Garinei Pietro

Pietro Garinei

Trieste, 1º febbraio 1919 – Roma, 9 maggio 2006) è stato un commediografo, regista teatrale e attore italiano.

Biografia

Laureatosi in farmacia per soddisfare le esigenze del padre farmacista, inizia come giornalista sportivo del Corriere dello Sport, dove incontra Sandro Giovannini. Insieme fondarono nel 1944 il giornale umoristico Cantachiaro e da quel giorno si formò un lungo sodalizio artistico noto come Garinei e Giovannini. In diciotto mesi, in tempo di guerra, scrissero sei riviste.

Importante la collaborazione con la radiofonia Rai, dal 1949 al 1951 con la rivista La Bisarca, successivamente portata in teatro e al cinema.

Esordì a teatro nel 1949. Nel 1952 introdusse il genere della commedia musicale in Italia con spettacoli di rivista come Attanasio cavallo vanesio, con Renato Rascel nelle vesti di attore, cantante e ballerino, e producendo la prima grande soubrette della scena italiana, Wanda Osiris.

Sempre con Giovannini, collezionò numerosi successi, tra cui Un paio d'ali, sempre con Renato Rascel, Un trapezio per Lisistrata, Buonanotte Bettina, Il giorno della tartaruga, Ciao Rudy, Rugantino, Rinaldo in campo, Alleluia brava gente, Aggiungi un posto a tavola, Se il tempo fosse un gambero con, fra gli altri, Gino Bramieri, Delia Scala, Sandra Mondaini, Walter Chiari, Paolo Panelli, Bice Valori, Domenico Modugno, Massimo Ranieri, Raffaella Carrà, Johnny Dorelli.

Tra gli attori di teatro classico e di cinema, lavorarono con loro Marcello Mastroianni, Giovanna Ralli, Paola Borboni, Giuliana Lojodice, Olga Villi, Alberto Lionello, Giulio Scarpati, Angela Luce, Massimo Ghini e Nancy Brilli.

Garinei e Giovannini scrissero i versi di alcune canzoni di successo come Arrivederci Roma e Domenica è sempre domenica.

Pietro Garinei è morto a Roma nel 2006, all'ospedale Forlanini.

La coppia Garinei e Giovannini produsse ben quarantanove copioni come autori ed allestì ottantacinque tournée inscenate in oltre venti nazioni.

Non trascurabile anche la loro attività televisiva, ben rappresentata dalla fortunatissima trasmissione Il Musichiere, presentata da Mario Riva.

Anche suo fratello Enzo Garinei, attore e doppiatore è stato protagonista delle commedie musicali di Garinei e Giovannini.

Opere teatrali

Attanasio cavallo vanesio (1952)
Giove in doppio petto (1954)
Buonanotte Bettina (1956)
Un paio d'ali (1957)
L'adorabile Giulio (1957)
Rinaldo in campo (1961)
Un mandarino per Teo
Bravo!
Rugantino (1962)
Ciao Rudy (1966)
Alleluja brava gente (1970)
Aggiungi un posto a tavola (1974)
Niente sesso, siamo inglesi
Taxi a due piazze


Da "Cantachiaro a "Soffia, so'..."

Garinei. I tempi non erano troppo felici: 1941-1942. I miei avevano una farmacia, ce l’hanno ancora, è una farmacia famosa a Roma, piazza San Silvestro, aperta tutta la notte. Volevano che mi mettessi anch’io a vender pillole, mi fecero prendere anche la laurea adatta. Ma a me non andava. Avevo la testa piena di cose strane, mi piaceva scrivere. Ma di che cosa, per non rischiare di inneggiare al duce? Cominciai a scrivere di calcio. Era divertente. Facevo il corrispondente da Roma della “Gazzetta dello Sport”. Dovevo aver preso da mio padre, anche lui ammalato di giornalismo. Corrispondente di guerra del “Secolo”, nella ’15-’18, fece il colpo del ritrovamento della salma di Francesco Baracca sul Montello. Poi, a Roma, insieme con Cianca, aveva fondato “Il Mondo” e, dopo, “Il Risorgimento”, due grandi testate. Si creò guai con i fascisti, e dal giornalismo politico fini anche lui, come rifugio, in quello sportivo. Mi è rimasta la nostalgia. Ogni tanto di sera, faccio una capatina in redazione. Chiedo: fatemi fare qualcosa. Ma non mi danno retta. Credono che scherzi.

Giovannini. Anch’io ce l’ho, la nostalgia della carta stampata. M’è rimasto dentro l’odore dell’inchiostro, di tipografia. Alle volte, per strada, lo sento. E gli vado dietro. Tutto sommato, passare una notte in tipografia, al bancone, mi piacerebbe. Ho incominciato anch’io nel '42, in una licenza per convalescenza. Un articoletto sul “Tifone”, settimanale sportivo satirico. Un giornale che c’è ancora. Anch'io non volevo fare il mestiere della mia laurea. Era stata un’idea di mio padre, la laurea in legge. Lui faceva il cancelliere in tribunale, e sognava per suo figlio la carriera di rivincita nell'ambiente: giudice, diceva, o almeno avvocato. Ma anche a me piacevano altre cose. Entrai nella redazione del “Littoriale”, come si chiamava allora. Poi è diventato “Corriere dello Sport”. Mi avevano affidato il ciclismo. Garinei l'ho conosciuto allora...

Garinei. Nella tribuna stampa dello stadio. Avevi già un gran vocione, ti facevi notare dappertutto...

Giovannini. Ma no, ma no. Ci siamo conosciuti in farmacia, da te. Ci presentò un tizio che disse esattamente: ecco qui le due speranze del nostro giornalismo sportivo. Aveva capito tutto. Era già il '43. In farmacia, si veniva anche per parlare. Si stava nel retrobottega, te lo ricordi? E si tramava. Ma in fondo, anche, ci si divertiva.

Garinei. Se si sentiva puzza di tedeschi, o di fascisti, su il camice e tutti fuori, a vendere pillole e bicarbonato dietro il banco. Chissà cosa pensava la gente di quello stuolo di dottorini, tutti giovani, tutti seri e compunti, evidentemente neolaureati che si davano da fare per apprendere bene il mestiere.

Giovannini. Fra me e Pietro, oltre che di politica si parlava tanto di teatro. Si fantasticava su certi sketch che si sarebbero potuti mettere in scena se... Era andata a finire, che io, in farmacia, ci dormivo. Ero guarito, avrei dovuto rimettermi la divisa. Ma intanto era venuto il 25 luglio, la più bella notte della mia vita. Addio fascismo. Per me è stato più bello il 25 luglio del giorno in cui arrivarono gli alleati. Ero come impazzito. Credo di aver attraversato mezza città di Roma di corsa, dietro alle bandiere. Poi i fascisti tornarono, richiamarono tutti gli ufficiali. Io non mi presentai. Ormai abitavo nel retrobottega della farmacia. Ero disertore. Rischiavo la fucilazione. Ma il camice di farmacista mi salvò.

Garinei. Dopo l’8 settembre, ci mettemmo a scrivere. Sempre nel retrobottega, fino a notte. A giugno del '44, alla liberazione di Roma, il copione era pronto. Lo facemmo leggere in giro, a gente dell’ambiente. Orribile, ci dissero tutti. Allora tornammo a fare i giornalisti. Trovammo lavoro tutti e due a “Cantachiaro”, un giornaletto satirico appena nato. Li, ci consideravano spiritosi. E fu col titolo Cantachiaro, che scrivemmo fra un articolo e l’altro, insieme con Italo De Tuddo e Franco Monicelli, la nostra prima vera rivista. Andammo in scena il 1° settembre del '44. al Quattro Fontane. La ragazza di punta era Anna Magnani, nera, bella, scatenata.

Giovannini. Se siamo andati in scena il merito, per organizzazione e soldi, cose di cui sapevamo ben poco, spetta a Remigio Paone, diventato poi uno dei grandi impresari dello spettacolo italiano del dopoguerra. Paone è stato uno dei nostri maestri, insieme a Mario Mattoli. Si, il regista dei polpettoni cinematografici. In teatro, sapeva di sicuro il fatto suo. Paone ci ha dato la carica, l’entusiasmo per tutto quello che è teatro. Mattoli ci ha pratica-mente insegnato il mestiere, il ritmo dello spettacolo, il senso del comico. Era importante, soprattutto allora, far ridere. E importante anche adesso. Mattoli sapeva sempre come. Noi, oggi, diamo del tu a tutto il mondo, si può dire. Ma con Mattoli non c’è mai riuscito. È stato troppo importante, in questa nostra storia. Non abbiamo ma: potuto trattarlo alla pari.

Domanda. E avete fatto subito centro. Da Cantachiaro in poi, tutto un successo...

Giovannini. Per la verità, un intoppo all’inizio c'è stato. Ma anche quello, alla fine, si è risolto a nostro favore. È stato con la seconda rivista, Soffia, so’... Il regista era Mattoli. Debutto a Roma, gennaio 1945. Poi la portammo a Milano, in agosto, pochi mesi dopo la fine della guerra. Tutto bene. Andammo anche a Torino e a Genova. Poi, in novembre, tornammo a Milano. Il finimondo. Soffia, so’..., improvvisamente, dava fastidio a tutti: fascisti, ex fascisti, antifascisti, partigiani, chierichetti, vigili del fuoco, carabinieri, comunisti, democristiani. Tutti si sentivano presi di mira, e tutti si ammantavano, di colpo, nella dignità della libertà ritrovata. Nessuno voleva essere messo alla berlina. Gli altri si, ma loro no. Invasero il palcoscenico, si picchiarono, arrivò il sindaco Antonio Greppi, arrivarono le autoblindo della Celere, arrivò la polizia inglese, che voleva arrestare il sindaco.

