Yvonne Sanson - Galleria fotografica e rassegna stampa

Yvonne-Sanson


1949 03 14 Cinesport Yvonne Sanson intro

«CineSport», 14 marzo 1949 - Yvonne Sanson


1952 11 22 Il Messaggero Yvonne Sanson intro

L’attrice Yvonne Sanson, che aveva già fatto parlare di sè per la sua conversione al Cattolicesimo, e per la sua decisione di abbandonare il cinema, ha sporto denuncia contro il fotografo Poletto per aver scattalo una serie di fotografie della Sanson in compagnia dell' attore Steve Barclay.

Il primo incidente accadde davanti alla chiesa di Santa Francesca Romana: il Barclay tentò di ostacolare il lavoro del fotografo ed entrò in colluttazione con lui. Il Poletto, imperterrito, non se ne diede per inteso e continuò a seguire la coppia. Dinanzi alla chiesa di Santa Sabina sembra che il Barclay abbia del tutto perso la pazienza: afferrata la macchina fotografica del giornalista, la scaraventò per terra malmenando il suo possessore.

Il Poletto ha dichiarato di voler presentare una controquerela ai danni della coppia americana. La vertenza solleva un delicato caso giuridico, che ha già avuto peraltro dei precedenti

«Il Messaggero», 22 novembre 1952


1953 10 10 Giornale di Trieste Yvonne Sanson intro

A differenza di altre attrici, si alza presto la mattina per compiere lunghe galoppate. Rimpiange (ma non troppo) il destino che le fa sempre interpretare personaggi di dubbia moralità

Roma, ottobre

Recentemente una grande rivista americana ha pubblicato un lungo articolo corredato da invi-tanti fotografie sul sex-appeal delle attirici italiane, tra le quali Yvonne Sanson occupa un posto di primo piano. Specialisti non meglio identificati di Hollywood affermano — secondo quanto scrive «Variety» — che si tratta di un'autentica vamp; urìattrice che sullo schermo vi fa accettare senza battere ciglio i Nazzari che vanno in galera per lei e i Vii-lard che si battono per trarla dal fango.

Eppure si tratta di un’attrice che non ha mai cercato di mettersi in mostra, nè tanto meno di dare lo spunto ai cronisti mondani per inventare attorno al suo nome avventure piccanti, scandali e sensazionali vicende amorose. Vi sono attrici, ad esempio, di cui si sa tutto: vita, film e miracoli. Altre di cui gli informatissimi perdigiorno di via Veneto possono rivelarvi anche i più minuti e sconcertanti particolari della loro esistenza pubblica e privata. Di Yvonne Sanson, invece, si sa poco o nulla. Non la si vede mai in giro e per avvicinarla quando non lavora bisogna andarla a trovare nella sua villetta che — detto per inciso — non si trova nei cosiddetti quartieri alti, ma sulla via Appia, fuori città, presso l'ippodromo delle Capannelle.

A differenza delle «stars» costituzionalmente pigre, che dormono fino a mezzogiorno inoltrato come se si trattasse di una cura ordinata loro dal medico di fiducia, la bella Sanson si alza sempre di buon mattino e dopo una rapida doccia fredda monta a cavallo facendo lunghe galoppate. Questo è il suo diversivo preferito col quale inizia la giornata. Poi segue — come ella dice — la solita routine fatta di tante piccole cose, sempre che ella non sia occupata dalle riprese di qualche film. Nel qual caso l'attrice riduce il sorriso ai minimi termini per non privarsi dello studio e delle sue letture preferite sulle antiche civiltà. Forse questa è una delle ragioni che le hanno permesso di interpretare con tanto calore e convinzione lo storico personaggio di uno dei sitai ultimi film, «Nerone e Messalina», grazie al quale il pubblico di oltreatlantico la considera una delle attrici italiane più ricche di sex-appeal.

1953 10 10 Giornale di Trieste Cervi Sanson L

Nata a Salonicco da padre francese, colonnello di cavalleria, e madre turca, Yvonne si stabilì in Italia a diciotto anni. Una bella ragazza che abbia studiato in un conservatorio drammatico non può fare a meno, trovandosi nella capitale, di tentare l'assalto a Cinecittà. Non è detto che sia semplice riuscire a superarne gli ostacoli ma se si è aiutati un poco anche dalla fortuna tutto diventa più facile. Yvonne Sanson, infatti, fu notata da un regista che ne fece l'interprete di «Aquila Nera». Lattuada le affidò poi un personaggio torbido e malvagio in «Il delitto di Giovanni Episcopo» e Luigi Zampa volle farne una «segnorina» desiderosa di redimersi in «Campane a martello». Cayatte la presentò in «Siamo tutti assassini» come una «belle de nuit» incallita e amorale, ma pure ingenua nella sua semplicità. E poi ancora «Menzogna» ed altri lavori, fino a quello da lei preferito nel quale ha dato vita alla suggestiva figura di Statilia Messalina, una delle più celebri amanti che la storia ricordi.

