Immagini introvabili e rassegna stampa - Antonio de Curtis e la nobiltà

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Galleria fotografica: I pretendenti al trono di Bisanzio e il Principe de Curtis

Rassegna stampa: Marziano II di Lavarello contro Antonio de Curtis

Rassegna stampa dal 1940 ad oggi sulla disputa legale affrontata da Totò per il riconoscimento dei suoi titoli nobiliari

1940-1949

1950-1959

Dal 1960 ad oggi


Le battaglie legali di Antonio de Curtis divertirono e appassionarono i lettori di rotocalchi, i curiosi e naturalmente anche gli altri nobili, che di solito trattavano con sufficienza il loro sedicente collega. Dopo aver dilapidato molti denari tra ricerche e procedimenti legali, finalmente ottenuto il titolo, riconosciute le ascendenze, battuti i millantatori, nella vita privata Antonio de Curtis cerca di mettere quanta più distanza possibile tra sé e il buffone cinematografico. Alla dilagante Totòmania, il principe reagisce costruendosi un’immagine estremamente elegante e vagamente malinconica. Uno dei passi fondamentali per ridefinirsi agli occhi della società è la pubblicazione nel 1952 di "Siamo uomini o caporali?", un’autobiografia in cui divulga l’immagine dell’attore-gentiluomo, forgiato da un passato che tende a colorarsi di leggenda. Ancora oggi, a molti anni dalla sua morte, avvenuta il 15 aprile 1967, sui giornali e alla televisione si insiste volentieri nel porre in dubbio la legittimità del titolo “principesco” di Totò. Dalla storia si impara che, occupata Bisanzio dai turchi nel 1453 e ucciso l’Imperatore Costantino XI, reo di non essersi convertito all’Islam e morto da “martire”, cessò praticamente di esistere l’Impero Romano d’Oriente.


I pretendenti al trono di Bisanzio


La cronaca giornalistica della lunga disputa legale per il riconoscimento dei titoli nobiliari

Durò quasi dieci anni la battaglia che Antonio de Curtis condusse per avere riconosciuti i titoli nobiliari di cui riteneva averne i diritti. La stampa dell'epoca e l'opinione pubblica si appassionò a questa disputa legale, combattuta su più fronti e con più pretendenti al titolo, a suon di carte bollate e numerose udienze tenute nei vari tribunali d'Italia.

Totò e la nobiltà: articoli dal 1940 al 1949

Ehi, della Gonda, quale novità?

Mercutio (Vincenzo Talarico) «Star», 16 giugno 1945
Ehi, della Gonda, quale novità? Dove il titolo c'entra solo fino a un certo punto con Totò e De Filippo... La comicità di Totò sfugge a una definizione che non sia vaga e approssimativa.…
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Ecco Totò, Altezza Imperiale

Corrado Pallembero, «Espresso», Roma, 26 gennaio 1946
Ecco Totò, Altezza Imperiale Sua altezza Imperiale Principe Antonio de Curtis Griffo Focas Conte Palatino e Cavaliere di Gran Croce del Sacro Impero Ordine Costantiniano Nemagne di Santo…
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A Somma Vesuviana il castello di Totò

Chiara Graziani, Daniele Iorio, «Il Mattino», 16 marzo 1998
A Somma Vesuviana il castello di Totò Il castello è di origine Aragonese fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, si stabilì a…
1660

«Espresso», 26 gennaio 1946


Roma, 2 aprile

Mi dicono che la «Montagna di meraviglie» abbia molto ammirato il Pantheon, il Colosseo, la fontana di Trevi e la réclame di un aperitivo, dilettandosi anche di sapere che il rami, gioco indostano, è molto in voga pure in Italia. Ma perchè le signore italiane non giocano anche a pochesi? Pare che quest’altra specie di sollazzo abbia sul remì il vantaggio d’essere più spiccio e più eccitante. Strano, davvero strano che neppure l’Aga Khan non sia riuscito in Europa a metterlo alla moda! In Italia, a giocare il pochesì, dovrebbe cominciare un signore d’altissimo lignaggio; il principe De Curtis, per esempio. In verità io non ne vedo un altro più eletto, almeno fra i coronati in circolazione. A questo punto debbo informarvi come il principe De Curtis non sia altro, tradotto in lingua ordinaria, che il comico napoletano Totò.

Sino a qualche tempo fa, egli era soltanto marchese. Fatte però le debite ricerche alla Consulta, in base a documenti di cui nessun esperto in araldica oserà contestare nè l’autenticità nè la consistenza, il marchesato si è convertito in principato, anzi in principato del sangue; per cui a Totò tocca adesso nè più nè meno che il titolo di altezza. «A prescindere — come egli direbbe in palcoscenico, tra una allungatura di collo e una slogatura di mascelle — «a prescindere» dalla modestia personale, che obbliga l’eccellente attore a schermirsi, in presenza d’estranei, ogni qual volta un cameriere o un compagno di scena lo chiama a quel modo, il suo diritto è incontestabile.

Sarà adesso tanto spietato, il generale Nobile, da volerglielo impedire? Per modesto che sia, Totò vive di quel titolo, anzi di quei titoli gentilizi. Toglietegli il principato, toglietegli il marchesato, toglietegli magari il «de» lasciandogli quel tapinello di Curtis sui biglietti da visita: sarebbe un uomo finito. Gli ho detto, per consolarlo, che in ogni caso gli sarebbe rimasta la gloria: tanto de Musset che de Chénier, allora che furono consacrati artisti, non vollero più saperne della particola nobiliare. Sua altezza mi ha guardato, un po’ di sbieco, e poi mi ha detto che volevo adularlo.

Per la verità non era nelle mie intenzioni. Ma può anche darsi che, senza volerlo, nel paragone mi sia capitato di esagerare.

«Gazzetta Sera», 3 aprile 1947


Un sarto torinese nominato cavaliere dal "porfirogenito della stirpe costantiniana dei Griffo Focas"

Ognuno ha la sua croce e, si sa, deve portarla con pazienza e rassegnazione. C'è, invece, chi può dare le proprie croci ad altri con gesto grandioso: e sono i maestri degli ordini cavallereschi. Ora, tra i molti ordini, quasi ignorati primo che la repubblica eliminasse quello della Corona d'Italia, ve ne è uno — quello del "Sacro Militare Angelico Ordine Costantiniano" — assai curioso per la persona ohe ne detiene in pugno le sorti e le chiavi: S. A. S. Antonio De Curtis, o più semplicemente Totò, come è conosciuto in italia e fuori. Bono note le vicende per cui il notissimo comico pud oggi fregiarsi di tanti titoli, dopo accurate e serie ricerche nello albero genealogico della sua famiglia.

Ma si ignorava, sino a poco tempo fa, che egli fosse Oran Maestro di un ordine cavalleresco. il decreto di nomina, su candidissima pergamena, con la scritta in i/o lieo (ogni parola ha la prima lettera in rosso, mentre le altre sono in nero) dice: "Noi Antonio, Principe Imperiale di Bisanzio, porfirogenito della Stirpe costantiniana dei Griffo Focas, per grazia di Dio e per diritto familiare Gran Maestro del Sacro Militare Angelico Ordine Costantiniano della Dinastia dei Focas, decretiamo" e segue il motivo psr cui il signor tal dei tali viene eletto cavaliere o commendatore e via dicendo.

Tale ventura è toccata a un sarto torinese, parmense di nascita, che da trent'anni conosce e veste Totò il quale, in una foto con dedica lo chiama "mago" (dei vestiti però, tanto per intenderci); egli è stato creato "cavaliere di grazia". La commenda invece è toccata al direttore del Carignano, caro amico di tutti gli attori (e dei portoghesi). Le pergamene dell'investitura (regolarmente bollate da un notaio di Milano, per l'autenticazione della firma) recano ul centro in alto lo stemma degli imperatori di Bisanzio con il motto che Costantino vide scritto in cielo: "In hoc signo vinces". In calce è la firma "Antonio", preceduta da una croce come usano i prelati. Il perchè di questo segno appare misterioso. A meno che Totò non si consideri — e non del tutto a torto — il "pontefice massimo" della risata!

«Nuova Stampa Sera», 11 agosto 1948


don Marzio, «Il Nostro Tempo», 2 luglio 1949


Totò e la nobiltà: articoli dal 1950 al 1959

Firmamento Totò

«Cinesport», 24 maggio 1950
Firmamento Totò Il più popolare dei personaggi comici del Teatro Italiano di rivista, Totò, è stato scoperto in un vecchio armadio di un'antica famiglia napoletana che fa risalire le…
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Il Senato minaccia i Cavalieri di Totò

Fabrizio Schneider, «La Settimana Incom Illustrata», anno III, n.20, 27 maggio 1950
Il Senato minaccia i Cavalieri di Totò La nuova legge sulle onorificenze mette in pericolo il titolo nobiliare dell'ultimo discendente della dinastia Focas: il principe Antonio de Curtis de…
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Marziano II contro Totò

Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 12 maggio 1951
Marziano II contro Totò La piccola corte di Marziano Lavarello contesta al comico il diritto di portare tanti cognomi, di affermarsi imperatore di Bisanzio e perfino di chiamarsi Principe.…
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Totò cerca maschio

Crescenzo Guarino, «La Stampa», 8 giugno 1951
Totò cerca maschio NAPOLI, giugno. Totò cerca maschio. Con questa frase si è diffusa, causando vivo interesse (poichè Totò è napoletano puro sangue), si è diffusa la notizia che il…
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Sua Altezza Totò I

Simone Riberto, Gaetano Curatola, «Settimo Giorno», anno V, n. 1,2 e 3, del 3, 10 e 17 gennaio 1952
Sua Altezza Totò I Prima parte Il più popolare comico d’Italia ha dovuto lavorare a lungo per affermarsi sia nel campo della rivista sia in quello dell’araldica La pace d’Europa dipende da…
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La rivale di Totò

«L'Europeo», anno VII, n.38, 10 settembre 1952
La rivale di Totò Lule Argondizza, una signorina romana, vanta una discendenza diretta dagli imperatori di Bisanzio Roma, settembre Per capire chi sia la bella Lule, una ragazza romana di…
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Il passato di Totò

«Le Ore», anno II, n.64, 31 luglio 1954
Il passato di Totò Quando non gira film, non tiene conferenze stampa e non va nei locali alla moda — e da qualche tempo ormai l’imperatore di Bisanzio in quei locali ha preso a comparire…
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A Somma Vesuviana il castello di Totò

Chiara Graziani, Daniele Iorio, «Il Mattino», 16 marzo 1998
A Somma Vesuviana il castello di Totò Il castello è di origine Aragonese fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, si stabilì a…
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Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca

Giuliana Orlandini, «Le Ore», anno IV, n.186, 1 dicembre 1956 - Foto di Tazio Secchiaroli
Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca Si può diventare imperatore nella capitale della Repubblica. Domenica 18 novembre, un freddo cartoncino a stampa, informò che Sua…
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CARAVAGGIO, 10 gennaio 1950

Egregio Direttore,

ho letto nella sua rivista che il comico Totò ha diritto al titolo di Altezza Imperiale in qualità di discendente della più antica dinastia d'Europa. Nello stesso articolo si aggiunge che Totò avrebbe la potestà di conferire il titolo di principe, duca ecc., essendo fornito di tutte le prerogative reali.

Ora con un mio amico si è discusso sul fatto che questa ultima è una prerogativa solo di sovrani regnanti, e che quindi Totò, per quanto antico possa essere il suo lignaggio, non potrebbe assolutamente non solo cedere ma neppure conferire alcun titolo di nobiltà, come è invece affermato nell’articolo.

Risponde a verità questo? Desidereremmo una sua chiarificazione. La ringrazio.

Gianfranco Tartaglia

La questione è molto discussa tn Questo momento in Italia. Alcuni esperti sono di un avviso, altri di contraria opinione. Effettivamente, solo l sovrani regnanti usano conferire titoli e onori. Quelli in esilio se ne astengano con discrezione. Cionondimeno la loro potestà resta teoricamente intatta.

«La Settimana Incom Illustrata», 21 gennaio 1950


«Corriere della Sera», 28 aprile 1951


Il noto comico avrebbe usurpato cognomi e titoli che non gli spettano. Non esclusa un'azione penale

Roma, sabato sera.

E' stato presentato alla Procura detta Repubblica da parte di un noto legale, un esposto per conto di un gruppo di nobili italiani che hanno visto lesi i loro diritti dall'ordinanza del tribunale di Napoli — in data 3 febbraio 1950 — e secondo la quale il marchese Antonio De Curtis, in arte meglio conosciuto col nome di «Totò», otteneva di aggiungere ai suoi precedenti cognomi quello di Flavio'Angelo Ducas Comneno di Bisanzio etc. Diventava così erede diretto di Costantino il Grande, cosa questa che però non avrebbe dato alcuna noia atte suddette famiglie nobili le quali accusano per ora Totò solo di aver usurpato cognomi che loro spettano.

Secondo quanto sarebbe scritto nell'esposto, la discendenza dà Costantino sarebbe quanto mai fantasiosa, dato che il Focas al quale, secondo un documento presentato al tribunale di Napoli, spetterebbero i titoli costantiniani, non avrebbe mai avuto diritto a tale eredità. In realtà il predecessore dei Focas non sarebbe che un signorotto ribelle di una provincia bizantina che, dopo pochi mesi di ribellione, avrebbe fatto atto di sottomissione al vero imperatore; cosa dimostrabile — secondo i ricorrenti — con qualsiasi testo storico completo.

Tra l'altro sarà difficile anche provare come Totò sia riuscito a riunire in una sola persona, egli stesso, i cognomi di due famiglie, i Focas e i Ducas, che, secondo gli storici e l'araldica, non furono mai parenti tra loro.

Un penalista ha dichiarato che un esposto del genere, che tra l'altro sembra corredato da inoppugnabili documenti, potrebbe avere come conseguenza una denunzia penale nei riguardi dell'Antonio De Curtis per l'attribuzione di cognomi a lui non spettanti e fattisi aggiungere mentre sarebbero ancora viventi gli eredi effettivi delle famiglie cui spetterebbero quei cognomi.

«Nuova Stampa Sera», 29 aprile 1951


Roma, 28 aprile.

Il noto attore comico Totò ha presentato querela alla Procura della Repubblica contro un giornale che parlava in tono ironico e metteva in dubbio l'autenticità dei suoi titoli nobiliari e cavallereschi; fra l'altro gli si contestava il diritto di proclamarsi l'erede diretto di Costantino il Grande.

«Ho con me quattro sentenze, dico quattro sentenze del tribunale, passate tutte in giudicato — ha spiegato a chi gli chiedeva ragione del suo gesto — che mi autorizzano a portare tutti i nomi di cui mi fregio. Vi è uno stato civile che sul mio conto parla chiaro: io sono Sua Altezza imperiale il principe Focas Flavio Angelo Ducas, Comneno, De Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio; seno nato a Napoli nel quartiere Stella il 15 febbraio 1898 da Giuseppe ed Anna Clemente e sono stato adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi di Tortivesi. Inoltre chi ha ancora dei dubbi, perchè non si rivolge alla consulta araldica presso il Ministero degli Interni o presso i Cavalieri dì Malta dove, proprio pochi giorni or sono, è stato presentato l'albero genealogico, dal quale risulta come stanno effettivamente le cose e che precisa la mia diretta discendenza maschile dai cavalieri De Curtis?».