Pietro Garinei, Sandro Giovannini


Ai due estrosi autori di Gran baldoria, Garinei e Giovannini, va riconosciuto il merito di essersi finalmente staccati dallo schema ormai liso della rivista come si era venuta configurando in questi anni. Hanno fatto una riscoperta: quella del filo conduttore; hanno battuto una strada che quasi tutti avevano da tempo trascurato: quella della commedia musicale. È già stato detto e ridetto — anche troppo — ma bisognava ripeterlo. È doveroso e opportuno aggiungere che, in sede di stesura, il filo di Attanasio, cavallo vanesio era felice, fatto su misura per le disponibilità sceniche di Rascel, comico e canterino, mimo e ballerino.

In sede di realizzazione scenica, la favola di Attanasio si è rivelata più esile di quel che si poteva supporre alla vigilia; una favoletta, insomma, che ha frequenti pause, che pur mantenendosi quasi continuamente su un piano di dignitosa pulizia artigianale, manca di quello che nel gergo sportivo si chiama “mordente”. “È bella”, diceva un amico all’uscita, “ma senza cuore”. Chiamiamolo pure cuore.

Non ci sono concessioni volgari, spesso le battute e le strofette hanno sapore ed estro, c’è continuità e tono ma qualcosa manca: è il tessuto narrativo, la comicità delle situazioni, il ritmo. Forse il passaggio dalla rivista com’è concepita attualmente alla commedia musicale era troppo ambizioso, forse si tratta delle inevitabili lacune del primo esperimento, forse, invece, ieri sera mancava lo stato di grazia, non tutti gli attori hanno reso in relazione
alle proprie possibilità. Probabilmente, delle tre supposizioni, l’ultima è quella che più si approssima alla verità. Altrimenti sarebbe inspiegabile il successo di critica e di pubblico che la rivista ha ottenuto a Roma.

Morando Morandini


Ascesa e trionfo della commedia musicale

Dalla rivista alla commedia musicale - Gli spettacoli di successo - Storia di G&G

L'hanno chiamata “avventura musicale”, gli autori, per rimanere coerenti a quel Casanova olimpico che fu, secondo la mitologia imparata sui banchi di scuola, Giove, padre degli Dei. Come Attanasio e Alvaro quella di Garinei e Giovannini è una commedia musicale dai toni di pochade. I toni dipendono dai comico: al candore di Rascel è successa la malizia di Dapporto. I risultati sono stati discreti, secondo le previsioni della vigilia. Da Garinei e Giovannini si sa quello che ci si può aspettare: la vena può essere più o meno felice ma il mestiere è indiscutibile. Col mestiere si coprono le crepe dell’ispirazione, si rimedia alle pause della fantasia. Questo Giove ha di tanto in tanto il fiato grosso, si puntella con zeppe e lungaggini ma non gli si può negare né piacevolezza né fluidità.

D’altra parte il cast dello spettacolo era imponente: musiche di Kramer, coreografie di Paul Steffen, scene e costumi di Coltellacci. Né il primo né il secondo hanno deluso: un rendimento standard senza mende anche se non eccezionale. Coltellacci è stato in passato un mago della messinscena; basterebbero le sue prove al Piccolo Teatro per situarlo tra gli elementi più rappresentativi della categoria. Da qualche tempo è un “arrivato” cioè lavora molto. Forse troppo. È inevitabile che i risultati non possano essere sempre eccellenti ma in Giove in doppiopetto — dove ha avuto a disposizione mezzi (milioni) a volontà — ha lavorato bene con qualche quadro che ha meritatamente riscosso l'approvazione del pubblico: la vendemmia è forse il migliore ma anche la palestra olimpica, la scena del parco e il ballo di Montmartre sono degni di elogio.

Comunque, la fusione fra scenografia e coreografia è uno dei punti all’attivo di questo spettacolo che probabilmente non avrà molti rivali tra le riviste assiro-babilonesi di questa stagione. (...)

Quando Garinei e Giovannini facevano la rivista — o la commedia musicale — era inevitabile che il pubblico pensasse all’operetta.

Ora che, nelle locandine, chiamano La granduchessa e i camerieri operetta in due tempi, bisogna concludere che hanno fatto la rivista. È una fatalità: se non è zuppa, è pan bagnato. Registi dall’indiscutibile mestiere ma autori spremuti, Garinei e Giovannini hanno varato uno spettacolo che funziona egregiamente sul piano tecnico ma che non ha sicuramente qualità di invenzione e di originalità. L’edizione di ieri sera ha avuto inoltre il grave torto della prolissità, ma basterà qualche sforbiciatura per darle un ritmo più snello; evidentemente non si può impunemente far perdere agli spettatori anche gli ultimi tram: ieri sera lo spettacolo è terminato dopo l’una e trenta. È un'esagerazione specialmente quando si è alle prese con un copione non irresistibile. Da qualche tempo a questa parte gli spettacoli di Garinei e Giovannini sono diventati come i film della Metro-Goldwyn-Mayer che un critico americano ha definito “i più bei film noiosi del mondo”.

Lo spettacolo è, comunque, piaciuto e piacerà. Basta analizzarne le componenti per trovare le ragioni del suo successo.

Dei tre principali collaboratori dei due autori e registi, daremo ancora una volta il trenta con lode a Giulio Coltellacci, scenografo e costumista: l’intero spettacolo ha, per merito suo, un’impronta di grande signorilità e meritatamente alcuni quadri sono stati vivamente applauditi: alludiamo in modo particolare alla scena della sala da gioco, al finale del primo tempo e al ballo nel parco, squisito e patetico omaggio all’epoca del can-can.

Coscienti della fragilità intrinseca del copione, gli autori hanno affidato alle loro risorse comiche il maggior peso dello spettacolo. Non è stato un calcolo sbagliato anche se l'impressione finale è che i due simpatici compari stiano troppo a lungo in scena: sono stati estrosi e tempisti come li conosciamo; se Riva ha insistito nell’imitazione del “vitellone” Alberto Sordi, Billi ha in parte ricalcato i modi della sua comicità sugli schemi cari a Stan Laurel.

Un successone: quattro milioni e 200 mila lire di incasso. Ma non era la sola novità della serata. Per la prima volta Walter Chiari si cimentava con una commedia musicale; per la prima volta lavorava con Garinei e Giovannini; per la prima volta aveva, come compagna, Delia Scala; per la prima volta in uno spettacolo di rivista venivano usati contemporaneamente due “girevoli”. Almeno cosi ha scritto sul programma Giulio Coltellacci, autore delle scene e dei costumi, soggiungendo che l’uso dei due “girevoli” ha il duplice vantaggio di consentire rapidissimi cambiamenti di scena e di abolire i cosiddetti “siparietti” che allungano, spesso a vuoto, lo spettacolo. Coltellacci ha ragione soltanto a metà perché Buonanotte Bettina è, come vuole la tradizione, uno spettacolo troppo lungo, tanto lungo da riuscire in qualche punto prolisso. (Come vuole la tradizione i tagli verranno fatti dopo le prime repliche). Inoltre i “siparietti” esistono. Abbondano anzi, tutti affidati a Lola Braccini e Odoardo Spadaro. Se non esistessero i “siparietti” che cosa avrebbero da fare i due valorosi e patetici esponenti della vecchia guardia?

La vicenda di Buonanotte Bettina non manca di sapore. È la storia di un giovane marito, Andrea, modesto travet bancario, che improvvisamente scopre nella gentile e pudica mogliettina l’autrice di un romanzo che va a ruba nelle librerie della Repubblica. Sono le qualità di scrittura e l’originalità dei concetti che moltiplicano le ristampe del volume? È un romanzo con istanze sociali? Non sembra. Se istanze possiede il libro, sono di carattere erotico: Buonanotte Bettina è la confessione di una femmina incandescente, di un'amatrice fantasiosa. Questa Nicoletta ha l’aria di aver messo a frutto le lezioni di Lawrence e di Miller; al suo confronto Mora-via diventa un autore per le ACLI e la Volpini una scrittrice per ginnasiali in fiore. Dobbiamo meravigliarci se il buon Andrea, ignaro di aver convissuto per tre anni con una Messalina, rimane di sasso? Dobbiamo rimproverarlo se comincia a nutrice qualche sospetto?

Intanto, Nicoletta diventa famosa: contratti favolosi, conferenze-stampa, lettere di ammiratori e — con i tempi che corrono! — di ammiratrici, interviste televisive. (Tutti sanno, infatti, quanto garbino ai dirigenti della RAI-TV i programmi cochon).

Se le intemperanze libresche di Nicoletta ingelosiscono Andrea, la gelosia di Andrea offende Nicoletta. Ma presto la situazione si capovolge. Chi divide con la protagonista del romanzo le furiose sregolatezze è un aitante camionista. “A chi si è ispirata?” domandano a Nicoletta. “A mio marito”, risponde. È il turno di Andrea: la sua fama di amatore si sparge, le occasioni di rendere la pariglia alla letterata consorte non gli mancano. È comunque una tempesta nel bicchiere. A raccontarla, la vicenda di Buonanotte Bettina è divertente. Lo è leggermente meno sul palcoscenico. Dopo una partenza felice, la storia procede a strappi e scossoni; non sapendo tenerla sul piano della commedia, Garinei e Giovannini l’hanno buttata in fretta su quello della farsa, aiutati nella bisogna da un comico che, sul piano inclinato del posciadismo provinciale, scivola senza bisogno di spinte.