«E’ una specie di fatalità — dice la Sanson — che incombe su di me, cioè suoi miei ruoli. Sono stata alternativamente «peccatrice», «tormentata», «incatenata», ma per mia fortuna registi e sceneggiatori hanno sempre avuto l'accortezza di lasciarmi uno spiraglio per il desiderio di redenzione. Tutto sommato, e fatte poche eccezioni, credo che i miei personaggi discendano in linea diretta da certa letteratura ottocentesca a forti tinte. Per questa ragione essi passano attraverso il fango, ma non si sporcano eccessivamente. Anche se qualche volta ho interpretato la figura di una donna perduta, ad esempio, si trattava pur sempre della vittima di un ingrato destino, travolta da forze e passioni più forti di lei. D'altra parte confesso che ho sempre rifiutato le parti in cui avrei dovuto presentarmi come una donna completamente a-morale, senza scrupoli, e insensibile ai migliori sentimenti umani, pur rendendomi conto che certe volte le esigenze drammatiche di un determinato personaggio non possono assoggettarsi a certe discriminazioni...».

Yvonne Sanson parla correttamente in italiano, con una leggera inflessione romana, e più che ad una greca vien fatto di pensare ad una di quelle tipiche e prosperose bellezze della capitale, di fronte alle quali specialmente i turisti stranieri dimostrano una crescente ammirazione. Ecco, osservandola bene e immaginandola nel costume di una patrizia dell'impero romano, si comprende facilmente perchè in «Nerone e Messalina» le sia stato affidato un ruolo tanto impegnativo. Ispirato alla famosa vicenda storica, il film presenta gli aspetti più romanzeschi e interessanti della vita di Nerone, ma per averne maggiori particolari non ci resta che chiedere qualche notizia alla Sanson, la quale si dimostra ben lieta di parlarne.

Da tempo desideravo cimentarmi in una parte del genere, anche perchè agli effetti drammatici mi sento molto vicina alla sensibilità di certi personaggi. A questo debbo aggiungere che ho trovato in Gino Cervi, interprete di Nerone, un compagno ideale di lavoro col quale mi è stato facile stabilire fin dalle prime riprese quella reciproca corrente di simpatia e di reazioni che molte volte forma un elemento determinante per la buona riuscita di un lavoro. Per quanto riguarda il soggetto, basta pensare a Nerone che si innamora di Statilia Messalina e per poterla sposare si libera della moglie Poppe a con l'aiuto della madre. Ne segue la ben nota vicenda dei crimini commessi dall'imperatore, fino al tragico e gigantesco incendio di Roma per il quale vengono accusati i cristiani. Stanca dei misfatti del marito, Statilia Messalina vuole riabilitarsi con un grande amore, ma Nerone ne fa uccidere l'amante. L'imperatrice fugge nelle Gallie e incita Vindice, legato romano, a marciare contro Roma con le sue legioni. L'impresa riesce. L’imperatore tenta quindi di suicidarsi con un pugnale, ma la mano gli trema, ed è un suo liberto che l aiuta ad uccidersi».

Superfluo a dirsi, Yvonne Sanson è un’accanita sostenitrice dei film storici. Proprio mentre più si fa sentire la crisi di .soggetti che possano veramente interessare e appassionare il pubblico, la nostra attrice è convinta che anche la fantasia dei migliori soggettisti cinematografici non potrà mai eguagliare la forza e la drammaticità di certi episodi i cui protagonisti sono ormai divenuti leggendari.

Inoltre — secondo la Sanson — il pregio tutt’altro che disprezzabile dei film storici è anche quello di valorizzare una materia di studio che opportunamente trasportata sullo schermo resta impresso nella mente di una gran parte del pubblico che altrimenti ne conserverebbe soltanto qualche frammentario ricordo.