«Già qualcun altro ha tentato di darmi fastidio: ma non gli è andata bene. Nel 1945 a Napoli ebbi una vertenza giudiziaria con il principe Nicola Nomagna Paleologo, che contestava i miei buoni diritti. Vinsi la causa non solo in tribunale, ma anche in appello. Ma vi è di più: esiste un libro d'oro della nobiltà italiana. Ebbene, io sono ricordato al vo lume XXVIII a pagina 42. «Quello che mi dispiace i mi addolora soprattutto è un altro particolare, però: le insinuazioni che si fanno sul conto di mia madre. Quando nell'esposto si dice che fui iscritto all'anagrafe con il nome di mia madre perchè figlio di ignoto e che solo nel 1928 presi il nome di De Curtis che aveva sposato mia madre dichiarando che io ero figlio naturale, si sostiene il falso e lo provano tutti i miei documenti dai quali risulta che io sono figlio di Giuseppe e Anna Clemente regolarmente sposati, era una donna semplice, mia madre, questo è vero; ma nient'affatto ignorante e nessuno ha il diritto di offendere impunemente la sua memoria».

«La Stampa», 29 aprile 1951


«Il Tempo», 29 aprile 1951


«Corriere della Sera», 30 aprile 1951


«Il Tempo», 30 aprile 1951

«Il Tempo», 1 maggio 1951

«La Stampa», 3 maggio 1951


«L'Unione Monregalese», 4 maggio 1951


Il principe Antonio De Curtis, noto in arte col nome di Totò, ha querelato per calunnia Guido Jurgens, Luigi Colisi-Rossi e Lavarello Lascaris Marziano. La querela è stata presentata perchè i predetti avrebbero, in concorso fra loro, con denunzie dirette alla Procura della Repubblica, incolpato Totò di falso continuato in atto pubblico, e precisamente di aver commesso degli illeciti per quanto riguarda i suoi titoli nobiliari. Allo Jurgens, inoltre, è contestato il reato di diffamazione per avere offeso la reputazione di Totò, comunicando con più persone.

Le ragioni di Totò saranno sostenute dall’avv. Eugenio De Simone.

«Il Messaggero», 11 luglio 1952

«L'Avanti», 22 agosto 1952

«L'Unità», 18 settembre 1952

«La Stampa», 22 agosto 1952

«Tempo», 13 settembre 1952


Si chiama Maria Teresa y Dites Lule Argondizza-Tocci ed è discendente, in linea femminile, della famiglia Tocci di Bisanzio che secondo una pergamena del 1730 ha ottenuto il «privilegio» perpetuo della ereditarietà alla Corona di Bisanzio, quella stessa di cui fino ad oggi era considerato legittimo pretendente il principe Antonio De Curtis, cioè Totò.

Fino ad oggi la «pretendente» non ha rivendicato il titolo in altro modo che facendo pubblicare scritti sui suoi diritti soprattutto dalle pubblicazioni araldiche. Ma in auesti giorni la polemica è entrata in una fase più viva e il padre della pretendente ha avuto con Totò uno scambio di lettere su un giornale romano. Totò, del resto, si è limitato a dire che se per caso la Corona di Bisanzio potesse essere restaurata egli vi rinuncerebbe volentieri per seguitar a fare, più comodamente, l’attore. E’ previsto nei prossimi giorni un «incontro tra i pretendenti».

«Settimo Giorno», anno V, n.37, 10 settembre 1952


Roma, giovedì sera.

Nella vicenda del trono di Bisanzio, che ha oggi due pretendenti, il principe Antonio De Curtis, meglio conosciuto con il nome d'arte Totò, e il principe Lavarello, riconosciuto unanimemente come l'orbiter etegantiarum della nobiltà romana, si è oca Inserita una gentile fanciulla bruna, che dichiara di essere erede allo stesso trono: Maria Teresa Ily Dites Lule Argondlzza Tocci, figlia di un noto professore di lettere che abita in una casa della vecchia Roma a pochi passi dai Fori Imperiali. Il nome della terza pretendente significa letteralmente «Stella mattutina» (Ily Dites) e «Flore» (Lule) ; si presenta come una attraente fanciulla di circa vent'anni. Il prof. Argondizza è anche una autorità in fatto di spiritismo e scienze occulte.

La ragazza afferma di essere una discendente diretta di Sona, sposa a Ivan III il Grande, fondatore della potenza russa e costruttore del Cremlino; sua figlia sposò Don Leonardo III Tocco, di cui sopravvive il ramo cadetto, e fuggita dall'Epiro al tempo dell'invasione turca, si rifugiò In Albania. Di qui, nel 1780, i Tocci di San Cosmo Albanese riconosciuti principi del sangue, si rifugiarono In Italia: da loro discende In linea femminile — cori almeno afferma — la bella pretendente al trono di Bisanzio. Ma all'anagrafe italiana la bella fanciulla risulta molto più semplicemente col nome di Lule Argondlzza.

«Stampa Sera», 21 agosto 1952


Roma, 17 dicembre

Tra i reati ai quali si applica l'amnistia anche se la pena sancita dal codice è superiore al limite di quattro anni previsto per tutti gli altri .reati, non militari o finanziari, il Senato ha compreso la diffamazione aggravata commessa a mezzo della stampa. Se, come si ha ragione di ritenere, tale inclusione sarà approvata anche dalla Camera, due sezioni del tribunale di Roma, specializzate nei reati di diffamazione a mezzo della stampa, vedranno notevolmente alleggerito il loro lavoro, perchè un gran numero di processi in corso di definizione dovranno passare agli archivi

Il più clamoroso, tra questi, è il processo «Parri - Meridiano d'Italia», che, interrotto a Milano proprio quando stava per concludersi, dovrebbe rinnovarsi totalmente dinanzi al tribunale di Roma, al quale dai giudici di Milano è stato rimesso per competenza territoriale. Come si è già rilevato altra volta, nel processo «Navi e poltrone» cadranno le imputazioni di diffamazione che a carico di Antonino Trizzino erano state elevate a seguito delle querele sporte dagli ammiragli Brivonesi, Leonardi e Pavesi. In sede di esecuzione, la pena inflitta al Trizzino dovrà in conseguenza essere ridotta e limitata al solo reato di vilipendio delle forze armate e dovrà essere cancellata la pena pecuniaria che integrava quella detentiva sempre per il reato di diffamazione.

A Roma cadrà anche la querela di diffamazione sporta dall'ammiraglio Leonardi contro il gen. Emilio Canevari e contro il direttore responsabile del» Meridiano d’Italia», originata da esplicite accuse mosse dal Canevari al comandante della base di Augusta. Il tribunale di Roma sarà anche alleggerito delle querele che di tanto in tanto mettono a rumore il mondo degli artisti cinematografici.

Cosi cadrà sotto il colpo di spugna della amnistia l’annosa controversia tra il principe Antonio De Curtis, più popolarmente noto come Totò, col suo antagonista in fatto di rivendicazione di discendenze dinastiche, Marziano Lavoretto.

Un’altra querela che seguirà la stessa sorte sarà quella sporta dal regista Michelangelo Antonioni e da Suso Cecchi D'Amico contro Gina Lollobrigida, originata dalla mancata partecipazione della Gina al film «La signora senza camelie». Per questa vicenda, estinto il reato, rimane il giudizio civile per il risarcimento di danni promosso dal produttore Forges Davanzali contro la Lollobrigida della quale si chiede la condanna al pagamento di duecento milioni per l’inadempienza contrattuale lamentata dal produttore

«Gazzetta del Popolo», 18 dicembre 1953


Roma, 29 luglio

Il principe Antonio De Curtis, il popolare «Totò», ha presentato in questura una denuncia che riguarda un libraio fiorentino. Tempo fa la marchesa Carmela Spreti, residente a Roma vendette a un libraio fiorentino una intera libreria che aveva ereditato dal marito defunto; fra i libri si trovavano, all’insaputa della marchesa, importanti documenti che il principe De Curtis aveva consegnato, per rapporto di lavoro, al marito di lei.

Questi documenti sono costituiti da pergamene firmate in bianco dallo stesso principe De Curtis: attestati di benemerenza o di onorificenza che col suo titolo di unico discendente dell’imperiale casa di Bisanzio, Totò può conferire a suo piacimento. Sembra che il libraio fiorentino le abbia rivendute ad alcuni individui senza scrupoli che le avrebbero riempite e quindi, previo compenso, le avrebbero «cedute» ad alcuni benestanti desiderosi ai acquistare un titolo nobiliare.

«Gazzetta del Popolo», 30 luglio 1955


La seconda deliberazione tende a porre precisi limiti di caratteri dinastici e di famiglia : essi non potranno essere riconosciuti se non agli ordini tradizionali di case sovrane, considerate come tali al congresso di Vienna lei 1815 o successivamente. La casa d'Albania, per esempio, non venne riconosciuta a Vienna dopo la caduta di Napoleone, ma in seguito: i suoi eventuali «ordini» sono legittimi. La casa di Bisanzio, invece, non fu riconosciuta sovrana al Congresso di Vienna nè dopo: i suoi «ordini» illegittimi. Durante il Congresso di Madrid fu affermata anche la falsità degli ordini cavallereschi che il Vaticano denunciò come non genuini, elencandoli sulle colonne dell'Osservatore Romano il 21 marzo 1953; si sono sollecitate in proposito le accademie e gli istituti araldici, perchè diffidino ed eliminino dai loro ranghi gli appartenenti a codesti ordini illegittimi.

La terza deliberazione è stata cosi formulata: sono considerati come termini invalicabili per la documentazione delle genealogie quelli del XII secolo, in quanto qualsiasi accertamento precedente non può avere valore sicuro e obiettivo. Questo principio venne applicato nel «Libro d’oro della nobiltà italiana» di recente pubblicazione, dove furono collocati in una sezione speciale i nobili riconosciuti da tribunali e da magistrature ordinarie, come avvenne per il principe Antonio Comneno Lascaris de Curtis, in arte Totò. Secondo gli istituti araldici, la magistratura italiana, che rappresenta uno Stato agnostico, in fatto di nobiltà, non è competente a giudicare questioni dinastiche, nè un giudice, non esperto in araldica, è in grado di riconoscere l'autenticità di antichi documenti che gli si presentano. Ma si può osservare in proposito che le deliberazioni del Congresso di Madrid non possono avere una validità retroattiva per annullare decisioni prese dalla magistratura e divenute irrevocabili, come avvenne appunto nel caso dì Totò.

Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 15 novembre 1955


DOMANI IN TRIBUNALE SI DIRÀ SE TOTÒ È VERAMENTE PRINCIPE

Sarà discussa la causa per diffamazione, ma i napoletani vogliono sapere qualcosa di più preciso sulla discendenza dal trono di Bisanzio.

Napoli 25 giugno.
Grande emozione, a Napoli, specie nei vicoli della Sanità, per il ritorno di Totò. Qui infatti, il popolare attore è nato, e qui domani lo si vedrà per un processo in tribunale. Totò è in veste di parte civile e da lui è partita la denuncia per diffamazione contro l’avvocato Carlo Felice Battaglia, del Foro di Roma, ma già è dato prevedere che la parte più interessante del processo non sarà quella relativa all'accertamento del reato contestato, ma piuttosto quella che verterà sulla reale discendenza di Totò dalle dinastie del trono di Bisanzio, succedutesi da Costantino il Grande in poi. In sostanza il pubblico vuol sapere questo: Totò è principe o non è principe? Anche se tale questione sembra prescindere da quello che è l’oggetto principale della causa(e nulla di più probabile che l’avvocato Eugenio De Simone, del Foro di Roma, difensore di Totò, farà il possibile per evitare che essa si incardini nel processo), è chiaro che essa rappresenta il problema base per poter decidere in ordine al reato contestato all’avvocato Battaglia, e i difensori di quest’ultimo, avvocato Pasquale Ruggiero e avvocato Amedeo Pistoiese, ambedue di Napoli, cercheranno certamente di trattarla in linea preliminare. Non è questa la prima volta che Totò è costretto a battere le vie giudiziarie per dimostrare come egli sia l’unico erede delle dinastie succedutesi a Costantino.
Totò, che nacque nel febbraio 1898 da Anna Clemente e da padre ignoto, fu legittimato nel 1928 da Giuseppe De Curtis, che nel 1921 aveva sposato la donna. Nel 1933 egli fu adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi e nel luglio 1945 si vide riconoscere dalla quarta sezione del tribunale di Napoli, in base a un’istanza e a una documentazione da lui stesso presentata, unico erede di tutte le dinastie succedutesi al trono di Bisanzio. Nel 1950, ancora, egli fu riconosciuto come «Antonio Flavio Angelo Dukas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi.» Tuttavia il principe Marziano II Lavarello Lascari, di Roma, insieme al capitano Guido Jurgens, che faceva parte della sua casa, avanzò un esposto al procuratore della Repubblica di Roma, adducendo la impossibilità che Totò potesse proclamarsi erede al trono di Bisanzio e chiese un accertamento sulla documentazione da lui presentata al tribunale di Napoli. Anche il principe Lavarello imperniava la sua tesi su una questione di discendenza, e a questo punto occorre dire che lo studio su tali documentazioni risulta tutt’altro che facile, dato che occorre risalire per generazioni e generazioni, rami collaterali e rami ereditari. Tuttavia si può dire che il riconoscimento dato a Totò dal tribunale di Napoli si basava appunto sulla documentazione da lui presentata, documentazione al cui centro è il collegamento con la dinastia discendente da un certo De Curtis, discendente a sua volta dalle dinastie bizantine. Il procuratore della Repubblica archiviò l’esposto del principe Marziano II e del capitano Jurgens e costoro furono successivamente querelati per calunnie da Totò, e condannati in prima e in seconda istanza. Il principe Lavarello era difeso dall’avvocato Carnelutti e lo Jurgens dall’avvocato Battaglia, il quale, in seguito alla condanna del suo assistito, e secondo quanto egli stesso dichiara, venne a Napoli per indagare, al Comune, alla biblioteca nazionale, all’istituto orientale, sulla effettiva ascendenza imperiale di Totò. In tale occasione egli avvicinò lo scarpaio Gennaro De Curtis, a quanto sembra cugino del padre di Totò, nonché un amico dello stesso Gennaro, tale Salvatore D’Angelo. Che cosa sia stato detto veramente è ai giudici che tocca stabilirlo, ma fatto è che Totò, nell’agosto dello scorso anno, presentò querela contro l’avvocato Battaglia, basando la sua denuncia sulle testimonianze, appunto, di Gennaro De Curtis. Costoro, infatti, dopo essersi incontrati alcune volte con l’avvocato, dichiararono che costui aveva chiesto a Gennaro De Curtis una procura per iniziare una causa contro Totò, asserendo che era lui, Gennaro, ad aver diritto al titolo nobiliare. In ogni caso - a quanto dichiarano i due popolani - l’avvocato Battaglia avrebbe detto che era quella un’ottima occasione per far sborsare a Totò qualche milione. In più l’avvocato avrebbe pronunciato frasi offensive nei riguardi dell’attore, quali, ad esempio, «Totò è un falsario», e aveva inviato, tramite il D’Angelo, una lettera a Gennaro de Curtis, con la quale si esprimeva in termini certo poco lusinghieri nei riguardi dell’attore e dell’attrice Franca Faldini, che stava per avere un figlio. Di qui la querela di Totò sulla quale saranno chiamati ad esprimersi i giudici lunedi. Ciò malgrado sembra probabile che la causa, per gravi ragioni di ordine procedurale, sembra destinata a subire un rinvio. Ma la procedura - quest’è certo poco interessa al popolino della Sanità, che si augura di poter vedere l’attore, in questa o in un'altra udienza. Uno spettacolo che nessuno vuol perdere, tanto più che non si paga il biglietto.”

