli spettatori conoscono ormai a memoria, ma che strappa ancora le risate. Riflessi condizionati? È possibile: in ogni modo il film, imbastito frettolosamente, tenta qua e là ì toni della satira, ma ottiene poi i migliori effetti dalla comicità alla buona dei due protagonisti»

Leo Pestelli, «La Stampa», Torino, 8 settembre 1962


«A parte qualche raro squarcio di vera comicità, l’umorismo sul quale si basa "Totò e Peppino divisi a Berlino" è di una lega piuttosto banale ed alquanto sfruttata. Decisamente scontate certe sequenze che hanno ad unico sostegno situazioni già troppe volte proposte e nelle quali il nostro Totò ha il torto di ricadere spesso. Da parte sua De Filippo è un attore noto, e come tale a volte dovrebbe opporsi a certe esigenze di regia, che nulla hanno a che vedere col buon gusto e con la sensibilità artistica di un interprete che già ha dato prova di essere all'altezza delle più disparate situazioni. [...]»

«Corriere della Sera», 9 settembre 1962


«[...] Raccontare la trama è impossibile, tanto è confusa. Si può soltanto dire che film comici di questo genere è meglio non farli: non fanno nemmeno ridere e fanno rimpiangere il Totò di una volta».

«Il Corriere Lombardo», 1962


«Non diremo che ci scandalizza il poco rispetto per le cose serie: e le faccende di Berlino lo sono abbastanza. C’è uno strato infimo di cineasti che sembra proprio privato di un senso qualsiasi delle proporzioni. Sulla coda di Billy Wilder, che ho realizzato a Berlino un discutibile filmetto [...] I gags sono tirati per le lunghe, e scipiti: se non li sostenesse, a barlumi, la mimica dei due attori troppo disponibili, vi sarebbe da crollare per lo squallore.»

Vice, «Il Paese», 16 settembre 1962


«Non c'è avvenimento di una certa risonanza che passi inosservato al cinema umoristico, in modo particolare e sistematico a quello che si affida a Totò, come a dire che tutto viene puntualizzato da uno sberleffo dalla comicità più rappresentativa dal nostro Paese. Con l'aria che tira, zeppa di scandali nel costume e di avvenimenti sensaziuonali in tutti i campi, il repertorio di Totò è sempre nutrito oltre che à la page. [...] Ha diretto Giorgion Bianchi con una discutibile sensibilità sulla scelta dell'argomento che tutto può ispirare tranne una vicenda umoristica.»

Vice, «Il Tempo», 16 settembre 1962


«Dopo la parodia della Dolce vita il sodalizio con Peppino si interrompe per qualche tempo. Riprenderà nel '62, con Totò e Peppino divisi a Berlino, diretti da Giorgio Bianchi (con la Porta di Brandeburgo ricreata all'ippodromo di Tor di Valle). Anche qui una vicenda piuttosto esile, ancorata a diversi punti di riferimento dall'attualità più recente: la costruzione del Muro di Berlino (13 agosto del '61) innanzitutto, e le conseguenti fughe di profughi dall'est; uno scambio di spie appena avvenuto nella capitale tedesca; e un paio di pellicole da parodiare, I magliari di Francesco Rosi, ma soprattutto Vincitori e vinti, il filmone di Stanley Kramer che Giorgio Bianchi riprende puntualmente in tutta la prima parte del film (impagabile Totò, che entra in aula imitando il muso lungo e l'albagia di Burt Lancaster).»

Alberto Anile


«Totò interpreta Antonio la Puzza. Allettato dal compenso di parecchi milioni promessigli da due nazisti, l'ingenuo Antonio la Puzza, giunto a Berlino per tentare la carriera di magliaro, accetta di sostituire il generale Canarinis, al quale rassomiglia come una goccia d'acqua. Si ritrova così davanti all'alta Corte americana di Berlino Ovest per rispondere di crimini di guerra, ovviamente mai commessi. In aula incontra un altro napoletano, Giuseppe Paglialunga, pagato anch'egli perché deponga contro il finto Canarinis.»