Piero Pressenda, «Il Piccolo di Trieste», 10 ottobre 1953


1955 Noi donne Yvonne Sanson intro

«Noi donne», 1955 - L'angelo bianco con Yvonne Sanson - Prima parte Seconda parte


1969 Radiocorriere TV Yvonne Sanson intro

«Radiocorriere TV», 1969 - Yvonne Sanson


1978 09 13 L Unita Yvonne Sanson intro

«L'Unità», 13 settembre 1978


2003 07 24 L Unita Yvonne Sanson morte intro

2003 07 24 L Unita Yvonne Sanson morte f1«Lasciami stare, sono solo una povera donna...». Potremmo scegliere questa frase, tratta da Catene, come epigrafe per la carriera di Yvonne Sanson. stupenda signora greca dal nome francese che divenne un'icona del cinema popolare italiano. Chiedete ai vostri padri - o ai vostri nonni, se avete meno di 30 anni: chiedetegli a quali attrici pensavano, quando si abbandonavano a pensieri un po' peccaminosi nella dura Italia dell'immediato dopoguerra. Vi citeranno la Silvana Mangano di Riso amaro, come no?, con quel boogie-woogie ballato in coppia con Gassman e quelle gambe nude perennemente immerse nell'acqua delle risaie. Poi passeranno a Isa Barzizza. quella biondina simpatica e sexy che stava sempre intorno a Totò. E poi vi faranno due nomi esotici: quello di Dorian Gray, che pareva una vichinga ma si chiamava in realtà Maria Luisa Mangini e quello appunto di Yvonne Sanson il cui vero nome era... Yvonne Sanson. veniva da Salonicco (dove era nata nel 1926) e fra tutte esprimeva la sensualità più torbida e complessa. Perché il suo regno non era la commedia, dove anche il sesso riesce a farsi gioco, né il grande cinema d'autore dove ben presto la Mancano divenne una star, ma il melodramma, dove le identità sono sfumate, il passato incombe e la lacrima è sempre in agguato. Yvonne Sanson piangeva sempre: e quando piangeva le sussultava il petto, e ai vostri padri e nonni sussultava il cuore.

Parlare di Yvonne Sanson nel 2003 significa. ahinoi, registrarne la scomparsa e tuffarsi in un flash-back audace, perché nulla (davvero nulla?) sembra legare il nostro presente alla sua figura. È morta a Bologna, dove viveva da alcuni anni. Vi si era stabilita per stare vicina alla figlia Gianna, che vi era rimasta dopo l'università. Il decesso, avvenuto alle 2 della scorsa notte per un aneurisma, è stato reso noto da amici della figlia. Già questa scarna notizia dice di lei alcune cose: Yvonne Sanson era sparita, aveva abbandonato il mondo dello spettacolo e la sua ultima traccia nella storia del cinema è un dimenticabilissimo thriller diretto nel 72 da Demofilo Fidani, AAA. Massaggiatrice bella presenza offresi. Fidani era un sardo specializzato in spaghetti-western (nel 70 girò Arrivano Django e Sartana... è la line) che nel corso della sua carriera firmò film anche con i seguenti pseudonimi: Slim Alone, Danilo Dani, Nedo De Fida, Miles Deem, Lucky Dickerson, Dino Fidani, Nedo Fidano, Sean O'Nea, Demos Philos, Dick Spitfire. Non dimenticheremo mai la voce ironica di Sergio Leone, una volta che ci spiegò perché aveva deciso di non fare più western: «Quando cominciarono a uscire titoli Se vedi Sartana digli che è un uomo morto capii che era finita. Il passo successivo poteva essere solo Se vedi Sartana digli che è uno stronzo. Con i Trinità ci andammo vicino». Ci permettiamo questa digressione per dire che Yvonne Sanson a poco più di 40 anni, si era persa: stava pagando - da innocente - la deriva del cinema italiano di genere. che negli anni 40 e '50 era una cosa seria e già versola fine degli anni 60 cominciava a non esserlo più. Per le «ex» come lei, e era solo la speranza dei cammei: e Yvonne un grande cammeo lo fece, nel Conformista di Bernardo Bertolucci (1970), dove era la madre di Stefania Sandrelli. Da vero cinefilo, Bertolucci sapeva «citare» il passato del nostro cinema: non a caso, in Ultimo tango a Parigi offri ruoli importanti a Massimo Girotti e a Maria Michi, la ragazza di Roma città aperta e di Paisà. Bernardo, alla vigilia di un film come I sognatori che promette di essere un melodramma sul Maggio Francese, sarebbe l'unico che potrebbe rievocare Yvonne con i toni giusti. Ma proviamoci anche noi.