 Orlando Mazzoni, «La Nazione», Firenze, numero 151, domenica 26 giugno 1955


FOLLA E CLAMORE AL PROCESSO DI TOTÒ

La causa è stata rinviata per indisposizione dell’imputato. L’improbo lavoro delle forze dell’ordine.

Napoli lunedì 27 giugno.

«Totò sei bello»:con questo grido la folla di popolani e di curiosi che stamattina si era data convegno davanti al tribunale o all’intemo di Castelcapuano... Folla inverosimile. Totò giunto con la sua “LINCOLN”. La corte ha accettato il rinvio in quanto l’avvocato Battaglia ha prodotto certificato medico. Totò è rimasto seduto tranquillo accanto al parente Gennaro. All’uscita Totò, assediato, sorridente, firmò decine di autografi, salutò tutti, ed è ripartito applaudito.

«La Nazione», Firenze, martedì 28 giugno 1955


Il popolare comico è pago di essere un «cavaliere del Sacro Romano Impero»

«Gazzetta del Popolo», 28 maggio 1957


Roma 11 novembre, notte.

La singolare vicenda dell’ottantenne Goffredo Gagliardi, l’ex-capotecnico di Sardigliano in provincia di Alessandria, che ha messo in vendita i «suoi» titoli di duca di S. Miniato e marchese di Brescia, ha avuto un’eco anche a Roma a causa di un intervento del popolare Totò, al secolo principe Antonio De Curtis.

L’attore, è noto, ha una particolare propensione per le questioni araldiche e non tralascia occasione per documentarsi sulle origini della sua famiglia. Proprio in questi giorni egli ha messo a punto il materiale che dovrà servire a una pubblicazione sulla famiglia Gagliardi.

«I Gagliardi — ha dichiarato Totò — hanno un solo predicato, che è quello di Casalicchio. Nell’elenco ufficiale della nobiltà italiana non figurano invece i predicati di S. Miniato e di Brescia, ed è quindi chiaro che il caso dell’ottantenne di Sardigliano è un caso di pura e semplice omonimia».

«Corriere d'Informazione», 12 novembre 1959


1959 11 12 Il Messaggero Toto Nobilta intro

Secondo l'attore, che sta raccogliendo materiale per una pubblicazione sulla famiglia Gagliardi, non figurano i predicati di S. Miniato e di Brescia - Si tratterebbe di un'omonimia

Il popolare attore Totò è intervenuto ieri nella singolare vicenda dell'ottantenne Goffredo Gagliardi, l’ex capotecnico di Sardigliano, in provincia di Alessandria il quale, come hanno pubblicato tutti i giornali, ha messo in vendita i «suoi» titoli di duca di San Miniato e di marchese di Brescia, allo scopo di realizzare qualche milione per vivere meno squallidamente i suoi ultimi anni. Il Gagliardi ha dato pubblicità a questa sua decisione in un modo singolare, mettendo cioè un annuncio economico su un quotidiano torinese.

Totò, al secolo principe Antonio de Curtis Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio Gagliardi, ha dichiarato che i Gagliardi hanno un solo predicato che è quello di Casalicchio. «Nell’elenco ufficiale della nobiltà italiana — ha precisato l’attore il quale s’interessa molto da vicino di questioni araldiche — non figurano i predicati di San Miniato e di Brescia ed è quindi chiaro che il caso dell’ottantenne di Sardigliano è un caso di pura e semplice omonimia. Questa è materia di mia competenza e mi dispiace di dover togliere le illusioni a un povero vecchio. Ma è anche una materia che mi appassiona e che rispetto e quindi dovevo intervenire anche perche ho sentito parlare di una cosa che non solo non si può vendere ma che non esiste neppure...».

Il principe De Curtis ha aggiunto infine di aver raccolto, proprio in questi giorni, il materiale che dovrà servire a una pubblicazione sulla famiglia Gagliardi il cui nome gli viene per adozione. «Per questo — ha sottolineato Totò — ho creduto opportuno di interloquire nella questione».

«Il Messaggero», 12 novembre 1959


Totò e la nobiltà: articoli dal 1960 al 1969

Gli «arrivati»: Totò

Vincenzo Talarico, «Vie Nuove», anno XVII, n.2, 11 gennaio 1962
Gli «arrivati»: Totò Qualcuno si divertiva a chiamarlo «principe», alludendo ironicamente alla sua discendenza bizantina, ma ad un certo punto egli si seccò: «Amici miei — disse — qua siamo…
748

Facciamo visita a Totò

Pietro Zullino, «Epoca», anno XXVII, n.818, 29 maggio 1966
Facciamo visita a Totò Il grande attore, che presto vedremo in un programma televisivo a puntate, sta serenamente percorrendo il viale del tramonto. Ormai ci vede poco, vive in solitudine…
1021

Totò, il comico irripetibile

Ernesto G. Laura, «Bianco e nero», anno XXVII, n.6, giugno 1967
Totò, il comico irripetibile Di Totò — scomparso il 16 aprile scorso ancora in piena attività (stava girando le prime scene de Il padre di famiglia di Nanni Loy, che furono poi rigirate con…
1168

Ricordo di Totò

Luciano Pelliccioni di Poli, «Orizzonte dei Cavalieri d'Italia»n.4, 5, 6, aprile-giugno 1967
Ricordo di Totò Il 15 aprile è morto improvvisamente nella sua casa di Roma il celebre attore Totò. Era nato a Napoli il 13 febbraio 1898 dal Marchese Giuseppe de Curtis e da Anna Clemente;…
1121

A Somma Vesuviana il castello di Totò

Chiara Graziani, Daniele Iorio, «Il Mattino», 16 marzo 1998
A Somma Vesuviana il castello di Totò Il castello è di origine Aragonese fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, si stabilì a…
1660

Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca

Giuliana Orlandini, «Le Ore», anno IV, n.186, 1 dicembre 1956 - Foto di Tazio Secchiaroli
Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca Si può diventare imperatore nella capitale della Repubblica. Domenica 18 novembre, un freddo cartoncino a stampa, informò che Sua…
378

Totò e la nobiltà: articoli dal 1970 al 1979

La febbre di Totò

Franco Berutti e di Paolo Mosca, «Domenica del Corriere», anno LXXIV, n.17, 25 aprile 1972
La febbre di Totò Il 15 aprile del 1967 si spegneva a Roma il grande comico napoletano, compianto da milioni di spettatori. Oggi, a distanza di cinque anni, si assiste al rilancio dei suoi…
1133

La tardiva RIscoperta di Totò

Luciano Mattino, «Settimana TV», anno XX, marzo-aprile 1973
La tardiva RIscoperta di Totò Quando sarò morto e non più scomodo per nessuno, daranno la stura ai paroloni e, rispolverando la mia vis comica, affermeranno che se non me ne fossi andato mi…
2565

Piangeva su ogni de Curtis

Vittorio Paliotti, «Oggi», anno XXIX, n.14, 5 aprile 1973
Piangeva su ogni de Curtis Mentre la Tv ci ripropone Totò, ascoltiamo la rievocazione affettuosa di un suo grande amico. Il conte Marco Rocco di Torrepadula ci descrive le grandi qualità e…
1305

A Somma Vesuviana il castello di Totò

Chiara Graziani, Daniele Iorio, «Il Mattino», 16 marzo 1998
A Somma Vesuviana il castello di Totò Il castello è di origine Aragonese fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, si stabilì a…
1660

Totò, che piacere rivederti

Fiammetta Rossi, «Radiocorriere TV», anno LV, n.23, 4-10 giugno 1978
Totò, che piacere rivederti In sei telefilm la sua arte comica. Ecco come lo ricordano Macario, Taranto, Manfredi, Tognazzi e Gigante. Roma, maggio Sono sei telefilm, un’antologia di…
912

Totò e la nobiltà: articoli dal 1980 al 1989

Totò comprò l'onore per sua madre

Gaetano Saglimbeni, «Gente», anno XXXI, n.18, 8 maggio 1987
Totò comprò l'onore per sua madre Raccontiamo la tormentata esistenza del grande attore nel ventesimo anniversario della sua scomparsa - Totò nacque in un poverissimo quartiere di Napoli -…
1666

A Somma Vesuviana il castello di Totò

Chiara Graziani, Daniele Iorio, «Il Mattino», 16 marzo 1998
A Somma Vesuviana il castello di Totò Il castello è di origine Aragonese fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, si stabilì a…
1660

Totò non rideva mai

Vittorio Paliotti, «Il Mattino», 11 aprile 1987
Totò non rideva mai Totò lontano dalla scena e dal set era un uomo molto riservato Forse era l’impegno intellettuale che spendeva sul lavoro a renderlo per i familiari e gli amici una…
1783

TOTO' E LA NOBILTA': ARTICOLI DAL 1990 AL 1999

Come Totò divenne il principe de Curtis

Giancarlo Governi, «Radiocorriere TV», anno LXVII, n.30, 29 luglio-4 agosto 1990
Come Totò divenne il principe de Curtis Abbiamo parlato nel numero del 27 TV Radiocorriere di un segreto che aveva segnato la vita del grande Totò e che probabilmente aveva contribuito a…
2960

Totò trenta anni dopo: la rassegna stampa

«Film TV», anno V, n.17, 20-26 aprile 1997-Giuseppina Manin, Pasquale Elia, «Corriere della Sera», aprile 1997-R. Ch., Giancarlo Governi, Gabriella Gallozzi, «L'Unità», aprile 1997
Totò trenta anni dopo: la rassegna stampa Il settimanale specializzato «Film TV» nel numero 17 pubblicato nell'aprile 1997, in occasione del 30° anniversario della morte di Totò ripercorre…
1876

L'enigma Totò

«Specchio della Stampa», n.108, 14 febbraio 1998
L'enigma Totò Principe del Sacro Romano Impero e plebeo del Rione Sanità. Divo adorato dalle platee teatrali e cinematografiche, ma selvaggiamente sfruttato dai meccanismi commerciali. Uomo…
1196

A Somma Vesuviana il castello di Totò

Chiara Graziani, Daniele Iorio, «Il Mattino», 16 marzo 1998
A Somma Vesuviana il castello di Totò Il castello è di origine Aragonese fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, si stabilì a…
1660

Totò, signore del secolo che ride

Osvaldo Guerrieri, «La Stampa», 15 dicembre 1999
Totò, signore del secolo che ride La sua comicità, diretta, fisica, fatta di improvvisazione e di estro approdò al cinema e consentì di superare la barriera che divide il teatro comico da…
584

TOTO' E LA NOBILTA': ARTICOLI DAL 2000 AL 2009

TOTO' E LA NOBILTA': ARTICOLI DAL 2010 AL 2019

E' tornato apposta da Caracas, dove abita, a Somma Vesuviana, dov’è nato e dove abitano ancora la sorella e i nipoti. A 82 anni, quanti ne ha appena compiuti, il marchese Camillo de Curtis ha deciso di scrivere una storia della sua famiglia e di sgombrarla di una presunta parentela che gli fu imposta, suo malgrado, in gioventù. Quella con Antonio De Curtis, in arte Totò.

Lo fa con la nonchalance che gli deriva dalla educazione (solida) ricevuta nel castello avuto e dal denaro (molto) accumulato in Venezuela. Ma perché prendersi la briga, dopo tanto tempo, di sottilizzare su una parentela di cui, nobili o no, ci sarebbe di che sentirsi onorati? «Per amore di verità. A ottantadue anni, restano quasi solo i ricordi, e i ricordi meritano di essere onorati». Il primo ricordo che il marchese Camillo ha di Totò risale ai 1936. All’epoca è un ragazzetto di 14 anni e vive con il gemello Rodolfo e la sorella Maria Luisa, ventunenne, nel castello di Somma Vesuviana, un'infilata di saloni affrescati per ricevere e poche stanze ove abitare, che il nonno Camillo, morto nel '32, ha mantenuto com’era, senz'acqua e senza luce («Bevevamo dal pozzo e avevamo i lumi a petrolio») perché le «diavolerie moderne» non appartenevano alla sua cultura. E che il padre Gaspare, vedovo precoce, bonvivant da Belle Époque, con una passione smisurata per le donne e per il gioco, non è esattamente in grado di mantenere, avendo dilapidato il patrimonio familiare in una vita avventurosa e dissipata.

Nel 1936 Antonio De Curtis, attore, ha già cominciato la scalata alla ricerca di un quarto di nobiltà. Da pochi anni porta questo cognome, essendo stato tardivamente riconosciuto dal padre Giuseppe, e ha dunque impresso nella sua storia di bambino cresciuto nei vicoli della Sanità il marchio di figlio illegittimo, il che, data l'epoca, non è peso da poco. Da qui, probabilmente — come annota Vittorio Paliotti, che ha dedicato al comico napoletano un libro «Totò, principedel sorriso», edito da Pironti) stravenduto — l'ansia di riscatto che lo induce prima a cercare un tutore d'alto lignaggio (lo trova nel '33 in un marchese, Francesco Maria Gagliardi Focas, che lo adotterà) e subito dopo una vena di sangue blu nell'ascendenza paterna.

Sarà proprio Gagliardi, vecchio amico di famiglia, ad accompagnare Totò al castello di Somma Vesuviana, perché incontri il marchese Gaspare, alla ricerca di una linea parentale di cui, fino a quel momento, nessuno ha saputo nulla. «Il nostro casato — racconta ora Camillo de Curtis — era nel punto più basso della sua parabola. Ci restava qualche terra, ma affondavamo nei debiti. Sicché l'attore entrò plebeo al castello e ne uscì con un titolo nobiliare, essendosi autonominato cugino di nostro padre e nostro zio». Ne uscì anche alleggerito di 100 lire («Un direttore di banca ne guadagnava 360 al mese») che regalò ai ragazzi, e di un contratto con cui nominò il "cugino" Gaspare, con lo stipendio di 3000 lire, amministratore della sua compagnia teatrale. Poco dopo, racconta ancora Camillo, «Totò si comprò un quadro, una crosta settecentesca, che ritraeva Gaspare de Curtis, succeduto nei 1756 al fratello Michele nel titolo di marchese. La pagò 2000 lire. E si comprò vari diplomi di cavaliere dei fratelli de Curtis».