Morando Morandini


Dovuta ai frequenti viaggi oltre oceano effettuati in questi ultimi anni da due versatili e fortunati autori come Garinei e Giovannini, la “commedia musicale” è il frutto dei pensamenti che i due autori hanno riportato dallo studio del teatro leggero di Broadway. Convinti che il teatro di rivista italiano stesse per inaridirsi nella formula tradizionale, Garinei e Giovannini pensarono — in parte con ragione — di reinventare in chiave italiana il genere teatrale che riscuote maggior successo in USA, e cioè la commedia umoristica, con pochi personaggi e molti equivoci, del sentimento e un pizzico di nazionalismo latente, arricchita da grandi coreografie mai avulse (per lo meno, non completamente) dal testo. Nacquero così a suo tempo Giove in doppiopetto e La padrona di raggio di luna. Quest’ultimo resta ancora oggi il miglior prodotto di Garinei e Giovannini, uno spettacolo che varrebbe la pena di rivedere, che gli stessi autori dovrebbero sempre tenere a mente. C'erano, infatti, degli attori completi come la Pagnani, l’Alda, il Calindri, la Masiero, c’era una vicenda improntata ad un fatto di costume tipicamente italiano quale il gioco del calcio, c’era anche quel pizzico di nazionalismo cui accennavamo e che, forse è opportuno insistere, gioca nel teatro leggero un ruolo di primissimo ordine (e ci riferiamo al personaggio del giovane italo-americano, calciatore canterino, alla sua “piccola Italy”), c’era una vena di costume di gusto moderno, satirizzante molteplici aspetti della realtà attuale. Questo è in fondo il teatro leggero americano e noi stessi non possiamo farne uno che sia della medesima levatura se non teniamo presenti tutti questi aspetti. Il pubblico americano si rispecchia nelle sue commedie musicali più famose con immediatezza, tanto da far considerare questa forma di teatro come la più semplice, genuina e popolare.

Sono aggettivi grossi, di cui Garinei e Giovannini furono certo, ai tempi delle loro prime esperienze, pienamente consapevoli. Tre o quattro anni fa la rivista italiana stava peraltro orientandosi verso il cosiddetto genere “da camera”: un piccolo palcoscenico, molta comicità in punta di stile, composizioni coreografiche ridotte al minimo, quanto di meglio cioè si era mutuato dai Gobbi, dalle più riuscite riviste radiofoniche, dal “teatro da camera” francese. Walter Chiari, Alberto Bo-nucci, Dario Fo, Durano e Parenti, giovani attrici di scuola come la Vitti, la Bonfigli e la Valori vi si stavano cimentando con successo, un successo di élite se vogliamo ma di certo destinato a migliorare il gusto e l’intelligenza del pubblico, a stimolarne la sensibilità. La rivista “da camera”, di cui il Controcorrente di Chiari resta l’esempio migliore, avrebbe anche potuto trovare autori assai dotati, tra i più giovani e moderni sceneggiatori cinematografici, tra i registi più consapevoli indirizzati verso il teatro leggero; avrebbe inoltre contribuito ad un rinnovamento dei quadri veramente organico, cui non sarebbero rimasti estranei i giovani attori provenienti dalle scuole di cinema e di teatro e non per questo destinati a recitare unicamente in trite commedie di repertorio o in brutti film.

Contro questa forma di teatro, Garinei e Giovannini lanciarono la commedia musicale e, come abbiamo accennato all’inizio, suffragati dalla realtà dei fatti, hanno finito per spuntarla. Anche perché il pubblico (specie nei “giri” di provincia) ha preferito le commedie musicali, i risultati finanziari delle compagnie che portavano questo nuovo genere sono stati felici e alla commedia musicale i comici e gli artisti più popolari si sono dedicati.

Ma che l’avvenire del teatro italiano risieda in questo genere, è opinione che ci trova tutt’altro che consenzienti. Torniamo infatti alla stagione di rivista di cui ci stiamo occupando (1958): lo spettacolo di maggiore successo e di maggior valore è stato Un paio d’ali, firmato da Garinei e Giovannini, affiancati da un complesso di collaboratori di primissimo ordine, come lo scenografo Coltellacci, il musicista Kramer, il coreografo americano Hermes Pan. È facile capire la fortuna di Un paio d’ali, ed altrettanto facile è rendersi conto del perché una commedia del genere rappresenti forse uno dei più fortunati esempi della serie. Anzitutto la presenza di un attore come Renato Rascel in un ruolo altrove collaudato con successo, il ruolo cioè dell’ometto timido e malinconico, immerso in un clima del tutto diverso, cosi rumoroso e ridanciano, da quello che gli sarebbe congeniale, innamorato di una donna che è l’espressione di un’umanità sana ma spaventosamente grossière. Rascel non avrebbe potuto trovare personaggio più adatto alle proprie possibilità di attore, né partner più tipica — nonostante alcuni limiti scenici piuttosto notevoli — della giovane attrice di cinema Giovanna Ralli. Aggiungiamo a tutto ciò che, nonostante la netta derivazione dal mito di Pigmalione, Un paio d’ali è una commedia tipicamente italiana, anzi dialettale, trasteverina, ed avremo la misura esatta del suo valore, cui contribuiscono in misura non indifferente le musiche di buona lega, l’esatta calibratura di una regia in cui si sente l’importanza di una esatta e consapevole condotta di tutto il complesso.

Ma accanto a questa felice commedia, ecco L’adorabile Giulio e Uno scandalo per Liti, spettacoli pieni di equivoci, che denunciano i limiti della commedia musicale, almeno della situazione presente del nostro teatro. Ecco un attore come Dapporto invischiato dagli stessi Garinei e Giovannini in una storia che, per il solo gusto di averla pensata, parte da un errore di sostanza fondamentale: quello di presentare il primo attore come padre della soubrette. Ed ecco allora la necessità di creare due storie, di mettere in moto dei meccanismi complessi per la cui adeguata resa comica le possibilità di scrittori come Garinei e Giovannini non sono sufficienti, mancando loro il gusto della pochade, la sfrenatezza tipica dei macchinosi ma sempre coerenti e lineari inventori di sfacciati canovacci che non avevano però un attimo di pausa. La stessa Delia Scala, destinata senza dubbio a divenire per ampiezza di mezzi e per carica comunicativa la migliore soubrette italiana, ha subito con L’adorabile Giulio una battuta d’arresto, mentre gli attori di contorno tra cui l’eccellente Panelli hanno rivelato una indiscutibile tendenza a generi più ecclettici.

Fabio Rimando


Sono stati due Bouvard e Pécuchet, ma di successo, che in tanti anni hanno raccolto ed elaborato un bel po’ di idées regues dal loro pubblico e dai tempi: invece di stiparle in un dizionario, le hanno dosate — si direbbe con il bilancino del farmacista — e diluite in tante riviste, commedie musicali, commedie con musiche, da Cantachiaro (1944) ad Aggiungi un posto a tavola (1974), tutte di successo.

Verso Natale debutterà l’ultimo spettacolo non solo prodotto ma anche scritto (in collaborazione con Jaia Fiastri) dalla ditta Garinei & Giovannini (Garinei è rimasto solo da tre anni, ma il nome della dita sopravvive). Dello spettacolo che coinciderà, ed è un bell’impegno, con i trenta-cinque anni della ditta G&G e i trenta del teatro Sistina, poco si sa, tranne il titolo, Accendiamo la lampada, nel quale sta nascosta la chiave dello spettacolo. Entrambe le cose, riserbo e “A” iniziale del titolo, fanno parte del rituale scaramantico rispettato negli ultimi tempi dalla ditta e dai suoi collaboratori. Ai tre protagonisti di Aggiungi un posto a tavola, Johnny Dorelli, Bice Valori, Paolo Panelli, si sono uniti Gloria Guida, Enzo Garinei, Giorgio Bixio, Luigi Palchetti e il superstite dei tre fratelli Bonos, fantasisti comici assai noti negli anni Trenta e Quaranta, Gigi, specializzato in parti di cameriere e in una singolare “corsetta sul posto” che faceva contrasto con il suo sguardo perennemente assonnato. E in più sedici ballerini, sei vocalisti, e gli stessi col-laboratori di Aggiungi un posto a tavola, Jaia Fiastri per i testi, scene di Coltellacci, musiche di Trovajoli, coreografie di Gino Landi. Plot segreto. Sarà una favola collocata in un Oriente misterioso quanto antico, mille e una notte o giù di lì. Uno scriba (Dorelli) fra tante lampade, dovrà trovare quella magica. La troverà, intrecciando nel frattempo una storia d’amore con la figlia di un commerciante di tappeti (Gloria Guida). Come dire, e la coautrice Jaia Fiastri lo dice davvero, lontani mille miglia nel tempo e nello spazio dalla nostra realtà italiana e dalla nostra politica: “Quella la lasciamo tutta al cabaret”. Ma c'è da crederci? È vero che ormai da anni G&G hanno evitato, con superiore distacco di lasciarsi andare a battutacce sulla gobba di Andreotti o sulla scarsa avvenenza di Adele Faccio, ma la politica, almeno “sub specie” di metafora, c’è sempre stata nei loro spettacoli, anche per una sorta di affinità elettiva con i gusti ideologici del proprio pubblico, borghese ma non del tutto immobile, che un suo adattamento ai tempi lo ha tentato, o per lo meno subito, da trentacinque anni a questa parte.