Flash-Back, dunque. 1946: l'Italia ha voglia di vivere, e Yvonne ci vive da tre anni, per studiare. La vede Riccardo Freda, e le offre un ruolo in Aquila nera, in un super-cast che comprende anche Gino Cervi, Rossano Brazzi. Gianna Maria Canale e un'altra bellissima adolescente. Gina Lollobrigida. Nel '47 la nota Alberto Lattuada. massimo esperto di fanciulle in fiore, che le dà l'importante ruolo di Ginevra nel dannunziano Delitto di Giovanni Episcopo. Sembra fatta. ma l'incontro decisivo per la carriera di Yvonne avviene nel 49: Catene è diretto da Raffaello Matarazzo. il regista della sua vita, e il suo partner è Amedeo Nazzari. Per i suddetti padri e nonni il binomio Nazzari/Sanson è l'equivalente italiano di Bogart/Bacall, o di Tracy/Hepbum, od oggi di Cruise/Kidman almeno fino ad Eyes Wide Shut. I due girano insieme dieci film, i più famosi dei quali -oltre a Catene - rimangono I figli di nessuno. Toma!, Tomiento e Chi è senza peccato, tutti compresi fra il '50 e il 53. Sono anni in cui le coppie vanno al cinema per piangere (assieme). per ammirare la bellezza bruna e tormentata di lei (gli uomini) e l'aitante prestanza di lui (le donne). È una ricetta folgorante che nella prima metà degli anni 50 tiene in piedi il cinema italiano assieme ai film con Totò e ai vari Pane, amore e...

Fine del flash-back, e della leggenda. Fine anche di un cinema popolare al tempo stesso ingenuo e raffinato, confinante da un lato con Liala e i fotoromanzi, dall'altro con Dickens. Hugo e i feuilletons. La Sanson farà altri film di una certa importanza (Il cappotto di Lattuada. per esempio) e girerà persino un film nella natia Grecia (Abbiamo una sola vita di Yorgos Javdlas, 1958). Ma rimarrà cristallizzata nelle lacrime di Catene & soci. La fuga a Bologna, in fondo, è stata una bella scelta. Speriamo che gli ultimi trentanni di oblio (cinematografico) li abbia passati con serenità. Da donna vera, come al cinema non le avevano mai permesso di essere.

Alberto Crespi, «L'Unità», 24 luglio 2003


2003 07 24 La Stampa Yvonne Sanson morte intro

Yvonne Sanson è morta ieri a Bologna. Aveva 77 anni. Era stata per un decennio, fra il 1950 e il 1960, la diva cinematografica italiana più popolare, attraverso i suoi personaggi di donna perduta o innamorata, abbandonata o tradita, che si sacrifica per l'uomo che ama o per il figlio che ha avuto, che turba i sonni degli adolescenti o s'impone per la bellezza prorompente, mediterranea, provocatoria. Una donna volitiva, ma anche remissiva; bella e sfacciata, ma a volte chiusa in una sua discreta intimità; popolana, ma anche d'una certa ricercatezza borghese.

Yvonne Sanson fu, in altre parole, l'attrice che, meglio ài altre della sua generazione, seppe restituire sullo schermo l'immagine multiforme della donna italiana di quegli anni, in cui si riconobbero molte spettatrici e di cui si innamorarono molti spettatori; quando il cinema era lo spettacolo popolare per ecceUenza, e i film italiani riempivano le sale. Il successo, pieno, indiscusso, le giunse infatti con la serie dei film melodrammatici diretti da Raffaello Matarazzo e interpretati al fianco di Amedeo Nazzari, nei quali il suo personaggio si caricava, di volta in volta, di toni sentimentali e romantici, appassionati e remissivi, come si vide in «Catene» (1950), il primo della serie, e poi, via via, in «Tormento» (1951), nei «Figli di nessuno» (1951), in «Chi è senza peccato» (1953), in «Toma!» (1954), in «Angelo bianco» (1955), in «Malinconico autunno» (1958Ì e nel precedente «L'ultima violenza» (1957), senza Nazzari. Un gruppo di opere di facile consumo, costruite su sentimenti elementari, conflitti semplici e schematici, personaggi di poco spessore psicologico, ambienti quotidiani di stampo «neorealistico».