I due “cugini” andarono d’amore e d'accordo per un paio d'anni, gli eredi del marchesato de Curtis ebbero anche casa a Roma, nel '37 Totò con la figlia Liliana fu ospite per qualche giorno nel castello di Somma. Poi il sodalizio si incrinò, Gaspare de Curtis finì suicida nel castello e «noi orfani, fino a quel giorno dichiarati amati nipoti, non ricevemmo da Totò neppure le condoglianze. Avevamo sedici anni, mio fratello Rodolfo e io. Eravamo studenti. Senza lavoro. Senza un soldo. Andammo a chiedergli aiuto. Disse: “Ci penserò”. Non lo abbiamo più sentito. Non fosse stato per mia sorella, che nel frattempo si era sposata...».

La guerra s’incaricò di spazzare le memorie spiacevoli e il loro corredo di astio. Rodolfo de Curtis, nel ‘41, finì disperso nel sottomarino “Marcello”. Camillo tornò dalla guerra indenne, ma solidamente spiantato. «Decisi di tentare la fortuna all’estero. Partii per il Venezuela, alla ventura. Racimolai a stento i soldi del biglietto». Ma neppure a Caracas si comincia senza un cent e i due superstiti eredi de Curtis decidono di vendere il castello che ormai è disabitato, e a rischio rovina, per consentire a Camillo di investire nel suo futuro. Il castello viene messo in vendita, per 100 mila lire. «Totò si fece vivo un'altra volta: voleva comprarlo — ricorda Camillo — ma non ne ebbe mai la possibilità, perché gli mancavano i quattrini. Lo vendemmo alia famiglia Vernicchi, di Montella, che lo abitò per qualche anno e poi lo abbandonò. Ora è nel patrimonio del Comune».

Dal Venezuela, dopo aver accantonato l’idea di rientrare definitivamente in Italia a metà degli anni Cinquanta («Venni, mi chiamarono certi mafiosi, mi invitarono in un ristorante. "Per duecento anni in paese ha comandato la sua famiglia. Ora comandiamo noi”, mi dissero. Capii che non avrei potuto accettare questo mondo e questa mentalità»), Camillo de Curtis è tornato a trovare la sorella quasi ogni estate. Non si è mai occupato del De Curtis attore né «della sua malattia — così la chiama — di nobiltà». Finché non gli fece saltare la mosca al naso una serie di interviste, e un sito internet, in cui prima Totò e poi la figlia Liliana citavano il castello di Somma come una proprietà di famiglia. «Proprietà del marchese Giuseppe, figuriamoci. Mai esistito. La documentazione araldica trovata in una cantina del castello. Figurarsi. Mio padre gliel’avrà venduta». E fu cosi che decise di passare al contrattacco. Per una circostanza fortuita, stabilì un contatto con Federico De Curtis, cugino vero dell’attore, per vent'anni nel coro del San Carlo, che per ragioni opposte (la sua famiglia, nobile d'animo ma non di sangue blu, è stata rinnegata), coltiva la stessa ansia di chiarezza. Con puntigliosa acrimonia insieme hanno ricostruito il doppio albero genealogico, su atti dello Stato italiano e del Regno delle Due Sicilie. Per entrambi, sono risaliti fino al Settecento, mostrando che la famiglia di Totò, figlio di Giuseppe, figlio di Luigi, figlio di Lorenzo, figlio di Gennaro, proprio non ha nulla da spartire con quella del marchese Camillo, figlio di Gaspare, figlio di Camillo, figlio di Pasquale, figlio di Camillo, figlio di Gaspare, figlio di Luca Antonio.

Non soddisfatto, il marchese de Curtis è andato anche a scartabelare le sentenze che decretarono il principe della risata "altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e dell'Illiria, principe di Costantinopoli”. Titoli di fronte a cui la discendenza sommese risulta scolorita, ma che, secondo de Curtis e nonostante i verdetti, tutti favorevoli all'attore, «sono inventati di sana pianta». Tesi non isolata, del resto. Se lo storico napoletano Aldo De Gioia può sostenere: «Molte sentenze rintracciate da Totò erano datate in epoca monarchica, e con la Repubblica non valevano più. Senza contare che alcuni fascicoli all’Archivio di Stato o mancano del tutto o presentano cancellazioni sospette». Deciso a fare giustizia almeno «delle falsità che riguardano la mia famiglia», il marchese de Curtis ha contattato uno studioso di storia locale, Domenico Russo, e ha cominciato a scrivere un libro di memorie. Il titolo? Non c’è ancora. Totò suggerirebbe forse: “Miseria e nobiltà, facciamoci una risata”.

Eleonora Bertolotto, Ferruccio Fabrizio, «Repubblica», 20 ottobre 2004


Rassegna stampa: Marziano II di Lavarello contro Antonio de Curtis

Marziano II di Lavarello, rassegna stampa

Articoli d'epoca - 1950-1959 1415 Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 12 maggio 1951

Marziano II contro Totò

Marziano II contro Totò La piccola corte di Marziano Lavarello contesta al comico il diritto di portare tanti cognomi, di affermarsi imperatore di Bisanzio e perfino di chiamarsi Principe. Come la luna mostra una sola faccia ai mortali, così Totò…
Approfondimenti 10536 Daniele Palmesi - Federico Clemente

Marziano II Lavarello, Imperatore di Bisanzio?

MARZIANO II, IMPERATORE DI BISANZIO? Totò e Marziano, in lotta per il titolo di Imperatore di Bisanzio: i fatti La vicenda ha inizio alla fine dell'anno 1952 qundo il Conte Luciano Pelliccioni Di Poli (consulente araldico di Totò) presenta alla…
Approfondimenti 378 Giuliana Orlandini, «Le Ore», anno IV, n.186, 1 dicembre 1956 - Foto di Tazio Secchiaroli

Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca

Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca Si può diventare imperatore nella capitale della Repubblica. Domenica 18 novembre, un freddo cartoncino a stampa, informò che Sua Beatitudine un Patriarca dell’Antica Chiesa Bizantina avrebbe…

«La Settimana Incom Illustrata», 1951 - Precisazione Conte Luciano Pelliccioni di Poli, consulente araldico di Antonio de Curtis


Roma, giovedì sera.

La battaglia tra Marziano di Bisanzio e Totò De Curtis, si sarebbe arricchita di un nuovo episodio. Facendo seguito al suo precedente esposto al Procuratore della Repubblica, Marziano di Bisanzio avrebbe trasmesso alla medesima autorità un opuscolo à stampa edito a Milano nel novembre del 1948 e messo in vendita, al prezzo di lire 500.

Questo interessante opuscolo contiene lo statuto dell'Imperiale militare angelico ordine costantiniano della di nascita Focas ed è corredato da uno stemma che imiterebbe quello della casa principesca Lavarello Lascaris. L'opuscolo porta la seguente intestazione: «Noi Antonio, Altezza imperiale primogenito della stirpe Costantiniana del Focas Angelo Flavio Dukas Comneno, principe imperiale di Bisanzio ecc. ecc.». A quanto asserisce nell'esposto Marziano, si tratterebbe di un abuso di titoli: in effetti soltanto nel giugno del 1950 Totò otteneva «su ricorso e senza contraddittorio» l'aggiudicazione del titoli di cui già due anni prima faceva sfoggio in un documento redatto e sottoscritto dal notalo Emilio Anderioni di Milano.

Questo, sempre secondo Marziano, costituirebbe la lampante dimostrazione del come Totò si fosse appropriato titoli che non gli spettavano. Inoltre Marziano dichiara che con quell'atto Totò intendeva c arrogarsi diritti dinastici a lui non spettanti ed all'evidente scopo di esercitare la grande maestranza, di un ordine cavalleresco con evidente lesione dei miei diritti familiari e dinastici».

«Nuova Stampa Sera», 24 maggio 1951


Ad Antonio de Curtis, in arte «Totò» è stato ormai definitivamente riconosciuta dall’autorità giudiziaria di Roma (che ha così implicitamente confermato quattro giudicati del Tribunale e della Corte d’Appello di Napoli), la discendenza dalla famiglia degli imperatori bizantini, con tutti i diritti, onori e titoli che a tale discendenza sono connessi, come il diritto al titolo di principe e di altezza imperiale.

Come si ricorderà, nell'aprile scorso i signori Luigi Colisi-Rossi, nella sua qualità di ministro della casa imperlale di S. M. Marziano Lavarello, e quest’ultimo, ricorsero al Magistrato romano vantando gli stessi diritti del de Curtis, affermando che la magistratura napoletana aveva commesso un errore storico-giuridico e giudicato in base a documenti falsi nell'attribuire allo stesso de Curtis i diritti nobiliari da lui affermati.

Senonchè i due denuncianti, durante l’Istruttoria, non hanno potuto offrire nessun elemento di prova per il loro assunto, per cui il giudice istruttore presso il nostro Tribunale, dott. Gabriotti, con suo recente decreto — e su conforme richiesta del procuratore della Repubblica dott. Sangiorgi — ha ordinato l’archiviazione degli atti relativi al due esposti, affermando «il comportamento per lo meno deplorevole degli esponenti, che non seppero asseverare neanche genericamente, le accuse formulate contro il de Curtis». Quest’ultimo è stato assistito dall'avv. Eugenio De Simone.

«Il Messaggero», 20 settembre 1951


ROMA, 18 giugno

La «Imperial Casa di Costantinopoli» ha convocato oggi nell’elegante saletta di un grande albergo romano un ristretto numero di giornalisti per annunciare di aver iniziato un’azione a fondo contro quello che da essa viene definito come «lo scandalo Totò».

Marziano II Basilaeus Lavarello Lascaris di Bisanzio, custode della corona di Bisanzio, si era degnato di dare incarico al conte Guido Jurgens, consulente araldico della sua dinastia e socio d’onore del centro costantiniano di Firenze, di illustrare ai plebei il tema «Dalla congiura di Bisanzio che provocò la fine di Niceforo Focas alla giuria del Palazzo di Giustizia». In succo, il discendente costantiniano annunciava ufficialmente di aver chiamato in sede penale il sig. Antonio De Curtis (Totò) per gli Illeciti commessi, vantandosi unico discendente di una stirpe con la quale, a dire dei promotori del plurimo colloquio, non ha alcun titolo di parentela, nemmeno nei più lontani secoli.

Com’è noto, Totò da alcuni anni afferma di aver scoperto nelle carte familiari diritto di discendenza diretta dalla dinastia Focas, per cui oggi come oggi è l’unico imperatore di Bisanzio degno del titolo, dei suoi molteplici attributi e della corona qualora esistesse. Marziano II Lascaris. con dignità di autentico principe, ha trascurato tali asserzioni finche venivano vantate cosi, quasi per burla. Ma da quando il noto comico napoletano è andato esibendo sentenze di tribunali che autenticavano le sue asserzioni (nessun magistrato, asserisce la parte avversa, ha diritto di convalide araldiche), e da quando si è arrogato il diritto di investiture cavalleresche dell’Ordine costantiniano, che è un bene patrimoniale della corona di Bisanzio (non si dimentichi che i Savoia — ha precisato l’illustratore — hanno pagato 25 mila scudi d'oro per entrare in possesso dell’Ordine Mauriziano), i legali sono entrati in causa ed hanno chiamato davanti alla magistratura romana Antonio De Curtis, perchè convalidi con documenti di reale e controllabile valore storico lì suo vantato titolo principesco. Marziano II Basilaeus ha iniziato l’azione a tutela della sua imperiale stirpe confortato da tutti i membri dei vari rami della famiglia Lascaris, sparsi in tutto il mondo, e che gli hanno riconosciuto il diritto di erede capostipite del nome.

Ora, ha fatto rilevare il conferenziere, Totò si vanta di discendere da Niceforo Focas: ma sa egli chi era costui? Nel decimo secolo il generale della Cappadocia, Niceforo Focas era riuscito a cattivarsi le simpatie e la fiducia dell’imperatore Romano II al punto da vedersi alla sua morte nominato per testamento tutore dei figli. L’uomo, intrigante ed ambizioso, valendosi di questa tutela non solo si proclamò imperatore ma obbligò a nozze Teofania, la vedova del suo protettore. Questa parve subire supinamente l’imposizione, ma combinò una congiura di palazzo che scannò l’usurpatore rimettendo le faccende sul loro giusto binario. Dicono le istorie che il Focas mori in tal modo senza discendenti.

Come può oggi Totò asserire di discendere da questo signore che non ebbe mai figli, nè fu mai legittimo sovrano? «Come Niceforo lasciò le penne per una congiura di palazzo, Totò lascierà le penne per una sentenza di palazzo (di giustizia)» ha asserito stasera il conte Guido Jurgens. Totò minaccia fuoco e fiamme contro i suoi avversari, i quali si limitano freddamente a rispondere che si arrenderanno soltanto davanti alla inoppugnabilità di autentici documenti storici. Intanto non sarebbe vano ricordare a chi lo avesse dimenticato che un articolo della nostra costituzione repubblicana asserisce testualmente: «I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome. La legge regola la soppressione della consulta araldica». Quindi è stata iniziata una guerra che non avrà mai conquiste.

f. d., «La Gazzetta del Popolo», 19 giugno 1951


«Corriere dell'Informazione», 19 giugno 1951

«L'Unità», 15 agosto 1951

«Il Paese», 20 settembre 1951

«Il Tempo», 20 settembre 1951

«Corriere d'Informazione», 20 settembre 1951


Le accuse di Marziano II non sono state provate e il giudice istruttore ha archiviato gli atti della causa - Una conferenza stampa in casa del comico per annunciare la vittoria

ROMA, 19 settembre

Il conflitto giudiziario tra Sua Maestà imperiale Teodoro Costantino Augusto Giulio Angelo Flavio Lavarello Lascaris, più noto come Marziano II, e Sua Altezza imperiale Antonio Porfiriogenito Angelo Flavio Comneno Ducas Griffo De Curtis, della stirpe costantiniana dei Focas, assai più conosciuto come Totò, si è finalmente concluso; il giudice istruttore presso il tribunale di Roma ha infatti ordinato l’archiviamento degli atti, riconoscendo implicitamente che le accuse mosse da Marziano II e dal suo ministro di corte Colisi Rossi devono considerarsi infondate. Le quattro sentenze della magistratura napoletana, con cui il comico Totò allungava successivamente il suo nome e diventava discendente di troni orientali, non sono state provocate da documenti apocrifi, come Marziano voleva far credere, ma rispecchiano la realtà di una discendenza provata e riprovata. Il principe De Curtis è l’unico vero erede del trono di Bisanzio.