Nessun autore di teatro italiano forse può vantarsi, nel bene, nel male (e nel peggio) di aver rappresentato la storia, sia pur minore, dell’evoluzione (e dell’involuzione) dei suoi tempi. Siamo coscienti di aggirarci nei territori provinciali della sottocultura e della sottostoria, ma la tentazione di ripercorrere questi 35 anni attraverso gli spettacoli di G&G è seducente per i teorici del Futile: la distanza tra Utile e Futile, tra croce e delizie, spesso è meno abissale di quel che si crede. Per comodità, e per puro gusto della provocazione, divideremo la storia degli spettacoli di G&G in evi, per l'esattezza quattro: 1) gli anni del qualunquismo, ovvero cantachiaro e pensa nero; 2) gli anni di Wanda Osiris, ovvero luxe e naiveté; 3) nascita e ascesa della commedia musicale negli anni Cinquanta; 4) trionfo della commedia musicale, ovvero dal boom allo sboom.

Cantachiaro e pensa nero. Proprio nel periodo più drammatico della storia dell’Italia moderna, tra armistizio e liberazione, vive a contrasto il momento magico del teatro di rivista: si va a teatro al pomeriggio, per via dell’oscuramento, in bicicletta e portandosi dietro i panini, e può capitare, come agli spettatori che al Quattro Fontane di Roma si godevano una rivista prodotta dalla mitica sigla “Za-Bum”, di sentirsi consigliare da un attore di uscire da una porta secondaria poiché poco prima in via Rasella doveva essere successo qualcosa di grave. I nostri debuttano con Cantachiaro a cui segue Soffia, so'..., entrambi con seguito, Cantachiaro n. 2 e Soffia, so' n. 2. 1 cast sono eccezionali: Magnani, Cervi, Viarisio, Serato, Tieri, il debuttante Raimondo Viani poi Vianello, Sordi, Olga Villi, Ave Ninchi. Li forma la mancanza di produzione cinematografica, la rapidità di allestimento di uno spettacolo di rivista e la domanda golosa del pubblico. Insomma, come sempre, l’orchestra continua a suonare e la gente a ballare mentre il Titanic affonda. La Liberazione ha anche aspetti da un gran finale di rivista, paisà, sciuscià, segnorine, Tombolo, mercato nero, chewing gum, boogie woogie. Quasi tutte queste cose si ritrovano infatti nelle riviste. G&G finalmente debuttano al Nord ma non è un debutto sereno: il tono e i temi apertamente reazionari di Soffia, so’... scatenano incidenti e scontri, a Genova lo spettacolo fu interrotto e ci volle l’intervento del CLN per permettergli di continuare, a Milano il 13 novembre del 1945 le battute di destra dello spettacolo furono contestate da gruppi di giovani antifascisti, e questa volta intervenne il sindaco socialista Greppi, guarda caso un commediografo. Si poneva per la prima volta, dopo il fascismo, il problema della censura, questa volta rovesciato, contro la destra. Ma il 19 scoppiarono incidenti gravissimi, scontri tra dimostranti e poliziotti, coreografie di autoblindo della polizia, spari dei carabinieri. “Le forze democratiche sorte dall’insurrezione non sono tanto gracili da dover temere le manifestazioni dell’umorismo”, dichiarò il CLN per placare gli animi.

Garinei Giovannini gh680

Ma che dicevano i nostri? Ecco una scelta: “La libertà venuta qua / ci dà il permesso di spogliare l'umanità. / È notte, ci invita a rubar / l’autorità / che non ci sta”. E ancora a proposito della lotta di classe: “Ladro: Certo, prima il monno era diviso mejo. Da una parte li ricchi, da una parte li poveri, de qua i borghesi, de la’ i proletari. Puttana: Mo’ li borghesi se so' vennuti tutto e la roba gliel’hanno comprata li proletari...” “Ladro: A Marian-ni’, tu che ne pensi? La rivoluzione ce sarà? Puttana: A Giggé, dicheno che si ...Ma chi la farà? A chi je torna conto de falla?”. E i tempi futuri? Il titolo di una rivista del 1945 la dice lunga sulle loro speranze: Pirull, Piruli (non andrà sempre cosi). Malgrado ideologia e linguaggio comuni con l’Uomo Qualunque, in questa rivista i nostri continuavano una loro polemica con Guglielmo Giannini con toni assai violenti che chiamavano in causa la serietà morale delle rispettive madri e sorelle.

2. Luxe e Naiveté. Nel clima di fin troppo evidenti incertezze postbelliche sono sintomatici i tentativi di G&G di provare una propria sigla caratteristica, da sostituire agli spettacoli satirico-politici del tipo Soffia, so’... che avevano ormai fatto il loro tempo. Il processo di rinnovamento dei due autori passava quindi per la depoliticizzazione dei copioni e coincideva con un Lusso di dopoguerra il cui ingrediente indispensabile era Wanda Osiris. Con lei, nel decennio dal 1946 al 1956, i due autori realizzarono otto riviste. G&G seppero trovare un nuovo equilibrio fra la leggenda “Wandissima” e lo scetticismo disincantato della borghesia del dopoguerra. Nel finale del primo tempo di Si stava meglio domani (già il titolo è in precario equilibrio tra un passato di cui si ha quasi nostalgia e un futuro ancora incerto e sospettabile) del 1946-47, la prima delle riviste del periodo osiriano, Enrico Viarisio si lamentava di una moglie affetta da “osirite acuta”. Era la stessa Wanda che faceva il verso a se stessa, con signorile inconsapevolezza; ad un certo punto scoppiava un incendio e la moglie invasata approfittava della scala dei pompieri per eseguire una discesa alla sua maniera, cantando Ti parlerò d’amor.

Gli astiosi couplets politici dell’immediatissimo dopoguerra sotto l’influsso lunare e stralunato della Wanda si trasformavano in piccoli esempi di non sense a doppio senso: a bordo di un calesse trainato da cavalli (veri, naturalmente) in un duetto con Gianni Agus la divina cantava: “Voglio fare come fanno al Mississippi / dove ognuno va diritto ai propri scopi”. E poi le solite grandi macchine barocche, quasi preronconiane per la presentazione della Wanda: conchiglioni (in Domani è sempre domenica), manona guantata (in Sogno di una notte di questa estate) che scendevano dall’alto e depositavano, a volte assai bruscamente, la Wanda sul palco-scenico, e, ovviamente, scaloni: la più lunga scala della sua carriera (in Al Grand Hotel) che scendeva cantando Sentimental e la più importante, quella di piazza di Spagna (in Made in Italy). La granduchessa e i camerieri del 1955-56, già mezza operetta e mezza commedia musicale, pone fine alla stagione della rivista pura per G & G e forse anche per il teatro in generale, a quella rivista che ormai oggi sopravvive, come una memoria dell’inconscio collettivo, solo negli stravolgimenti plebei dei Legnanesi che si rifanno proprio alla Wanda. Le riviste per la Wanda nella produzione di G&G sono come una parentesi rosa tra il periodo delle fegatose riviste del dopoguerra e la lunga saga della piccola borghesia assestata che coincide con il corpus delle successive commedie musicali. Il lusso “irragionevole” della Wandissima, quasi scandaloso per la misura del ceto medio, si può cosi spiegare come un’allegoria esasperata del sogno di un benessere economico stabile ancora da venire.

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3. Nascita e ascesa della commedia musicale. Siamo nei sempreverdi e sempre rivisitati anni Cinquanta. C’è un po’ di tutto, anno santo, neorealismo, banditismo, scioperi, repressioni e depressioni, “mamma mia che impressione”, schiaffi moralizzatori di onorevoli de a signore scollate. C’è di tutto anche nella produzione di G&G, due trilogie, quella “maliarda” per Dapporto (Giove in doppiopetto, Carlo non farlo, L’adorabile Giulio) e quella a rima baciata per Rascel (Attanasio cavallo vanesio, Alvaro piuttosto corsaro, Tobia candida spia), ancora con Rascel Un paio d’ali e poi Un mandarino per Teo, per Walter Chiari; due commedie musicali per attori di prosa, Gran baldoria e La padrona di raggio di luna, il lancio dell’antiwandiana Delia Scala, in Buonanotte Bettina e Un trapezio per Lisistrata con Manfredi e Panelli. Infine l’omaggio ad personam, il Delia Scala Show, doppiato dall’altro omaggio a Rascel, Rascelinaria.

La stagione della commedia musicale nasce però con una rivista old fashion, La bisarca, presentata nell’anno santo con Billi e Riva. Replica dell’arca di Noè destinata ad accogliere i superstiti del dopoguerra, la Bisarca è imbarcata su, nella buona tradizione del qualunquismo, mugugni contro gli scioperi (“Tace il labbro / chiuse le officine son / per seguire gli ordini dei capoccion. / Tutto ciò dimostra / che gli agit prop di li / usano i sistemi in voga pure qui”), un po’ di politica estera (“Je suis a Seul, ce soir / con i marines / e ci voglio restar / fino alla fin / e secondo Truman / tutto cosi / andrà meglio doman”), un po' di politica interna moralizzatrice a proposito della DC che fa sistemare le foglie di fico sulle statue al Foro Italico (“Andreotti fa piazzare le ultime foglie / cosi certe voglie / le miss non avran”). E soprattutto l'“ impegno politico” secondo G&G: Billi (Sancio) e Riva (Pancia) cosi rispondono a un Don Chisciotte in angustie per la scelta politica da operare:

“Sancio: Io sono Sancio e sto a sinistra, lui è Pancia e sta a destra.

“Don Chisciotte: E perché?

“Pancia: Amigo, noi non dormiamo miga de piedos. Se vince la destra io Pancia salvo Sancio; se vince la sinistra lui salva me. Cosi alla fine della caciaras, comunque vadano las cosas, Sancio e Pancia staranno sempre a gal las”. Insomma, un remake dell’antico motto: “o Francia o Spagna, basta che se magna”, oppure, più limitato a Roma, “Leone o Pio, basta che magno io”, come dirà Rugantino.