Matilde Amorosi


1962 11 07 La Stampa Toto di notte n 1 T L

«La Stampa», 7 novembre 1962 (Data distribuzione: 19 ottobre 1962)


«I due più popolari comici del cinema e del teatro italiano, Totò e Macario, faranno coppia sul set di un nuovo film che i due big della risata interpreteranno insieme: Totò di notte numero 1, di Mario Russo. A mettere insieme i due comici è stata la coppia di autori di riviste e sceneggiatori cinematografici Giovanni Grimaldi e Bruno Corbucci. [...] La pellicola che li vedrà protagonisti comincerà in piazza Navona.

Totò e Macario saranno due sfaticati suonatori di contrabbasso che ne combinano di tutti i colori. Cominciano la loro carriera nelle caratteristiche trattorie romane, ma da suonatori ambulanti diventano ben presto elegantissimi viaggiatori che vanno alla ricerca delle gioie più raffinate del mondo, perchè ad un tratto Totò scopre che Macario tiene segretamente nascosta tuia grossa eredità lasciatagli dalla nonna. Riesce a convincere il compagno che i denari, restando nel nascondiglio, finirebbero per allietare qualche nipote sconosciuto, mentre potrebbero costituire la loro felicità negli ultimi anni della loro esistenza.

Appena in possesso della somma i due suonatori decidono di spenderla nelle più belle. città del mondo. Parigi, Londra, il festival di Edimburgo, le corride spagnole, i kimono giapponesi, sono i loro primi obiettivi. Senonchè ad Hong-kong i soldi finiscono e 1 due sono costretti a mettere mano nuovamente al loro strumenti. Ma dopo 1 primi insuccessi, provocati soprattutto dai tentati furti di Totò, i due sono costretti a rifugiarsi negli Stati Uniti, dove comincia per loro una nuova vita. Inaspettatamente incontrano successo e vengono persino scritturati per una importante tournée.»

U. N., «Corriere della Sera», 19 giugno 1962


«Forse i produttori del film, preoccupati dell'inflazione di questi film notturni (mai quanto noi!) hanno pensato di chiedere a Totò e Macario di dar loro una mano per realizzare qualcosa di nuovo in questo genere di spettacoli. [...] Anche perchè, come era prevedibile,, i due comici finiscono per costituire la parte principale dello spettacolo mentre il resto viene gentilmente relegato nello sfondo. [...] Siamo invero un po' preoccupati per quel "No. 1" che figura nel titolo, ma per ora questo non ha turbato il facile divertimento. Speriamo bene!»

«Momento Sera», 20 novembre 1962


«Dopo tanti film "di notte", dovevamo aspettarci anche un "Totò di notte". [...] Il principe de Curtis e Macario sono due sfortunati suonatori attorniati da belle ragazze più o meno vestite. Nè migliore nè peggiore di tanti altri, [...] strappa più di una risata. Che non è poco per un film comico.»

Vice, «Il Popolo», 18 novembre 1962


«La cosa più allarmante, in "Totò di notte n. 1", è il titolo, che lascia prevedere una lunga serie di film come questo. Perchè il tentativo di innestare il genere comico su quello tabarinistico ci sembra miseramente caduto. Nè si sa bene per colpa di chi, giacché la pellicola, figlia di onesti ma non pochi genitori, inizia il suo ciclo di programmazioni con tali e tante infermità (nella sceneggiatura, nella regia, nel montaggio, nel sonoro) che sarebbe davvero arduo individuare il talidomide che ha prodotto questo mostriciattolo. [...] Il guaio è che le loro avventure, girate quasi sempre in interni malamente connessi con pezzi di documentario, sono senza sale, e privi di pepe sono gli spettacoli di varietà: nemmeno gli spogliarelli commuovono il pubblico, figurarsi i violini di Helmuth Zacharlas. Nonostante tutto, quando i due comici sono in scena il tempo passa Totò ha sempre una tale carica di comicità, e Macario è così tonto, che i loro « numeri » accendono talvolta una fiammella di ilarità.»