Come egli sia a giunto a tale conclusione, è storia abbastanza nota. Figlio naturale del principe De Curtis, che lo riconobbe qualche tempo dopo la nascita, fu adottato nel 1933 dal marchese Francesco Maria Gagliardi. Ma frugando in seguito tra gli ascendenti di papà De Curtis, egli scoperse ad un tratto le profonde radici del suo albero genealogico, e tanto cercò e tanto si battè contro la polvere degli archivi, che nell’anno 1945 potè infilare nella mano destra il grosso anello d’oro con le insegne di Costantinopoli, e fondare in seguito un ordine cavalleresco il cui regolamento fu messo in vendita per 50 lire la copia.

Onorificenze analoghe a quelle che Totò può legittimamente rilasciare, distribuiva da tempo Marziano II. Nella «raccolta degli annunzi legali della casa imperiale di Costantinopoli» egli pubblicava una trentina di decreti al mese, ognuno dei quali creava nuovi gran maestri d’armi, o gentiluomini d’onore, o dignitari, o gran collari, o per lo meno cavalieri dell’Ordine Costantiniano; oltre le disposizioni sempre aggiornate sulle prerogative e uniformi degli insigniti e sui poteri delle «basilisse». Per due anni la piccola corte del principe Lavarello Lascaris tollerò che un uomo di teatro diffondesse le sue carte da visita con le armi degli imperatori bizantini; poi decise di smascherare l’«usurpatore». Il consulente araldico di Marziano Il preparò i piani giudiziàri. Scoperse che Totò riuniva con troppa disinvoltura nomi di famiglie, còme i Focas e ì Ducas, che non erano mai state legate da vincoli di parentela. Credette di poter provare che il padre di Totò, Giuseppe De Curtis, aveva ammesso davanti ad un magistrato di aver semplicemente acquistata la sua appartenenza all’Ordine Costantiniano. Infine assicurava che il titolo principesco non può essere trasmesso per adozione, senza il consenso del sovrano regnante, cioè nella fattispecie, di Sua Maestà Marziano II.

Davanti al giudice istruttore però, gli avversari di Totò non seppero provare le loro brillanti argomentazioni, e l’«usurpatore» ha potuto riunire stasera nel salotto di casa sua giornalisti e operatori cinematografici, per annunziare, con tutto il lustro che merita, la sua vittoria. Con la riservatezza degna di un così nobile gentiluomo, il principe De Curtis non ha infierito sul soccombente Marziano II. «Non ci tengo io, a queste cose» ha premesso con molto sussiego. «Lui mi ha ” sfrugugliato ”, e io mi sono difeso». Tutto il contrasto infatti si fondava sull’equivoco tra due Focas, usurpatore l’uno, l’altro legittimo regnante. Il primo Focas fu ucciso da Eraclio, nell’anno 602 dopo Cristo. «E questo — specifica Totò — non mi riguarda per niente». Il «suo» Focas regnò invece dal 963 al 969, e morì tranquillamente nel suo letto, di morte naturale, lasciando due figli, Saturazio e Procopia, oltre un fratello, Leone, dal quale appunto discende l’attore italiano. Leone fu un eroico combattente della fede, vinse e uccise il generale bulgaro Grifo, e da allora aggiunse ai suoi vari nomi anche quello di Griffo e Grifeo. Un ramo dei Grifeo, attraverso Niceforo II, si estinse in Sicilia molti secoli fa. L’altro passò a Napoli, dove nel secolo XVI si trasformò in De Curtis, quando tale Curzio Griffo, per sfuggire alle persecuzioni politiche, falsificò in tal modo i propri documenti.

Totò conosce a menadito la catena dei propri avi, la ripete cominciando da qualsiasi punto, e la recita con l’aria sommessa di ehi sopporta, suo malgrado, il péso di tanta storia. Accetta anche con buon grado, e con un misurato sospiro le osservazioni del suo avvocato, che lo segue passo passo e lo ferma ogni volta che l’attore sta per prendere il sopravvento sull’erede di Bisanzio. «E’ stato un bel processo • declama, senza riflettere che tutto s’è mente concluso prima di cominciare. «Un conflitto potenze» aggiunge.

u. z.,«Gazzetta del Popolo», 20 settembre 1951


Marziano pretendente al trono di Bisanzio è stato battuto. Totò è stato riconosciuto quale l'unico discendente di Costantino il Grande

Roma, settembre

Dopo la «tregua» estiva, durante la quale tanto il principe Antonio de Curtis (Totó) che Marziano Lavarello (imperatore di Bisanzio) in lotta tra loro, avevano affilato le armi per sferrare l’ultimo attacco allo scopo di uscir vincitori dalla lunga e nota «vertenza dei titoli» c’è stato l'altro giorno il «match» davanti ai giudici che alla fine hanno respinto le denunce degli avversari di Totó e terminata così la battaglia. A darne l'annuncio è stato proprio il popolare attore, il quale, nel corso di una conferenza stampa ha esibito la copia legalizzata della sentenza del tribunale che pone fine ad ogni dubbio e fuga tutte le insinuazioni che erano state fatte durante la polemica.

Come si ricorderà alcuni mesi fa fu pubblicato che Marziano Lavarello contestava energicamente a Totò il diritto di farsi chiamare principe e di dichiararsi discendente di un’antica casa imperiale di Bisanzio. Totò rispose che la faccenda lo «faceva ridere» annunciando che avrebbe sporto querela contro chiunque avesse messo in dubbio i suoi titoli e lo avesse diffamato. In quell’occasione il principe de Curtis esibì le prove della sua discendenza principesca, ma ciò non bastò per far arrendere i suoi avversari Marziano Lavarello e Luigi Colisi Rossi che, convocata la stampa, fecero alcune dichiarazioni che tra l'altro concludevano assicurando che Totò era un usurpatore, come lo era stato del resto Niceforo Focas che ai suoi tempi non avrebbe avuto nessun diritto di essere imperatore di Bisanzio.

Ora si è saputo il responso dei giudici, eccolo: «Il giudice istruttore presso il tribunale di Roma facendo sue le richieste del pubblico ministero, ha ordinato l'archiviazione degli atti relativi ai due esposti presentati al procuratore della Repubblica dai signori Colisi Rossi e Lavarello Marziano contro il principe Antonio de Curtis».

Tale sentenza non lascia ormai più alcun dubbio, il giudice ha infatti ritenute infondate le insinuazioni degli avversari di Totò riconoscendo a quest’ultimo il diritto di farsi chiamare principe. Del resto la cosa era già pacifica. Infatti, fin dal 1945 il tribunale e successivamente la corte d’appello di Napoli, con numerosi provvedimenti passati in giudicato, dopo esauriente esame ed accurato studio di documenti autentici esistenti presso il grande archivio storico di Napoli e presso la consulta araldica, riconosceva l'origine imperiale di Antonio de Curtis quale discendente della famiglia degli imperatori bizantini con tutti i diritti, onori e titoli che a tale discendenza sono connessi, come il diritto ai titoli di principe e di altezza.

Di conseguenza la magistratura sentenziava che il principe Antonio de Curtis quale erede e successore vivente delle varie dinastie bizantine dall’imperatore Costantino il Grande in poi, riassumendo nella sua persona tutti i diritti, onori e titoli che essi godevano avesse anche il diritto di riprendere il cognome di Angelo, Flavio, Ducas, Comneno e ordinava all’ufficiale di stato civile di Napoli di rettificare in tal modo l’atto di nascita del principe Antonio de Curtis.

Con i due esposti presentati nell’aprile scorso al procuratore della Repubblica, Colisi Rossi e Marziano Lavarello insinuarono che la magistratura aveva commesso un errore storico-giuridico avendo giudicato in base a documenti falsi. Da qui la vicenda giudiziaria sulla quale il procuratore della Repubblica prima e il giudice istruttore poi, hanno portato la loro indagine sia in relazione ai diritti nobiliari del principe de Curtis, sia in relazione alla sua personalità morale nei confronti degli avversari. La vertenza è stata ora brillantemente conclusa grazie all’intervento dell'avv. Eugenio de Simone, il noto penalista che difese con successo Lydia Cirillo.

«Il Piccolo di Trieste», 21 settembre 1951


Roma, 14 mattino

Nuove beghe si vanno delineando fra gli eredi, presunti o reali, dell’imperatore di Bisanzio. E’ di turno una denuncia a carico del sig. Marziano Lavarello, il quale avrebbe falsificato il proprio atto di battesimo per far risultare la propria nobiltà.

La denuncia è partita dal conte Pelliccioni di Poli, noto araldista, il quale si è riferito al certificato presentato dall’interessato durante una polemica sui titoli spettanti-gli. Mentri infatti- allo Stato civile per il Lavarello non risulta titolo alcuno, una serie di titoli si legge sull’atto di battesimo; ma all’esame è risultato che i titoli stessi sono stati aggiunti con diversa calligrafia in epoca posteriore alla stesura nei registri.

Marziano, a stare al certificato da lui presentato, sarebbe figlio di Gottardo, «Despota di Nizza, granduca di Bisanzio, principe Lascaris, marchese di Lavarello, nobile signore di Tourgoville, altezza serenissima». Lo scalpore suscitato dalla denuncia deriva anche dalla recente sentenza della Cassazione in materia di titoli nobiliari, dizione che il primo uomo sbarcherà da un razzo sulla luna entro 25 anni. Entro dieci o quindici anni vi sarà una stazione nello spazio sulla quale vivranno da 80 a 100 uomini. Sarà un satellite della terrà, che si muoverà secondo un'orbita e sarà tenuto al suo posto dalla forza di gravità proprio come la luna.

Erano presenti il dott. Werner Von Braun, direttore tecnico del servizio missili guidati delle forze americane, il dott. Fred Whippe, capo del servizio astronomico dell’università Harvard. Willy Leyley, esperto in razzi, il dott. Fritz Haber del servizio sanitario dell'aeronautica militare, e l'ingegnere radiotecnico George Smith.

«Il Piccolo della Sera», 21 settembre 1951


«Stampa Sera», 20 settembre 1951

«L'Unità», 20 settembre 1951

«La Stampa», 20 settembre 1951

«Momento Sera», 21 settembre 1951

1951 09 22 Corriere della Sera Nobilta Marziano intro«Corriere della Sera», 22 settembre 1951

1952 05 16 La Stampa Toto Nobilta L«La Stampa», 16 maggio 1952

1952 07 13 Corriere della Sera Nobilta Marziano intro«Corriere della Sera», 13 luglio 1952

 

 

«L'Unità», 25 gennaio 1952

«Il Giornale dell'Emilia», 14 ottobre 1952

«Il Messaggero», 14 ottobre 1952

«Il Giornale dell'Emilia», 4 dicembre 1952

«L'Unità», 14 ottobre 1952

«Il Tempo», 6 dicembre 1952

«La Stampa», 4 dicembre 1952

1952 12 06 La Stampa Nobilta Marziano intro«La Stampa», 6 dicembre 1952

1952 12 06 Stampa Sera Toto Nobilta Marziano intro«Stampa Sera», 6 dicembre 1952

1952 12 06 Corriere dell Emilia Nobilta Marziano intro«Corriere dell'Emilia», 6 dicembre 1952

1952 12 06 L Unita Marziano Nobilta Marziano intro«L'Unità», 6 dicembre 1952


Roma, 5 mattino

Totò, come si sa, oltre che alla sua gloria artistica tiene molto a quella che gli deriva dall’essere l’unico, vero pretendente al trono di Bisanzio e dall'essere di conseguenza, l'unico che abbia il diritto a fregiarsi del titolo di imperatore di Bisanzio. Oggi Totò, ovvero sua altezza imperiale Angelo Flavio Ducas Focas Comneno di Bisanzio chiederà al Tribunale che, in maniera sia pure indiretta, gli sia riconosciuto questo diritto.

Sarà meglio riassumere la vicenda. Totò alcuni anni or sono dimostrò ai magistrati napoletani con documenti autentici la legittimità dei suoi titoli. Recentemente Marziano Lascari Lavarello, un giovane che dichiarava di essere lui il vero pretendente al trono di Bisanzio, denunciò Totò affermando ohe il noto comico aveva sorpreso la buona fede dei magistrati esibendo loro dei documenti falsi o apocrifi.

Mentre la Procura della Repubblica stava svolgendo le indagini su questa denuncia, Totò, senza attendere la decisione dei giudici (i quali archiviarono la pratica ritenendola non fondata) denunciò a sua volta per calunnia Marziano Lascari Lavarello, il suo segretario Luigi Colisi Rossi e Guido Jurgens, il consulente araldico della Casa di Marziano II. Qualche mese dopo fu tenuta in un salone dell’Albergo Hassler una conferenza stampa dal signor Guido Jurgens, il quale si lasciò andare ad espressioni che Totò ritenne diffamatorie. Da qui un’altra denuncia di Totò per diffamazione. A conclusione di tutto ciò, oggi, nella aula del Tribunale il noto comico si presenta. per accusare i suoi diffamatori e calunniatori Marziano Lascaris Lavarello, Luigi Colisi Rossi e Guido Jurgens, e per chiedere al Tribunale la loro condanna.

«Il Piccolo di Trieste», 5 dicembre 1952


Roma 5 dicembre, notte.

Una denunzia alla Procura della Repubblica fu presentata nell’aprile 1951 contro il principe Antonio De Curtis, in arte Totò: l’artista venne accusato di essersi servito di mezzi illeciti e di documenti falsi per ottenere dalla magistratura napoletana il riconoscimento del titolo di discendente della stirpe imperiale costantiniana del Focas.

Poco tempo dopo, il 18 giugno dello stesso anno, nella sala di un grande albergo romano fu tenuta una conferenza-stampa per ribadire pubblicamente che il titolo di Antonio De Curtis era illecito perchè ottenuto con subdole azioni; tali affermazioni furono espresse in una specie di «velina» dattilografata, che venne distribuita al giornalisti intervenuti.

Totò sporse querela per calunnia contro gli autori della denuncia e cioè contro Marziano Lavarello, pretendente alla discendenza imperlale bizantina. il suo segretario Luigi Colisi Rossi, il suo consulente a-raldico Guido Jurgens; questo ultimo fu imputato anche di diffamazione perchè tenne la conferenza-stampa. La vicenda giudiziaria cominciò dopo che la magistratura, In seguito ad istruttoria, ebbe ritenute assolutamente infondate le accuse formulate contro De Curtis e dopo che gli atti relativi furono archiviati.

Oggi Totò si è presentato in Tribunale per sostenere la sua azione contro gli autori della denunzia; l'artista, in cappotto grigio, non ha potuto assistere all'interrogatorio degli imputati da lui querelati; circondato da una piccola folla, è restato negli ambulacri del tribunale in attesa di poter deporre; ogni tanto si passava la mano sui piccoli baffi che si è lasciato crescere.

Marziano Lavarello, il pretendente alla discendenza costantiniana, non era presente al giudizio. Hanno risposto per lui alle contestazioni del giudici e della parte civile, rappresentata dall'avv. Eugenio De Simone, Luigi Colisi Rossi e Guido Jurgens.

«Ammetto di aver presentato l’esposto contro il principe De Curtis — ha detto Colisi Rossi — ma lo feci per incarico di Lavarello nella mia qualità di «cancelliere della casa di Costantinopoli». Questa mia carica è completamente gratuita; io sono un dirigente industriale; conosco la madre di Marziano Lavarello perchè abito da molti anni nello stesso palazzo. Marziano mi mandò questa lettera su carta intestata della casa di Costantinopoli, per darmi l’incarico; non potevo sottrarmi ai miei obblighi».