Ma è un'altra coppia che, separata in questo decennio, e poi riunita negli anni Sessanta, caratterizza il nuovo corso e la nuova formula, la commedia musicale, di G&G: Renato Rascel riflette come in uno specchio lo spettatore medio a cui si rivolgono gli autori; Delia Scala che sta alla commedia musicale come la Wanda alla grande rivista, incarna un tipo di femminilità scatenata, sbarazzina e birichina, una soubrette pret-à-porter, una Doris Day italiana, ben diversa dal tipo di femminilità cantata malinconicamente da Wanda Osiris nell’ultima sua rivista, già commedia musicale, La granduchessa e i camerieri: “Ricorda che la femminilità / è fatta di malizia e ingenuità / se un uomo prigioniero vuoi tenere / tu devi un po’ parlare un po’ tacere”.

4. Trionfo della commedia musicale, dal boom allo sboom. Inizia nel boom economico dei primi anni Sessanta e finisce, almeno per ora, nella crisi o meglio nelle crisi economiche degli anni Settanta, la sua grande stagione. E si va a incominciare con due ambiziose commedie musicali “storiche”, si celebra il centenario d’Italia con Enrico 61 protagonista Renato Rascel e Rinaldo in campo protagonista Delia Scala con Domenico Modugno.

L'Italia unita ha cent’anni; per l’occasione fra celebrazioni ufficiali e ufficialissime, nel tripudio del conquistato benessere, sembra sia giunto il momento di aprire a sinistra, auspice ambiguo Fanfani. Enrico 61 è un carosello italiano: bersaglieri e case di tolleranza, Caporetto e il fascismo “cattivone”, brivido patriottico per la piuma sul cappello e lacrima per i distacchi imposti dalla guerra, Rascel scatenato nel patetismo e nell’"a fondo” al cuore. È la celebrazione un po’ commossa della resistibile ascesa della borghesia italiana.

Un’altra celebrazione, quella della coppia piccolo borghese, vedrà finalmente insieme Rascel e Delia Scala in Il giorno della tartaruga del 1964-65.

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Incontro “inevitabile” e altro carosello di vizi privati e pubbliche virtù della coppia borghese. Ne Il giorno della tartaruga, scritta con Luigi Magni e Massimo Franciosa, si presentavano tre ore di dispute a lieto fine di due coniugi-tipo che sembravano usciti dalle vignette umoristiche dei settimanali femminili. Ma il senso comune della morale si evolve e si passa, nel 1967, dalla coppia piccolo-borghese timida e “chiusa” a quella medioalto borghese evoluta e spregiudicata di Viola violino viola d’amore, scritta con Magni e interpretato dalle Kessler e da Enrico Maria Salerno, in cui è adombrato il triangolo (ma niente paura, l’“altra” è solo una proiezione speculare, anche se più divertente, della moglie). Alla fine degli anni Sessanta, nel 1969-70, ecco apparire addirittura la coppia “irregolare”; magnaccia lui (Gino Bramieri), prostituta lei (Milva) in Angeli in bandiera.

E infine, negli anni Settanta, la “stimma” dell’etica e dell’estetica garineigiovanninèa in due grandi commedione musicali mistico spregiudicate di grande livello professionale entrambe scritte con Jaia Fiastri, Alleluja brava gente! con Rascel e Proietti (1970-72) e Aggiungi un posto a tavola (1974-78) con lo stesso cast dell'ultima e misteriosa, per ora, produzione. C’è il tema dei soldi come valore supremo (si pensi all’inno Soldi, soldi, soldi che veniva innalzato già nel 1960 in Un mandarino per Teo) con i quali si compra tutto, anche il Paradiso: “Din don, din don - Io vendo lo Paradiso -. Quanto lo fai? quanto lo fai? - Lo paradiso a quanto sta?” (Alleluja brava gente!) per esorcizzare la paura dell’imminente anno Mille, fine del mondo, trasparente metafora di una paventata rivoluzione. Questa dell’elemento sovvertitore dell'ordine e dell’equilibrio costituiti è forse la più significativa costante della poetica dei nostri, e che può incrinare la coppia borghese come la politica internazionale dei blocchi, può essere l’anno Mille o il diluvio universale di Aggiungi un posto a tavola, remake della Bisarca. Qual è il diluvio per la borghesia degli anni Settanta? Probabilmente il compromesso storico. Ma forse, rispetto all’intolleranza delle riviste come Soffia, so’... e Cantachiaro, l’atteggiamento si è fatto più morbido e molti angoli si sono smussati. Forse l’ospite in più per cui vale la pena di aggiungere un posto a tavola è proprio il PCI.

Restava al pubblico decidere quale figura allegorica lo adombrasse nella commedia, il personaggio della puttana redenta o la colomba che arrivava in volo dal loggione nel gran finale. L’enigma sarà forse sciolto da quest’ultimo, misterioso spettacolo?

Rita Cirio


È per me una gran fatica parlarne, anche oggi. Lavoravamo insieme da 35 anni, ci vedevamo dal mattino presto fino a sera tardi, sicuramente frequentavamo di più noi che le nostre mogli. Bastava uno sguardo per capirci. C'erano discussioni, ma tanta stima e affetto. Non voglio fare il patetico, ma non si saprà mai che contributo di arguzia, di intuito, di tenacia, di senso del teatro, Sandro dava e sapeva dare agli altri.

Cosa potrei fare, solo, mi dicevo, meglio di quanto abbiamo già fatto in due? A mente fredda non saprei dire che cosa creava uno e cosa l’altro; il lavoro si confonde in un’unica testa. Da solo, pensavo, andrò incontro sicuramente a grossi rischi: pianto tutto, baracca burattini e luminose.

Poi una vasta sensazione di amicizia e di solidarietà che gli amici, i giornali, gli attori mi hanno saputo dare. La famiglia Giovannini mi ha detto: noi vogliamo che il nome di Sandro continui, e continui nel tuo, ti saremo vicini, ma la sigla non deve morire. E poi con Giovannini avevamo allevato, nel corso degli anni, uno stuolo di collaboratori, artistici e tecnici, che sarebbe un peccato disperdere. Un peccato “umano” e un peccato “teatrale”. Il teatro ha vinto.

Cosa fare, tornare a fare il giornalista, come una volta? No anche quel mondo è cambiato e poi a 58 anni non si può cominciare daccapo. Il teatro è il mio mestiere, mi son detto. Io sono del segno dei Pesci, e ho bisogno d’acqua. La mia acqua è il teatro, ecco tutto. Vedremo cosa farò da solo.

Su il sipario, con un programma che avevo già concordato con Giovannini. E su il sipario con un progetto che stava molto a cuore a Sandro, la ripresa, dopo 15 anni, del Rugantino, che andrà in scena al Sistina in marzo. È lo spettacolo più caro che abbiamo e c’è un pubblico nuovo che non l’ha visto. Il testo sarà identico a quello di allora, scritto in collaborazione con Festa Campanile, che nel frattempo l’ha anche ridotto in film, e Franciosa. Del vecchio cast rimarranno Bice Valori e Aldo Fabrizi, naturalmente.

Pietro Garinei


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

Roma, gennaio

Da quando la radio cominciò a trasmettere la loro rivista «La Bisarca». che durò 52 settimane e venne ripresa prima in teatro e poi in cinema, Garinei e Giovannini ricevettero da tutta Italia centinaia di lettere _che permisero di constatare quanto e come sia considerato il mestiere di autore di riviste teatrali. A parte pochi insulti, motivati da reazioni politiche, le lettere degli ascoltatori prendevano Garinei e Giovarmi ni per benefattori; non solo perchè riuscivano a divertire e a far dimenticare i guai della giornata, ma perchè un loro intervento era efficace per moltissime cose. Padre Noè, capo della Bisarca, veniva incaricato dai lettori di risolvere problemi dei comuni, problemi di lavoro e di pensioni di guerra, problemi di ogni genere, che, perorati alla radio, trovavano immediatamente ascolto nei ministeri. Ma un giorno arrivò a Garinei e a Giovannini la lettera di un tale che aveva l’intenzione di intraprendere la loro carriera e che chiedeva: «Come si fa a scrivere per il teatro di rivista?». Garinei e Giovannini s'accorsero di non aver regole, e risposero a quel tale che esistevano poche regole, per quanto essi potevano constatare con l’esperienza, e tutte negative: 1) non usare mai il colore vioia nelle messinscene: 2) non ammettere mai che ballerine e attrici facciano la calza in teatro; 3) non far mai girare le sedie su un piede durante le prove; 4) non aprire mai un ombrello in palcoscenico; 5) non far mai suonare nè cantare una certa canzone in uno spettacolo; 6) non nominare mai quella canzone a questo proposito per non avere una causa da parte dell’editore. Giovannini aggiunse una sua regola positiva personale; portare con sè un pacchetto di Craven alla prima dello spettacolo.

1951 02 01 Settimo Giorno aIV n5 Garinei Giovannini f1Roma. Garinei (a sinistra) e Giovannini sono oggi i più popolari autori di copioni per rivista di tutta Italia. Il loro lavoro li fa correre da una città all’altra per la messa in scena e per le «prime»; eccoli appunto mentre assistono a una prova di una delle loro riviste. Il primo grande successo della coppia si ebbe con lo spettacolo «Cantachiaro», presentato a Roma nel settembre del 1944. Lo spettacolo, sottoposto alla censura alleata, potè andare in scena senza subire tagli solo per il diretto intervento dell'ammiraglio Stone.