Un cinema che riscosse un enorme successo, soprattutto presso il pubblico meridionale e delle seconde e terr.e visioni, che venne «snobbato» dalla critica di allora e in seguito riscoperto dalla cosiddetta giovane critica degli Anni Settanta, che ne parlò come di un «neorealismo d'appendice». Di questa stagione la Sanson, che era nata a Salonicco nel 1926 da padre franco-russo e madre turco-polacca, fu, come si è detto, la diva indiscussa. Ma la sua carriera non si esaurì con i film di Matarazzo. Era giunta in Italia nel 1943 per proseguire i suoi studi iniziati ad Atene. Tre anni dopo fece la sua apparizione cinematografica nella parte di un'odalisca in ((Aquila nera» di Riccardo Preda. Ma fu Alberto Lattuada, che nel 1947 le affidò il personaggio di Ginevra nel dannunziano «Il delitto di Giovanni Episcopo», a farla conoscere al grande pubblico. In quel film aveva dimostrato buone doti d'attrice, che i molti personaggi che interpretò in seguito non le permisero di approfondire. La si vide in più di quaranta film, dei generi più diversi. Lattuada la volle ancora nel «Cappotto» (1952), Rossellini in «Anima nera» (1962), Bertolucci nel «Conformista» ( 1970), ma ormai in parti di secondo piano. La sua fama era già tramontata, il suo pubblico non c'era più, i gusti erano cambiati. Si ritirò allora dallo schermo, in un trentennio di oblio, quando la morte avvenuta ieri, all'età di 77 anni, l'ha riportata alla ribalta.

Gianni Rondolino, «La Stampa», 24 luglio 2003


2003 07 27 CDS Yvonne Sanson morte intro

Con tre soli titoli realizzò l’imbattuto record di 37 milioni di spettatori

Dopo un lungo silenzio, a 77 anni, è morta per un aneurisma a Bologna, dove viveva da anni con la figlia architetto, l'attrice di origine greca Yvonne Sanson. Fu, nei primi 50, la diva del cinema popolare e populista. Era arrivata da Salonicco a Roma per studiare, figlia di genitori di origine russa, francese, turca e polacca. Bruna e altera, bella, giunonica e timida, sembrava una sfinge mediterranea in cui si identificassero virtù e peccati classici. Divenne la regina del neo realismo d’appendice, fatto di sentimenti primordiali ma autentici, che la vide, in coppia fissa con Amedeo Nazzari baciato appassionatamente nell'ultima sequenza, star di una celebre trilogia strappalacrime diretta da Raffaello Matarazzo.

L'autore sapeva come far piangere le platee domenicali: ecco allora che, tra il 1949 e il 1951, Catene, Tormento e I figli di nessuno (nel ’55 ci fu un seguito con Angelo bianco in cui la Sanson si sdoppia addirittura in due: peccatrice redenta e suora) totalizzarono, grazie a superbi meccanismi di fascinazione emotiva, l'imbattuto record di 37 milioni di spettatori. Il pubblico to record di 37 milioni di spettatori. Il pubblico era soprattutto femminile, quello che divorava i fotoromanzi dell'Italia del dopoguerra e gradiva il melò strappalacrime erede del feuilleton e anticipatore degli sceneggiati.

Yvonne Sanson fece carriera con 35 titoli che si riassumono nel dramma passionale, che prevedeva il peccato completo di redenzione, l’ingiustizia sociale riparata, il colpo basso del destino amnistiato dalla costanza e dalla verità, emozioni ammesse dal Centro cattolico. La Sanson lavorò anche con Freda (nel Cavaliere misterioso fu la regale Caterina con Gassman Casanova), con Coletti fu Wanda la peccatrice, due volte recitò con Lattuada (la fatale Ginevra nel dannunziano Delitto di Giovanni Episcopo) e due con Comencini che la volle esotica con Totò ne L’imperatore di Capri , ma fu anche scritturata da Camerini, Simo-nelli, Corbucd, anche Risi, per una sua piccola e sotterranea vena brillante.

Finì la carriera, quando la nouvelle vague critica nostrana aveva riabilitato il cinema proletario d'appendice di Matarazzo, che non esitava a maltrattarla per ottenere da lei il massimo, con Rossellini (Anima nera) e Bertolucci (la madre piccolo borghese della Sandrelli ne Il conformista): ma i primi a valorizzarla furono i francesi, Melville e Cayatte.

I film per cui pianse il pubblico sono quelli in cui Yvonne lotta e vince sulle pene femminili dell'amore, del tradimento, dei pargoli nascosti, prototipo del costume di un'epoca in cui la donna era madre, suora o peccatrice. In Catene è accusata di adulterio e lo confessa, ma solo per salvare il marito assassino per onore; in Tormento è umiliata dalla matrigna, ha un figlio non sposata da Nazzari, accusato di omicidio; ne I figli di nessuno non può coronare un amore per un salto di classe, ha un bimbo che le viene sottratto e sifa suora, mentre il suo uomo la crede morta, si risposa, la ritrova. L'importante era che lei, la bella Yvonne, fosse sempre infelice in nome della lacrima di massa.

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 24 luglio 2003