Colisi Rossi ha aggiunto che potè sbagliare nel firmare la denuncia, ma che agì per «ordini superiori». Ha dichiarato poi di non dubitare che il principe De Curtis 6Ìa discendente della stirpe costantiniana del Focas; secondo lui. però, non è possibile che si tratti dell’unico discendente di tutti i rami della stirpe bizantina.

E’ stato tirato in ballo il Centro storico costantiniano di Firenze; sono stati esibiti vecchissimi documenti che dovrebbero dimostrare come nella famosa discendenza ci possa essere posto per Totò e per Marziano II; si è parlato perfino dell'Ordine della Giarrettiera di cui il padre di Lavarello sarebbe stato insignito, secondo certe pubblicazioni che il patrono di Totò ha bollato con dure parole.

L’altro imputato Guido Jurgens, ex-ufficiale dei carabinieri, ha ammesso di aver tenuto la conferenza-stampa per ordine di Lavarello e di aver negato durante la riunione che De Curtis discenda da Nlceforo II Focas, che sarebbe morto senza lasciare eredi. «Come consulente araldico di Lavarello — ha detto Jurgens — ero del parere d'intentare una causa civile al principe. Non fui ascoltato- Marziano n mi comandò di tenere la conferenza-stampa; dovetti obbedire- Non fui io però a battere a macchina i comunicati che vennero distribuiti».

Erano quasi le quattro del pomeriggio, quando l’interrogatorio del due imputati presenti è terminato. Totò aspettava da quasi otto ore il momento di salire sulla pedana. Il presidente ha Invece deciso di rinviare la causa al 20 dicembre.

A. Ge., «Corriere della Sera», 6 dicembre 1952


Roma, 5 dicembre

Forte delle sentenze ormai numerose che gli riconoscono non solo il titolo di principe ma anche la legittima discendenza dell’ultimo imperatore di Bisanzio, Antonio De Curtis, il popolare comico Totò, difende in tribunale i suoi titoli nobiliari, che questa volta gli sono contestati da un altro pretendente al medesimo trono bizantino e cioè da Marziano Lascaris Lavarello, che vanta un eguale numero di sentenze a lui favorevoli. La singolare controversia ha richiamato stamane nell’aula della X sezione penale del tribunale un folto pubblico di curiosi e di ammiratori del querelante. Totò indossava un soprabito grigio; non era invece presente il suo rivale Lavarello, che ha giustificato la sua assenza con un certificato medico. Altri due querelati sono il « cancelliere » della corte di Marziano, Luigi Colisi Rossi e il dott. Guido Jurgens, consigliere araldico della medesima, Questi ultimi due sono, insieme al Lavarello, i firmatari di un esposto inviato alla procura della Repubblica nel quale si affermava che il principe De Curtis non aveva alcun titolo per proclamarsi unico dell’imperatore di si aggiungeva che titolo per discendente Bisanzio e se una sen- tenza della Corte d’appello di Napoli gli ha riconosciuto tale diritto, ciò doveva essere avvenuto perchè la magistratura partenopea era stata tratta in inganno con documenti falsi o apocrifi. Di qui la querela di Totò.

Respinta una richiesta di rinvio del processo e risolti alcuni incidenti preliminari, si è passato all’interrogatorio dei due imputati presenti. Il Colisi Rossi ha detto: « A me però consta che quattro sentenze affermano che la discendenza dell’imperatore dì Bisanzio spetta al principe De Curtis, altrettante fanno fede che invece spetta al principe Marziano Lascaris Lavarello. In questa situazione io sono ritenuto autorizzato a formulare Tipotesi, perchè solo di un’ipotesi si tratta e non di una affermazione, che qualcuno abbia tratto in inganno il magistrato. Comunque io non contesto il buon diritto del De Curtis, gli contesto solo la pretesa di arrogarsi il titolo di ’’ unico ” discendente imperiale, dal momento che tale discendenza si è effettuata attraverso vari rami ». L’altro imputato dott. Jurgens ha a sua volta chiarito alcuni punti di una conferenza stampa da lui tenuta in un albergo cittadino e per la quale è stata elevata a carico dei querelati anche la imputazione di diffamazione.

Data l’ora tarda Totò non ha potuto rendere il suo interrogatorio come parte lesa, ciò che farà nell’udienza del 20, alla quale il processo è stato rinviato.

«Gazzetta del Popolo», 6 dicembre 1952


1952 12 21 Il Messaggero Toto nobilta intro

Il popolare attore ha citato Marziano Lavarello pretendente alla discendenza imperiale bizantina e che accusò Niceforo II della stirpe dei Focas di essere un usurpatore

Il principe Antonio De Curtls, in arte Totò, è salito ieri sera sulla pedana del Tribunale per ribadire le sue accuse di calunnia contro Marziano Lavarello, pretendente alla discendenza Imperlale bizantina attribuita dalla magistratura al popolare artista, contro Luigi Colisi Rossi, segretario di Lavarello, ed il suo consulente araldico Guido Jurgens.

Nell aprile 1951 Lavarello, Colisi Rossi e Jurgens presentarono una denunzia in cui accusarono Totò di essersi servito di mezzi illeciti per ottenere il suo titolo imperlale, denunzia che venne archiviata; Jurgens tenne in quell'epoca una conferenza stampa in un albergo romano per ribadire che il principato di De Curtis era illegittimo, incorrendo cosi anche nel reato di diffamazione.

Totò, presentandosi al Tribunale in cappotto, bleu, cravatta rossa, anello con grossa pietra al dito, portava sotto il braccio una specie di album azzurro pieno di iscrizioni e di stemmi con aquile, draghi volanti, lune.

«Da questo documento rileverete — ha detto con una certa solennità — la mia iscrizione al libro d'oro della nobiltà italiana. Si tratta, come lor signori sanno, di un atto pubblico. I miei quattro quarti di nobiltà sono in regola; fin da quando, nel 1733, Carlo VI fece nobile dei Sacro Romano Impero e marchese un mio antenato, la mia famiglia potè considerarsi ricollegata alla stirpe di Bisanzio».

Il volume azzurro, pieno di fregi d oro, è stato esaminato dal Presidente del Tribunale. Marziano Lavarello, il principale imputato, non era presente. L’aula era gremita di signore. L'attrice Franca Faldini, fidanzata di Totò, in pelliccia di astrakan, si era assicurata uno del posti migliori.

Presidente: Lei, De Curtis, come ebbe notizia della conferenza stampa da cui si ritenne diffamato?

De Curtis: Lo seppi dal giornalisti intervenuti. Vidi anche una specie di «velina» distribuita durante la riunione: vi si diceva che il mio titolo di principe era tutto un imbroglio e che il mio antenato Niceforo II della stirpe del Focas fu un usurpato-re del trono di Bisanzio e venne ucciso nell'anno 999 in seguito ad una congiura di palazzo

Presidente: al tempo di questa conferenza stampa vi fu qualche contatto fra lei e Marziano Lavarello?

De Curtis: Come no? Nel maggio dell'anno scorso venne a casa mia uno sconosciuto; parlava con accento straniero; si disse appartenente all’Ambasciata britannica; aggiunse di essere amico di «quei signori». Durante il colloquio, costui si espresse press a poco cosi: «Sa, Marziano è un buon ragazzo. Si potrebbe far cessare tutta questa gazzarra; basterebbe un pò di buona volontà. Lei guadagna tanto! Io posso fare da mediatore». Lo allontanai; la cosa non mi piacque.

Colisi Rossi: Si trattava di un giornalista inglese molto conosciuto. Propose proprio a me di andare a parlare col principe De Curtis; ma io declinai l’incarico. Ora si trova a Londra: si chiama Philips Paneth.

Avv. Ametta (difesa): Il principe De Curtis come mai, nel 1948 dedicò una sua fotografia a «Marziano Lascaris», attribuendogli con tal nome la discendenza bizantina?

De Curtis: Venne in teatro; disse di chiamarsi Lascaris; gli diedi la fotografia come faccio, con tanti. Avrebbe potuto anche dire di chiamarsi Giuseppe Garibaldi...

Dopo che il giornalista Sergio Del Bufalo ha raccontato come si svolse la conferenza stampa contro Totò, mostrando la «velina» in cui si afferma che De Curtis commise un «illecito penale» impossessandosi dell’Ordine Cavalleresco Costantiniano di San Giorgio, ovvero della Milizia Aurata d'Oriente, un altro giornalista, Fabrizio Sarazani, ha dato qualche ragguaglio sulla visita del misterioso mediatore straniero cui assistette andando a trovare il principe De Curtis. Un altro, testimonio, l’avvocato Carlo De Cautelila, assistette anch'egli alla conferenza stampa, ma non ha saputo dire altro che «non si parlò male di Totò». Poi è cominciato il finale movimentato dell’udienza con la deposizione del consulente araldico Luciano Pelliccioni Di Poli, che si è scagliato con impreveduta violenza contro Marziano Lavarello.

Pelliccioni: Conosco da molti anni Lavarello; si agitò sempre per farsi credere pretendente al trono di Bisanzio; vendeva onorificenze; posso dimostrare che non è nobile, ma semplicemente il signor Lavarello.

Avv. De Simone (parte civile): sul certificato anagrafico c’è soltanto il cognome di Lavarello; non si è trovata alcuna traccia di titoli nobiliari!

Pelliccioni: Tutta la sua genealogia si basa sul matrimonio fra un Filippino Lavarello ed una Gabriella Lascaris, che sarebbe avvenuto nel 1550. Posso dimostrarvi con documenti che quelle nozze non furono mai celebrate e che la povera Gabriella mori nubile.

Avv. De Simone: Durante il tempo in cui frequentò casa Lavarello il teste si accorse che Marziano faceva giochi telefonici per attribuirsi importanza?

Pelliccioni: Ogni tanto, mentre eravamo in quella specie di sala del trono, che Marziano aveva, si presentava un maggiordomo; portava un telefono su di un vassoio d’argento; diceva: «Altezza, la desidera il principe Colonna». Marziano prendeva il microfono e parlava, dicendo: «Caro Aspreno, come stai?» O, se si trattava del principe Barberini: i «Mio buon Urbano, quanto tempo che non ci vediamo».

Un giorno mi divertii a staccare il telefono dalla presa: ricordo che la spina s'infilava dietro un finto caminetto su cui stavano due vasi che i Lavarello dicevano un dono dell'Imperatore di tutte le Russie. Quantunque il telefono fosse isolato, il maggiordomo si presentò lo stesso: «Altezza — disse — c’è il principe Del Drago...». Fu in seguito a questi fatti che mi guastai con Lavarello.

Avv. De Simone: Sapeva che Lavarello mostrava un certificato di battesimo con tutti i titoli nobiliari cui aspira, fra cui quello di «basileus» di Bisanzio?

Pelliccioni: Dal certificato anagrafico di nascita, richiesto a Genova, mi risultò che Lavarello era semplicemente Lavarello. Poi trovai un attestato di battesimo nella chiesa romana di San Camillo; vi erano aggiunti in calligrafia diversa i titoli; controllai la copia del documento al Vicariato di Roma e qui Lavarello risultò col suo semplice cognome. Sporsi allora una denuncia alla Procura della Repubblica contro Marziano.

Presidente: Perchè lei ce l’ha tanto con Lavarello?

Pelliccioni: Il mio odio per lui nacque cosi. Fui tenente delle «brigate nere» al tempo della repubblica sociale: stetti in carcere sette mesi per tale ragione; Lavarello mi fece attaccare da un mucchio di giornaletti per questo fatto, facendo affermare che ero stato detenuto per rapina. Parlò di me perfino il «Gazzettino dei Ferrotramvieri», che si pubblica ogni sei mesi. Per questo non perdono a Lavarello e spero di fargli pagare il male che mi ha fatto.Il seguito della causa si avrà il 10 gennaio 1953. i

Arnaldo Geraldini, «Il Messaggero», 21 dicembre 1952


1953 01 11 Corriere della Sera Nobilta Marziano intro«Corriere della Sera», 11 gennaio 1953


«Il Giornale dell'Emilia», 11 gennaio 1953

1953 01 11 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Messaggero», 11 gennaio 1953

1953 01 11 Il Tempo Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Tempo», 11 gennaio 1953

1953 01 18 Corriere della Sera Marziano Nobilta intro«Corriere dell'Informazione», 18 gennaio 1953


Roma, 10 gennaio

Le vicende del trono di Bisanzio. che sono al fondo della querela sporta dal principe Antonio De Curtis, più noto come Totò. contro il principe Marziano II Lavarello Lascaris, minacciano di complicarsi per la comparsa di un terza pretendente. Ripreso infatti stamane il processo dinanzi la XI sezione del Tribunale, è venuto sulla pedana in qualità di testimonio il principe Vittorio Sammartino di Valperga dei Lascaris di Ventimiglie, indotto a discarico degli imputati, che sono Luigi Colisi Rossi, Gran Cancelliere della casa imperiale di Marziano n, e il sig. Guido Jurgens. consigliere araldico della medesima, ai quali si contesta di aver diffamato il De Curtis in occasione di una conferenza stampa tenuta in un albergo cittadino. Il giovane principe Sammartino di Valperga ha dichiarato di aver assistito a tale conferenza stampa e di averne riportato l’impressione che lo Jurgens non abbia affermato alcun che di offensivo per il De Curtis. « Era, la sua, una tesi storica — egli ha aggiunto — che come tale non poteva avere per conseguenza che il principe De Curtis debba essere considerato un usurpatore; del resto non mi si può accusare di essere un fautore del Lavarello perchè tra noi due c’è un’antica rivalità. Io solo sono un Lascaris e presto avremo una causa ».

In apertura d’udienza, dopo l’esibizione di alcuni documenti fatti dall’avv. De Simone, difensore di Totò costituitosi parte civile, era stato sentito il conte Bertucci, che in un certo momento si assunse la parte di paciere tra i due contendenti. Il teste ha dichiarato che, presa in esame la documentazione del De Curtis, la trovò così impressionante che ogni suo dubbio svanì. L'udienza è stata rinviata al 17 prossimo.

«Gazzetta del Popolo», 11 gennaio 1953


Roma, 15

«La mattina del diciannove febbraio 1898 una donna si presentava all’ Anagrafe di Napoli, dichiarando di chiamarsi Anna Clemente e di voler denunciare la nascita di un figlio al quale aveva imposto il nome di Antonio. La donna disse anche di non saper scrivere il proprio nome e per lei il fratello vergò la firma alla denuncia.

«Da quel momento l’attuale pretendente al trono di Bisanzio, Antonio de Curtis, meglio conosciuto come Totò, entrava a far parte dei possessori di un cartellino anagrafico, che nel futuro molti cambiamenti e trasformazioni doveva subire. Io sono in possesso di una copia fotografica di quell’atto di nascita. Totò non è nato quindi nel 1902 — come va dichiarando — ma quattro anni prima».