Le sorprese di “ Cantachiaro ”

Oggi Garinei e Giovannini sono quasi grassi, segno che non hanno più preoccupazioni e che il lavoro, che li fa correre da una città all’altra per le messinscene e per le premières, non li preoccupa e non li stanca. Ma l’esperimentazione di quelle poche regole negative costò, a suo tempo. non poca fatica. L’unica regola positiva, quella delle Craven, garantì il loro primo successo, che avrebbe potuto essere un grandissimo fiasco. Era il settembre del 1944. Garinei e Giovannini, ex-redattori uno della «Gazzetta dello sport» e l’altro del «Corriere dello sport», erano diventati redattori del settimanale umoristico a Cantachiaro». quando il loro direttore ebbe l'idea di fare uno spettacolo che portasse il titolo del giornale. Il copione fu pronto prestissimo (e Anna Magnani, Carlo Ninchi. Olga Villi, Lea Padovani erano pronti a recitarlo) quando il sergente italo-americano Coen della censura alleata lo restituì così tagliato che avrebbe dovuto essere riscritto da cima a fondo. Mancavano due giorni al debutto, e Roma era tappezzata di manifesti che annunciavano il grande spettacolo (poltronissime 150 lire, ingresso 40). Attori e autori si riunirono allora, invece che per le prove, per discutere la situazione. Del copione non restava intatta che una quinta parte, e anche quella così ridotta dai tagli di battute, che era assolutamente impossibile non solo andare in scena due giorni dopo, come era in programma, ma anche con un ritardo di pochi giorni o di una settimana o due. Dalla riunione (che in certo qual modo per la libertà del teatro fu storica) uscì una grande decisione, alla quale si poteva forse pensare solamente nel 1944, quando l'ltalia era ancora in guerra e divisa in due. Il direttore di «Cantachiaro» lasciò immediatamente il teatro e corse al Viminale, dove chiese di essere ricevuto dal presidente Bonomi. Il presidente lo ricevette e in sua presenza telefonò all’ammiraglio Stone.

Di quei tempi, lo spettacolo ideato dal «Cantachiaro» era un avvenimento, e il pubblico lo aspettava con tanta ansia, che il proibirlo, come praticamente aveva fatto la censura, era un atto che tutta Roma avrebbe considerato antidemocratico. Stone capì e mandò tre alti ufficiali della commissione a teatro il pomeriggio seguente. Uno di quegli ufficiali aveva dimenticato le sigarette, e tra quelle che gli offrivano egli preferì quelle di Giovannini (le Craven). Gli attori recitarono l'intera rivista per i tre ufficiali senza cambiare una sola parola, e Anna Magnani veniva proprio davanti a loro a raccontare le barzellette che mettevano in ridicolo, con rispetto, l’ammiraglio Stone, il col. Poletti, l’on. Bonomi, ecc. I tre ufficiali si divertirono moltissimo nel vedere Luigi Pavese travestito e truccato da Poletti; Viarisio e Pavese i quali, nati come Remo e Romolo da una lupa, rifacevano Roma col permesso e con le istruzioni degli alleati; e, in una parodia della «Cena delle beffe», Neri che si vendicava di Giannettaccio invitandolo ad una cena tutta a base di scatole americane e di meat and vegetable nelle razioni stabilite. Una sola osservazione fecero i tre ufficiali a proposito di una parodia della «Gran Via», nella quale apparivano Roosevelt. Stalin e Churchill; ma era un semplice consiglio di sostituire, come del resto s’era sempre fatto anche in America durante la guerra, i tre grandi con tre anonimi, un Russo, un Americano e un Inglese. La rivista andò in scena integrale ed ottenne grandissimo successo. Anna Magnani rivelò grandissime doti teatrali, e Lea Padovani, che aveva lasciato ria poco l’Accademia d’Arte Drammatica e faceva la generica, venne notata da Macario che la lanciò in «Febbre azzurra». Giovannini e Garinei avevano ripreso un genere che da molto tempi) non era più in voga: il genere satirico, col quale ottennero un grandissimo successo, poco dopo, nella loro seconda rivista dal titolo «Soffia, so'».

Il successo di certi umoristi è determinato da un fatto preciso: dal fatto che certi loro personaggi, certe loro frasi e certi loro modi di dire diventano una moda e sono citati da tutti, come la signorina Memé e il suo modo di parlare, il gagà che aveva detto agli amici, il Signor Veneranda, Genoveffa la Racchia, ecc. «Soffia so’» divenne subito celebre. La frase era stata coniata da Anna Magnani durante le prove dello spettacolo. Enzo Turco si rivolgeva a lei, che indossava le vesti di Indovina, e ne riceveva un certo numero di candele. Ogni domanda alla quale l’Indovina non riusciva a rispondere era un soffio su una candela. Spente tutte le candele, Turco non aveva più il diritto di avanzare nèssuna domanda. Era un gioco che otteneva grandissimo successo. Turco entrava, prendeva le sue candele e ogni sera aveva qualche domanda nuova e imbarazzante da porre: «Perchè il colonnello Poletti...? Come mai Togliatti...? E Nenni...?». A domande simili, anche l’Indovina non poteva rispondere, e ogni volta diceva: «Soffia, so’». Ad ogni domanda imbarazzante, ad ogni domanda. che aveva una risposta ovvia, i romani presero la abitudine di rispondere come Anna Magnani; e nacque il giornale «Soffia so’».

I successi di Garinei e di Giovannini continuavano e crescevano, e il pubblico mostrava di gradire sempre di più la novità di sentir dire sul palcoscenico, a voce alta, molte delle cose che esso stesso avrebbe voluto dire in presenza degli uomini di governo. L’unica notevole censura al copione di «Cantachiaro n. 2» la fece Roosevelt, quando morì, determinando il cambiamento di tutto il principio dello spettacolo.

1951 02 01 Settimo Giorno aIV n5 Garinei Giovannini f2Roma. Garinei e Giovannini al lavoro. A coloro che chiedono come si faccia a scrivere per il teatro di rivista, i due autori rispondono che non esistono regole. Tanto Garinei che Giovannini prima di divenire scrittori di riviste erano giornalisti sportivi; nelle intenzioni delle famiglie, Giovannini avrebbe dovuto finire magistrato e Garinei farmacista.

Farmacista mancato

Lo stesso successo accolse Garinei e Giovannini nel nord, quando, subito dopo la liberazione, riunirono in un unico spettacolo i due «Cantachiaro» e «Soffia so’» e li portarono a Milano. Allora ancora Garinei e Giovannini non erano persuasi di avere L'ovato una nuova carriera. Prima di fare, per piacere personale, il giornalista sportivo, Giovannini aveva studiato giurisprudenza con l’intenzione di riuscire magistrato. In quanto a Garinei, egli, per quanto avesse interrotto gli studi durante la guerra, aveva una tradizione familiare che durava dal 1950, la tradizione del farmacista. Nel 1595 il suo antenato San Camillo de Lellis fondò una farmacia a Roma. Da quel tempo i componenti della famiglia Garinei, suoi discendenti, ebbero sempre per ogni generazione almeno un farmacista (ma spesso due o tre) che mandava avanti la farmacia. Nel secolo scorso la farmacia inaugurò per prima il servizio notturno, ma qualcosa (forse il color viola) le portò sfortuna, perchè ogni nuovo piano regolatore la demoliva e la trasferiva. Sembrò finalmente che trovasse una sistemazione definitiva al centro di Roma, a due passi da piazza Colonna e dalla Galleria, quasi di fronte al caffè Aragno. La farmacia Garinei con servizio notturno aveva trovato la sede che le conveniva proprio alla base di Palazzo Chigi.

Ma venne il fascismo, Mussolini si installò nel palazzo. Arrivò il momento che per entrare in farmacia bisognava passare attraverso la sorveglianza degli agenti di guardia. Non era naturalmente una situazione favorevole al commercio dei medicinali, soprattutto di notte. E la vecchia farmacia Garinei con servizio notturno si trasferì ancora finché, proprio in virtù di una demolizione, si stabilì in piazza San Silvestro, a fianco della Posta Centrale. Mentre il negozio subiva queste traversie, la famiglia Garinei era rimasta senza farmacista. Il capo-famiglia aveva fatto il giornalista con grande scandalo di suo padre, e durante la guerra mondiale aveva avuto una piccola notorietà perchè aveva ricuperato sul Montello il corpo di Baracca precipitato. Tre figli del giornalista studiarono allora farmacia, anche per calmare le ire del nonno. Ma a piazza San Silvestro s’era stabilita, nel primo dopoguerra, la cosiddetta Riva dei Bruti, dove si riunivano gli attori del varietà, occupati disoccupati e preoccupati. Quando dalla farmacia Garinei uscì un farmacista per darsi al «teatro delle ballerine» l’indignazione del nonno fu al colmo.

Le maledizioni del vecchio sembravano avere colpito il nipote nel nord. «Soffia, so’» andò benissimo infatti a Milano e a Torino ma malissimo a Genova. «Roma, città aperta» aveva già fatto trionfalmente il giro del mondo e il pubblico del settentrione vedeva per la prima volta Anna Magnani, che cantava sottovoce e con sentimento: «Tornerà la vecchia Roma, - quella semplice e sincera, -quella nostra, quella vera, -quella di tant’anni fa...».