G. Gr., «Corriere della Sera», 18 novembre 1962


«L'idea di sbloccare l'ormai consunto meccanismo dei film dedicati agli svaghi, più o meno audaci, dei mondo di notte, introducendovi una vena comica, alternando numeri di ballo e di strip-tease con gags, non era malvagia. Ma i molti collaboratori di Amendola, tutti di estrazione rivistaiola, avrebbero dovuto impegnarsi un pochino di più, aiutando coi testi le risorse comiche di un Totò in gran forma, e di un Macario colto in uno stato di intontimento lunare. [...] Il film è salvato dall’interpretazione del due contrabbassisti (che non conoscono la « nona » di Beethoven, ma la zia): l'esibizione davanti all'impresario parigino; Totò che balla il twist, sono due sequenze dalla risata sicura. Che più? Totò di notte, cosi numerato, avrà un seguito. Certo: perseverare è diabolico. Ma, si dice anche che, sbagliando, s’impara.»

Albrico Sala, «Corriere dell'Informazione», 19 novembre 1962


«La vicenda più che esile è addirittura inesistente: tutto é affidato alla mimica degli interpreti — Totò a Macario — che mal serviti da un copione insulso e privo di trovate guatose a divertenti riescono a strappare qualche risata solo in un paio di occasioni. Il filone sulla « notte » è ormai al tramonto, vittima dell'inflazlone, e simili tenutivi più che ravvivarlo lo affossano anzitempo. La regia, se di regia al può parlare, è di Mario Amendola. Colore. Schermo grande.»

Vice, «Il Tempo», 18 novembre 1962


«Totò contrabassiststa, accompagnato da Macario, musicante anch'egli, mercè il soccorro di una i piccola eredità, intraprende un viaggio per il mondo in cerca di scritture per sé e per l'amico. [...] I migliori sketches di «Totò di notte n. 1» sono naturalmente quelli improvvisati dal sempre irresistibile Totò e dalla sua lepida «spalla» Macario: ma da soli non bastano a sostenere un film nel quale come numero di grande attrazione viene presentato - figuratevi! - il « complesso» coreografico di Don Lurio. Per il resto, i soliti «spogliarelli » troncati a metà di Caroline Chérie e Dodò d’Amburgo, alcune esibizioni de « I travestiti » di Madame Arthur, esercizi di cani sapienti e vari numeri di danze.»

Vice, «Il Messaggero», 18 novembre 1962


«Dopo l’esperimento de Lo smemorato di Collegno, Totò viene accoppiato a Macario anche in Totò di notte n. 1 e Totosexy, girati da Mario Amendola e prodotti da Mario Mariani, il gradino più basso mai toccato da Totò in campo cinematografico. Totò di notte n. 1 vorrebbe rifare il verso a Europa di notte e al filone che ha provocato (Mondo di notte n. 1, 2 e 3, Tropico di notte, Universo di notte), il réportage documentario sulla vita notturna delle metropoli europee, immediatamente degenerato verso il sexy».

Alberto Anile


1962 12 08 Corriere della Sera Antonio Franca intro

Roma, 7 dicembre.

Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, e sua moglie Franca Faldini non hanno alcuna intenzione di separarsi. Lo hanno affermato gli stessi interessati, che hanno voluto cosi smentire una notizia apparsa nei giorni scorsi su alcuni giornali. La notizia precisava che, in vista della imminente separazione, la Faldini era stata colta da un forte esaurimento nervoso, che aveva reso necessario un suo ricovero in clinica. In effetti il ricovero vi è stato, ma esso fu dovuto al fatto che la principessa De Curtis doveva essere sottoposta ad un leggero intervento chirurgico.

«Non siamo mai stati così felici» hanno aggiunto Totò e la Faldini por smentire ulteriormente la notizia della loro separazione.