Questo dichiara ad alta voce, davanti ad un folto pubblico, colui che si dichiara il principe Marziano II Lascaris Lavarello (nonché Teodoro, Costantino, Augusto, Giulio, Angelo, Flavio).

Egli comparirà sabato prossimo alle 16, dinanzi all’undicesima sezione penale del Tribunale di Roma, Presidente il dott. Tangari, Pubblico Ministero l’avv. Corrias, difensore l’avv. Ametta. Marziano II ha preparato una notevole documentazione, che dovrebbe valere a far riconoscere in lui il vero Imperatore titolare di Costantinopoli e di tutto l’Oriente romano. Egli, dopo la sentenza del Tribunale di Roma del 1950 che definiva Totò unico discendente di Costantino, e dopo il sorgere di altri, più o meno documentati, pretendenti al trono dì Bisanzio, ha deciso che «i fastigi di una tradizione millenaria, forte del proprio diritto, non possono venir turbati da «continui attacchi» e facendo fuoco e fiamme (in questo alimentato dallo sdegno dei suoi nobili avi) ha sferrato l’attacco a fondo contro Totò, sul quale ha svolto pazienti indagini.

Egli dichiara di aver scoperto il vero certificato di nascita di Totò: afferma inoltre di aver saputo che la madre del suo rivale sposò a quarant’anni, nel 1921, Giuseppe de Curtis, che solo otto anni dopo diede il suo nome all’allora ormai trentenne Antonio. Il riconoscimento del figlio avvenne da parte di Giuseppe de Curtis con atto rogato in Napoli dal notaio Greco e recante il numero 9/81928.

Fino all’età di trent’anni dunque, afferma Marziano, Totò ignorava le nobili origini del suo acquisito padre, origini che — come risultò — risalgono ad un decreto emesso nel 1860 da Francesco II, il popolare «Franceschiello». Per un puro caso (avendo appreso che Giuseppe de Curtis aveva esibito la documentazione delle sue nobili origini al Tribunale di Avezzano nel 1914 per difendersi dall’imputazione di correità in truffa e abuso di titoli) Totò entrò nell'ordine di idee di entrare a far parte dei titolati, e piano piano, spulciando albi genealogici, incartamenti aulici, rari incunaboli e popolaresche enciclopedie, giunse a dimostrare la sua discendenza dall’Imperatore Costantino di assai remota, per quanto ottima memoria.

«Il Piccolo di Trieste», 16 gennaio 1953


Pallidissimo Totò in tribunale

Eh già, è sorto qualche altro pretendente al trono di Bisanzio e i tribunali devono occuparsi. Totò si difende...
Sangue blu, che nostalgia! Io, vi parrò plebeo, ma quando vedo sui cartelloni cinematografici quel viso beffardo nella corona di donnine procaci, penso che Darwin ha sbagliato direzione: non è l'uomo venuto dalla scimmia, ma è l'uomo che va verso... la scimmia. (E mi scusino le scimmie se manco di rispetto!)

«L'Unione Monregalese», 17 gennaio 1953


Roma, 19 mattino

Antonio Angelo Flavio Comneno Lascaris de Curtis, alias Totò, ha avuto la sua grande soddisfazione: vedere il suo avversario — colui che più di ogni altro in questi ultimi anni gli ha dato fastidio — Marziano Lavarello, pretendente alla discendenza imperiale di Bisanzio in un’aula del tribunale in qualità di imputato. Sino ad oggi per tutte le udienze di questo processo determinato dalla querela per diffamazione e dalla denuncia per calunnia contro i suoi avversari Marziano Lavoretto aveva preferito starsene a casa. Questa volta, però, è dovuto venire: c’era pericolo che lo andassero a cercare i carabinieri. E s’è presentato con una certa aria disinvolta e sicura di sè: elegante con una raffinatezza persino eccessiva, giovane avrà sì e no 26 anni), colorito, molto, persino troppo colorito con delle sopracciglia in verità un po’ troppo regolari, con un bel
ciuffo di capelli biondi sulla fronte: insomma un vero «dandy», Totò, se lo è guardato bene bene, ed ha aspettato che parlasse.

E Lavarello ha parlato. Conclusione: lo hanno incriminato anche per diffamazione estendendo a lui e al cancelliere della sua casa, Luigi Colisi Rossi, la imputazione che riguardava solamente il consulente araldico Guido Jurgens. S’è trovato di fronte ad una specie di insurrezione di palazzo: il suo «cancelliere», infatti, Luigi Colisi Rossi, ad un certo momento è intervenuto nell’interrogatorio di Marziano II ed ha spiegato ai giudici che fu proprio il signor Lavarello a stendere le minute degli esposti inviati atta procura della Repubblica. Lavarello ha guardato con aria di sufficienza i fogli che Colisi Rossi sciorinava sul banco del tribunale e che erano le minute di quegli esposti, poi ha chiarito: «Sono dei semplici appunti per il mio consulente». E dopo qualche minuto s’è vendicato: «La conferenza stampa in cui Jurgens parlò e disse che Totò non aveva alcun diritto al titolo di principe l’ha organizzata Colisi Rossi, mio ex cancelliere». Pari e patta. E’ intervenuto il P.M. dott. Corrias che ha messo d’accordo entrambi chiedendo che sia loro estesa la imputazione di diffamazione. Totò sorrideva soddisfatto.

Poi il presidente ha voluto sapere: «Ma voi negli esposti avete parlato di documenti falsi ed apocrifi».

E Lavarello pronto: «Non dissi proprio così. Dissi solo che si trattava di carte storicamente non genuine».

Presidente: «Insomma voi non eravate in possesso di elementi per suffragare le accuse».

Un altro passo innanzi s’è fatto. Il processo è stato rinviato al 24 prossimo.

«Il Piccolo di Trieste», 19 gennaio 1953


1953 01 18 Il Giornale dell Emilia Nobilta Marziano intro«Giornale dell'Emilia», 18 gennaio 1953

1953 01 18 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Messaggero», 18 gennaio 1953

1953 01 18 Il Tempo Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Tempo», 18 gennaio 1953

1953 01 25 Corriere della Sera Nobilta Marziano intro«Corriere dell'Informazione», 25 gennaio 1953

1953 01 25 Il Giornale dell Emilia Nobilta Marziano intro«Giornale dell'Emilia», 25 gennaio 1953

1953 01 25 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Messaggero», 25 gennaio 1953

1953 01 25 Il Tempo Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Tempo», 25 gennaio 1953

1953 01 27 Corriere della Sera Marziano Lavarello Nobilta intro«Corriere dell'Informazione», 27 gennaio 1953

1953 01 27 Il Giornale dell Emilia Nobilta Marziano intro«Giornale dell'Emilia», 27 gennaio 1953

1953 01 27 Il Messaggero Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Messaggero», 27 gennaio 1953

1953 01 27 Il Tempo Marziano Lavarello Nobilta intro«Il Tempo», 27 gennaio 1953

1953 03 22 CDS Marziano Lavarello Nobilta intro«Corriere dell'Informazione», 22 marzo 1953


Roma, 27 mattino

Antonio de Curtis, il popolare attore comico Totò, ha vinto la causa contro Marziano Lavarello, che aveva messo in dubbio l'autenticità dei titoli principeschi e della discendenza imperiale dell’attore. Cinque anni di reclusione sono stati infatti inflitti ieri sera dal tribunale alle tre persone che Totò aveva querelato per diffamazione.

Il tribunale ha ritenuto Marziano Lavarello, il suo ex «cancelliere» Luigi Colisi Rossi e il suo ex «consulente araldico» Guido Jurgens, colpevoli di calunnia e di diffamazione in danno del de Curtis, condannando i primi due a 18 mesi di reclusione ed il terzo, recidivo, a due anni. Oltre alle spese di giudizio, Lavarello, Colisi Rossi e Jurgens dovranno liquidare a Totò i danni subiti.

I tre incorsero nel reato di calunnia affermando, in alcuni esposti alla Procura della Repubblica, che il titolo del principe de Curtis non era genuino perchè ottenuto con mezzi illeciti; quanto alla diffamazione, essa si manifestò durante una conferenza-stampa tenuta in un albergo della Trinità dei Monti, allorché si affermò che era stata iniziata un’azione per dimostrare che il principato di Totò non era genuino.

L’attore aspettò che la magistratura archiviasse le denunce di Marziano e dei componenti la sua «Corte imperiale» perchè prive di elementi concreti: poi sporse contro i tre querela, concedendo ampia facoltà di prova.

«Il Piccolo di Trieste», 27 gennaio 1953


Roma, 26 gennaio

La battaglia per la corona di Bisanzio è finita questa sera alle 20.45 quando il presidente della undicesima sezione del tribunale ha letto il dispositivo della sentenza che ha condannato per calunnia e diffamazione coloro che avevano posto in dubbio che la legittima discendenza degli ultimi imperatori di Bisanzio spettasse al principe Antonio Angelo Flavo Comneno De Curtis, conosciuto col nome d'arte di «Totò».

Veramente l'avversario del De Curtis, Marziano II Lascaris Lavarello, che aveva trascinato con sè sul banco degli accusati due dignitari della sua (corte, il commendator Luigi Colisi Rossi suo gran cancelliere. e il ragionier Guido Jurgens. non aveva infirmato i titoli nobiliari di Totò e la sua imperiale discendenza ma gli contestava che è lui solo il legittimo discendente di Costantin. E su questo dato di fatto si sono battuti i difensori dei tre imputati per invocare nell’udienza d'oggi una sentenza di assoluzione per mancanza di dolo, in contrasto con le conclusioni del pubblico ministero che erano state invece per la piena colpevolezza degli imputati di cui aveva chiesto la condanna.

Alla difesa degli imputati — ha detto tra l’altro l'avv. Funaro difensore del Colisi Rossi — non interessa che Totò sia discendente degli imperatori di Bisanzio, interessa solo stabilire che egli non è Punico che possa vantare questa discendenza. Ora il Lavarello con gli esposti alla procura della repubblica ha inteso solo di investire la magistratura delle indagini per cui la sua buona fede come quella degli altri due imputati non può essere messa in dubbio. Del resto la storia ci fornisce abbondanti esempi di pretendenti al medesimo trono: la storia di Francia in particolare. Critiche alla legittimità di una discendenza ne sono state fatte in ogni tempo; anche la Casa Savoia non ne è andata esente.

Gli imputati hanno inteso solo di esercitare nei confronti del De Curtis questo legittimo diritto di critica. L’avv. Alfredo Occhiuto che difendeva lo Jurgens ha rivendicato in passato del suo difeso già tenente dei carabinieri, decorato di tre medaglie d'argento, che per essersi opposto a Sarzana al tempo dello squadrismo fascista con undici carabinieri ad oltre cinquecento fascisti fu dapprima proposto per una ricompensa poi processato e messo fuori dell'arma Anche l'avv. Occhiuto ha insistito sulla buona fede da cui fu mosso il rag. Jorgens e la stessa tesi è stata ribadita nell'interesse del Lavarello dall'avvocato Luigi Ametta, «gran giureconsulto della corona».

Il tribunale dopo due ore dopo due ore di permanenza in camera di consiglio ha condannato il Lavarello e il comm. Colisi Rossi a un anno e sei mesi di reclusione, il rag. Jurgens a due anni della stessa pena dichiarando tutti e tre colpevoli dei reati loro ascritti. Ha condannato inoltre i tre in solido al pagamento delle spese liquidate in L. 78 mila di cui 75 mila per onorari di parte civile salvo i danni da liquidarsi in separata sede. Totò impegnato in un film è mancato a quest’ultima
udienza

«Gazzetta del Popolo», 27 gennaio 1953


Roma, 21 marzo

Le accuse lanciate contro il principe Antonio Angelo Flavio Commeno Lascaris De Curtis — in arte Totò — dal suo antagonista Marziano Lavarello, poggiano su un «vuoto barometrico». Questo hanno affermato i giudici nella motivazione della sentenza oggi depositata nella cancelleria dell'XI sezione penale del tribunale. con la quale, a conclusione del movimentato dibattimento svoltosi nel gennaio scorso, condannarono il Lavarello medesimo e il suo cancelliere Luigi Colisi Rossi, a 18 mesi di reclusione; e a 2 anni della stessa pena, perchè recidivo, il suo ex consulente araldico. Guido Jurgens, avendo ritenuto tre colpevoli dei reati di diffamazione e calunnia.

Quali erano le accuse da costoro lanciate contro Totò? In un esposto alla procura della repubblica essi affermarono che il titolo di principe riconosciuto al De Curtis da una sentenza pronunciata dal tribunale di Napoli nel ’46 era stato ottenuto con mezzi illeciti. La stessa accusa fu ribadita in una conferenza stampa tenuta in un albergo cittadino dove si affermò e si scrisse in una velina distribuita ai giornalisti, che era stata iniziata un'azione per dimostrare che il principato di Totò e la sua discendenza dai Focas non era genuina. La denuncia fu archiviata dai magistrati perchè fu trovata sprovvista di elementi concreti, dopo di che Totò sporse contro componenti la sua «corte imperiale» querela di diffamazione e calunnia.

La sentenza afferma che l'esposto del Lavarello all'autorità giudiziaria aveva una chiara finalità e cioè far si che a carico del De Curtis fosse iniziato procedimento penale, in quanto in esso si accennava all'epoca di particolari turbamenti degli animi in cui sarebbe stata emessa la sentenza di Napoli che attribuì al De Curtis medesimo il titolo di principe; esposto in cui era anche detto testualmente: «Non si sa con quali elementi e con quale documentazione egli ha ottenuto di far risalire la sua origine ai Focas». Il magistrato giudica severamente la condotta dei tre imputati, i quali, al momento di assumere le rispettive responsabilità. cercarono di fare a scaricabarile tentando ognuno di riversare sulle spalle degli altri il peso dell’azione che invece era stata condotta concordemente. Parole particolarmente dure sono usate nella sentenza nei riguardi del Lavarello «che col suo comportamento processuale ha dato prova di una davvero poco invidiabile rettilineità di carattere e si è attribuito disinvoltamente negli atti del processo il cognome Lascaris che non risulta affatto nel suo atto di nascita».

«Dopo ciò», afferma la sentenza, «negare resistenza dell’elemento intenzionale significherebbe incoraggiare ogni delittuosa impresa del genere ai danni della libertà, della tranquillità e della reputazione del cittadino». Secondo i giudici, le cause determinanti della rabbiosa campagna condotta contro il De Curtis dal Lavarello vanno ricercate nella creazione di un ordine costantiniano della dinastia dei Focas e nell'assunzione della «Gran Maestranza» da parte del De Curtis mentre il Lavarello sosteneva che l’istituzione cavalleresca fosse un patrimonio suo personale.

«Gazzetta del Popolo», 22 marzo 1953


Il popolare comico in aula contornato d'ammiratrici. I giudici confermano la condanna dei calunniatori

Roma, 6 ottobre

Per il Principe Antonio De Curtis, più noto col nome di arte di «Totò», la battaglia per la difesa del titolo nobiliare e della sua discendenza dal ceppo costantiniano si è fatta più serrata dinanzi ai giudici di appello — al cui esame la singolare vicenda è stata portata nell’udienza di stamane — di quello che non fu nel primo grado di giudizio, come hanno rivelato le prime scaramucce in sede preliminare, che hanno subito movimentato
le acque.