Autoblinde per «Soffia, so’»

Essa piaceva anche nell’interpretazione di tipi femminili del tempo, come quando cantava: «Che me ne importa a me del chilovatt — io ci ho l’amante mio che è un inventore io ci ho l’amante mio che è un inventore - m’ha messo un zeppo dentro al contatore». Ma a Genova, improvvisamente, accadde il finimondo. Giovannini. che attribuiva l’imprevedibile reazione al fatto che una soubrette aveva fatto la maglia in palcoscenico, venne scambiato per Guglielmo Giannini e come tale fischiato. Fuori del teatro furono gettate due bombe e dopo alcune sere lo spettacolo' venne trasferito a Milano. Qui, negli stessi teatri nei quali era stato applaudito, lo spettacolo venne coperto di fischi. Avvertiti dall’insuccesso di Genova, ex partigiani e comunisti organizzarono un grande tiro di cachi marci. Viarisio, che era venuto alla ribalta per parlare al pubblico, ne ricevette uno in piena faccia. Il sindaco Greppi, salito sui palco-scenico per sedare il tumulto, venne arrestato da militi della Military Police, che non sapevano chi fosse. Chiarito l’equivoco, andò alla ribalta e spiegò che la rivista era stata autorizzata dalla censura e che, in omaggio alla democrazia. doveva essere rappresentata. Un giovinetto con grande scandalo di tutti osò interrompere il sindaco. Il giorno dopo i giornali erano pieni di cronache e persino di articoli di fondo che si riferivano a quelle che vennero chiamate, in seguito, da; giornalisti, le «quattro giornate di Milano». Autori ed impresario decisero di mutilare la rivista dei quadri più criticati. Ma la sera il teatro venne invaso da una massa di studenti che pretesero di vedere lo spettacolo nell’edizione originale. La sera seguente il teatro venne circondato dalla polizia con autoblinde e forse i primi colpi di mitra del dopoguerra vennero sparali in aria. Nell’assalto al palcoscenico venne sfondata la grancassa del signor Salvatore Reale, ammogliato con due figli, per il quale i giornali, in segno di solidarietà, aprirono una sottoscrizione.

Con tante disgrazie Garinei e Giovannini impararono le regole per piacere al difficile pubblico del dopoguerra, e dopo «Pirulì, Piruìì, non andrà sempre così», che era una Za’ Bum, tutta di testo, adottarono per la prima volta le ballerine nello spettacolo «Sono le dieci e tutto va bene». Nel ’46’ allestirono la prima rivista a grande spettacolo, «Si stava meglio domani», con Wanda Osiris, Viarisio, Turco e Agus. Da allora ogni anno hanno scritto una rivista per la Osiris: nel ’47 «Domani è sempre domenica», nel ’48 «Grand Hotel», nel ’49 «Sogni di una notte di questa estate», nel ’50 «Il diavolo custode». Ora sono quasi grassi, segno che non hanno più le preoccupazioni di una volta. Sono autori dai successi sicuri.

Alfredo Pieroni, «Settimo Giorno», anno IV, n.5, 1 febbraio 1951


Soltanto dopo dieci anni di fortunata attività rivistaiola, gli autori Giovannini e Garinei hanno avuto l'audacia di liberarsi dalle numerose superstizioni che dettano legge nel mondo del teatro.

Roma, gennaio

Con la rivista Giove in doppiopetto Sandro Giovannini e Pietro Garinei sono riusciti a emanciparsi, dopo dieci anni di lavoro in comune, dalla più lunga catena di superstizioni che il teatro ricordi. Ma per comprendere l’importanza avuta da questa rivista nella vita dei due autori bisogna fare una breve storia di queste superstizioni.

Scoperto che, il 1° settembre 1944, giorno del fortunato debutto di Cantachiaro, Garinei indossava un modesto abito grigio di flanella e Giovannini aveva in tasca un pacchetto di sigarette inglesi Craven A, la nuova coppia di autori di riviste decise, per scaramanzia, di indossare lo stesso abito e fumare le medesime sigarette la sera del debutto di ogni altro loro spettacolo: decisione quanto mai avventata specie per Garinei che, ingrassato in questi anni di una quindicina di chili, è apparso alle prime delle sue riviste sempre più avvilito da un vestito ormai destinato al macero.

Sandro Giovannini e Pietro Garinei nel loro appartamento romano. Per scrivere copioni è necessario stare sdraiati, con la « portatile » sulle ginocchia e con cioccolatini e caffè a portata di mano.

Auspici favorevoli

Ma che sarebbe accaduto se fossero venuti meno alla promessa? Un po’ per irridere la jettatura e un po’ per distrazione, ci provarono una volta. con risultati davvero disastrosi. Black and white fu, la rivista-cavia; ebbe inizio con lo scivolone di una ballerina classica cui seguirono la caduta di alcuni riflettori, l’errato funzionamento del palcoscenico girevole, la rottura dell’impianto dei microfoni, l'inversione di motivi musicali, il blocco degli ascensori che dovevano portare in palcoscenico gli attori dei camerini superiori e la semi impiccagione di un pittore che rimase appeso alla corda del sipario. Poiché l’unico portafortuna della serata, un macchinista gobbo, era stato involontariamente avvolto in un panorama e dimenticato in fondo al palcoscenico, nemmeno l’ingegnoso finale riuscì a salvarsi e, per quanto i due autori avessero previsto una bordata di cannoni che sparavano rose, due bocche da fuoco vomitarono stracci e fuliggine sulle signore delle prime file.

Tobia è un ingenuo venditore di palloncini al « Prater » di Vienna. Un giorno si trova addosso un biglietto che lo invita nella casa di una danzatrice russa, della quale è segretamente innamorato. Tobia corre a quell’appuntamento e, senza saperlo, si trova coinvolto in una intricata vicenda di spionaggio.

Dopo questa esperienza i due autori, alla vigilia di ogni spettacolo, cercarono auspici favorevoli dovunque li potevano trovare. Scoprirono così che il colore viola non è raccomandabile (un teatro con le poltrone di questa tinta andò addirittura a fuoco!), che le ragazze del balletto non devono lavorare a maglia durante le prove, che non ci si deve sedere a rovescio sulle sedie, che non bisogna fischiare in palcoscenico, che se cade il copione (o un suo foglio) bisogna batterlo tre volte per terra prima dì riprendere il lavoro. «Una volta» ricorda Giovannini con il tono di un vecchio lupo di mare, «una volta mi trovai a Milano per il debutto di La Bisarca senza sigarette: cominciò a sparire tutto. Ero disperato, poi me ne portarono un pacchetto nuovo e la rivista andò a buon fine.»

«Un’altra volta», interviene Garinei improvvisamente serio, «un'altra volta a Bologna entrò in teatro una venditrice di viole e Viarisio ricevette in camerino la visita di tre minacciosi partigiani che gli intimarono di abolire celti stornelli.»

Le cadute di Garinei durante le prove sono ritenute, invece, di buon auspicio (tanto che, ormai, ogni qual volta si fa male egli ne soffre e ne gioisce insieme) come la scomparsa di un copione ritrovato poi, privo di qualche pagina, nel gabinetto di una donna delle pulizie. A questi ed altri «meravigliosi» segni del destino, Garinei e Giovannini avevano aggiunto, da anni, una gita a Brunate, sui lago di Como, con un breve soggiorno «propiziatorio» all’Albergo Francia di Milano.

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Tatiana, la danzatrice (sopra) ha scambiato Tobia per un illustre scienziato e lo porta in un laboratorio chimico dove si cerca l’Acca-uranio. Tobia, senza saperne nulla, trova per caso la formula. Per lui i «mesoni» sono i mesi di 31 giorni. Una banda di spie, capeggiata da Tatiana (Alba Arnova), tenta di portare Tobia oltrecortina. Sotto: Misteriosi individui riescono a rubare la formula di Tobia, ma intervengono le quattro Potenze che occupano Vienna. Nessuno conosce bene Tobia; tutti si limitano a dargli la caccia, e a mettere una taglia sulla sua testa.

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Ventiquattro riviste

Per Giove in doppiopetto la gita a Brunate si rese però impossibile e, quel che più li spaventò, l'Albergo Francia venne demolito. Dopo molto batticuore e numerosi scongiuri il successo della rivista segnò però la fine delle loro superstizioni a catena.

Dal 1944 ad oggi Garinei e Giovannini hanno scritto ventiquattro riviste anche se di alcune (quelle fra parentesi) il secondo rifiuta la paternità. In ordine di realizzazione sono: Cantachiaro, Soffia so’, (Soffia so’ ai bagni di mare), Cantachiaro n. 2, Pirulì pirulì non andrà sempre cosi, Son le dieci e tutto va bene (Ma se ci toccano nel nostro debole), (Il congresso si diverte), Domani è sempre domenica, (Col naso lungo e con le gambe corte), Al Grand Hotel, Sogno di una notte di questa estate, La Bisarca, Il diavolo custode, Black and white, Gran baldoria, Gran baraonda, Attanasio cavallo vanesio, Mode in Italy, Alvaro piuttosto corsaro, Caccia al tesoro, Giove in doppiopetto e Tobia candida spia. Ventiquattro riviste, intercalate da una complessa attività radiofonica, che hanno fruttato tra l’altro al famoso tandem il bastone di «marescialli della rivista» consegnato da Orio Vergani nel corso di una serata milanese.

Giovannini e Garinei impiegano, in media, un paio di mesi a scrivere il copione di ogni nuova rivista, chiudendosi un giorno dopo l’altro nello studio di Garinei. Allungato su un divano ad angolo come una Paolina Borghese, Giovannini attende in silenzio che il padrone di casa, sdraiato in poltrona con la macchina sulle ginocchia, abbia scritto la prima cartella. Da dieci anni, come la prima volta, l’avvio di una rivista spetta a Garinei, mentre il resto del lavoro viene diviso fraternamente sulla base di due cartelle a testa. Ciò significa che ogni due cartelle la macchina da scrivere finisce su un puff, sistemato tra il divano e la poltrona, per essere allontanato con l’aiuto di un calcio.