«Corriere dell'Informazione», 8 dicembre 1962


1963 01 17 L Unita I due colonnelli T L

«L'Unità», 17 gennaio 1963 (Data distribuzione: 18 dicembre 1962)

«Totò è sempre Totò: un modo di dire piuttosto convenzionale ma esatto. I produttori si ricordano di lui soltanto per tenere in piedi ignobili intrugli con intenzioni comiche: ma è raro che, nonostante queste, Totò non si permette in ogni filmetto almeno una scena degna delle sue doti di grande attore. [..] Non è certamente uno dei migliori film di Totò, ma i duetti tra il comico napoletano e il suo antagonista [...] son alquanto gustosi [...]».

Valentino Di Carlo


«Quante volte, ormai, Totò è mancato all'appuntamento con quanti coltivano la speranza di vederlo affidato a un regista che non solleciti la sua bassa comicità, controlli i suoi sberleffi, gli faccia finalmente capire che si sta definitivamente giocando quel paragrafo nella storia del cinema buffo al quale sembiava avesse diritto? Infinite, e l’ultima è rappresentata da "I due colonnelli" [...] Se Totò è il colonnello italiano, Walter Pidgeon è quello inglese: pensate a che elegante filmetto si sarebbe potuto assistere, se il regista avesse saputo architettare un contrappunto fra la comicità napoletana e lo umorismo britannico. Invece, nulla di nulla. Totò fa qualche tentativo di controllarsi, per equilibrare, a un certo livello, l'innata ironia di Pidgeon, ma la macchietta deborda da tutte le parti. E Pidgeon mostra di aver capito che il film non era da prendersi troppo sul serio, perchè era uno sciocco pasticcio di situazioni grottesche e di buoni sentimenti all'italiana, a dispetto di quel dramma che fu, per tutti, la campagna di Grecia.»

G. Gr., «Corriere della Sera», 12 gennaio 1963


«[...] Su questa trama fluida e vaga come un canovaccio di commedia dell'arte, Totò ricama con esuberante genialità e con grande efficacia espressiva, una delle sue più riuscite interpretazioni, riuscendo a conferire al tempo stesso al personaggio note umane che gli danno dimensioni più vaste e autentico calore vitale [..]».

Vice, «Il Messaggero», 1962


«[...] gli sgarri della sceneggiatura, la banalità e la sfiancata arguzia delle battute, la superficialità dei caratteri, viziano I due colonnelli. Mannaggia. Usare in tal modo un attore come Totò, il quale non ha ancora avuto, nella sua principesca indolenza, le grandi giornate cinematografiche dovutegli. Idem per Nino Taranto, che ha ben altre possibilità.»

Giuseppe Marotta, «L'Europeo», 1962


«Gli incassi dei Due Marescialli sono buoni. Non quanto quelli di Totòtruffa '62, che avevano trascinato al cinema quasi tre milioni di persone, ma abbastanza per decidere di ritentare l'esperimento. I due colonnelli, il secondo film in cui Totò reinterpreta a modo suo il filone antifascista, viene girato un anno dopo, nel novembre del '62. Al suo fianco, al posto di De Sica, c'è il canadese Walter Pidgeon. L'artefice, anche stavolta, è Gianni Buffardi, produttore del film con Lombardo della Titanus, ma l'idea dell'inedita coppia è di de Curtis.».

Alberto Anile


«Studi scientifici dimostrano come gli uomini tendano a conferire autorità a coloro che danno ordini al prossimo. Viene chiamato “effetto Lucifero”, in letteratura psicologica. In questa pellicola il principe della risata, che deve essere riscoperto dai giovani “zalonizzati" spettatori, dimostra che ci si può ribellare agli ordini; anche l'uomo medio può avere un moto dell’anima che lo fa sollevare dalla sua medietà. Ma di Totò come maestro di disobbedienza si potrebbero citare tante altre pellicole: Siamo uomini o caporali?, Guardie e Ladri, Totò a colori, Totò diabolicus in ogni film Totò ci insegna che ci sono poteri che ci comandano, ma dai quali - da uomini veri - possiamo affrancarci».

«La Guida», 19 febbraio 2016


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