Dinanzi al tribunale «Totò» aveva addirittura sbaragliato i suoi avversari nelle persone del suo antagonista per antonomasia Marziano Lavarello, del «cancelliere» Luigi Colisi Rossi e di costui del «consulente araldico» Guido Jurgens, ottenendo la condanna dei primi due a 18 mesi di reclusione e del terzo a 2 anni della stessa pena, perchè recidivo. I tre erano stati rinviati a giudizio per rispondere dei reati di calunnia e diffamazione per aver affermato, in esposti inviati alla procura della Repubblica, che il titolo di principe attribuito al De Curtis nel 1946 dal tribunale di Napoli era stato ottenuto con mezzi illeciti il che era stato poi ribadito in una conferenza stampa tenuta in un albergo della capitale, nel corso della quale fu affermato e scritto, in una velina distribuita ai giornalisti, che era stata iniziata un’azione penale per dimostrare che il principato di «Totò», con tutti i titoli annessi e connessi non era genuino.

E in effetti una denuncia era stata sporta contro il popolare attore comico, che però fu archiviata, perchè destituita di fondamento. Fu allora che «Totò» passò decisamente al contrattacco e i giudici affermarono che le accuse scagliate con tanto accanimento contro il De Curtis poggiavano su di «un vuoto barometrico». Un'affermazione così apodittica non ha peraltro sgomentato la difesa dei tre imputati in appello apparsa notevolmente rafforzata con la presenza del prof. Francesco Carnelutti che ha assunto, in questo grado di giudizio, il patrocinio del Lavarello.

La curiosità del dibattito ha richiamato nell'aula della Corte d'appello un pubblico d'eccezione. Attorno a «Totò» che era assistito dall'avv. Eugenio De Simone, era il solito gruppo di «fedeli» e di ammiratrici. Le prime avvisaglie hanno subito lasciato intendere che la contesa diremo dinastica per la discendenza costantiniana si riaccendeva più vivace di prima. Il prof. Carnelutti infatti, oltre che chiedere, in sede preliminare, una parziale rinnovazione del dibattimento con la ammissione di nuovi testi, ha formulato dubbi sulla validità dei titoli che il De Curtis si attribuisce in base a sentenze della magistratura partenopea, di cui anzi ha chiesto che fossero acquisiti gli originali. Il patrono di «Totò» ha risposto che, a tagliare corto sulla disputa circa la validità delle sentenze pronunciate dal tribunale di Napoli nel '46, basta un decreto, di cui ha esibito copia, del 1° marzo 1950 in cui il tribunale civile di Napoli ordina all’ufficiale di stato civile la rettifica del certificato di nascita di Antonio De Curtis, qualificandolo come «altezza imperiale».

La discussione è seguita nel pomeriggio e vi hanno partecipato l’avv. Battaglia per lo Jurgens, gli avv. Funaro e D’Agostino per il Colisi Rossi, il prof. Carnelutti e l'avv. Ameta per il Lavarello. La Corte, dopo che la parte civile e il Proc. generale avevano controbattuto le argomentazioni della difesa, ha confermato in pieno la sentenza dei tribunale condannando gli imputati alle maggiori spese. La causa avrà il suo epilogo in Cassazione.

«Gazzetta del Popolo», 7 ottobre 1953


Roma 3 dicembre, notte.

Le condanne inflitte alle tre persone, che, nel giugno 1951, misero in dubbio la discendenza imperiale del principe Antonio Angelo Flavio Comneno Lascaris de Curtis, in arte Totò, incorrendo nel reato di calunnia, sono divenute definitive. La Suprema Corte di cassazione ha respinto, per quanto riguarda codesto reato, i ricorsi proposti da Marzano Lavarello, dal suo «cancelliere» Luigi Colisi-Rossi e dal suo ex consulente araldico Guido Jurgens, i quali in un esposto alla Procura della Repubblica affermarono che il titolo del principe De Curtis non era genuino perchè ottenuto con mezzi illeciti.

I tre incorsero anche nel reato di diffamazione perchè, durante una conferenza-stampa tenuta in un albergo della Trinità dei Monti, affermarono che era stata iniziata un'azione per dimostrare che il principato di Totò non era autentico. Per questo secondo reato la Cassazione ha ritenuto di applicare l’amnistia dello scorso Natale.

«Corriere della Sera», 4 dicembre 1953


Nonostante le sentenze giudiziarie a favore del principe de Curtis circa il riconoscimento di legittimità di appartenenza al trono di Bisanzio ai danni di Marziano Lascaris Lavarello, quest'ultimo si fa incoronare imperatore in una sfarzosa, suggestiva e folcloristica cerimonia. Interessante l'articolo pubblicato sul settimanale "Le Ore" del 1 dicembre 1956 dal titolo «Il patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca»


Una fastosa cerimonia in una chiesa metodista. Si attende ora la reazione del principe de Curtis, che la magistratura ha ritenuto il legittimo erede del trono di Bisanzio.

Roma, mercoledì sera.

Marziano Lascaris Lavarello, che per anni nelle aule giudiziarie ha contrastato il trono di Bisanzio al principe Antonio De Curtis, alias Totò, è passato all'offensiva; e incurante delle molte sentenze della magistratura si è fatto Incoronare imperatore nel corso di una fastosa cerimonia svoltasi domenica pomeriggio nella chiesa evangelica metodista di via XX Settembre.

Per l'occasione, Marziano Lascaris Lavarello vestiva un abito regale, in testa aveva una splendida corona, e mentre nella mano destra teneva lo scettro, con la sinistra reggeva una palla raffigurante il mondo. Un pubblico numeroso e sceltissimo assisteva al rito. Il pretendente all'impero sedeva in trono (una grande poltrona dai molti fregi dorati e ricoperta di damasco color vermiglione); accanto a lui sedevano i «fedelissimi» con emblemi e stendardi e l'imperatrice madre che indossava un magnifico ermellino.

Officiava un pastore metodista che aveva gentilmente accondisceso a venire da Parigi. La notizia dell'incoronazione è stata per tre giorni mantenuta scrupolosamente segreta, ma ora che è stata ugualmente conosciuta è logico chiedersi quale sarà la reazione del popolare comico Totò, o. meglio del principe Antonio De Curtis, che la magistratura ha ritenuto essere 11 legittimo erede del trono dell'antica Bisanzio.

«Stampa Sera», 21-22 novembre 1956


Roma, giovedì sera

Le prime reazioni all'incoronazione di Marziano Lascaris Lavarello a imperatore di Bisanzio non sono state del principe Antonio De Curtis, in arte Totò, che per anni ha contestato al rivale l'ambito titolo ottenendo infine dalla magistratura un verdetto in base - al quale deve ritenersi il legittimo erede del trono dell'antica Bisanzio, bensì del signor Mario Sbaffi, pastore della chiesa metodista di Roma, nel cui tempio di via XX Settembre si è svolta la cerimonia

Il signor Sbaffi ha infatti dichiarato che il «venerabile» che ha proceduto al rito — non quindi un pastore metodista venuto appositamente da Parigi — ha ottenuto l'uso del tempio con l'inganno, essendosi presentato come vescovo di una chiesa appartenente al movimento ecumenico e chiedendo di poter celebrare, trovandosi di passaggio a Roma, un semplice «culto» per un gruppo di amici residenti nella capitale. «E' evidente — ha aggiunto il pastore della chiesa metodista — che se avesse menomamente accennato al rito che intendeva compiere, la chiesa metodista — per il proprio de coro — si sarebbe rifiutata di prestargli benevolmente il proprio tempio».

«Stampa Sera», 22-23 novembre 1956


L’annosa questione relativa a chi possa, con pieno diritto, fregiarsi del titolo di Imperatore di Bisanzio, che pareva risolta col riconoscimento, da parto del Tribunale, al principe Antonio De Curtis, meglio noto col nome d’arte di Totò, di aggiungere al propri cognomi anche quello che gli permette di proclamarsi l'ultimo discendente degli imperatori di Bisanzio, minaccia di avere altri strascichi. Contro la recente messa in scena, in una chiesa metodista romana, della cerimonia dell'incoronazione di Marziano II a «Imperatore di Bisanzio» da parte del pittore Marziano Lavarello, é insorto non solo il De Curtis, ma anche il principe e conte del Canavese, Vittorio Emanuele di San Martino Valperga Làscaris Ventimlglia.

Quest'ultimo, nel corso di una conferenza stampa da lui stesso convocata ieri sera, ha detto che la cerimonia romana è stata una mascherata con costumi presi a nolo a Cinecittà. Il principe di San Martino ha rivendicato a sé il diritto di fregiarsi, eventualmente, del titolo di effettivo discendente degli imperatori di Bisanzio, aggiungendo tuttavia di non avere ora intenzione di iniziare nuove polemiche o beghe giudiziarie al proposito. Egli ha tuttavia pubblicamente invitato il principe De Curtis. ora che una sentenza di tribunale gli ha riconosciuto la aggiunta del nuovi cognomi al suo originarlo, di esibire tutti i documenti che confermino storicamente il suo inoppugnabile diritto a proclamarsi Imperatore di Bisanzio.

Quale azione immediata, il principe di San Martino ha intanto indirizzato al Pontefice e al Presidente della Repubblica due lettere in cui, «quale erede legittimo di Casa Làscarls e come cittadino italiano e studioso di storia», protesta vibratamente per l’assurda «incoronazione» del pittore Lavarello, che ha offeso, oltre che la sua famiglia, anche l’Italia e la Chiesa cattolica. Alla riunione sono intervenute anche personalità dell’aristocrazia.

«Corriere della Sera», 5 dicembre 1956


1956 11 20 Corriere della Sera Nobilta Marziano L«Corriere dell'Informazione», 20 novembre 1956

1956 11 22 La Stampa Toto Nobilta Marziano L«La Stampa», 22 novembre 1956

1956 12 08 Settimo Giorno Marziano II«Settimo Giorno», 8 dicembre 1956 


1959 11 20 Il Messaggero Toto Nobilta MarzianoII intro

Nel corso di un originale ricevimento offerto in occasione del terzo anniversario della sua consacrazione e incoronazione a duecentesimonono Imperatore dei romani, il trentottenne Marziano II ha annunciato l'altra sera la sua decisione di rivendicare la Serbia. Agli invitati che affollavano il salone dei ricevimenti, Marziano II ha mostrato un volume rilegato in pelle rossa, formato da 167 cartelle dattiloscritte e che e la copia autentica della mozione che ieri l’altro egli ha ratificato e inviato per «corriere civile ordinario» — cioè per raccomandata con ricevuta di ritorno del costo di lire 260 — all'Alta Corte di giustizia internazionale dell'Aja.

La mozione contiene le rivendicazioni dell'ultimo discendente di Cesare Augusto Ottaviano ai territori confiscati al re Alessandro e alla regina Draga di Serbia in seguito all'eccidio di Belgrado avvenuto il 10 giugno del 1903. Sulla base delle norme del diritto internazionale, Marziano II sostiene di poter rivendicare i beni patrimoniali dei propri parenti e discendenti e cioè di Anna Milano Visconti vedova Cesarina Nemanitè Palaiologas di Serbia, moglie di Nicola Nemagna, residente a Napoli, e del principe Sergio Romanowsky, duca di Leuchtenberg, figlio della principessa Anastasia Petrovich Niegas.

«Il Messaggero», 20 novembre 1959


Marziano Lavarello, noto per aver subito anni orsono un processo per calunnia promosso contro di lui dall'attore Totò, è stato rinviato a giudizio per sostituzione di persona, in seguito a denuncia della nobildonna napoletana Anna Milano, vedova Nemagna Paleologo, assistita dall’avvocato Eugenio De Simone.

Secondo l'accusa, Marziano Lavarello avrebbe indotto in errore la signora Milano ed il notaio romano dottor Salvatore Albano, attribuendosi il falso nome di Marziano II Lascaris Paleologo ed il falso stato di «Basileus» di Costantinopoli. I fatti risalgono alla primavera del 1959, allorché Marziano Lavarello si presentò a Napoli in casa della signora Milano e le disse di essere un cugino del di lei defunto marito. Il Lavarello raccontò alla signora che, durante una seduta medianica tenutasi a Roma in casa dei principi Trigona D'Aragona, lo spirito del defunto Nicola Capone Nemagna gli era apparso per esortarlo a recarsi a Napoli a prendere contatti con sua moglie, al fine di far valere dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Aia il diritto a rivendicare beni di enorme valore che sarebbero stati a suo tempo confiscati in Serbia ad antenati comuni. La signora Milano consegnò allora a Marziano Lavarello alcuni importanti documenti di famiglia per gli studi necessari. Successivamente, il Lavarello conferì una procura di ministro plenipotenziario presso la Corte internazionale dell’Ala a tale Carlos D'Ambrosiis, perchè tutelasse le proprie ragioni e quelle della signora Milano presso la Corte dell'Ala. Marziano Lavarello firmò l'atto di procura con la dizione « Marziano II Lavarello Lascaris Paleologo. Basileo di Costantinopoli ».

Tale firma fu, poi, autenticata, per errore, dal notaio romano dottor Albano, che non si accorse della falsità delle generalità. Di qui la denuncia per sostituzione di persona, l'istruttoria ed il rinvio a giudizio dinanzi alla terza Sezione del Tribunale di Roma dove presto «Marziano II» comparirà in veste di imputato.

«Il Messaggero», 15 luglio 1962


1964 12 30 Corriere della Sera Nobilta intro

Roma 29 dicembre, notte.

Il pretore dottor Scutari, della prima sezione penale, ha condannato a tre mesi di reclusione. senza i benefìci di legge perchè recidivo, Marziano Lavarello. ritenuto colpevole di falsa identità personale. Secondo l’accusa. Lavarello, in un documento, si era attribuito, tra l'altro, il nome di Lascaris, che spetta al principe Antonio De Curtis, in arte Totò, e che dimostra la discendenza dell'artista da un imperatore di Bisanzio.

Nell'aprile del 1959, Lavarello si presentò alla signora Anna Milano, vedova di Nicola Memagna Paleologo, discendente da un’antica dinastia bizantina e imparentata col ramo degli Obranovich. che regnarono in Grecia e che al momento della loro esautorazione si videro confiscare il loro ingente patrimonio: Lavarello. dicendosi cugino del defunto, si fece consegnare dalla signora alcuni documenti per intraprendere una causa dinanzi alla corte internazionale di giustizia dell’Aja al fine di rientrare in possesso dei beni degli Obranovich.

Per intraprendere l’azione, Lavarello nominò un ministro plenipotenziario che lo doveva rappresentare all'Aja, e firmò la ratifica della nomina col nome di Marziano II Lavarello Lascaris Paleologo Basileo di Costantinopoli.

«La Stampa», 30 dicembre 1964