Dei due, Giovannini è lo stakanovista, l’incorruttibile pausario, convinto com’è che basti sedersi a tavolino e battere il tempo perché nasca qualche idea, anche nei giorni che sembrano meno favorevoli. Nell'ansia della «creazione» è lui che si aiuta con caffè e simpamìna, mentre Garinei si accontenta delle proprie unghie, destinate a crescere tra una rivista e l’altra per tornare a zero nei periodi di lavoro. Litigano? Litigano. Qualche volta duramente, decidendo magari di lasciarsi. Ma, come si dice, la notte porta consiglio e l’indomani si scoprono più amici di prima. Non nascondono una piccola civetteria: quella di «firmare» ogni lavoro con un segno particolare, la parola «castellinaria» che troverete, puntualmente, in ogni copione. Magari sempre per scaramanzia.

In questi anni di lavoro per la rivista hanno avuto una delle maggiori soddisfazioni il giorno in cui sono stati incaricati di improvvisare ogni sera una rivistina radiofonica sul Giro d’Italia. Dal loro primo incontro avvenuto in uno stadio romano alle discussioni sportive nella farmacia Garinei, i due amici si erano «fatti le ossa» come redattori di giornali sportivi in concorrenza: Giovannini al Corriere e Garinei alla Gazzetta dello Sport. Prima di scoprire una comune passione per la rivista, comunque, provarono un gusto matto a farsi scherzi d’ogni genere finché non unirono i loro sforzi a danno del prossimo. Notizie inventate di sana pianta, come «Battuto a Nimeg, in Olanda, dal corridore pazzo Shulte il record mondiale dell’ora di Coppi» o «Improvvisa morte di un cavallo di Tesio» apparvero con la loro complicità sulle prime pagine dei loro giornali mettendo un po’ a rumore l’ambiente sportivo.

1955 01 23 Epoca Garinei Giovannini f05Misteriosi individui riescono a rubare la formula di Tobia, ma intervengono le quattro Potenze che occupano Vienna. Nessuno conosce bene Tobia; tutti si limitano a dargli la caccia, e a mettere una taglia sulla sua testa

Scherzi infernali

Al primo giro ciclistico d’Italia del dopoguerra avevano partecipato come inviati del quotidiano romano II Tempo per scrivere divagazioni che divertirono una parte dei lettori, ma finirono per amareggiare gli sportivi puri. Sul camioncino che il direttore del giornale aveva messo a loro disposizione per il «servizio» i due inviati avevano sistemato un paio di comode sedie a sdraio e muniti di un altoparlante che avrebbero dovuto usare a scopi pubblicitari, riuscirono a combinare scherzi infernali al pubblico assiepato lungo le strade. In una delle ultime tappe, per esempio, sotto una pioggia torrenziale riuscirono, con drammatici appelli, a far chiudere a tutti l’ombrello, con la scusa che la stra-, da era viscida, i corridori arrivavano a velocità pazzesca e la scarsa visibilità avrebbe potuto provocare incidenti irreparabili.

Con tutto ciò (o forse ignorando tutto ciò) la RAI li incaricò nel 1949 dello stesso servizio e tale fu il successo di Giringiro che essi vennero chiamati a ripetere l’esperimento anche nel 1950 e nel 1953. Abituati a firmare ogni lavoro con una trovata, inventarono la «maglia nera» da far indossare all’ultimo in classifica con premi in denaro e doni particolari. Una trovata che attirò immediatamente su di loro le simpatie del pubblico e l’odio degli organizzatori della corsa.

I primi passi nel mondo della rivista Garinei e Giovannini li avevano fatti rispettivamente a venticinque e ventotto anni e provenivano da due lauree diverse (in farmacia ed in legge) che non li interessavano. Garinei, maggiore di tre fratelli e figlio di un giornalista, poteva vantare due sole cose: di aver rotto in testa al maestro il violino che gli volevano far studiare e d’essere il primo cittadino italiano nato a Trieste e battezzato a San Giusto dopo la fine della guerra mondiale. Giovannini veniva da un anonimo impiego di dattilografo della Corte dei Conti ed aveva cercato la fama sulle colonne del Littoriale. Ambedue si erano già «cimentati» in pseudo spettacoli di rivista: Garinei per gli orfanelli di Don Francesco de Paoli e Giovannini per i suoi granatieri, in Albania.

L’occupazione tedesca di Roma, il coprifuoco, il timore delle retate effettuate dalle SS favorirono, se così si può dire, la loro vocazione. Da alcune settimane di riunioni nacque la loro prima rivista Sono le nove e tutto va bene, che non fu mai rappresentata anche se cambiò titolo diverse volte, a seconda degli spostamenti dell’ora del coprifuoco. Soltanto in seguito i due amici si accorsero che quella loro opera giovanile mancava delle qualità per arrivare al pubblico ma per un motivo sentimentale, utilizzarono lo stesso titolo per una rivista con la Magnani e salvarono uno sketch, quello dei vecchietti del cacao Talmone, per un copione recente Partiti i tedesci e deposto il camice da dottore che indossavano per maggior sicurezza ogni volta che si trovavano a lavorare nella farmacia Garinei, i due umoristi entrarono nella redazione di Cantachiaro dando poi vita alla omonima rivista satirica che, per il modico prezzo di centocinquanta lire, riunì attori come la Magnani, Viarisio, Ninchi, la Villi, la Padovani, la Merlini eccetera. La riacquistata libertà causò però agli autori della rivista le prime grane da parte di un sergente italo americano del P.W.B. che giudicò il copione «vergognoso» e diede il suo visto di censura soltanto a cinque delle cento pagine. Era l’epoca in cui il direttore di un giornale come il Cantachiaro, Monicelli, poteva recarsi per un incidente del genere dal Primo Ministro Bonomi, il quale non esitava ad interessarsi della cosa personalmente l’Ammiraglio Stone. Governo e Comandi alleati si scambiarono. per Garinei e Giovannini, le prime «dure» telefonate della Liberazione, poi tre ufficiali superiori assistettero alle prove generali e il visto fu concesso.

1955 01 23 Epoca Garinei Giovannini f06«Tobia candida spia», commedia musicale di Pietro Garinei e Sandro Giovannini, è stata presentata con successo sul palcoscenico di un teatro romano. La compagnia è formata da Pascei, Alba Arnova, Flora Medini, Luigi Pavese, Rosalina Neri, il balletto è quello di una nota stazione televisiva degli Stati Uniti; le musiche sono state composte da Gorni Kramer e i costumi sono opera di Giulio Coltellacci.

Per Soffia so’, che ereditò dal Cantachiaro la satira pungente, il coraggio e la spregiudicatezza, soddisfazioni e difficoltà si moltiplicarono. Fu la prima rivista che raggiunse tutte le maggiori città dell’Italia appena liberata, ma trovò dovunque opposizione e applausi nella stessa misura. A Genova gli attori furono accolti con il lancio di cachi, il pubblico con bombe-carta. A Milano gli operai di Sesto San Giovanni «marciarono agli inni della rivoluzione» sul teatro: tolta la luce intervenne la polizia militare e venne arrestato anche il sindaco Greppi che arringava la folla. A Bologna una riunione del CLN provocò uno sciopero cittadino. I giornali accusarono e difesero i due autori, la Repubblica, gli alleati. Un «fondo» della Libertà sull’argomento si intitolò Motivo di crisi. Finché gli animi si calmarono, la satira divenne meno pungente e necessaria, i due autori si indirizzarono allo spettacolo di rivista classico.

Due anni fa Garinei e Giovannini fecero un viaggio negli Stati Uniti. Per copiare, dissero i maligni. Per imparare, corressero loro. Tornarono a casa pieni di entusiasmo, anche se avevano scoperto che «in America si fanno dieci riviste con i mezzi per cento, mentre da noi se ne fanno dieri con i mezzi per cinque». Senza invidiare troppo i colleghi d’Oltre-atlantico si rimisero aU’opera con tenacia, sfornando con Gioire il più grosso successo della loro carriera. Qualcuno ha detto che vorrebbero abbandonarla, ma niente conferma questa voce. Anzi: Tobia candida spia, la smentisce. Perché la loro aspirazione rimane quella di scrivere una commedia e perché hanno scoperto di fare «un brutto mestiere che ci piace tanto».

Giorgio Salvioni, «Epoca», anno VI, n.225, 23 gennaio 1955



Filmografia

Sceneggiatura e soggetto

Partenza ore 7, regia di Mario Mattoli (1946)
Botta e risposta, regia di Mario Soldati (1950)
Come te movi, te fulmino!, regia di Mario Mattoli (1958)
Un mandarino per Teo, regia di Mario Mattoli (1960)

Varietà radiofonici Rai

La Bisarca, varietà settimanale 1949 - 1951
Papà Cicogna, varietà settimanale 1953


Riferimenti e bibliografie:

  • "Follie del Varietà" (Stefano De Matteis, Martina Lombardi, Marilea Somarè), Feltrinelli, Milano, 1980
  • (EN) Pietro Garinei, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
  • Opere di Pietro Garinei, su openMLOL, Horizons Unlimited srl.
  • Pietro Garinei, su Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi.
  • (EN) Pietro Garinei, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation.
  • (EN) Pietro Garinei, su Internet Movie Database, IMDb.com.
  • (EN) Pietro Garinei, su Internet Broadway Database, The Broadway League.
  • (DE, EN) Pietro Garinei, su filmportal.de.